Esilio

Part 1

Chapter 13,280 wordsPublic domain

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ADA NEGRI

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ESILIO

MILANO

_Fratelli Treves, Editori_

1914

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*Terzo migliaio.*

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono_ _riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la_ _Norvegia e l'Olanda._

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Tip. Fratelli Treves.--1914

Indice

- SOLITUDINI ..................................................... 1 - SORELLA ANNA ................................................. 3

- XXXI DICEMBRE ................................................ 7

- PAROLE NON DETTE ............................................. 11

- LA CASA DEL SILENZIO ......................................... 13

- LA SOGLIA .................................................... 17

- LE DUE SIEPI ................................................. 21

- SERVIRE ...................................................... 25

- PÀNICO ....................................................... 29

- COMPRENDERE .................................................. 31

- LA COPPIA .................................................... 33

- A UN SUICIDA ................................................. 35

- IL POZZO ABBANDONATO ......................................... 37

- RIVO FRA PIETRE ................................................ 41 - CONTRASTO .................................................... 43

- IL CANTO ..................................................... 45

- FRESCHEZZA ................................................... 47

- IL VOLTO ..................................................... 49

- LA MORTE ..................................................... 51

- IL SOGNO ..................................................... 53

- IL MISTERO ................................................... 57

- ALBA ......................................................... 61

- «C'ERA UNA VOLTA....» ........................................ 63

- TRASMIGRAZIONE ............................................... 67

- LÈVATI, E CAMMINA .............................................. 71 - LÈVATI, E CAMMINA ............................................ 73

- LA SERA STRANIERA ............................................ 77

- COLLOQUIO CON L'ANIMA ........................................ 79

- MEDITAZIONE .................................................. 83

- LA SOSTA ..................................................... 87

- L'ARSURA ..................................................... 89

- PIÙ IN ALTO .................................................. 93

- I GIARDINI ................................................... 97

- L'OASI ....................................................... 101

- LIBERTÀ ...................................................... 105

- L'EVASIONE ................................................... 109

- ROSE ......................................................... 111

- LA SUORA ..................................................... 113

- LA FONTE ..................................................... 115

- COMPAGNI DI STRADA ............................................. 121 - EMIGRANTI .................................................... 123

- L'OMICIDA .................................................... 129

- IL FANALE NEL VICOLO ......................................... 135

- IL VIOLINISTA ................................................ 141

- LA FOLLA ..................................................... 147

- LA PORTA SOCCHIUSA ........................................... 149

- LA FALCE ..................................................... 153

- PLENILUNIO ................................................... 157

- LA MADRE ..................................................... 161

- IL DONO ...................................................... 165

- LA VERGINE E IL FALCO ........................................ 169

- A COLUI CHE NON È VENUTO ..................................... 175

- PONTE DI LODI ................................................ 179

- L'INFERMO .................................................... 181

- PASSIONE ..................................................... 183

- L'INCANTESIMO DEI FIORI ...................................... 187

- I GIACIGLI ................................................... 191

- L'UOMO SEPOLTO ............................................... 197

- SPERANZA ..................................................... 203

- NOSTALGIA .................................................... 207

- LA CERCATRICE D'ORO .......................................... 211

- CONFESSIONE .................................................. 215

- LIBERAZIONE .................................................. 221

- I SOPRAVVISSUTI .............................................. 229

SOLITUDINI

SORELLA ANNA

Chiama chiama--ed alcun non le risponde-- la Donna prigioniera nella Trappa: dello spiraglio ai ferri ella s'aggrappa, livida tra le sparse ciocche bionde:

notte e giorno, alba e vespro, estate e inverno, chiama ed attende, chiama e spera, chiama e piange:--taglia l'aria come lama lo stridor vano del singhiozzo eterno.

*

«Sorella Anna, tu che insonne vegli sulla torre più alta, e conti gli astri e le nuvole in cielo, e i vïolastri veli dell'alba cingi a' tuoi capegli:

se è ver che la Speranza t'assomiglia e che il tuo sguardo scorge oltre il mistero, mira se lungi appaia un cavaliero lanciato a corsa su disciolta briglia.

Forse or non è che un punto all'orizzonte, solo un punto: e convien, sì, ch'ei galoppi!... Ma è lui: verrà: l'attendo ormai da troppi anni: verrà dal mare, o pur dal monte.

La prigion che mi serra ha sette porte, ognuna è chiusa a sette catenacci: Sorella Anna che lassù t'affacci, prima ch'ei venga, ahimè, verrà la morte!

Se tu mi chiami, forse io non ti sento, sì concitato è il rombo delle vene. Polsi pieni di battiti, più lene segnate, in grazia, il ritmo del tormento!

S'io mi conficco l'unghie dentro il palmo, mi placo.... Come, là in un canto, il viscido e cauto ragno a sè tessendo i lisci cerchi della sua tela appar sì calmo,

io la mia tesserò, con passïone tenace, con fibrille del mio cuore, con sogni e sogni: e per eluder l'ore io farò del mio pianto una canzone....

Ma ten prego, se avvien che alcun tu scorga, agita il velo, gridagli che sproni la corsa a volo, pria ch'io m'abbandoni, soffocata dal sangue che s'ingorga!...»

*

.... Il tempo stilla, in fredde gocce.--È morta l'Anima, o sul suo spasmo si rannicchia, muta ascoltando se una nocca picchi nel muro, o un pugno scardini una porta?...

Il tempo stilla.--Un anno? o dieci? o un'ora?... Non chiave nelle ferree toppe stride. Dall'alta torre che nel ciel s'incide Sorella Anna si protende ancora.

XXXI DICEMBRE

Trentun dicembre, mille e novecento undici, mezzanotte.--Taci e pensa, anima.--Nella vigile ed intensa tua fiamma, vivi; ma il Destino è spento.

Più non si specchia innanzi a te il domani. Nulla aspetti, nè chiedi. La speranza sparve, col sogno. Il tempo che t'avanza sarà come la sabbia fra le mani.

Troncato è il laccio che alle creature t'avvinse, pel tormento e per l'ebbrezza. --Lontanissima, e sola.--Hai l'aridezza della rinunzia sulle labbra dure.

Nella rigida notte, aspre le stelle, simili a chiodi per martirio infissi nelle vôlte dei cieli, entro i tuoi fissi occhi incrociano l'iridi sorelle.

Fuor del tempo, del peso e dello spazio, da te sôrta, in te chiusa, in te bastante, stai. Si consunse il corpo palpitante nelle stimmate stesse del suo strazio.

Quel che ti scosse, amore, odio, rimorso, quand'eri carne appassionata e cuore schiavo, e fece di te tutto un dolore vile, in ansia di tregua o di soccorso,

or cadde: è cencio a terra, è coccio a mare. Nuda or tu sei fra veli d'aria: forte di te soltanto: e ignori se sia morte o vita la tua nova alba stellare.

Vegli fra due voragini, in oblìo. .... Vuoto di solitudini senz'orme, rombar sordo di fiumi, alito enorme di venti, ombre di nubi....

Ascolta.--È Dio.--

PAROLE NON DETTE

Parole che la bocca mai non disse, per pietà, per orgoglio o per paura, che ai labbri spinse una demenza oscura, che un più forte volere ivi confisse:

parole non di suono ma di palpito, miste al sangue pulsante, alla saliva di che il tacer s'abbevera, alla viva carne che soffre, al cuor che batte a scalpito:

han, nel profondo ove s'accolgon bieche, (e chi dir non le volle in sè le udrà sempre) un'allucinante fissità di facce spente, di pupille cieche.

O creatura dalle chiuse labbra, sulla parte di te che fu soppressa il tuo silenzio è pari a una compressa gelida su ferita che si slabbra.

O creatura che disìo non chiama più, che amor più non sveglia!... Un'ora sola a te segnava Iddio per la parola che non dicesti: ed or dentro ti clama.

Rannìcchiati in disparte, ingoia il pianto, avvilùppati d'ombra. È tardi adesso per la tua verità. Tu sei già presso la soglia eterna, ove il silenzio è santo.

LA CASA DEL SILENZIO

Casa ch'io sogno, le tue basse mura soffoca, a spire, l'edera malvagia. D'intorno, ove la piana ampia s'adagia, una quiete millenaria dura.

La passïon dell'edera t'allaccia tutta, dalle radici alla cimasa. Tu quasi il sol più non iscorgi, o casa bruna, nascosta in boschi senza traccia.

Attinge l'acqua con antica corda al pozzo, e coglie l'erbe, e l'acciarino batte, per suscitar dentro il camino la fiamma, una schiavetta muta e sorda.

Nel focolare ardono ceppi enormi, e le mobili lingue azzurre e gialle s'inseguono, s'intrecciano, farfalle e serpi, in guizzi, in fughe, in nodi informi:

l'allegrezza selvaggia della vampa sibila, rugge, splende, s'invermiglia d'odio e di sangue, e snoda ed attorciglia tentacoli.--E m'esalto, io, della vampa.--

D'essa mi nutro, e del mio chiuso cuore. Ho, per la sete, qualche frutto, e il secchio. Ricopersi d'un vel ciascuno specchio per non tremar davanti al mio pallore.

Ch'io non ricordi!... Che il passato in torbide acque sprofondi come bestia morta scagliata a fiume lungi dalla porta di casa, a che il suo lezzo non ammorbi!...

Ch'io non ti porti più così ferita pel mondo, camminando su rasoi taglienti, anima ignuda, che non vuoi morire, e tanto sprezzo hai per la vita!...

.... Giardin ch'io sogno, i tuoi cancelli spranga. Bizzarri e inestricabili viluppi di tronchi e fronde, e rose e rose a gruppi sorgon dal suolo che non sa la vanga.

In te il silenzio è cosa viva, ch'io stringo a me come un mazzo di corolle. D'esso mi nutro, e del mio sogno folle. D'esso mi fascio, e son simile a Dio.

Che è che romba per gli androni, ed empie di sè la casa, e palpita e volteggia nell'aria?... È il cuore, è il cuor che mi vaneggia, è il sangue che mi batte entro le tempie.

Che è che balza su la brage, e nella cappa rugge una sua rossa parola?... .... Anima, tu, che esulti d'esser sola, e ardi, e dal tuo rogo esci più bella.

LA SOGLIA

La soglia è grigia, di corroso sasso. L'erba s'inciuffa tra le fenditure. Offese il tempo un «salve» inciso in pure linee di grazia sul gradino basso.

La gran porta di quercia non ha chiave per aprir, non anello sul battente. Immota, nulla vede e nulla sente dalla prim'alba al palpitar dell'ave.

--Pietra, e silenzio.--Investe a vampe il sole il travertino antico, e lo schiaffeggia la pioggia, e in gelidi aliti volteggia la neve ad esso intorno, e le viole

spuntano tra gli spacchi, e fruga il vento dove può, come può, strisciando al muro: muta la porta sta, quale su duro volto un serrato labbro vïolento.

Dietro di sè con spranghe e con uncini di ferro asserragliandola, gli Amanti stanchi del mondo e de' suoi vani incanti la sbarrarono un dì contro i destini.

Stanchi del mondo e sol di sè beati, l'un sul labbro dell'altra, il verde assenzio bevvero dell'esilio e del silenzio, ne l'immemore gaudio avviticchiati.

Che fu di loro?... In essi ancor non langue la febbre che li fa con torvo acrore cercar coi baci entro la carne il cuore, ed agli amplessi dà sapor di sangue?...

O pur la sazietà così li torse che l'un nell'altra incastrò l'ugne a scempio, sibilando, accanendosi nell'empio strazio, che in arma il pazzo amor ritorse?...

O pur, per vie segrete, per recessi opposti, al sol tornarono, alla vasta luce, alla libertà che amor sovrasta, in cerca d'aria, in cerca di se stessi?...

.... Pietra, e silenzio.--Sulla soglia l'erba cresce, e s'affolta, solo umile accento di vita; e par che plachi in cento e cento piccoli baci una follia superba.

Dice: Perchè?...--Con un aulir selvaggio e dolce, dice: Si trasforma amore. Casa che soffri come un chiuso cuore, perchè non t'apri, ora che torna maggio?...

LE DUE SIEPI

Sale a fatica--e come il piè la regga ignora, e come a sè dischiuda il varco-- fra i rovi aguzzi di due siepi ad arco la Donna che non ha chi la sorregga.

Dalla diritta tunica vermiglia emerge, quale fiamma dalla face, il volto, che un'insonne e pertinace cura protende, solca ed assottiglia.

Non più di carne: d'anima è quel volto senza bellezza, senza gioventù. E pur nessuna donna al mondo più superba apparve, nel suo crin disciolto.

Chiude, è vero, le pàlpebre sugli occhi talvolta, stanca; con la floscia piega sui labbri di chi sè da sè rinnega, mal raffrenando il pianto che trabocchi.

Si domanda: Perchè?...--Se una parola le alitasse, or, sul collo, e fosse bacio più che parola!... se, improvviso, un laccio umano le cingesse, ora, la gola!...

Ma a un sasso inciampa, a un pruno irto le mani punge. Sovvienle allor del suo destino. Non ha che sè, per compiere il cammino. Non ha che sè, per l'oggi e pel domani.

Beve alle pozze d'acqua, strappa more alle due siepi, e cupida le addenta. Sol di questo, e d'un sogno, ella alimenta il soffio della vita interïore.

Ella sa d'un giardino ove i rosai l'attendono, dai calici di fuoco l'anima vaporando a poco a poco verso l'Ignota che non giunge mai.

Là, fluir d'acque, murmuri di brezza densa d'essenze, letti d'erba, aurore sacre: là, quella in cui non osa il cuore cullarsi, insostenibile dolcezza....

Sorgerà un giorno, per magia, per gioia, nel suo gran verde, a sommo della strada. Purchè l'orme non sien false; e non cada ella contro le siepi, e non vi muoia!...

.... Giunge.--Ma innanzi al devastato campo, ai mozzi tronchi, ai rami ignudi, serra l'unghie nel palmo: poi s'accoscia a terra, come la fiera che non ha più scampo.

SERVIRE

Poi che ogni donna è al mondo per servire con la carne caduca e l'immortale spirito acceso, docile fra il male e il ben, soggetta in piangere e in gioire:

poi che ogni donna è ancella a chi le prenda per vïolenza il palpitante cuore, io riconosco, o Dèspota Dolore, su me la tua sovranità tremenda.

Amo il tuo bacio, ch'è morsicatura perversa, e n'ho sul petto e in faccia i lividi. Tu ti diverti a torturarmi, e i brividi misuri e godi della mia paura.

Ti nascondi, talvolta: e allor m'avvedo, ecco, ch'è maggio, e che nel ciel le stelle son come i fiori sulla terra; e delle stelle e dei fiori uguale, ecco, mi credo.

Ma tu, ch'eri in agguato, a un tratto l'ugna m'affondi in collo, e sì mi scuoti, e a sangue baci e maltratti: ed io m'affloscio, esangue, fra le tue braccia molle come spugna.

Mi sei buono, talvolta, e suggi lieve le mie lacrime calde dalle ciglia; ma io sorrido senza maraviglia, chè troppo so come la sosta è breve.

Terribili silenzi son fra noi, talvolta. Immoto, tu somigli a un morto, ma vegli. Immota, perso in te lo smorto viso, nel cuore io medito de' tuoi

celati artigli l'azzannar protervo, repente.--Se tu vuoi, potrò domani morire. Mi sarà, dalle tue mani, dolce. T'amo così. Così ti servo.

PÀNICO

Paura della vita, a tradimento or su me piombi, e il tuo nodo scorsoio mi getti al collo; ed in me stessa io muoio senza morire, diaccia di spavento.

Ed i giorni e le notti che verranno m'appaion come maschere impenetra- -bili; e con peso di massiccia pietra l'ieri e l'oggi sul cuor lividi stanno.

Da coloro che un dì chiamai fratelli sì lontana mi sento, che a soccorso non grido: non udrebbero: ahimè!... corso troppo ho dinanzi a lor, con piè ribelli.

Ciò che fu non è più--ciò ch'è presente non vale--sul futuro c'è una porta chiusa, di bronzo.--Io son fra quella porta e il mio terrore.--Io son quasi demente.

Pure conviene attender l'alba, attendere con piè fermo, con fisso occhio, il ritorno del sole. E il sol guardare, e il chiaro giorno godere, come un fior--senza comprendere.

COMPRENDERE

No!... Comprenderti voglio, o vita, o vita che m'attanagli con sì dure branche, e a prova nelle mie viscere stanche prima scavi poi baci la ferita.

Io non ho membro che non porti il segno della tua vïolenza--e il sanguinante mio cor t'ha in sè confitta, rutilante scure che strappa alla radice il legno.

Quando comprenderò, forse il tuo gioco barbaro diverrà per la mia mente un nulla, un fior che sboccia, una vanente nube, vermiglia del tramonto al fuoco.

Quando comprenderò, ti sarò grata forse del vario strazio che m'infliggi, torturatrice, che unghia e dente figgi dove la carne più ti par malata.

Dimmi il perchè, se un perchè esiste. Io voglio saperlo, per gioirne; e del dolore far delizia pei sensi, urlo d'amore per l'anima, corona per l'orgoglio.

LA COPPIA

Passa una coppia, ove non è la luna. Risa sommesse. Aneliti. Carezze senza pietà, come vendette. Asprezze di baci folli. Poi, silenzio. È l'una.

Si smemora la notte, in un'insania dolce. È il languor dei grappoli d'acacia. È quella coppia in ombra, che si bacia. È l'aroma del filtro di Brangania.--

.... Tu che fai qui?... Rasenta i muri, e asconditi il viso coi tuo vel, tu che sei sola!... No.--Resti.... Non v'ha lacrima o parola di rimpianto nei calmi occhi profondi.

Sola sei, con la nera ombra difforme tua, che t'insegue sul pallor sidereo del marciapiede. E fredda, nel cinereo volto di sfinge e dentro il cuor che dorme.

Pur ieri ardevi sino alle midolla del fuoco per cui sol bella è la vita. Chi ti strappò l'anello dalle dita?... Chi a te del sogno inaridì la polla?...

.... Vedesti il teschio nello specchio, tu. Quei felici che passano, non sanno, ma sapranno.--Oh, il gran ghigno dell'inganno in quella lastra!...--Ora non soffri più.--

A UN SUICIDA

Stolto!... Ed eccoti lì, come uno straccio. Che anima di crusca avevi tu mai, che al primo fendente, a mucchio, giù t'è sfuggita?... Sei vuoto, ora. Sei diaccio.

Sei una cosa inutile, che il piede getta da un lato, e terra copre, e croce non vuole. Non più bocca hai per la voce, nè mano per carezza, e cuor per fede.

Ah, sol per questo, vivere era bello, sia pur soffrendo!... Piangere o godere, abbrividir di strazio o di piacere, che importa, pur di esistere, o fratello?...

Io non voglio il tuo sonno. Io d'una cosa sola ho il ribrezzo: della morte.--Il resto è gioco, anche il dolor più orrendo, questo dolor, che tutta m'ha pesta e corrosa:

e più esso m'affanna, e più vibranti fiamme attizzo al mio fuoco d'energia: e poi che andar bisogna, e tu la via mi sbarri, ti scavalco,--e passo avanti.

IL POZZO ABBANDONATO

In fondo al pozzo abbandonato è notte. Muffe rampanti, viscidi licheni bacian, con bocche gonfie di veleni, la scabra pietra e l'ime acque corrotte.

Non stridìo di carrucola, non rostro gaio, reggente a grossa corda il secchio che, grondando, risalga, a glauco specchio del sole. L'acqua, in fondo, è come inchiostro.

Vive di sè, della tenace polla che, dal concavo sasso in sue perenni forze fluendo, il sonno dei millenni rompe con qualche pullular di bolla.

Più non ricorda che una bocca umana di lei godette, in lei languì, rinacque dal refrigerio limpido dell'acque quale un bel frutto rosso.--Oh, gioia vana

ormai, sgorgar da chiara tazza agli avidi aperti labbri, all'arse fauci, ai vivi moti del cuore, in schietti sorsi, in rivi di freschezza, in rigurgiti soavi!...

Sol ritrova sua vita e sua fortuna se, cinta d'astri come d'una rete di gemme, il volto pallido per sete specchi entro il pozzo, alta nel ciel, la luna.

Allor ne l'acqua è un'ansia, un brividìo trepido, un riso d'èstasi, un gorgoglio appassionato, un impeto d'orgoglio che la solleva dal malvagio oblìo:

fino alle scaturigini traluce di perle in danza, al magico fulgore: in ogni guizzo, in ogni goccia amore palpita; ed acqua più non è; ma luce.

.... Così, così, dal pozzo che scavasti tu stessa, anima mia, per esser morta pria di morire, e dove stagni, assorta nella rinunzia d'ogni ben che amasti,

ti svegli, tutta in fremito, di schianto, nell'inganno d'un sogno; e in quel bagliore sommersa, torni luce e torni amore, trasfigurata dal sereno incanto.

RIVO FRA PIETRE

CONTRASTO

Figlia, i rami di pesco e biancospino di che s'adorna il tuo bel marzo acerbo, cangia il soffio del tempo in un superbo sfiorir di rose lungo il mio cammino.

Già un poco sfatte, e del color del sangue che si raggruma a fior d'una ferita, l'inebriante aroma han della vita che per eccesso di pienezza langue.

Figlia, e tu non lo sai. Tu bevi i venti del largo, in quell'incerta mattinale ora, che, ancor fasciata d'ombra, sale, carico il grembo di promesse ardenti.

Non vedi ch'io mi fo sempre più smorta fra il sitibondo aulir di passïone delle mie rose; e ch'io ne fo corone per appenderle in voto alla tua porta.

IL CANTO

Tu canti sempre. Canti come ridi, come parli. Hai nel canto una ragione di vita. Ondeggi e splendi in un alone di note. In te v'è un pispigliar di nidi,

uno stormir di foglie al vento mosse. Ma non ti disser pagine o maestri le tue canzoni. Al fluttuar degli estri pieghi, e all'ultima gioia che ti scosse.

Parole e ritmo sgorgan per incanto dall'anima cangiante come prisma al sole. Iddio con questo alato crisma benedisse in te, figlia, il riso e il pianto.

E tu basti alla tua serenità, o creatura d'armonia: vivente melòde, ti disseti alla sorgente che su dal cuore zampillando va.

FRESCHEZZA

La tua freschezza, o creatura, è simile al brusir della pioggia sulle foglie di giugno, quando scoppian le magnolie carnee sul ramo, e i gigli sembran calici

pieni d'acqua; o al crosciare della pioggia d'autunno, quando l'olea-fràgrans pènetra del suo profondo aroma anche le gocciole lucenti, e chi il respira ha la vertigine;

o al sùbito mutar di luci e d'ombre se passino le nuvole di marzo con repentine acquate, e sprazzi vividi di sol fra pianto e pianto, e un turbinìo

di pòllini nell'impeto del vento.

IL VOLTO

Talor,--quando ti credi sola, e ignori che nell'ombra gelosa in cui t'interni ti spìano i miei seguaci occhi materni,-- in un pensiero il volto trascolori.