Part 3
Chiamami Alba quando l'alba è in cielo, chiamami Sera quando il ciel s'addorme. Non separar le mie terrene forme dall'albero, dal musco, dallo stelo.
Io non fui d'altri e non sarò mai tua, io son di me: pur m'è tremendo il giogo del lento corpo: se il sol fosse un rogo, dentro m'avventerei, per esser sua.
Fra gli uomini che odio e il Dio che agogno sta la vita: ed ucciderla non posso: ella, ella sola è il tramite che, rosso di sangue, tutta mi congiunge al sogno.
L'EVASIONE
Segar, con una nostra aguzza e lenta lima, cauti, nel buio, con trabalzi muti per un pestìo di piedi scalzi, per un rauco sospir di sonnolenta
bocca, una sbarra di spiraglio: il varco aprir fra spranga e spranga: annodar corda di lenzuola, premendo in cor la sorda paura: al nodo avviticchiarsi ad arco,
e giù:--toccar l'asfalto, il fresco incanto della notte stellata a un tratto bere, con tale ebrïetudin di piacere che la dolcezza si tramuti in pianto:
poi, via: colla rapidità d'un topo selvatico guizzar fra siepe e muro, mettersi in salvo, finalmente, il duro terren baciando per delizia.... E dopo?...
ROSE
Rose, rose, fragranti rose belle, color d'ambra, di fuoco, d'arse bocche già flaccide, di nevi ancor non tocche, sul ramo a due a due come sorelle:
rose in bocciòlo, rose in giovinezza piena, rose disfatte per eccesso di godimento, rose che l'amplesso del sol spaccò per meglio averne ebbrezza:
rose a cespuglio, a siepe, a serti, a densi grappoli traboccanti da muraglie basse, chiudenti il vïator fra maglie d'aromi, a frenesia di tutti i sensi!...
Ora soltanto la caduca e folle vostra grazia m'attira, or che non posso cogliervi più, nè mordere con rosso riso al dolcior di vostra carne molle:
or che in terra non mia, gioia e certezza d'altri, dietro cancelli a me serrati, offrire al sol vi scorgo i vellutati petali, per un giorno di bellezza.
LA SUORA
Voglio al mio letto d'ospedale, in _hora_ _mortis_, perchè mi chiuda in atto muto gli occhi stanchi d'aver tutto veduto, bianca in azzurra tonaca, una suora.
Ella non sappia altro di me che il tristo male, segnato su tabella, in gesso, a capoletto: altro io non senta, presso a me, che il suo respiro al mio commisto.
Tanto ella stessa abbia sofferto e amato che nulla la ributti: e l'assassino pianga per lei col pianto d'un bambino che s'appresti a morir senza peccato.
Alla sua carità basti l'orrore della misera carne che inabissa entro il mistero, senza nome, scissa dall'anima, e vestita di dolore.
Della mia bocca l'ultima parola oda, senza capirla: le mie braccia componga in croce: e alla gran calma diaccia mi lasci,--come fui nel mondo,--sola.
LA FONTE
Fonte che sola il mio dolor guarire sai, fonte eterna di silenzio cinta, quella che in me credei più forte ho vinta per poter, di te degna, a te salire.
Casa e terra lasciai che agli altri mia parve, e non era: poi che nulla al mondo è mio, fuor che l'anelito profondo del cuor, che si trasforma in melodia.
Lasciai le passïoni, che con succhio di tentacoli, ingorde, irte, contratte, vuotavano le mie vene scarlatte per gettarmi dei morti al sozzo mucchio:
ma mi seguono esse, in false vesti, guardinghe, pronte per colpirmi al fianco, s'io vacilli, s'io dubiti, se stanco il capo in pianto io curvi, o il piede arresti.
Dio m'aiuti!... Blandizia di ricordi non mi tenti, viltà non m'imbavagli, peso di carne non m'abbatta, e fra gli spini de l'aspre fratte àpriti, o fior di
salvezza!...--La boscaglia ove il piè sale lancia i suoi archi al ciel, tempio vivente: veglia e prega uno spirito veggente in ogni tronco della cattedrale.
Mi saluta ogni tronco, e sembra fremere d'allegrezza in sua scorza ed in sue rame. Io salgo--e da un viluppo di frascame mi giunge, o Fonte, il tuo sommesso gemere!...
Sì diaccia sei, ch'io sento il brusco brivido del sasso a fior de lo zampillo;--e casca l'acqua ove il terren molle forma vasca fra i muschi. L'acqua, in ombra, ha un color livido.
Fonte d'oblio che ti nascondi ai raggi del sol, tu vedi le mie mani in croce. Ti riconosco. Sola ormai la voce tua vince i vasti cantici selvaggi.
Prendimi!... Ansando io fino al cuor m'immergo, che si contrae nel subitaneo spasmo, ma resiste. In te nasco, in te mi plasmo, del battesimo tuo la fronte aspergo.
E l'acqua si fa rossa del mio bello e terribile sangue, che non dorme mai, che m'assorda col suo rombo enorme, indomito al cilicio ed al flagello.
E l'acqua bolle come lava, a un tratto. Ecco, e s'è spento ciò che fu perverso: amor simile all'odio, e cozzo avverso di vïolenze, e striscïante patto
di menzogne, e desìo folle d'uccidere o pur d'essere uccisa!...--O vita, o vita, come sei dolce!... O carne rifiorita, come giovine in te l'anima ride!...
Chi tramutò sul margine i calzari di corda in freschi sandali, e la bruna tonaca in veste dal candor di luna, forse caduta dalle vie stellari?...
Chi a me concesse levità sì grande ch'ora cammino come se volassi, e le primule d'ôr sotto i miei passi sbocciano a mazzi per le mio ghirlande?...
.... Uomo, qual che tu sii, col tuo peccato più non mi tocchi. Io, sì, potrò, se vuoi, salvarti: sol ch'io fissi dentro i tuoi occhi i miei occhi. E tu sarai placato.
E s'io t'incontri mai col tuo misfatto pronto nel cuore e nella mano, e quello cadrà: sol ch'io ti mormori: Fratello! in pacata umiltà d'accento e d'atto.
Udremo, nel silenzio pieno d'aria, battere il nostro cuor; ma già lontano da noi, sperduto, non più nostro, vano palpito d'ala che nell'alto svaria.
E il corpo sarà senza consistenza. E l'anima sarà senza confine. Io vedrò in te, tu in me, per le divine luci d'una celeste trasparenza.
E sopra e intorno e dentro a noi sarà la pace. Uno stupor sarà, d'oblio. E tu pel tuo sentiero ed io pel mio andremo, eterni nell'eternità.
COMPAGNI DI STRADA
EMIGRANTI
Sul gelido registro del Notturno Asilo, trema la tua mano grossa, tracciando il nome:--Paolo Gibilrossa, muratore, lombardo.--E taciturno
mi guardi, con quegli occhi così amari nella faccia di bronzo; e attendi.--Anch'io scrivo, se vuoi, sotto il tuo nome il mio: --Ada Negri, poeta.--Ecco. Siam pari.
E questa casa, ch'è d'ognun,--mi senti, compagno?...--è nostra.--Hai sonno. Hai freddo. È lunge la patria. Per l'angoscia che ti punge più che pel freddo, forse, batti i denti.
La vecchia storia sempre nuova io tutta leggo nei solchi e solchi che ti scavano il volto, e nella dura orbita cava degli occhi, ove ogni luce par distrutta.
Porti, nel sacco a spalla, ogni tuo bene; ma raccolto sul petto aver vorresti il tuo bambino, e dargli, se si desti e pianga, un bacio, e il sangue delle vene!...
In sua culla di legno il bimbo dorme laggiù, nella casuccia in riva al fiume: la madre agucchia agucchia sotto il lume, ma in cuor cammina sulle tue tristi orme.
Pòsati, adesso!... Getta il sacco a terra. C'è un po' d'Italia, qui. Spezza il mio pane. Io parlerò con te delle lontane messi che splendon sulla nostra Terra.
Esule al par di te, che di calcina t'imbratti a cementar le case altrui, e pietra a pietra ammucchi in squadra, sui palchi eretto ore morte è più vicina;
strofa su strofa io costruisco i palchi eretti contro il ciel, del mio pensiero: tutte le imbevo del mio sangue nero perchè ben l'una contro l'altra calchi.
E nulla vale a me, nulla a te vale il pazïente sforzo dïuturno: oggi, stranieri, in questo Asil Notturno: doman, forse, stranieri, all'ospedale.
Ma poi che nostro fato è andar pel mondo, tu con la tua cazzuola e col secchiello di calce, io col pensier che m'è coltello infisso ove lo spasmo è più profondo:
andare andar, fin che la morte a schianto ci abbatta colla faccia sulla pietra, per consolar la tua tristezza tetra ti tesserò col canto un dolce incanto.
.... Non vedi?... Dalla porta spalancata entrano, a gruppi, taciti fratelli. Hanno donne per mano, hanno fardelli sul dorso, hanno la fronte umilïata.
Dalle basse finestre, anche: dai muri fenduti a un tratto, e poi richiusi, un dietro l'altro, irrompono: in quegli occhi di vetro ti riconosci, ed in quei volti duri.
Tutti di qualche patria esuli figli sono, e in cuore ne portan crocifisso il rimpianto; e di notte, a buio fisso, i lor fardelli sono i lor giacigli.
E tutti vanno e vanno; e dopo giorno è sera, e dopo notte è l'alba, e lunge la casa è sempre più: sol la raggiunge il cuor, che sa la strada del ritorno.
Strada del sogno, strada, ah, così corta che in un attimo è vinta; ed ecco, il tetto dei padri spunta, e in esso il benedetto capo dell'ava che non è ancor morta!...
Tu, che firmasti Paolo Gibilrossa da Lombardia,--fratello in Cristo:--noi il nostro pane romperem, se vuoi, con questa gente squallida e commossa.
Poco, tu dici?... Guarda: amor lo spezza in cento parti e cento; e il bianco sale vi asperge, e l'acqua versa nel boccale che a cento bocche dà la sua freschezza.
Nella pace dell'àgape fraterna ritroverem la patria; e nell'amore che il tuo pallor fa uguale al mio pallore, celebrerem la sua bellezza eterna.
Poscia, ravvolto nel mantello, al suolo con essi, in fascio, dormirai.--Non io.-- Io poeta, a colloquio col mio Dio sol visibile a me, veglierò solo:
chinata in atto d'umiltà la macra faccia verso i dormenti, infin che sgombra l'alba apparisca, reggerò nell'ombra sul lor riposo la mia torcia sacra.
L'OMICIDA
Orme di sangue scorgo sulla ghiaia. Seguo, in silenzio, la sinistra pèsta. L'aria è pesante. Il ciel cova tempesta, basso così che tocca la petraia.
Sotto l'immota ansia del ciel, le chiazze conto, ancor calde, ancor dolenti, e spio. Nessuno.--È tutto morto, forse.--Ed io unica resto sulle spente razze.
Ma di pietrame dietro un grigio ammasso terminan l'orme--e un uomo s'accovaccia.-- Uomo, chi sei?... Perchè celi la faccia?... Ben fu il tuo sangue a far vermiglio il sasso?...
T'hanno ferito?... ov'è il tuo male?... Lascia ch'io ti lavi la piaga, ch'io t'assista. Guardami....--ah!... mai non vidi su più trista faccia l'orror di più feroce ambascia.
Comprendo. Non è tuo quel sangue. L'hai versato in altri. Oh, meglio assai se fosse tuo!... Non farebbe di sè tanto rosse la terra e l'aria, adesso, e ovunque andrai.
Ma non temere della mia presenza. Io sono fuori della legge. Accanto stanno, e si guardan, sole, ignude, in pianto, la tua coscienza con la mia coscienza.
*
Uomo, io so come il germe d'un delitto s'abbarbichi, per odio, in fondo al cuore. Forse, un giorno, il corrusco odio fu amore: fiamma più accesa, arma più aguzza. È scritto.
Uomo, io so come cresca e s'aggrovigli nel mistero dell'anima il malvagio istinto, e vi serpeggi a spire, adagio, celando in ombra il tossico e gli artigli.
Io so l'indeprecabile, funesto sogno che mostra l'avversario, intriso di sangue, a terra.--Ognun, nel sogno, ha ucciso.-- Ma il braccio non potè compiere il gesto.
V'è tra pensiero ed atto un divïeto supremo. Dimmi, o ignoto--se ti basti la forza--come e quando tu varcasti nella tua rabbia il limite secreto.
Dimmi il lampo e lo stridere e il gioire fra costa e costa, del coltello. E il getto purpureo, da quel petto sul tuo petto allora e sempre, e il vano tuo fuggire:
e il subito cader dell'odio, a piombo sul corpo offeso: e il _dopo_: stupefatto vuoto silenzio, ove il terror dell'atto compiuto fremo come un sordo rombo.
*
Ma tu non parli; e un tremito convulso dalla radice dei capelli ai piedi ti scrolla; e guardi tu, ma non mi vedi, o dai fratelli, per tua mano, espulso.
Colpa e castigo impressi io vedo a un punto sulla tua faccia disperata: e l'uno l'altro divora, e poi rigetta: e niuno scorger da essi ti potrà disgiunto.
E s'anco non ti fulmini del mondo la vendetta, l'Ucciso è in te: qual sasso nel ventre il porti, infin che al peso il passo non ceda, e tu con lui non piombi al fondo.
Io, randagia indomabile, che il giogo degli uomini gettai, che ne respinsi la legge, e dell'orgoglio mio mi cinsi come Brunilde del divino rogo,
io sol padrona a me, solo a me schiava, non ti condanno, nè ti assolvo. Penso che soffri. E accolgo il tuo soffrire immenso in me, qual getto di bollente lava:
di me lo impronto, in me il trasmuto, al cuore tuo lo ridono in pura insonne fiamma converso. Or parti, col tuo chiuso dramma assunto a luce--e ti conduca amore.--
IL FANALE NEL VICOLO
Esso vide stanotte Anna Malpenga, chiamata in basso gergo la Cerbiatta, stringersi al muro, sospettosa e piatta, come attendendo in ansia un che non venga.
L'uomo uscir dalle tenebre, in berretto a visïera sul volto a triangolo, vide; e gettarle, ambiguo, un pacco, e all'angolo sparire. Ella tornò, le braccia al petto.
Tornò, guardinga, l'occhio a spia, fondendo il corpo all'ombra, stretta nel suo scialle, tratto tratto guardandosi alle spalle, tutta nel suo terror rabbrividendo.
E quando entrò nell'orbita rossigna, la denunziò il fanale:--Porti sangue, Anna.--Ma il guizzo tortile d'un angue ebbe, fuggendo, la donna serpigna.
Ed esso attese, in vana guardia, l'alba che, fredda, sporca, sulla roggia lebbra dei muri vacillando al par d'un'ebbra, pose, presso alla sua, la faccia scialba.
*
Un'altra notte vide Irma la Rossa, --che mostra sullo zigomo sinistro due sfregi in croce, e due sbaffi di bistro sotto le occhiaie che l'insonnia infossa,--
paurosa accosciarsi sui ginocchi a una soglia di bettola, se alcuno uscisse e la chiamasse....--ma nessuno si volse al ploro dei terribili occhi.
E a poco a poco ella s'addormentò, col viso in grembo. E lungo e lunge, muto e scalzo, fra le braccia di velluto sorreggendola, il Sonno la portò.
Dove?... Un villaggio, un campo, un ciglio verde di canale, una bimba a lavar panni, e silenzio, silenzio. Ed anni ed anni persi nel tempo, ed ella anche si perde....
.... Ma sussulta. Il fanale è presso a morte nel primo sole. Trepida, la nottola urta al muro, e dilegua senza motto, mentre al giorno la vita apre le porte.
*
Udì pure il fanale (quattro tocchi battevano alla torre di Maria) una voce cantar; ma così pia, così dolce, da mettersi a ginocchi.
E riconobbe il canto di Fiorella, che fu tant'anni in carcere. Serena e fioca,--«Ave,--diceva--o Gratia Plena, che poggi il piè sulla più alta stella.»
Il bimbo delle sue carni corrose dal vizio altrui, così, sur un saccone, cullava; e la materna passïone trasfigurava le parole in rose.
L'ascoltavano gli usci acchiavacciati, le cieche imposte, il lastrico. E il fanale fiamma divenne, accesa a un immortale altar, ritto fra l'ombre dei peccati.
Tacque la voce e ritornò il mattino, tutto bianco di neve ancor del cielo, ancora intatta. Ed il fanal fu stelo di giglio in un albór quasi divino.
IL VIOLINISTA
_Monos e Una_.
Ti strappasti tu l'anima, per farne corda che vibri al tocco dell'archetto?... Da qual paese ignoto e maledetto fin qui portasti le tue gambe scarne?...
Curvo, e quasi incorporëo nel tinto frac slabbrato alle falde, coi capegli lungo-spioventi intorno al bianco degli zigomi aguzzi, hai l'umiltà d'un vinto.
Par che ti sia d'orrore esser fra gli uomini. Ne' tuoi occhi--acqua verde fra le ciglia-- sta la perenne triste maraviglia d'essere vivo. Ma, se suoni, domini.
Nel caffè di sobborgo, ove Arlecchino s'ammorba, in casco, in giacca, colle stanche donne a lato, davanti a coppe bianche di tossici o purpurëe di vino,
tutti i gesti s'impietrano, la massa ha un volto solo, pallido, contratto: ogni favella si fermò di scatto, poi che la tua gigante anima passa.
Donde la porti?... dal delitto, forse?... Questo non è Chopin, non è Beethoven. Sei tu, con la follia che dentro move a turbine, e ti schiaccia fra due morse
talora, e strappa l'urlo; e in un singulto lo spezza; e poi lo sgrana in razzi, in trilli salenti in frenesia, come zampilli di sangue, verso un paradiso occulto.
*
Io che t'ascolto, piccola, celata fra Georg il minatore e Willy il fabbro, pur tengo, dietro questo chiuso labbro, una pulsante forza imbavagliata.
Forza di melodia, che da un tormento intimo viene, e che talor mi strozza dentro così, che n'ho la gola mozza, ma non la posso liberar nel vento.
Manca l'arco che il mio ritmo selvaggio accompagni con l'ebbra ala d'un'eco. Quell'arco è il tuo. Forse tu pure un'eco cerchi nel mondo, o nòmade selvaggio.
O rapsòdo, se tu Mònos ti chiami, io son Una, son quella che tu vai fra terra e cielo in van cercando; e mai sinora ebbe pietà de' tuoi richiami.
Ah, ch'io possa cantar fino a sentire in un gorgo di sangue il cor spaccarsi, e per delizia l'anima restarsi smemorata fra il vivere e il morire:
sospesa al tremolar delle tue corde la voce, come su un azzurro abisso di cieli:--e in religiosa èstasi fisso l'uomo al prodigio, od acclamante a orde!...
.... Ma non per l'uomo.--Per la nostra gioia titanica, soltanto:--per esprimere il sogno, e in lui la verità sublime che nulla muor, se pur la carne muoia.
LA FOLLA
Fluttuo con te, nel tuo sordo tumulto perduta; e tu mi porti e tu mi spingi e mi rigetti, e d'ignorarmi fingi, ma ben m'abbranca il tuo potere occulto.
Sai di sudore umano, e di sporcizia mascherata d'aromi, e del sentore d'ogni travaglio: ogni odio ed ogni amore per oscuro fermento in te s'inizia.
Mi piaci per l'enorme onda vitale che tutta mi ravvoltola, muggente e rischiumante, carne e cuore e mente impregnando del tuo libero sale.
Ogni volto che a lampi appare e spare forse è il mio: chè mio corpo non è questo solo ch'io sento e curo e movo e vesto: chi vi noma e vi scinde, onde del mare?...
D'essere innumerevole è mia gloria e mia superbia; e multiforme, come te, folla; e in preda a tutti i venti, come te, che a folate scardini la storia;
e, se fremito passi di sommossa, ingigantir con te, con te disvellere i sassi e i cuori, ed oscurar le stelle col divampar della mia furia rossa.
LA PORTA SOCCHIUSA
Poi che socchiusa ritrovai la porta, --affaticata per la lunga via-- entro.--Accogliete, o buona gente pia, colei che in volto è bianca come morta.
Ecco il capoccia dall'imperatoria testa, asciutto qual zolla che dissecchi al sole. Ecco la madre dai cernecchi grigi, in umile aspetto umile storia.
Ecco i robusti giovani e le nuore, e grappoli di bimbi fior-di-pesco. Fra i rudi attrezzi del mestiere, il desco è pronto, con la fede e con l'amore.
Prima ch'io sieda accanto al patriarca niveo-barbuto,--ed a' miei piedi il cane guarderà calmo, con pupille umane-- benedirò la vostra mensa parca.
Uscirà tutta,--vinta dall'incanto,-- l'anima vostra dal viluppo oscuro, tacita accompagnando il segno puro nell'aria, e il filo tremulo del canto.
Tutta la stanza splenderà nei volti estatici, nei vetri, nei metalli, nei fasci d'armi avvezze, per le valli fertili, a smover terra, a falciar côlti,
a mutilar boschi e filari, a incidere solchi. A fiore dei rustici balconi verran le azzurre costellazïoni col raggio dei sereni occhi a sorridere.
E più dolce parrà la scabra vita a chi m'ascolterà con mani giunte: e la fatica amore, e le consunte pietre dell'erta un'immortal fiorita.
E i bimbi chioma-d'oro, intenti al mio saio vermiglio ed al mio scalzo piede, adoreranno con ingenua fede in me la vagabonda ombra di Dio.
LA FALCE
Vecchio capoccia, domattina all'alba mi darai una falce per falciare. Ancor dai cieli penderà, sul mare dei campi, l'arco della luna falba.
Sarà l'ora in cui lutto a pena schiude occhi e sensi novelli al novel giorno; e tutto fresco e tutto puro intorno si maraviglia di sue forme ignude.
Io falcerò coi figli del tuo letto e coi nipoti del tuo forte nome, fino a che il sol non sia sovra le chiome raggera, e vino incendiario in petto.
A cento a cento cresceran le biche dietro i miei passi: a me dinanzi il suolo, frante le siepi, non sarà che un solo, per la mia falce, mareggiar di spiche.
E poi ch'io venni in terra per mostrare miracolo, e il miracolo avverrà. La mozza arista si rinnoverà. Noi falceremo per moltiplicare.
Landa, sterpaglia, cavo, anfratto e roccia sfolgoreranno in un gran vello biondo. Non per te, non per noi, ma per il mondo strideran le lunate armi, capoccia!...
Nè donde venga il rutilante abbaglio saprem, se dal meriggio ardente in gloria, o dalle messi offerte alla vittoria nostra, e piombanti a fascio al secco taglio.
E ogni figlio dell'uomo i suoi mannelli --cantando in libertà lungo le strade candide fra il corrusco delle biade-- in alto reggerà come flabelli.
E quando il sol s'avvolgerà di veli insanguinati per la dïuturna morte divina, noi con taciturna bocca la pace implorerem dai cieli:
noi, militi e custodi del tesoro di tutti, accesi nel tramonto gli occhi e gli spiriti in Dio, curvi a ginocchi, solleveremo a Lui le falci d'oro.
PLENILUNIO
Vecchio capoccia, ormai dentro la casa dorme la tua tribù, queta e serena. La casa è bianca nella luna piena dalla soglia di pietra alla cimasa.
Anche l'aia ha un immobile pallore estatico, un candor di nevicata. Lasciami presso il cane, accovacciata col viso a terra. Ho stanco il corpo e il cuore.
Lasciami presso il cane, sulla soglia di pietra. Non cacciò dal suo felice campo Boòz la pia spigolatrice che venne a lui così sperduta e spoglia.
Io sono Ruth dai morbidi capelli color di notte, che d'un manto regio superbamente coprono lo sfregio brutale della tunica a brandelli.
Ma Ruth rimase. Io partirò coll'alba. Io sempre vado e vado, e mai non resto. Sol mi trattien, rete di perle, questo plenilunio che magico s'inalba.
Voglio dormire in un lenzuol di luna come una principessa di leggenda; e della Lattea Via farmi una benda maravigliosa alla gran chioma bruna.
.... Trame d'argento. Ragnatele d'astri. Silenzio. E tutto bianco, tutto bianco.... .... Ma poi la luna piegherà su un fianco, gonfia, inferma, grottesca, fra giallastri
vapori.--E mentre la sua faccia tragica d'assassinata affonderà nel nulla, io pur riprenderò, verso il mio nulla che salvezza non ha, la fuga tragica.
LA MADRE
_Sciara-Sciat._ 23 ottobre 1911.
Non piango, no.--So ben che tu non vuoi, figlio. Il cuore impietrò sotto le bende nere, il tacito cuor che non t'attende più. Non si piange sui caduti eroi.
Un nome s'incavò nella memoria: Sciara-Sciat.--Là piombasti, in una pozza di sangue; e ti fu poi la testa mozza, figlio!...--Non piango, no.--Questa è la gloria.
Tante madri a quest'ora hanno il mio cuore di pietra, e la mia faccia d'agonia!.... .... Tacciono. Così volle,--e così sia,-- la Patria, amor che vince ogni altro amore.