Esilio

Part 2

Chapter 23,793 wordsPublic domain

Cinte le braccia ad arco sui ginocchi, tesi il mento e la bocca in un superbo gesto di volontà, pensi. Niun verbo può dire quel che dicono i tuoi occhi.

Ardor di sangue, ardor di fede, vampo represso.--Ma è ben tuo, figlia, quel viso?... Ove io lo scôrsi, un giorno?... e avea quel riso interïore, e quel selvaggio stampo

d'adolescenza conscia d'esser viva per esser forte!... Ove lo scôrsi?... Forse nell'altra vita. O, forse, in sogno. O, forse, in uno specchio. Ah, mi ricordo!... Empiva

del suo denso pallor la fredda lastra appesa al muro. E mi guardava, fisso. Era il mio volto, sôrto da un abisso d'ombra, e riflesso in torba acqua verdastra:

nuovo a me, dal grande arco delle ciglia al labbro acceso: cerchio inebriante d'enigmi, ove affondavo il cuor tremante: ed ora è tuo perchè il trasmetta, o figlia.

LA MORTE

Se necessario è il male, e necessaria la morte,--anche tu dunque, o Luminosa, morrai?... tu, che letizia da ogni cosa suggi, come ogni bocca sugge l'aria?...

Io t'avrò fatta, io con insonne e fida ansia t'avrò cresciuta, per saperti mortale, e spenta, forse, in braccio averti?... Dunque ogni madre al mondo è un'omicida?...

Dunque la vita mia, che a te coi cento e cento suoi lacerti s'aggroviglia, nulla potrebbe in tua difesa, o figlia nata per la mia gioia e il mio tormento?...

Cingerti non potrebbe un'invisibile veste, d'amore e amor tutta intessuta, che contro gli anni e la ferocia muta della morte ti renda incorruttibile?...

Nella miseria mia solo il patire per te m'è dato, e in esso consumarmi: perchè tu possa, o figlia, perdonarmi d'averti messa al mondo per morire.

IL SOGNO

Non ti basto, lo so. Già i tuoi grandi occhi guardano a un sogno ov'io non oso entrare. Già sulla soglia sei, fra rose chiare che sbocciando ti splendono ai ginocchi.

Già tu ascolti--e un po' piangi, e un po' sorridi-- musiche dolci ch'io non odo più. Piccola mia, fragile amore, tu sei dunque come i passeri dei nidi?...

.... Vento di primavera, erbe novelle, gemme sui rami, nuvole nei cieli, cantar di fonti, verdeggiar di steli promessi al caldo oro del grano, stelle

fulgide come sguardi, novità di tutto, ansia di spremer da ogni foglia il succo, da ogni affetto che germoglia il suo mistero d'immortalità!...

Non io ti mostrerò le cicatrici del cuor, le rosse stimmate, sì a fondo incise, che la vita è nel profondo attossicata sino alle radici.

E quand'anche il facessi, i passi snelli non fermeresti tu sulla tua strada, tu, che infili cristalli di rugiada per farne serto ai morbidi capelli.

No!... Vivi l'ora tua, che una sol volta si vive!... Piangerai dopo. È il tributo sacro. Ma da timor gelido e muto l'ora divina a te non venga tolta.

IL MISTERO

O generata per mirar la gioia negli occhi, e far ghirlande di giunchiglie, passando in danza fra le maraviglie dolcissime d'un maggio che non muoia:

o tu che porti in te la giovinezza di tutti i rivi, e pur ti godi a bere ad ogni fonte che ti dia piacere, ad ogni raggio che ti dia bellezza:

stupefatta io ti guardo, e mi domando chi sei: nè più ricordo il mio supplizio nel procrearti, e il lungo sacrifizio de' miei begli anni, in te sola vibrando.

Nulla ricordo. Ora potrei nel gorgo sparire: nulla più t'è necessario da me: nel getto pieno e statuario del tuo fiorire il tuo destino io scorgo.

Ah, potess'io pensar che da una scorza d'albero, gaia boschereccia ninfa, balzata fossi, e avessi in te la linfa di quel tronco, e la sua virginea forza!...

Balzata fossi dagli oceani immensi, vestita d'alghe, satura di sale!... Ma il peccato d'origine, il mortale peso del sangue incarcera i tuoi sensi.

Sei nuova, e pure in te fremono i mondi: vita io ti diedi, e pur mi sei straniera: penetrarti vorrei, ma tu di fiera semplice grazia il tuo mister circondi.

E vai,--nè io ti seguo, poi che l'ombra mi tiene.--Ma se il mal, belva in agguato, t'abbrancasse, ben io saprei d'un fiato farmi, per te salvar, la strada sgombra:

non sarei che un istinto, un cieco istinto carnale, armato a tua sola difesa: nè cederei, nè lascerei la presa selvaggia, fino a quando avessi vinto.

ALBA

Un sogno risvegliò l'adolescente. Oh, dolce!... Uno sfogliarsi di corolle sulla sua bocca e sul suo cuore, folle per la delizia d'essere vivente.

E balzò a terra, bianca in quel divino languir dell'ombra e delle stelle,--quando nell'aria che pare èsiti tremando non è più notte e non è ancor mattino.

A piedi ignudi sul balcon, soave e ardente, a sè chiamò l'alba virginea: l'assaporò fino all'estrema linea del cielo, ove il sol nasce al suon dell'ave.

Pensò i giardini prossimi a fiorire, l'attender calmo delle forze intatte, le gemme dei roveti entro le fratte, l'acerba novità del divenire.

--Buon dì, primo stormir d'ali e di foglie. Buon dì, nuvole rosa e peschi rosa. Ho quindici anni. È troppo dolce cosa vivere, quando il cuore è sulle soglie.

Chi è colei che vien dall'alto, ed ha ancor fra i veli qualche stella spersa, mentre la faccia è già tutta sommersa nella luce?... sei tu, Felicità?...--

«C'ERA UNA VOLTA....»

--Mamma, narrami ancor: «C'era una volta....» come quand'ero piccola bambina. Sai, mi dicono tutti «signorina».... Ma non è vero. Ho ancor la treccia sciolta.

Quanta neve nell'aria!... Par che scenda il cielo a terra, in turbini di fiocchi, e pur non sembra che la terra tocchi.... Mamma!... Lo vedi: è un tempo da leggenda.

Così soave è la tua voce, se conti di fate, d'astri, di fortuna!...-- --.... Dunque, c'era una volta, nella luna, Re....--«No, non voglio le fiabe dei re...»

--La Principessa allor dirò, che accoglie ad ìnfula i capelli intorno al viso, e col volger degli occhi e del sorriso al suo passaggio fa tremar le foglie....

Ma non la tentan gracili vïole che gelosia di folta erba nasconda: di più liberi campi è sitibonda ov'ella possa respirar nel sole.

Tutta s'immerge nella vampa d'oro che di baci ardentissimi l'investe: ride:--Fratello Sol, guarda: la veste del tuo più lieto raggio io mi coloro.

Canta:--Fratello Sole, ove mi porti oggi, che nostra gioia è così pura?...-- E sembra una celeste creatura che un'occulta potenza in terra scorti.

Tutto move con lei, nell'indicibile festa del ritmo che il suo passo scande, verso la soglia ove l'attende un grande Iddio, dal viso pallido e terribile....--

--Mamma, chi è?...--Non so. Forse l'Amore. Ma mi si ruppe il fil nella memoria. È una storia sì logora!... È la storia d'ognuna.... Anche la tua, mio dolce Cuore.

Ah, non potere averti ancor raccolta nel grembo, contro cento, contro mille!... .... Non tremare. Un racconto delle Mille e una Notte or dirò: «C'era una volta....»--

TRASMIGRAZIONE

Penso a quel che v'ha in me, ch'io in te trasfusi senza volerlo, o figlia, nell'oscuro travaglio della specie, ove il futuro s'incarna e pur s'ignora, ove son chiusi

i germi che la vita romperà: al segreto del sangue, all'energie latenti, alle ancor buie occulte vie, alle tremende possibilità.

Penso all'ignota donna che s'appiatta or, nel fascio di nervi agile al balzo, e nella grazia del tuo piede scalzo se t'aggiri con mosse di cerbiatta;

e nel rapido battere di ciglia che vela e svela....--Ah, basta.--Ah, ch'io non so chi sii, se pur ti feci, se pur t'ho nelle viscere ancor compressa, o figlia!...

Ma che tu sii da me diversa, è giusto. Per questa tua diversità, t'ammiro. Se il mio commisi al fresco tuo respiro, s'io m'innestai nel tronco tuo robusto,

fu per passar con più perfetta forma in coscïenza, in gaudio, in giovinezza nuova: inutili son forza e bellezza se potenza d'amor non le trasforma.

Tu seguirai la sempiterna legge. Viva, entrerai nel sangue de' tuoi figli. Arde nel trasmigrar di quei vermigli rivi la volontà che il mondo regge.

Da te soltanto il cuor caduco avrà la certezza del fato in van promesso a me dal verso sulla carne impresso come un cilicio: l'Immortalità.

LÈVATI, E CAMMINA

LÈVATI, E CAMMINA

Tanto indugiasti!... Non t'accorgi dunque che si fa tardi?... Lèvati, e cammina. Sia per mar, sia per erta o sia per china, fuor che qui dentro la tua strada è ovunque.

Strozza il singulto, e non voltarti indietro. Nulla qui dentro è tuo, nemmeno l'aria, nemmeno quella smorta cineraria che agonizza nel carcere di vetro.

Di tuo non hai che l'anima, confissa nel corpo come nuclëo nel tronco, una tunica nera, un sogno monco, e l'affanno pesante che t'asfissia.

Pur sarai ricca, ricca senza fondo, se riesci a varcar senza tremare la soglia: se riesci, ecco, a svoltare quell'angolo.--Vedrai, mutato, il mondo.

Perchè piangi nell'anima?... Si è forti sol quando tutto si strappò dal nostro cuore, anche il pianto; e solo, e solo il nostro orgoglio in plenitudine ci scorti.

Che stringi in mano?... una piccola ciocca di capelli?... Ma gettala, che muoia nel fango della via, se pur tu vuoi la calma che il ricordo più non tocca!...

Nella selvaggia adolescenza, quando davano i tuoi magnetici capelli scintille al tocco delle dita, e snelli i piedi in gaudio erravano, danzando

ritmi di libertà, Dio t'avea posto nel cuore un Dono. Ed era più che l'oro terreno, ed era più d'ogni tesoro mortale. Fosti in colpa. E s'è nascosto.

E vivesti anni ed anni come sorda e cieca. Or parti. Cercalo. Ma andare andar tu devi senza mai sostare, nella tonaca tua cinta di corda.

Bàgnati ai fiumi, asciùgati nel sole, dormi sull'erba, prega con le stelle. Avrai da quelle tue caste sorelle maraviglia di candide parole.

Cerca tra i sassi, in mezzo al fango, in fondo ai vicoli, alle soglie delle case di povertà, per strade e piazze invase di folla. Cerca te, nel vasto mondo!...

E ingoia libertà sino a formarne fibre di nervi e succo di midolla: sia essa, in te, fecondo hùmus di zolla, sia qual rete di vene entro la carne!...

Allor soltanto sentirai la grazia rifolgorarti nelle viscere ebbre. Nella divinità della tua febbre allor soltanto potrai dirti sazia.

E rivedrai del Dono intatto impressa l'effige in cuore, come in polla viva; ma più non tornerai dall'altra riva, Pellegrina Crociata di te stessa.

LA SERA STRANIERA

Sboccian le stelle elettriche e le stelle del cielo, argentee, sulle vie che ignori e non ti sanno. In cerchi di splendori t'immergi, e mai ti fûr l'ore sì belle.

Nome scordasti, e culla, e la menzogna lunga e lo strazio dell'inutil pianto: qui, se tu parli nel natio tuo canto, niuno t'intende.--Passa: taci: sogna.

Novella pare l'anima in esiglio a sè, come nell'impeto del fresco fiorir di marzo a sè par nuovo il pesco roseo-chiomato, e di se stesso il figlio.

D'ogni basso livor tu l'hai detersa fuggendo: ed or memoria più non hai: sfiori, monda e leggera, il sempre e il mai, in pura infanzia dal lavacro emersa.

Il liberato spirito si snuda pel battesimo sacro. Ardono gli astri al rito. E tu ti fai simile agli astri senza tempo, o mia vita, o vita ignuda.

COLLOQUIO CON L'ANIMA

Sole, di fronte. Non c'è più nessuno. Chi odiammo, è lunge. Anche chi amammo, è lunge. Voce amica o nemica a noi non giunge più. Laggiù in patria, non ci attende alcuno.

Per nostra ferma volontà compiemmo questo distacco. E lacerammo il nodo. Ma il membro donde si sconfisse il chiodo dà sangue. Anima mia, che mai facemmo?...

Tu mi rispondi:--Quel ch'è necessario. Lascia che sgorghi il sangue ch'è corrotto. Poter di rinnovarsi in puro fiotto lascia al torrente impetuoso e vario.

La vita è bella in quanto è forza, calda entro il tuo pugno: d'altri, che t'importa?... Se non sai dominarti, ed a te scorta essere, qual virtù ti sarà salda?...

Io voglio che tu giunga a tale eroica cima, che il nulla pel tuo cor sia tutto, e il tutto nulla; e quel che fu distrutto seme prepari ad altre messi, o stoica.--

*

E ancor mi dici: (e tal silenzio è intorno che il battito dei polsi nell'orecchio mi suona)--Guarda a me come a uno specchio terso, nella tua notte e nel tuo giorno.

Io sono eterna. Il mondo è in me riflesso. Nella mia voce udrai tutte le voci che vuoi, canore, tenere, feroci, false, sublimi. Io ti sarò da presso

e da lontano, come tu vorrai: penetrerò per te la vôlta cava dei cieli, e sarò in te, simile a schiava accosciata nell'ombra. E mi amerai

d'amore. Ah, nessun mai suddito e donno tu avuto avrai come la mia presenza compatta ed invisibil, coscïenza e senso, in te vivente anche nel sonno!...

Tanto, che della morte avrai paura sol perchè allora io ti sarò divulsa dal corpo: e me ne andrò, tragica espulsa, te dai cieli implorando, o creatura.

MEDITAZIONE

Considera che nuova è la tua via, o magnifica anima vagabonda. La nave che si stacca dalla sponda più libera non è che tu non sia.

Considera che basta un pane, e un poco di sale, e un sorso d'acqua al tuo bisogno. Mangia la rossa carne del tuo sogno, bevi del tuo pensiero il vin di fuoco.

Se turbi a volte oscura disianza d'amor le vene all'aspra giovinezza che non è morta, in taciturna ebbrezza bacia ed abbraccia in te la tua sostanza.

Ella, ella sola t'è fedele: abissi d'ombra, immense voragini di luce ti scopre: a regni d'èstasi t'adduce per mano, e, s'ella vuole, il sol tu fissi.

*

Considera che il sasso ove tu inciampi è parte del tuo Io, come la mano estranea che ti tocca, ed il lontano cielo, e le spiche, e l'alte erbe de' campi.

Considera le linee sinuose del corpo, vive del tuo sangue ardente, qual limite non già, ma qual fluente legame a tutte le terrestri cose.

Aderisci con ogni atto all'essenza cosmica. Dilatarsi della vita il nucleo sentirai, fin che smarrita t'immerga nella Universal Presenza.

Piccola donna in così grande spazio, oltre il peso, oltre il numero e il confine vivrai: del tuo principio e del tuo fine dèspota: il cuore, ora e in eterno, sazio.

*

Considera che tu fosti in peccato mortale: che strisciasti, curva e stracca, per tortuoso error, con la vigliacca tua debolezza e la menzogna a lato.

Considera che eccelsa è la tua sorte, se puoi, dal pozzo ove la coscïenza affogava, aggrapparti alla potenza originaria e vincere la morte:

e che improvviso sfolgorar di stelle dà più folle vertigine a colui che dall'intrico di meandri bui con pertinace volontà si svelle.

Sorpassata la colpa ed il martirio, ondeggiando or disperditi in lucenti vie di silenzio e d'estasi.--Mi senti ora?... chi sei?... Boote, forse: o Sirio.

LA SOSTA

M'appoggio a un tronco, scivolo a ginocchi, confondo anima e corpo alle contorte radici.--E tu credevi d'esser forte, povera donna!...--Or sosto un poco. Ho gli occhi

stanchi di sole: anche il cervello. Ho questi densi effluvî nel sangue, come un tossico inebriante ed omicida. Ho gli ossi che mi dolgono, come in chi si desti

da lunga febbre. E il combattuto orrore ch'io credetti d'aver pur ieri ucciso, eccolo, è qui, m'abbranca il petto, il viso mi schiaffeggia, mi sputa, ecco, sul cuore.

Dio che mi vedi, a questo m'hai condotta tu, perch'io tocchi un segno eterno. E lunga ed aspra è l'erta ancor, fin che il raggiunga, e già m'accascio come cosa rotta....

Fa almen ch'io non mi volga indietro, ch'io non dubiti, non tremi, non mi penta del già compiuto; e dentro me ti senta, sola fiamma inesausta, ardere, o Dio.

L'ARSURA

Ritta nel sole, colle man sul fronte a schermo, guardi se un ruscello appaia, se qualche roccia della rea petraia pianga per una sua cerula fonte.

Nulla: non trovi nulla, fuor che sassi, polvere, ortiche, calcinacci. E rabbia d'arsura, quasi che rovente sabbia colle contratte fauci respirassi.

Dio mio che sete!... Asciugheresti i fiumi. Ma non v'è nube in ciel, ma non v'è filo d'acqua fra pietre. Avessi tu uno stilo per ferirti, e succhiare il sangue a grumi!...

Dio mio che angoscia!... E niuno, e niuno accanto, che ti dica:--Coraggio!...--che la strada ti accenni, che ti mormori:--No, bada, caschi!...--Se hai sete, ingoialo, il tuo pianto.

E sien per te le assaporate lacrime amara voluttà di beveraggio nuovo, che nuovo renda il tuo coraggio, esasperando i sensi aridi ed acri.

Se ancor parla viltà, con mani a morsa strozzala, e getta il cencio dietro un folto di rovi.--Fin che avrai te stessa, molto avrai: tutto.--E prosegui la tua corsa.

E impara a non fidar che ne' tuoi occhi e nel tuo piede: a non attender niente dagli uomini, e in te una e onnipossente creder,--se aver non vuoi rotti i ginocchi.

In te sola trovare acqua di vena per sete, campo per raccolto, foglia per ombra....--allora, e sol se tu lo voglia, comincerà per te la vita piena.

PIÙ IN ALTO

Hai tu coraggio di salir più in alto ancor, sino alle rocce irte del culmine? Bada! Quei tronchi li ha schiantati il fulmine, che dentellò quei picchi di basalto.

Hai tu sìstole e diàstole sì forti che non abbian, là, presso il ciel, paura d'asfissia?... Bada! L'aria è così pura la sù, che uccide chi il suo cor vi porti.

Gettasti, veramente, nella fogna la pupazza di cenci, incoronata di carta d'oro e a gonna impastoiata, che fosti fino a ier, per tua vergogna?...

Sai tu bene ohe sia la solitudine lapidaria, che sta fra terra e cielo senza speranza?... e puoi, tu, di quel gelo farti una veste di beatitudine?...

Sei ben certa d'aver gettato ai sassi, dietro le spalle, tutto, proprio tutto, tanto che il mondo di te porti il lutto come se fossi, diaccia, fra quattr'assi?...

Padre e madre non più, nè creatura nata da te, nè alcuno che ti tocchi da presso, nè rimpianto che i ginocchi ti spezzi, nè desio di cosa impura?...

Allora va. Sul vertice più eccelso della montagna, che somiglia un grido pietrificato verso Iddio, tu il grido ritroverai del tuo soffrir più eccelso.

Ma antico quanto il mondo, e vano, o cuore selvaggio, o monte intrepido, sarà quel grido. E l'eco lo rimbalzerà di picco in picco, in van:--Perchè, Signore?...--

I GIARDINI

Giardini oscuri, simili a foreste vergini, carchi d'èlitre ronzanti entro socchiusi calici, formanti a quete ville una gelosa veste:

giardini oscuri, ove il colloquio delli alberi varia a ritmo d'acqua e d'aria, date una fronda anche alla solitaria che si sofferma, pallida, ai cancelli.

Ella è colei che non trovò la pace mai, nè pur quando l'ebbe faccia a faccia, e il suo dolore amò, sol d'esso in traccia correndo, e solo in quel disìo tenace.

Ella è colei che nacque per andare andar, fin che le manchi il soffio e il passo, e morte eterna uguagli il corpo al sasso sotto l'eterna fissità stellare.

Adesso è stanca. Il sole, a piombo, è spada arroventata, è ardor che in mille e mille roghi conflagra. Dolce alle pupille goccia d'acqua sarebbe, o di rugiada:

dolce, alla bocca, ritrovar nel calice d'un àrum bianco un sorso per la sete: e poi dormir, supina, in una rete di frasche, sotto il murmure d'un salice.

Ma dormire non può.--Sonno s'è tolto e tregua: poi che un attimo d'oblio basterebbe a nasconderle del Dio che va cercando il sospirato volto.

Nè ombra può goder: poi ch'essa vuole ardere, sino a non formar che un puro getto di fiamme, alto così nel puro cielo, che in sè lo riassorba il sole.

L'OASI

Chi ti condusse alle incantate soglie?... Non sai. Lasciasti l'ombra nel cortile diaccio, di pietra. Ora nel dolce aprile un aroma di mammole t'accoglie.

Ma forse sogni. Oh, non destarti, o squallido cuore infermo!... A capriccio, piove e spiove: sotto le rade lacrime non move pure una foglia, e il cielo è tutto pallido.

E le gemme sui bronchi sono bionde d'infanzia; e i peschi e i mandorli ed i meli, entro le aeree nuvole dei veli caduchi, attendon l'ora delle fronde.

Chiare ombrelle di salici s'affacciano ai cancelli ove a spire il biancospino s'ingiglia. A tratti, nel languor divino, qualche petalo muor su la tua traccia.

Tutto è sì lieve che par fatto d'ale e d'aria: anche il tuo passo e la tua forma terrena: e il senso par che in te s'addorma sotto l'incanto che non è mortale.

Giardini ignoti sotto cieli ignoti benedicenti!... Or tu rinasci, infante gaia, con pura bocca ancor fragrante di mistero, con puri occhi ancor vuoti

di visïoni: occhi di maraviglia innocente, pel prato ch'è sì verde, pel cielo ove la nuvola si perde e il pesco che tremando s'invermiglia.

Niuno ancora sul labbro ti baciò. Niuno ancora sul cuor ti camminò, le vesti con le carni ti stracciò, sotto suola di ferro ti pestò.

Sàlvati!... Spranga della tua memoria tutte le porte!...--Sei bambina.--Hai viso di fiore, carne che non duole, riso senza doppiezza, cuore senza storia.

Scrive ora sulla tua pagina bianca i primi segni di bellezza il petalo aerëo, che in tacita e quieta discesa, dal sognante albero, manca.

T'appare, per la prima volta, Iddio. Ne hai, sommo, per la prima volta, il senso. Te adori in Lui, Lui stringi in te. L'immenso Volto si assorbe nel tuo volto pio.

In fiore in frasca in nube in acqua in pianta l'anima inesauribile ritrova la sua gioia d'origine. Oh, la piova d'april ti lavi, o Rinverdita!... E canta.

LIBERTÀ

--Il tuo nome?...--mi chiese il vagabondo, camminando con me lungo un fossato. --Lo lasciai sui registri dello stato civile, in un grigio angolo del mondo.

Mi schiaffeggiò di me cruda vergogna fra l'uom, belva di cauta zanna losca che per meglio colpir meglio s'imbosca, e la femminea serica menzogna.

Se uomo e donna tali sono, io voglio esser altro. Esser altro!... E pur m'è tolto strapparmi questo corpo e questo volto umani a strazio del mio duro orgoglio.

Buffa e tragica cosa, essere inscritto nello stato civile, a chi il suo crisma chiede all'eterno, a chi nel vasto prisma dell'anima rifrange anche il delitto!...

Buffa e tragica cosa, avere un nome che ognun dice, bestemmia, ama, ricorda!... È il doppio nodo, al collo, della corda che un dì ti strozzerà, nè saprai come.

Così fuggire, è pazzo ed è sinistro, lo so,--soli col nostro aspro coraggio. Ci arresteranno per vagabondaggio, fratello!... E v'è anche in carcere un registro.

Lì ben dovranno imprimere le scarne dita il suggel di riconoscimento, il _nome_: tatuaggio che l'armento umano porta sulla viva carne....

Ma noi--tendi l'orecchio, a bassa voce parlo, che non ci ascoltino i roveti-- ma noi ci fingeremo analfabeti, fratello!... E traccerem, nuda, una croce.

*

Croce di vita!.... L'ombra delle braccia nere, tese all'amplesso senza scampo, per monte e valle, per foresta e campo ingigantisce sulla nostra traccia.

Liberi?... Hai tu la tunica del vento, forse?... Puoi star senz'acqua e senza fuoco?... Illudimi, se puoi. Sol per un poco calmalo, questo mio vano tormento.