Part 4
O figlio, io ti creai colla mia carne giovine, io ti nutrìi colle mie rosse vene, e la forza che per te mi mosse unica or regge le mie membra scarne.
Arde in te la sostanza di mia vita, e tu con fibra e fibra ancor t'aggrappi a me, come nell'ora in cui gli strappi del tuo corpo al mio corpo eran ferita.
Porto, grondanti sotto la gramaglia, le piaghe tue: pur io la testa mozza rotolare mi sento nella sozza terra, ed il sangue fino a Dio si scaglia.
Muoio due morti, in me agonizzo e in te. Ma lacrime non ho. Tu non le vuoi. Passa la guerra, e i giovinetti eroi nella ràffica invola, ed il perchè
non dice a noi, pallide madri. Passa e prende. A rullo di tamburo, a squillo di tromba, all'ombra ardente del vessillo, a ritmo d'inni e di mitraglia, ammassa
e lancia a torme i figli nostri, i figli nostri, ove un sol fulgore han vita e morte: fide vegliammo noi per questa sorte le culle d'oro e gli umili giacigli.
Fàsciati di silenzio, o bocca pia, crocifìggiti in petto, o cuor demente: non invocare Iddio, chè Iddio non sente: così volle la Patria.--E così sia.--
Che altro io potrei darti, o Patria grande?... vuota è la casa, spento il focolare: la cenere io raccolsi sull'alare e con essa formai le mie ghirlande.
Irrigidìi per te la fronte stanca nella bellezza dell'orgoglio sacro. Madre d'eroe non piange.--A volte il macro volto, per aria che al respir le manca,
tende, ed il labbro; e il sangue a goccia a goccia sgorga dalla ferita che s'incava nelle profonde viscere, e ne scava la vita, come fa stilla da roccia;
ma singhiozzar con disperata voce sul figlio morto, non sarà chi l'oda: sta, di fronte alla gloria, che l'inchioda al suo materno amor come a una croce.
IL DONO
Nella notte un selvaggio urlo, senz'eco. --Urlo di vita, o pur di morte?...--Quella che in esso lacerò la bocca bella or s'è composta in un silenzio cieco.
Dorme il suo nato a lei daccanto: informe nodo di carne inconscia e bruta.--L'atto del generarlo la scagliò d'un tratto nel buio di voragini senz'orme.
Sprofondò; sprofondò vertiginosa- -mente; e più nulla seppe; e il suo vermiglio sangue ancor vivo zampillò nel figlio, s'accese in lui, ne imporporò la rosa
sacra del cuore.--Così tu passasti, o Donatrice, nella discendenza tua: tal fu del donar la vïolenza che te stessa al novello Esser lasciasti.
.... Crescerà il figlio d'anno in anno, schivo ma saldo, in sè nutrendo, quale in scorza d'albero scabra, una compatta forza di vita, un fresco e rifluente rivo
d'amore, un'inquieta ansia di germi: ei che non ebbe canti su la culla sentirà in petto l'anima fanciulla sola armata, fra tante anime inermi.
Si chiederà talvolta:--Ho io due cuori, che, se l'un manca, l'altro rinnovella nel corpo il sano impeto rosso, e nella lotta ritempra i palpiti e gli ardori?...
Ho io due vite in me, che l'una preme l'altra, e l'invigorisce con midolla occulte, ed è per essa al par di zolla che vegli o incalzi il maturar del seme?...
.... Per lui verrà compiuto ad esultanza il divino miracolo del Dono. La madre rivivrà nel figlio buono, perfetta incorruttibile sostanza:
il cuor nel cuore in ritmo pulserà concorde: senza volto e senza nome e senza voce, e pur presente come Dio, più grande sarai, Maternità.
LA VERGINE E IL FALCO
Vide ella il Falco fendere il sereno. Nel suo rombo pulsava il suo coraggio. Con l'impeto feriva il vento e il raggio. Cielo e terra, di lui tutto era pieno.
Il balenare avea d'una saetta, la maestà superba avea d'un nume. Il mostro senza artigli e senza piume librarsi ella mirò del sole in vetta:
e s'abbattè come s'abbatte un ramo a terra, e rise con riversa gola, e pianse: a lui gettando la parola ancor non detta ad uom vivente:--Io t'amo.--
*
E prega, umìle, il Falco che non l'ode: --Io non ti chieggo, o domator di vento, con qual poter foggiasti lo strumento che ti solleva a le celesti prode.
Ma esso è te. Se or tu, con teso rostro, su me piombassi per ghermirmi, e via mi rapinassi a volo, e per magia d'ali e d'amore il cielo fosse nostro,
ecco, io son pronta: io ti sarò la bianca preda che tutta s'abbandona, e al vampo del vorticoso ardor non cerca scampo, se pur, fragile, in petto il cor le manca:
come sien fresche le mie labbra, e snelli i fianchi e dolce la mia nuca ai baci sapresti, o Falco, che con colpi audaci nuvole ed astri afferri pei capelli.
Purità m'è compagna; ed assomiglio nel mio candore a un'erma d'alabastro: niuno ancora disciolse il roseo nastro che al mattin fra le trecce m'attorciglio.
Ho l'aroma del fieno, che la falce divelse a pena, e il sol penètra; e diaccio specchio m'è la sorgente a cui m'affaccio, piccola rama pendula di salce.
Uomini adusti dall'odor ferino mi soffiaron sul volto, avidi, folli, il desiderio a vampe. Ed io non volli: ma commisi a me stessa il mio destino.
Non io, non io de' lor traffici oscuri viver soffersi, leggiadretta serva, con basse ciglia ed anima proterva filando il lino entro i lor vecchi muri:
non io le grigie e tortuose scale di lor case salìi, dove s'affloscia gioventù, senza gaudio e senza angoscia, su spessa coltre e torpido guanciale.
Io voglio te, che armi la tua sorte per guerra, e il sole di sfidar sei degno: voglio te, per seguirti all'alto segno, o, se tu cada, ne la bella morte.
E questa sia precipitosa, come il fiammeggiar d'un bolide notturno; e tu dorma in eterno il taciturno tuo riposo d'eroe fra le mie chiome....--
*
Prega; e non l'ode il domator di vento, sempre più alto nel rapace volo. .... Donna, fragile carne!... Il Forte è solo nel suo libero assalto al firmamento.
Adora, e taci. E lo vedrai sparire nel superato caos della vertigine azzurra: invitto re sui due prodigi dell'universo: il vivere e il morire.
A COLUI CHE NON È VENUTO
Io t'aspettavo, fin dal giorno in cui di fiorire m'accorsi all'improvviso, primula in marzo. E venne uno, con viso dolce. Ma io mi dissi: Non è lui.
Pioggia e sol, spine e rose, fieno e paglia m'apportarono gli anni. Anche l'amore. Non te!... Qualcun ti assomigliò, che il cuore aggrovigliar mi seppe in gemmea maglia:
ed io mi persi a capofitto, giù, col desiderio folle d'annientarmi tra forti braccia che potean spezzarmi come la creta.--Ma non eri tu.--
Così, polvere e cenere divenne ciò ch'io toccai. Seccarono le polle. Avvizzirono i tralci e le corolle, e morte, in vita, in suo poter mi tenne.
Tu, nato troppo presto o troppo tardi, per me creato ed a me occulto, solo perch'io son sola, indifferente al volo degli anni, se nel tuo deserto guardi!...
Tu, che m'avresti avuta come il mare ha l'onda, uguale a te ma in te perduta, e nel dominio avvolgitor veduta a somiglianza tua trasfigurare!...
Non venisti, non vieni, non t'attendo più. Domani morrò. La vita ha fretta, non vedi?.... Appena schiusa, appena detta una parola, fugge, impallidendo,
quasi colpita da terror....--Ma forse di là, nell'ombra ove uno spirto tocca l'altro in silenzio, io troverò la bocca che solo in sogno la mia bocca morse.
PONTE DI LODI
Ponte di Lodi, i tuoi plumbei pilastri abbracciati dall'impeto del fiume rivedo, e i freschi spruzzi delle schiume candide a fior dei vortici verdastri.
Come una volta ancor vorrei poggiarmi alle tue sbarre, e riaver quel vento in faccia; e mirar nuvole d'argento specchiate in acqua, e d'esse sazïarmi.
Ma esser quella d'allora, con quel volto e quell'anima, scarna adolescente livida di superbia, impazïente di vivere, con sensi aspri in ascolto:
e tutto innanzi a me: lo spumeggiante fiume e la vita!...--Ma su via trascorsa non si ritorna. Il tempo spinge, in corsa: altri fiumi, altri ponti, altri miraggi.
E vado e vado. Finchè, un giorno.--Addio-- dirà l'anima al corpo. E sarà il fiume natal, che, in sogno, sotto il ponte, a lume d'astri, mi condurrà verso l'oblio.
L'INFERMO
Della stanza d'esilio--che m'è schermo al mondo e nel mio spasmo m'asserraglia-- dietro il muro sottile odo, ferraglia rimossa, un tossir querulo d'infermo.
Chi è?... Non so. Ma soffre. E il suo lamento di cencio umano ove la morte ringhia, con nuove corde aspre di punte avvinghia il mio bisogno eterno di tormento.
Vorrei, nè posso, consolar l'affanno di quei bronchi inguaribili.--Di fianco l'una all'altra, ma cieche; a fil d'un bianco muro, ma estranee, due miserie stanno:
la mala bestia che t'asfissia in gola, o ignoto, e il cancro che mi mangia il cuore. Ma passeranno, sole, nell'orrore del vuoto, senza dirsi una parola.
PASSIONE
Due pupille più nere della notte, cinte di bistro su rossetto e biacca, mi chiedono, ammiccando con bislacca beffa: «_Salvation-Army_, o Don Chisciotte?...»
Raschia con sega di sarcasmo il sazio riso d'un glabro adolescente impuro: --«Non amo, frate-femmina, lo scuro saio. Santo Francesco, o Sant'Ignazio?...»
E il popolo in cravatta rossa:--A quando, profeta, il paradiso che hai promesso alla nostra miseria?...--E a me dappresso corre per gioco, urlando, fischiettando.
Io guardo, fisso innanzi a me, fantasmi che sola io vedo.--E affronto il mio supplizio. L'amor che mi guidò, fatto cilizio, mi si tramuta in voluttà di spasmi.
Camminare su filo di coltello, bersaglio a crudeltà di bocche triste, anche se il fragil corpo non resiste bello è, se il sogno che tu insegui è bello.
Ma troppo ormai la sozza umana rete sul mio respiro le sue maglie serra. --Fuori il tuo cielo, figlia della terra, se lo possiedi!...--Io sono stanca. Ho sete.
Dammi un po' d'acqua, o uomo, se pur t'abbia io tutto dato di me stessa!...--Ed ecco: all'implorante anelito del secco labbro un sorso di fiele offre Barabba.
L'INCANTESIMO DEI FIORI
Tu batti con la tua timida nocca all'uscio, ed entri; e strisci alla parete, incerta.--Ma chi sei?... Porti una rete d'oro sui fianchi, e una giunchiglia in bocca.
Vidi altre volte il viso tuo sottile di faunetta silvestre, fra due rami spuntare. Ma piacer d'altri richiami mi spinse--e non sentìi ch'era d'aprile.
Solo or m'accorgo che hai un occhio verde ed uno azzurro, e sai di terra e d'erba. Ah, s'io ti bacio sulla bocca acerba, forse l'anima mia più non ti perde!...
Non oso. Ma con denti di pantera, aguzzi, tu sorridi: e t'è caduto il fior di bocca, e col leggiadro e muto gesto a me ti riveli, o Primavera:
e fiori e fiori dalle dita snelle sbocciano, in fasci, in grappoli, in germogli: per la mia gioia al nudo suol tu sciogli la tua dovizia di terrene stelle.
Tanto mi doni?... Vi son dunque tanti fiori nel mondo?... ed io le avverse ciglia chiuse tenevo sulla maraviglia ch'ora, per te, mi folgora?... per quanti
anni fui cieca?...--Ecco le genzïane cilestri, e il fior di menta, e il fior di maggio- -rana, e il timo e il ranuncolo selvaggio, e le viole dalle facce umane:
ecco i fiori di frutto, ah, sì leggeri che a un soffio cadono, e già gonfio è il seme di sotto; e l'eliotropo aureo, che teme la notte, e volge al sole occhi e pensieri:
e le rose di carne, di dolcissima e tenue carne, che, a mangiarla, in succhi d'amore si trasforma; e nivei mucchi di tuberose, e grappe di narcissi:
e il cupo verde delle felci, e i pallidi grigi de le betulle, e le incorporee trine del capelvenere, e le arboree glicinie, e le palustri emerocallidi....
.... Sorreggimi, Occhiglauca!... Ho la vertigine. Or mi trasmuto, come Dafne, in tronco. Lo spirto, in forma umana avvinto e monco, torna, d'un balzo, alla silvestre origine!...
Boccadifiori, baciami!... Parole divine odo, calor di linfe suggo. E dalla vita e dalla morte fuggo, per annientarmi nel fulgor del sole.
I GIACIGLI
Non per dormire--poi che il sonno è tolto a quest'occhi che ardor di conoscenza aperti tiene anche nell'ombra, senza riposo, accese lampade nel volto:
non per dormir, ma per sapere, in ogni letto io volli accostar la belva umana: a lei dappresso ma da lei lontana come il fantasma che compar nei sogni.
E vidi, in lari che si chiaman sacri, la quiete non già, ma il dramma oscuro dell'odio sibilar fra letto e muro, e pianger figli a quegli spasimi acri.
Tra porta e porta ascoltai scoppi secchi di voce, come palle di pistola dritte al segno del cuore o della gola, o aguzze pietre a fionda contro specchi:
parole unghiute, uguali a uncin che artiglia, singhiozzi, uguali a strider di catene scosse--e in vano implorai su quelle pene esasperate un pio chiuder di ciglia.
*
Ma, anche, io vidi il volto di chi dorme dopo l'amplesso, cuore contro cuore. Stanco, livido, assente, nel flosciore delle labbra, allentate in smorfia informe.
Spento il baglior dell'attimo che illude l'anima di sfuggire al suo sgomento d'esser sola, tornar, cieco, il tormento io vidi, a gogna delle membra ignude.
Ed era chiuso senza perdonanza l'un volto all'altro: e torbido, ed avverso: l'uomo non ha che sè nell'universo, sol per pietà gli mente la speranza.
E chi conta nel sonno il suo danaro, e chi in sogno combatte un suo rimorso, e chi con suggellate iridi un corso segue di fiume susurrante e chiaro:
e l'amico e il nemico e il vile e il forte guardai nell'ora in cui l'orgoglio oblia la maschera: e mal fu: per chi lo spia il sonno è più tremendo della morte.
Rantoli e incùbi di morenti in fila negli ospedali; tenebre di celle ove colui che non vedrà le stelle più mai, memorie, vaneggiando, infila!...
Spasimoso ansimar sulle cuccette degli asili notturni, aliti densi di vino, naufragar di tutti i sensi nel gorgo delle mescolanze infette!...
Destituita dalla somiglianza con Dio,--da sè diversa umana faccia che della luce e del pensier la traccia smarrisci,--e ti deturpi in oblianza!...
Due creature io solo scôrsi, belle nel sonno: ah, così belle, che i giardini del cielo, dai silenzïi turchini, sfogliavano su lor fiori di stelle.
L'uno era un bimbo, in un candor soave di trine, e lo cullava un pio cantare: l'altro era un marinaio in mezzo al mare, e lo cullava il ponte della nave.
L'UOMO SEPOLTO
Miniera di Senghenydd. Ottobre 1913.
Georg, biondo atleta: non udisti un rombo sovra il tuo capo?... uno sparar di cento cannoni, a un tratto?...--Ora, silenzio.--È spento il tempo. L'aria è come fuso piombo.
Pietre su pietre franano alle bocche degli anditi. Ove sono i tuoi fratelli?... Non ti vale dell'unghie far coltelli, nè, ruggendo, divellerti le ciocche
scomposte, nè cozzar con sanguinanti membra contro la notte che t'acceca. Di là, nella stessa ombra sorda e cieca, son mille e più di mille agonizzanti.
Scagliansi in mucchio verso l'orifizio distrutto, con feroci granfie il dorso l'uno all'altro raspando, a pugno e morso fuggir primi tentando al gran supplizio:
ma fumo e fiamma indietro li ricaccia, non v'è più strada, non vi son più porte: solo, e despota, il caos....--Ma tu sei forte, Georg.--Taci.--Guarda la tua fine in faccia.
*
Ricordi tu come sia fatto il cielo?... .... Grigio ora, e curvo sui sinistri pozzi della miniera; e un getto di singhiozzi immenso, fino a quel livor di gelo.
E donne e donne coi bambini in collo e al fianco, con irti aridi cernecchi di furie al vento; e infermi e storpi e vecchi guatanti il mostro non ancor satollo....
E invocano, che il mostro dal suo fondo vomiti all'aria le ingoiate squadre: e v'è fra essi la tua bianca madre, Georg!... V'è tuo padre. Hanno te solo al mondo.
Le ossature dei pozzi han somiglianza di scheletri: il silenzio fa spavento più dell'urlo: nel livido sgomento della folla ancor trema una speranza:
ma non rende la bocca maledetta quel che inghiottì....--Con gesto di flagello leva la folla come un sol coltello le braccia, a testimonio di vendetta.
*
.... Georg, il corpo tuo grande si fa pietra fra pietre: e luna e l'altre uguali stanno ormai nel tempo; e ciò che fu l'affanno d'un'ora, è calma immota in ombra tetra.
Ma non è morte, e non è tomba. Esiste sol la materia, che caduche imagini di carne transustanzia entro compagini sacre, irridendo alle querele triste.
Tenebra di caverne, fulvo dorso di monte, erbosa immensità di piano, tutto non è che sedimento umano, nè s'arresta Re Atomo in suo corso.
E chi calchi l'orecchio sul fecondo solco, o lungo le vertebre del masso, sente il respir dei morti, che il trapasso sciolse in vene d'occulto hùmus pel mondo.
Georg, biondo atleta, umile eroe sommerso nell'ombra, a giorni effimeri perduto, a giorni eterni assunto,--io ti saluto:-- prima eri un corpo; ed or sei l'universo.
SPERANZA
Forse il lume ch'io cerco è quel che splende là in fondo. No. S'è spento. Era un mio vano miraggio. Ma, più in alto e più lontano, un altro lume e un altro, ecco, s'accende.
Forse il tetto ch'io cerco è quel che fuma dietro quei pioppi; e alcun v'attizza il fuoco per riscaldarmi....--No. Sparve. Era un gioco di nuvole.... Ma un altro è fra la bruma.
Forse il fratel ch'io cerco è quel che il viso ora mi tende, e il cuor nel viso, emerso sopra la folla. Ed ecco, mi s'è sperso.... Ma un altro volto scorgo, e un altro riso.
Come se dal mio alvo fosse espresso il mondo è mio, sol perchè il vedo in sogno: quel che ho non curo, e quel ch'è incerto agogno, e mangio e bevo del mio sangue istesso.
Delizia del cadere, e poi delizia del drizzarsi d'un balzo, senza chiedere aiuto: e non guardar che la mia fede, e portar dentro me la mia milizia!...
E vado. Ad ogni membro ho qualche benda su qualche vecchia o giovine ferita. Pur, così come a me t'abbranchi, o vita, troppo bella sei tu perch'io t'offenda.
Ti benedico, o vita, per l'amore che mi negasti, per le chiare strade che mi chiudesti, per le sette spade con cui mi tormentasti carne e cuore:
perchè altro amor più bello, altro sentiero più largo io sognar posso: e col fantasma che la speranza al desiderio plasma vincer la nuda aridità del vero.
NOSTALGIA
V'è alcun che canta: «_O sole mio_......» su l'acque verdastre della Lìmmat.--Chi?...--S'affonda, o voce, il cuor nella tua scìa profonda, il triste cuore ove ogni voce tacque.
Freddo, pioggia, crepuscolo. Beffarde sbucan le lune elettriche, fra aloni di nebbia. Oscure ombre mi radon, suoni rauchi movendo dalle lingue tarde.
«_Ja, yes_.» Ma «_O sole mio_....» dall'altra riva chiama il canto che forse non ha bocca, ch'è di fantasma; e l'anima mi tocca con la carezza d'una mano viva.
Batto i denti, alla pioggia. E più il mantello su me ravvolgo, e più mi sento ignuda: mi sferza il dorso la ferocia cruda del croscïante gelido flagello.
Bene risponde, col suo scampanare a stormo, il sangue entro le arterie folli: --Esilio, tu sei mio perch'io ti volli, perchè mi piacque le tue vie calcare.--
Esilio?... Ma qual'è dunque, o tremenda anima, la tua vera patria?... In quale angol di terra addormirai tu il male tuo, che piangere sempre io non t'intenda?...
S'io mi buttassi a fiume, tu faresti forse silenzio, anima disperata. Andrei, colla corrente. Andrei, placata all'improvviso, fin che il Sol si desti,
il Sole mio, sì bello e sì lontano ch'io non lo vidi con quest'occhi ancora: e con l'incendio de' suoi raggi indora sol chi per lui gettò l'ingombro umano.
LA CERCATRICE D'ORO
E scavo e scavo, nella pietra, a prova di picca.--Vena d'Oro, vena d'Oro!...-- Aspre occultan le rocce il lor tesoro, ma v'è chi a ben perseverar lo trova.
Io più non so da quanti anni le braccia mi stronco nell'indomita battaglia. Il macigno m'irride, scaglia a scaglia balzando agli occhi. E falsa è ancor la traccia.
Se un balenar m'illude, altri mi scosta, brutale, sibilando:--Questo è mio:-- .... ma non è oro, è talco.--Ed altri ed io torniamo, insonni, alla superba posta.
Intorno e innanzi a me scorgo perversi volti, quadre e selvatiche mascelle di animali da preda; e le favelle incrocian sfavillìi di stocchi avversi.
E il furor della lotta e l'ingordigia tende ed ingrossa i muscoli, scolpisce forza odio frode sopra i volti; e strisce di sangue irrigan la petraia grigia.
.... Scòpriti finalmente, Oro, bell'Oro, ragion di vita, fonte della grazia. Il polso e il braccio sul piccon si strazia, cedon le fibre all'ìmprobo lavoro.
Quando il terren sarà vana maceria, scaverò nella carne sino all'osso. Quando la carne non sarà che un rosso brandello, spaccherò del cuor l'arteria.
Ah, forse allor, piombando sul basalto arido, io penserò che a possederti, o Verità, basta fissar gli aperti occhi negli astri fiammeggianti in alto.
CONFESSIONE
Or che la notte grava sul supplizio di chi non dorme, e tu sei sola in faccia a te, sola nel vuoto che t'agghiaccia, e non vestita che del tuo cilizio:
come fossi sul punto di morire confèssati, chè l'anima t'ascolta: dolce ti sia, non fosse che una volta, quel che da te mai non fu detto, dire.
Confessa che la tua ribellïone non è che l'urlo della creatura debole, che mancò la sua ventura per non aver trovato il suo padrone.
Confessa che tu vai con fiammeggiante torcia sanguigna contro leggi ed uomini, solo perchè la forza che ti domini tutta, ancor non t'assalse il cor tremante.
Ed altro tu non sei che una fanciulla fragile, torturata dall'angoscia d'essere sola, e che talor s'accoscia rabbrividendo di tutto e di nulla:
e--se il dirlo t'è colpo di staffile bene assestato alla superbia prava, che importa?...--non saresti che una schiava d'amor, contenta del suo posto vile,
se pur domani, verso te, dal rogo ove chi arde più a sè prega ardore, venisse a tese braccia il tuo signore, per cui delizia ti sarebbe il giogo.
*
Senza misericordia e senza tema prendi ed indaga, or che nessun ti guarda, questa povera tua vita bugiarda che inconsolabilmente in man ti trema.
Dilaniala, se vuoi: non ha difesa contro la tua curiosità feroce: puoi con tre chiodi conficcarla in croce, per vendicarti della lunga offesa.
È un cencio rosso, con lacerti monchi, con fibrille pendenti: è un feto morto: più non attende ormai, sotto il tuo smorto sguardo, che il colpo che da te la tronchi.
Ma tu non osi. Ma tu l'ami, frusta così: la scuoti, con furor selvaggio: giovine ancora, e intrepido, è il coraggio che ti sospinge con schioccar di frusta.
Giovine ancor tu sei, per la dovizia che in fiori intatti dentro ti germoglia, e più t'adorna quanto più sei spoglia, e, se soccombi, a nuove vie t'inizia.
E doman come ieri, sotto panni superbi il cuore in umiltà raccolto, null'altro al mondo cercherai, che il volto invisibil che cerchi da tant'anni:
e se lungo la strada che t'avanza no 'l troverai, forzando anche le porte del silenzio, nei regni della morte seppellirai con te la tua speranza.
LIBERAZIONE
I.
_Croce Rossa._