Delle speranze d'Italia

Part 13

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4. Ma Napoli e Toscana non potrebbero esse pure aver subito lor profitti, prendendoli sulle provincie adriatiche del papa? e queste provincie, che sono elle insomma se non un’appendice quasi innaturalmente congiunta con Roma? E concedendo la convenienza e la necessità che il papa per essere indipendente sia signor temporale della sedia sua, queste provincie non son elle inutili a tale indipendenza? e non mostrarono elle più volte già il loro desiderio di non rimaner papaline? E quindi in un riordinamento definitivo d’Italia non sarebbe egli desiderabile di scioglierle in qualunque modo dal giogo ingrato? E se il papa non le vorrà sciogliere, non sarà egli il vero e grande ostacolo di qualunque buono ordinamento futuro? come il furono i predecessori? — Ma, rispondiam noi, se così fu, se i papi furono o posson essere ostacolo, togliam dunque di mezzo l’ostacolo, ma togliamolo nel modo che è più facile. E non dunque togliendo il papa, che non si può tôrre, nè interessandolo contro al buono ordinamento; ma anzi interessandolo ad esso, facendo che egli pure vi trovi il vantaggio massimo ed universale dell’indipendenza, e non vi trovi lo svantaggio particolare, materiale e per così dire palpabile della diminuzione di stato. Se non fosse della solita ragione di brevità, io m’impegnerei a mostrare che l’indipendenza d’Italia dovette ai papi più beni che mali; più spinte che ostacoli, più comodi che incomodi; ma pogniamo che, pieni di pregiudizi storici guelfi, io e i miei simili o i dappiù di me, un Manzoni, un Troya, un Gioberti, c’inganniamo del tutto; pogniamo che, rifatto bene il conto ai papi da Gregorio Magno a Gregorio XVI, s’abbiano a dire essi definitivamente inconvenienti; essi resterebbono pure inconvenienti terribilmente antichi, terribilmente radicati da XII secoli, e che bisognerebbe quindi dire irremovibili, e che sarebbe utopia il voler rimuovere, e che è necessità, trista o lieta non importa, di sapervi adattare i nostri disegni. — Ancora, che sia necessità non trista, ma lieta necessità che si congiunge con tutti i destini più lieti, più grandi della nostra patria; che l’Italia, prescelta a sedia del capo, a centro della cristianità, sia interessata non solamente alla indipendenza, ma alla dignità, allo splendore, alla potenza di quel capo; che non solamente l’albergarlo, ma il difenderlo e glorificarlo sia il gran destino d’Italia ne’ secoli futuri, tutto ciò è così ben esposto non solo nell’ultima, ma anche nell’altre opere di Gioberti, e queste opere hanno e sono per aver tal popolarità (dico il popolo de’ colti e sordi) in Italia, che sarebbe stoltezza in me il volervi aggiungere nulla. E s’io ne detrassi anzi alcun che, se dissi prematura la quistione della presidenza del papa in una confederazione italiana, ed esagerata l’idea del primato così assoluto, così quasi universale come sembra sperato dal Gioberti, io pur ammetto un primato speciale presente e futuro d’Italia; il primato che le viene, e non le si può tôrre, dall’essere albergatrice, circondatrice e difenditrice della sedia pontificale. Questo primato non implica tutti gli altri, anzi ammette che ognuno degli altri sia tenuto dall’una o l’altra nazione cristiana. La sola differenza (se forse io non mi inganni, ed anche egli non l’intenda così) che è qui tra Gioberti e me, è che egli spera un primato italiano universale o quasi universale in ogni cosa, ed io non ne spero e direi quasi non ne desidero se non uno speciale, sperando e desiderando che ogni nazione cristiana n’abbia pur uno speciale suo[30]. E i fatti passati mi paiono confermare questa speranza, dei moltiplici primati. Nell’antichità i primati erano assoluti, universali; perchè la civiltà e la coltura cadendo allora prontamente in ogni nazione, passavano tutt’intiere dall’una all’altra. Ma oramai, la civiltà e la coltura sono comuni a tutta la Cristianità, il vede ognuno; civiltà e coltura si diffondono via via dall’una all’altra nazione cristiana senza che si perdano in nessuna; e quindi i primati si fanno via via meno assoluti, meno universali; ogni nazione serba un brano del primato universale, serba un primato particolare suo. Il primato italiano dalla fine del secolo XI alla fine del XV si accostò ad universalità, perchè fu de’ primi. Ma ei si fecero via via meno universali, e così si fanno e faranno. Forse, conservandosi quello della potenza e delle diffusioni marittime da una nazione che il tiene ora con tanti altri, un’altra nazione cristiana salirà al primato della diffusione asiatica continentale, un’altra a quello della diffusione affricana[31], un’altra a quello della produzione industriale, e chi sa quali altre ai primati variabili delle lettere, delle scienze, delle arti. Ma in mezzo a tutti questi primati speciali, quello d’Italia è più assicurato che niun altro. Vorrebbe ella non tenerne conto? non farlo valere tutto il valor suo? e di ciò che è aiuto o vantaggio suo far impaccio? e non correre ardita tutto il destino suo? od avendone uno bello, grande e naturale, proporsene qualunque altro fattizio, innaturale? — L’arte del governare consistette dal principio del mondo sempre in due parti: conservare e progredire; conservare ciò solo, ma ciò tutto ch’è buono ed opportuno, progredire in tutto il resto, ch’è quindi pur buono ed opportuno a mutare. Quelle nazioni in che la Provvidenza pose due forze, l’una conservatrice, l’altra progreditrice, furono le più grandi, le più utili al genere umano. Le monarchie asiatiche ebbero lor forza progreditrice da principio epperciò crebbero; ma soverchiò in esse la forza conservatrice, epperciò, non bastando questa da sè, caddero tutte, salvo tre, che veggiam languir moribonde; Turchia, Persia e quella Cina ch’è esemplar massimo della conservazione pura. Ma Grecia con la sua forza dorica conservatrice e la ionica progreditrice, e co’ suoi due centri di Sparta ed Atene, fu la gran maestra antica di civiltà e coltura. E tal fu Roma poi colla sua forza conservatrice aristocratica e la sua progreditrice democratica. E tale Italia nel medio evo, colla sua forza conservatrice ghibellina, e la sua progreditrice guelfa. Se non che erano male adattate al loro ufficio queste due; la conservatrice ghibellina perchè straniera, la progreditrice guelfa perchè capitanata dai papi che erano di natura loro men progressivi che conservatori; ondechè ben poterono essere due, tre, dieci papi progressivi finchè ebbero ad ultimar le libertà ecclesiastiche, ma appena ottenutele diventarono troppo conservatori come Innocenzo III durante la minorità di Federico II, ed Alessandro III nei negoziati della tregua di Venezia. E per ciò più che per ogni altra cosa, si arrestò il progresso italiano, e poi cadde. Spagna non aveva forza progreditrice intrinseca, ma solamente una occasionale, la diffusione americana; e passata questa, decadde. Francia fu grande, finchè durò l’equilibrio tra il suo governo monarchico conservatore e l’ingegno eminentemente progressivo della nazione; ma quando soverchiò questo, ella prevaricò, gettò un lampo meraviglioso, e decadde. Inghilterra straziò sè stessa per secoli nella contesa delle due forze; ed equilibratele all’ultimo meravigliosamente, ridottele tutte due a contendere pacificamente, crebbero in un secolo, quasi da nulla a tutto. Ed appunto perchè la contesa si fa ivi sotto gli occhi di tutti, tutti san vedere e dire d’Inghilterra, che la grandezza di lei dura e durerà, secondo che vi si saprà mantener l’equilibrio e non lasciar soverchiar nè l’una nè l’altra forza. Ma il medesimo si può e deve dire di tutte le altre grandezze, sieno esistenti da conservare o cadute da risollevare. E principalmente d’Italia. Nella quale, cadute da gran tempo felicemente le due forze ghibellina e guelfa, i due uffici di progresso e di conservazione finiranno, se Dio voglia, con esser esercitati molto più naturalmente; il progressivo dagli stati secolari e principalmente da Piemonte e Napoli, e il conservatore dai papi. Non bisogna giudicare da ciò che è momento, a ciò che è età vera nella storia. Pare a molti che Piemonte e Napoli progrediscano lentamente, che non facciano guari ufficio di elemento progressivo in Italia. Ma concedendo questo, a chi la colpa? Agli stranieri, che li trattengono. Tolti i quali, non è possibile che Piemonte, così circondato da quanto è più progressivo sul continente, e che Napoli, che si trova in mezzo a tutto il movimento marittimo orientale, non finiscano nel muoversi con animo tanto più pronto quanto meno stanco. E allora gioverà quella forza conservatrice del papa, e gioverà tanto meglio, ch’ella non può all’ultimo esser troppo conservatrice, tratta come è fin d’ora da quella necessità sua ecclesiastica di ammetter come figliuole egualmente tutte le nazioni della Cristianità, in qualunque forma, da qualunque forza governate. — E tutto ciò è futuro molto prevedibile a parer mio. Ma non vuolsi egli ammettere? Sia pure. Allora noi ricadiamo nel presente; e la gran necessità del presente è di non guastare con nessuna inutile difficoltà la già difficile impresa d’indipendenza; di non cacciare fuori di questa e non por contro questa uno de’ principi italiani più potenti territorialmente, quello che è poi il più potente per le due autorità unite in esso; di partire dallo _statu quo_ dell’Italia, per non mutarvi se non ciò che è indispensabile all’impresa[32].

5. Ma lasciamo tutto ciò che sarà da fare al dì che venga l’occasione, e passiamo a ciò che è da fare fin d’oggi per apparecchiarla e pressarla. Sarà questa, nella parte pratica, la più pratica del nostro discorso. Il primo degli apparecchi è senza dubbio quel dell’armi. Ciò è chiaro agli occhi di tutti; salvi forse alcuni gretti economisti, i quali in Italia, come altrove, si fanno difensori degli _interessi materiali_, in che fanno bene; ma difensori esclusivi, in che fanno male certamente. Costoro soglion guardar quasi con invidia a que’ tanti milioni adoprati intorno agli eserciti, e gridano contro a queste che chiamano _spese improduttive_, e si fanno una dolce utopia dei _disarmamenti_. Ma ei mi pare che incominci a passare quel gergo delle spese improduttive, e s’ammettano oramai, anche dagli economisti più esclusivi, le spese improduttive materialmente, ma moralmente produttive; e che incominci pure ad abbandonarsi quell’utopia del disarmamento, la quale è figlia o sorella di quell’altra della pace perpetua. Ma, lasciando quanto è fuori del fatto nostro, io dico che in Italia, al dì d’oggi, non è spesa così ben fatta, come quella che si fa da due principi italiani per tener su due eserciti nazionali. E non solo perchè sarebbono necessari all’occasione, che sarebbe ragione sufficientissima quantunque lontana[33]; ma per quest’altra presente e non meno importante, che gli eserciti sono uno de’ migliori o forse il miglior modo di conservare ed accrescere l’operosità, d’impedire l’ozio italiano, di salvarci da un nuovo _Seicento_. Eccettuando nelle professioni materiali quella degli agricoltori, e nelle intellettuali il sacerdozio (che non è professione, ma altissimo ufficio umano, e non devesi prendere per fruire la vita terrena, ma per condur sè ed altrui alla ulteriore); di tutte le altre professioni materiali ed intellettuali, la militare è forse la più sana al corpo insieme ed all’animo. Delle professioni industriali è noto che sono quasi tutte mal sane, più o meno sedentarie, più o meno corrompitrici, o almeno indebolitrici. E quindi alcuni anni di milizia sono il miglior rimedio che possa essere a tali vizi corporali ed intellettuali; il solo mezzo di scemarli nelle generazioni presenti, e d’impedirli di passare nelle future. E quanto alle professioni della magistratura, dell’avvocatura, dell’amministrazione pubblica, della diplomazia, delle lettere, delle scienze e delle arti, cioè quanto alle professioni liberali od intellettuali, tutte sono buone e necessarie senza dubbio, e tutte possono essere e sono sovente virtuose; ma tutte esaltando l’intelletto e tenendo in ozio il corpo, sono malsane a questo, e per questo sovente a quello, e così in somma all’uomo intiero, all’uomo qual è quaggiù, anima e corpo. E se taluno pur riesce a non lasciarsi effemminare ed infiacchire da queste occupazioni sedentarie ed ombratili, è caso raro e da lodarsi tanto più, ma è più raro che non si tramandi il vizio alle schiatte; ondechè in somma è interesse nazionale che non si moltiplichino tutte queste professioni oltre il bisogno. E poi, tutte richieggono disposizioni speciali, e facoltà oltre il comune; e coloro che le esercitano senza tali facoltà vi fan più male che bene. E poi, anche quando si lasciassero moltiplicare oltre il bisogno e le convenienze, elle occuperebbero pure un numero relativamente piccolo di persone nello stato. La sola professione militare può tenere operosi i molti e d’ingegno comune. Mirate i paesi dov’ella non è; e senza uscir d’Italia fate il paragone co’ paesi dov’ella è. In quelli, le capitali ed anche le cittaduzze ed i borghi sono ripieni di una classe che si chiama alta, ma non è tale sovente se non come le materie impure che salgono a galla ne’ liquori fermentati; una classe di giovani oziosi e corrompitori, di vecchi oziosi e corrotti, figliuoli cattivi, mariti peggiori e cittadini pessimi. All’incontro, ne’ paesi dove i giovani sono occupati nell’armi, i più colti in quelle che si chiaman dotte, e quasi tutti nell’altre, l’ozio ed il vizio non avendo agio a moltiplicarsi nell’età e nella condizione corruttrici, non ne scendono con tanta forza sull’altre, e vi sono in tutto incomparabilmente più rari. E quindi, persistete voi a tor dieci, venti o cinquanta milioni dal capitolo _guerra_ del bilancio dello stato? Sia pure. Ma riponeteli nel capitolo _pubblica operosità_, dalla quale dipende poi il serbar ciò che ci resta, il riacquistar ciò che ci manca di tutte le virtù nazionali. — Esaminate dunque, correggete, perfezionate gli ordini della milizia, togliete le spese inutili a questa operosità; ma serbate, accrescete questa; lasciate che coloro a’ quali non bastano gli esercizi militari, possan prendere parte alla realità delle belle guerre di diffusione che va facendo da tutte parti la Cristianità; e in nome dell’Italia, benedite insomma que’ principi nostri che ci serban l’armi italiane, e confortate gli altri, quantunque piccoli, ad imitarli. Gli aiuti italiani d’ogni provincia, quando anche non accrescesser molto il numero, la potenza materiale degli eserciti italiani, accrescerebbero molto la loro potenza morale al dì d’adoprarli. Ed intanto negli stati piccoli come ne’ grandi l’esercizio dell’armi serberà più sani i corpi e gli animi di tutti, massime nelle condizioni naturalmente inoperose. Nè dicasi forse ciò che era vero nel secolo scorso, ma sarebbe falso a’ nostri dì: che i militari sogliono essi stessi essere uomini di poca moralità, di molto ozio, viziosi, corrompitori. Per poco che uno abbia atteso, non dico alle scienze militari or così progredite e moltiplici, ma agli esercizi stessi che si fanno in piazza nei paesi militari italiani o non italiani, ognun sa che il mestier dell’armi è tutt’altro oramai, anche in pace, che mestiere ozioso; e che quindi non può esser vizioso. Io non vorrei offendere, di niuna maniera, niuna dell’altre professioni liberali; e meno che niuna quella di scrittore che io sto facendo; ma se proseguissi il paragone, io non potrei se non essere dell’opinione d’alcuni vecchi della operosissima generazione or finiente, i quali avendo avuto in sorte d’esercitar parecchie di quelle professioni insieme od a vicenda, pretendono aver ricevuti incomparabilmente più esempi e conforti di virtù nella militare che non in nessun’altra.

6. Del resto, tuttociò s’applica a quell’altra professione della marineria, la quale, anche la non militare, ha tutti i vantaggi morali, tutta la operosità della milizia terrestre, od anche più. E quindi io non mi fermerò ad essa se non per far osservare, che è gran danno ch’ella non sia promossa al paro della milizia nei due grandi e militari principati italiani, ed anche meno negli altri. Forse, la non buona direzione che fu data alle nostre marinerie fin da’ primi anni dopo le restaurazioni, è quella che, avendole fatte quasi inutili in così poco tempo, le fa ora trascurate. Fin da quegli anni uno de’ primi uomini di mare inglesi, che era pure uno de’ più pratici del Mediterraneo, dava consiglio che le nostre marinerie si componessero principalmente od unicamente di navi piccole atte a costeggiare e correre in tutti gli angoli de’ nostri mari. E nota che non erano allora quasi usate ancora quelle navi a vapore, e non inventate quelle lunghe e grosse artiglierie, che hanno ultimamente dato tanto vantaggio alla marineria numerosa e piccola sulla grossa e rara, per la maggior parte delle operazioni navali nel Mediterraneo; e s’era lontani dagli esempi di Beyruth e di San Giovanni d’Acri; ondechè se il consiglio era buono allora, ei sarebbe ottimo adesso[34]. E tuttavia ei non fu seguito nè allora nè adesso; non allora, per isfiducia, vanità, trascuranza od amor degli usi vecchi; non adesso, perchè i nostri erarii non sono tali da poter rifare una marineria nuova oltre l’antica, come van facendo Inghilterra e Francia. Ma non potrebbesi almeno trarre tutta a noi ed ampliare quella navigazione tra una parte e l’altra della nostra penisola, la quale si fa in parte su navi e da compagnie straniere? Non potrebbero sorgere più compagnie nazionali? O a lor difetto i governi? Certo questa è di quelle industrie le quali si dovrebbon tenere e dire _governative_ o _politiche_, perchè è interesse non solamente economico, ma politico de’ governi che s’esercitino da’ nazionali; ondechè è il caso di promuoverle ed esercitarle i governi a difetto delle compagnie. Ei non si dovrebbe perder di occhio mai a quell’avvenir piuttosto certo che probabile, quando le operosità del commercio, della guerra, delle diffusioni d’ogni sorta, quasi tutte le operosità cristiane ripasseranno per il Mediterraneo, a modo del medio evo. Nel medio evo l’Italia ne aveva il primato, quasi il monopolio. E, poeticamente, oratoriamente, sarebbe più bello dire: riconquistiamolo; ed altri forse il direbbe. Ma io non dico nemmeno: facciamoci eguali a Francia od Inghilterra. Questa eguaglianza potrebbe sì ottenersi un dì; ma ora ne siamo così lontani, che io dirò solamente; prendiamo pure una parte minore, ma notevole e proporzionata. La gran vergogna è non averne quasi nessuna; veder passare e ripassare nuvoli di navi straniere intorno alle nostre marine, noi collocati così favorevolmente in mezzo al mare che fu già tutto nostro, ed or sembra di tutti, fuorchè di noi. Pochi anni sono, quando le navi austriache aiutavano le inglesi sulle coste di Siria a decidere uno degli episodi più importanti della questione orientale, italiane erano per la maggior parte quelle navi, ed italiani que’ marinari. Ma non fu egli vergogna e danno, che non fossero se non sotto bandiera straniera? E senza dubbio, in uno o in altro modo, o tosto o tardi, risorgeranno guerre non dissimili. Non risorgeranno allora navi e marinai italiani a prendervi parte sotto bandiera italiana? Certo, se Napoli e Piemonte, emulando sè stessi, apparecchiassero marinerie come eserciti, e gli altri principi italiani emulassero quei due nell’una e l’altra di quelle forze materiali, il complesso di queste sarebbe tale da pesar gravemente nella decisione di quella gran questione cristiana; e da preponderar poi nella speciale italiana, che ne sarà dipendenza necessaria.

7. Ma passiamo a quelle forze morali le quali all’occasione accrescono le materiali, quasi allo infinito. In quelle è il gran vantaggio de’ principi nazionali sullo straniero. Certo i miei leggitori, certo tutti coloro che volgono l’attenzione a queste speranze, a queste cose italiane, certo tutti i veri Italiani anteporrebbono qualunque anche men buono governo nazionale a qualunque anche ottimo straniero. Ma pur troppo, e già il notammo, sono pure Italiani così avviliti, da non desiderar se non un governo dolce e buono, qualunque sia del resto, onde ch’ei venga. E questi avviliti sono pur troppo tante forze morali ed anche materiali tolte all’Italia, all’occasione, e fin d’ora; e questi sono che vorrebbonsi racquistare, affinchè sorga una vera e grande opinione nazionale; questi che non si possono riconquistare se non facendo i governi italiani incontrastabilmente migliori, più desiderabili e più desiderati che non lo straniero. Niuna nazione è, anche nella presente civiltà e coltura cristiana, che compongasi unicamente di generosi e di colti; in tutte sono molti incapaci, molti ineducati a quel vero amor patrio, che come tutti gli amori vive di sacrifici; e ne sono tanto più nelle nazioni dipendenti. Non è colpa loro non essere stati educati; perdoniamo e cerchiamo educarli quanto sia possibile; epperciò facciamo loro invidiar le condizioni de’ sudditi italiani. — Nè questo è difficile. Io non salirò in cattedra a voler insegnare quella scienza del buon governo, la quale non è recondita oramai, è alla mano di qualunque uomo di sincera volontà. Io suppongo l’una e l’altra ne’ miei leggitori, e vengo al caso speciale nostro. — Il governo buono è facilissimo a’ principi nazionali, in paragone ai signori stranieri, a cui è difficile naturalmente, e può diventar impossibile. Un principe nazionale ha molti timori di meno, che non uno straniero; e i timori sono il vero fonte d’ogni mal governo. Tra un principe nazionale e sua nazione è molta più fiducia, che non tra il principe straniero e la nazione non sua; e la fiducia reciproca è il vero fonte di ogni buon governo. Un principe nazionale non ha bisogno di comprare amici: tutti i sudditi gli sono tali naturalmente; e se mai ha nemici, può largheggiare con essi in clemenza e rifarseli amici, mentre lo straniero non può, o non gli serve. Quest’è la somma di tutto quel libro del _Principe_ di Machiavello, il quale letto o non letto, è naturalmente messo più o meno in pratica sempre da qualunque straniero. Un principe nazionale può andar più ardito perchè quand’anche egli erra, gli errori non gli sono imputati dal popol suo, come sarebbono ad uno straniero. Quando eccedesse in levar eserciti, i soldati che restano nel paese e tornan sovente alle famiglie, vi si adattano facilmente; mentre quelli d’un principe straniero tratti fuori e lontano, gliel perdonano difficilmente. Se il principe nazionale eccede in levar tasse o tributi, spendendoli ei li restituisce al paese, mentre lo straniero portandoli via l’impoverisce. Se il principe nazionale fa scelte buone, egli contenta tutti i sudditi; se erra, malcontenta i migliori, ma contenta pure alcuni, ed è meno danno. Ma il principe straniero malcontenta tutti eleggendo stranieri anche buoni; e potendo difficilmente eleggere nazionali buoni, che non soglion servirlo, malcontenta di nuovo tutti eleggendone de’ cattivi. Se si eccettuino quegli eccessi di tirannia, i quali ondechè vengano sollevan tutti per vero dire, ma che si fanno ogni dì più rari; gli arbitrii stessi di qualunque governo assoluto, ma nazionale, offendon meno e son più rimediabili che gli arbitrii di uno straniero. Nel primo, la vittima dell’arbitrio può trovar almeno ne’ parenti, negli amici, ne’ compatriotti qualche difensore, e quindi qualche giustizia almeno arbitraria; ma ne’ secondi non è nemmeno questo rimedio, questo temperamento. Il quale è quello poi che fa dar nomi di _paterni_ a parecchi governi nazionali; ma inapplicabile il temperamento, inapplicabile è il nome a’ governi stranieri. E in somma non è opera buona che non si conti le cento volte più, non errore che non si conti le cento volte meno in un principe nazionale, che in uno straniero; ondechè di tali differenze farebbesi facilmente un volume speciale; e noi non ci fermerem quindi se non a due o tre delle più importanti.