Part 9
Volgarizzò il Cesarotti lʼorazioni politiche di Demostene, quelle della corona, e dellʼambasceria colle contrarie dʼEschine, e le criminali, e in ciò fare volle essere fedele, ma non servile, prendendo qualche discreta libertà dove non solamente il genio della lingua nostra lo richiedeva, ma ancora qualche piccolo difetto dellʼoriginale pareva a lui, che lo consigliasse. Tutti debbono confessare che le orazioni scritte da Demostene per le cause civili sono inferiori alle altre. Il Cesarotti non le volle tradurre, nè lo condanno per ciò; giacchè non era obbligato a tradurre tutto. Ne fece però lʼanalisi, e ne tradusse i pezzi più belli, e dobbiamo essergliene grati. Lo stesso fece nel corso di letteratura Greca riguardo a quelle Aringhe dei Greci Oratori che a lui sembrarono meno felici, e volgarizzando quelle solamente che reputava megliori. Ma ciò che non posso non biasimare è un certo disprezzo col quale sovente egli tratta quegli scrittori. In due difetti contrari principalmente si può cadere giudicando gli scrittori antichi, cioè o di stimarli troppo, come se fossero più che uomini, e niente possa essere in loro che non sia perfetto, e in questo errore cadde Madama Dacier, o di sprezzarli troppo, come faceva lʼAb. Terrasson. Il primo errore certamente non è proprio di questa età, nella quale ormai pochissimo si studia la Greca lingua, e non molto la Latina. Quindi il gridare continuamente contro gli scrittori Greci essere deve pernicioso alla gioventù, e non può non alienarla vie più dallo studiare queʼ gran Maestri. Il Cesarotti protesta, che egli riprende lʼingiusta pretensione dʼalcuni, che esaltando gli antichi voglion deprimer troppo i moderni. Ma le sue osservazioni tendono, se non mʼinganno, a provare assai più di ciò, che egli dice. Rechiamone un esempio. Nellʼanalisi dellʼaringa di Demostene contro Conone egli osserva, che i giovani dʼAtene delle migliori famiglie erano dissoluti, e insolenti; e poi dice così «Dica ora chi ha fior di senno se possa credersi che gli Ateniesi con una tale educazione possedessero esclusivamente quella squisitezza di gusto, quel senso delicato del bello del gentile e del conveniente, che si comunica allʼespressioni ed alle parole. La politezza dello stile va del pari con quella delle maniere. Ambedue sono il risultato del complesso delle idee dominanti nel sistema della vita socievole: e queste non si riconoscono più chiaramente quanto dai divertimenti generali dʼuna nazione. I bordelli, e le taverne sono scuola di tuttʼaltro che di politezza; nè la decenza può essere _du bon ton_, ove la sfrenatezza, e la crapula son _du bel air_.[222]» Se queste parole provassero qualche cosa proverebbono, che gli Ateniesi (e diciam pure deʼ Greci in generale) non avevano politezza di stile, non senso delicato del bello del gentile del conveniente: di che lascio il giudizio agli uomini sensati dʼogni età, dʼogni culta nazione. Condannerò sempre coloro che frequentano i bordelli, e le taverne; ma credo che fra questi esser possano buoni poeti, buoni storici, buoni Oratori. Se quelle parole provassero qualche cosa proverebbero ancora che non potevano i Greci aver buoni pittori, scultori, e architetti, giacchè non vedo, come non si dovessero applicare alle arti loro quelle riflessioni. A me pare che il Cesarotti dotato dʼingegno acuto talvolta si lasciasse trasportare da questo, e quindi prendesse a sostenere certe opinioni lontane dal comune pensamento degli uomini. Egli era ammiratore degli scrittori Francesi, e dichiara M. dʼAlembert autorevolissimo in letteratura, e in filosofia ugualmente.[223] Io lo credo autorevolissimo in mattematica, ma (non parlando della filosofia) poco o nulla nella letteratura. Egli dopo aver condannati parecchi scrittori antichi, ed Omero massimamente chiama poi M. Thomas _dittatore dellʼarte degli elogi_, e quel che è molto più _incomparabile_[224]. Certo è che chi pensa in questo modo non può esser favorevole agli antichi.
Il Greco scrittore, che sopra ogni altro fu celebrato, è quello stesso che più dʼogni altro è stato criticato dal Cesarotti. Questi è Omero. Prese egli da prima a far traduzione poetica molto libera dellʼIliade, ma poi gli parve così difettoso quel poema, che stimò opportuno di fare un poema quasi nuovo in cui, seguitando in generale le tracce dʼOmero se ne allontana quando egli crede, che esso abbia errato, cambiando anche il titolo dʼIliade in quello di morte dʼEttore. Vi aggiunse oltre a molte altre cose la versione in prosa, e moltissime annotazioni erudite, e critiche. In queste si leggono bellissime osservazioni, che possono essere di grande utilità, e degne sono di un uomo grande, comʼegli era. Ma nel tempo stesso fra le critiche se ne trovano parecchie, che molti stimano non giuste. Lascio stare la celebre pasquinata, che contro lui fu fatta, perchè odio le satire, colle quali arti non si dee riprender niuno, e molto meno un uomo celebre. Il Chiarissimo Signor Ab. Ciampi ora Professore di lingua Greca nellʼuniversità di Varsavia si oppose al critico Padovano in una maniera più nobile, e degna di lui. Non ha egli preso a tessere una minuta apologia dʼOmero, che troppo lunga opera sarebbe; ma esaminando le principali accuse ad esse ha risposto senza mordacità, ma con energia[225]. Egli per tanto ha risparmiata a me la fatica di parlare più a lungo di questo oggetto. Dirò piuttosto succintamente qualche cosa delle traduzioni degli Oratori, e di quella in prosa dellʼIliade, che ho già indicate. Generalmente sono queste fedeli, ed eleganti; vi scorgo però talvolta qualche negligenza. Ne recherò due soli esempi per non abusare della sofferenza dei leggitori. Sarà il primo nellʼArchidamo dʼIsocrate, dove si legge: _sovvengavi di quegli antichi Lacedemoni, che fattisi incontro agli Arcadi con una sola banda dʼuomini armata di scudo molte migliaja di nemici messero in fuga_.[226] Sarebbe alquanto strano, che gli Spartani si esponessero contro i nemici armati non dʼaltro che di scudo, cioè dʼunʼarma arma difensiva; nè meno strano sarebbe, che così li ponessero in fuga: e non credo che in tutta la storia militare si trovi esempio di ciò. Il testo Greco dice ἐπὶ μιἆς ἀσπίδος παραταξαμἑνοι. Ora è noto, che ἀσπίς si adopera per denotare il soldato e che la proposizione ἐπὶ con un numero cardinale in genitivo se è declinabile significa spesso ordinanza o di fronte o di profondità. Οι δὲ Θηβαἶοι οὐκ ἒλαττον ἢπὶ πενυήκοντα ἀσπίδων συνεςραμμένοι ᾖσαν _I Tebani avevano non meno di cinquanta soldati di profondità_ dice Senofonte[227]. Quindi le parole dʼIsocrate si dovevano spiegare, _disposti in una sola fila_. Lʼaltro esempio sarà preso dallʼIliade. Teti nel libro 18. dolendosi, che Achille dovesse presto morire dice secondo il Signor Cesarotti così: _Lassa: che dopo aver partorito un figlio........ che cresceva simile a pianta, poichè lʼebbi allevato siccome pianta in campo fecondo ec._ Ed ivi egli aggiunge questa nota. _Lʼimmagine è bella e buona. Ma era poi necessario di replicarla in due versi consecutivi? Il Bitaubè afferma, che questa è una bellezza. Lo creda chi vuole, ma è certo, che in un moderno si chiamerebbe una vera battologia_.[228] Ecco ora le parole dellʼoriginale
.......ὁ δ᾿ἀνέδραμεν ἔρνεϊ ἶσος Τόν μέν ἐγὼ θρέψασα, φυτὸν ὡς γουνῷ ἀλωἦς. κ.τ.λ.ε.
Ερνος in questo luogo è una pianticella tenera, φυτὸν è la pianta già cresciuta. ερνος, ὂ κλάδος dice lʼautore del Lessico degli spiriti pubblicato da Valckenaer con Ammonio p. 218. Apollonio nel Lessico Omerico, ἁρνεϊ. δένδρῳ θαλλοντι, ed Esichio, ἔρνος. κλάδος ςέλεχος δένδρον βλάστημα, e in ultimo luogo φυτόν. Se il Signor Cesarotti avesse usato in vece di pianta nel primo luogo il vero significato di ἔρνος, non avrebbe ravvisato quì veruna battologia; ma unʼelegante, e necessaria continuazione di metafora. Teti si rammenta delle materne cure da lei usate per Achille, quando nella sua puerizia era quasi tenera pianticella, e si duole, che debbano queste esser perdute ora, che è pervenuto alla giovinezza, ed è quasi pianta vigorosa, e fiorente.
Altri hanno poeticamente tradotta lʼIliade, e lʼOdissea. Lascio stare il Lucchese Bugliazzini, che non merita dʼesser ricordato per lʼinfelicissima sua versione[229]. Parliamo piuttosto del Bozzoli del Ceruti e del Ridolfi. Il primo[230] volle usare lʼottava rima, aggiungendo così una difficoltà maggiore, quasi che il mestier di tradurre non fosse abbastanza difficile per se stesso. Volle imitare lo stile dellʼAriosto, cioè lo stile il più lontano da Omero. Io cerco in lui la forza poetica dellʼoriginale, ma la cerco inutilmente: e molte volte vi trovo il senso snervato in una parafrasi, la quale spesso aggiunge ancora ciò che il poeta Greco non dice. Meglio pensarono il Ridolfi e il Ceruti, che usarono il verso sciolto. Del primo non ho veduto che qualche breve squarcio, nel quale ho trovata fedele la versione, ma non abbastanza poetica[231]. Più poetica è lʼIliade del Ceruti, e più commendabile di quante ne ha prodotte il secolo decimottavo, e bene avvisò lʼAb. Rubbi, che la scelse pel suo Parnaso. Pure assai volte non è nè fedele nè poetica, onde rimase ad altri libero il campo di far cosa migliore[232]. Il Marchese Maffei cominciò a trasportar lʼIliade in versi sciolti, e ne pubblicò i primi due libri, ma non è molto a dolersi, che non abbia compito il suo lavoro[233].
Fra i volgarizzatori dellʼOdissea oltre al Bozzoli, di cui ho già parlato può meritare qualche menzione il P. Soave.[234] Egli giudicò che due cose diverse si debbano considerare in questo poema, cioè il _ritorno dʼUlisse in Itaca e i mezzi da lui usati per vendicarsi deʼ proci e rimettersi al possesso del regno_. Tradusse la prima parte solamente, e in questa pure tralasciò il viaggio fatto da Telemaco per rintracciare il padre, onde dal v. 87. del litro I. salta improvviso al 28. del V. Pare per tanto che il P. Soave condannasse lʼOdissea, come mancante dʼunità, e lʼepisodio del viaggio di Telemaco come strano, e non tendente al fine del poema: il che non tutti gli vorranno concedere. In ciò poi che gli è piaciuto di volgarizzare trovo comunemente bastevole fedeltà, non però quellʼanima poetica, che si ravvisa nellʼoriginale. Manca dunque una buona traduzione dellʼOdissea, e lʼaspettiamo dal Signor Marchese Ippolito Pindemonti, che tanti saggi ha dati del suo valore in questo genere, ed è senza dubbio uno dei più illustri poeti, che vanti lʼItalia in questa età. Egli ne ha già pubblicati i primi due libri con sommo plauso, ma essi appartengono al secolo decimonono; onde non è di questo luogo il parlarne. Più felici traduttori hanno avuto glʼinni, che portano il nome dʼOmero. Quello a Cerere fu egregiamente volgarizzato dallo stesso Signor Pindemonti, e dal P. Pagnini, e quello a Venere da Dionigi Strocchi e da Amarilli Etrusca, cioè dalla Signora Teresa Bandettini celebre ugualmente nel far versi estemporanei, e meditati. Non parlo della guerra deʼ topi e delle rane, che il Ricci, ed altri hanno recata in versi Italiani; perchè essendo quello un poemetto piacevole, i volgarizzatori hanno forse creduto non doverci impiegare molto studio.
Un altro molto lodevole traduttore dellʼIliade Omerica fu Paolo Brazuolo, ma la sua traduzione non è stata impressa mai. Se io però la commendo ho del mio giudizio due autorevoli mallevadori il Conte Algarotti, ed Angelo Mazza. Il primo ne parla più e diverse volte nelle sue lettere[235] e gli rimprovera dʼessere incontentabile nellʼemendarla. Ma il rimprovero fu inutile, perchè la rifece tutta, e non contento pure della riforma, lʼarse, e finalmente venuto in furore si uccise. Egli tradusse eziandio lʼEuropa di Mosco di cui lʼAlgarotti reca qualche verso, come ne ha ancora alcuni dellʼIliade, della quale altri ne reca il Mazza.[236] Questi piccoli saggj accrescono il dolore che lʼopera sia perduta, e mostrano quanto egli fosse accurato nel trasportare in Italiano i modi di dire, e dirò ancora le voci stesse del Greco poeta, senza che se ne perda la gravità e lo spirito.
Esiodo fu tradotto dal Salvini, e con metodo quasi Salviniano il Conte Gian Rinaldo Carli dette la Teogonìa, e il Marchese Giovanni Arrivabene lʼopere e i giorni. Del primo è inutile il dar giudizio perchè della sua maniera di tradurre ho già detto abbastanza. Gli altri due sono fedeli, non però scrupolosamente.
Lʼavviso celebre dʼOrazio non ha sgomentato alcuni da tentare i voli di Pindaro. Il P. Stellini ne tradusse alcune odi in versi sciolti di varia misura, ed il Gautier tutte le dette in versi rimati. Il primo è assai fedele, quando ha inteso lʼoriginale. Del secondo vuole il Sig. Heyne, che abbia tradotto non dal testo Greco, ma dalla versione Latina, e da quella dellʼAdimari[237]. Egli pure non sempre ha inteso lʼoriginale, ed il metro, e la rima lʼha costretto a dir ciò, che Pindaro non ha detto. In niuno poi si cerchi lo stile di Pindaro perchè non se ne troverà veruna traccia, benchè remota. Alcune odi volgarizzò il P. Gius. Mazzari Gesuita che non ho vedute, onde nulla ne posso dire[238]. Ma quello che maggiore impresa dʼogni altro ha tentata, e felicemente eseguita è il Sig. Ab. Costa, il quale tutte le odi di Pindaro ha trasportate in bei versi Latini. Lʼopera è stampata nel secolo presente[239], e perciò non dovrebbe aver quì luogo; ma fino dal 1787.[240] cominciò egli a presentare allʼAccademica di Padova le sue osservazioni su questo poeta, e nel 1792. vi aveva già letta una parte della sua versione[241]; onde io mi credo in diritto dʼattribuire al secolo decimottavo la gloria dʼavere almeno in parte prodotta unʼopera così insigne[242].
Molta somiglianza col Principe deʼ Lirici Greci ha Eschilo in ciò che spetta allo stile, e molte delle difficoltà, che si hanno nel volgarizzare il primo si provano riguardo al secondo. Ciò non ostante tentarono questo guado, oltre al Cesarotti di cui già ho parlato, il Pasqualoni nel Prometeo e nei sette a Tebe[243], e il Giacomelli altresì nel Prometeo[244]. In primo luogo non so approvare in questi traduttori lʼuso deʼ versi ottonari settenari ed altri simili senza rima nei cori, il che riesce ingratissimo al mio orecchio; e poi i cori essendo affatto lirici pel metro, e per lo stile parmi che richiedano stile e metro lirico, e perciò qualche rima. In secondo luogo questi due volgarizzatori hanno voluto esser molto fedeli, e una fedeltà troppo rigorosa non si può ottenere senza pregiudizio della poesia. Lo stesso io dico della versione dellʼElettra di Sofocle che fece il secondo. Bellissime poi sono le traduzioni che questo dotto Prelato dette di Caritone[245] e dellʼopera di S. Giovanni Grisostomo del Sacerdozio[246]. Non ugualmente felice in tutte le sue parti parmi quella di Senofonte dei detti memorabili di Socrate che forse non fu da lui emendata[247]. La prima fu paragonata colla latina del Reiske, e fu dimostrato quanto sia a questa superiore dal P. Antognoli in una bella lettera da lui diretta al Perelli[248]; nè meno pregevole è la seconda per esattezza ed eleganza. Ma torniamo ai Tragici.
Commendabile molto è la versione di parecchie tragedie di Sofocle del Signor Lenzini, che mostra in lui molta cognizione della Greca lingua e dellʼItaliana, nella quale è puro scrittore[249]. Commendabile pure è quella che di tre tragedie dello stesso poeta, e del Ciclope dʼEuripide ha fatta il P. Angelini in bei versi nobili, e armoniosi. LʼEuripide del P. Carmeli è stato da me considerato di sopra riguardo alla illustrazione del testo. Ma la sua letteral traduzione non ha i pregi di quelle del Salvini, e ne ha i difetti[250]. Anche il Mattei volle tradurre qualche squarcio deʼ tragici Greci; ma i suoi tentativi non furono più felici di quello che fossero nella version deʼ Salmi. Egli adoperandosi dʼaccostarsi allo stile del Metastasio affievolisce la forza degli originali, e introducendo qua, e là terzetti, e duetti altera la natura della Greca Tragedia. Darò fine al novero dei traduttori deʼ poeti tragici con un nome grande. Ennio Quirino Visconti sin dalla fanciullezza dette segno di ciò che doveva essere un giorno. Gli scrittori della sua vita hanno raccontato le prove letterarie per lui date in Roma a quellʼetà, fra le quali è mio officio mentovar solamente lʼEcuba dʼEuripide, chʼegli recò in versi italiani, e stampò a tredici anni[251]. Il libro è raro, nè mi è avvenuto di leggerlo: ma oltre agli allegati scrittori ne parla lʼAbate Amaduzzi in una lettera al Brunelli, che può vedersi nel tomo settimo delle Miscellanee stampate a Lucca, e nella lettera, colla quale glʼindirizzò uno degli opuscoli inserito negli Aneddoti Romani[252]. Il Visconti si accinse altresì a volgarizzar Pindaro, e nel tomo secondo del Giornale, che si stampava a Modena si vedono le odi undecima e dodicesima delle olimpiche (ivi per errore dette decima ed undecima) da lui tradotte in versi con brevi annotazioni, e con qualche riflessione sul modo da tenersi volgarizzando questo poeta. Io non dirò che queste traduzioni sieno al tutto scevre da ogni macchia, ma queste son piccole, e vuolsi concedere qualche cosa allʼetà sua giovanile, ed alla difficoltà della rima.
DʼAristofane, e deʼ pochi suoi volgarizzamenti ho già parlato, dove degli editori ho tenuto discorso. A queste nulla ho da aggiugnere fuor solamente, che il Bjoernstahel[253] ricorda il volgarizzamento, che delle sue commedie fece Monsignor Giacomelli e che è rimasto inedito[254].
Le grazie dʼAnacreonte, che tanto piacciono a chi le legge nellʼoriginale, non potevano esser dimenticate daʼ poeti Italiani. LʼArgelati raccolse le traduzioni dʼalcuni fatte daʼ varj Anonimi[255], che furono poi svelati dal Quadrio, e dal Paitoni, e sono Claudio Nicola Stampa, Francesco Lorenzini, Giambattista Ciappetti, Giovanni Salvi, e Domenico Petrosellini. Le ristampò poi nel 1736. il Piacentini in Venezia col testo Greco secondo le correzioni del Barnes, la versione letterale Latina, e le Italiane poetiche del Corsini, del Regnier des Marais, del Marchetti, e le due del Salvini. Anche Paolo Rolli volgarizzò Anacreonte[256], e verso la fine del secolo il P. Pagnini[257], e il signor de Rogati[258], che vi unì il testo Greco con pregevoli annotazioni. Di queste traduzioni recherò quì il giudizio, che ne dà lʼAb. Rubbi, il quale allʼesattezza della critica unisce le grazie tutte dello stile. «Il Salvini fece due traduzioni. La prima con rime. Ma qual venustà danno esse mai al più venusto di tutti i Poeti? Lʼaltra non è rimata; ed ecco il povero Anacreonte spogliato deʼ migliori abbigliamenti, perchè lo veggiate nudo nudo alla Greca. LʼAb. Conti era troppo esatto, perchè troppo possedeva la Greca lingua, o sia assai più delle grazie Italiane. Il Corsini amò più una parafrasi, che una traduzione, e scelse anche il metro deʼ Sonetti. Il Marchetti pure egli parafrasò, ma senza ordine, e si rivolse talvolta alla forma deʼ ditirambi. Fu parafraste il Lorenzini. Il Rolli, che aveva lʼanima più anacreontica di tutti gli altri, si attene alla fedeltà del testo, e riuscì snervato con versi sciolti, e con qualche rima per grazia. Il Catalani ha seguito i difetti deʼ traduttori contemporanei. Lo stesso dite del Ridolfi. Mi trovo il palato insipido dopo tanta lettura. Il Cav. Gaetani si è incatenato nel Sonetto di versi ottonarj. Mal per lui che ha dovuto così talora divider le odi, e i sensi non ricordandosi che il Sonetto è un poema finito. Appena leggete il de Rogati potete cantarlo, e dire; questi è Anacreonte Italiano[259].» Quando il Sig. Ab. Rubbi scriveva così non era stampato lʼAnacreonte del P. Pagnini, ed è da osservarsi, che egli come editore doveva giudicare per iscegliere la miglior traduzione. Io debbo avere mire diverse. Senza allontanarmi dunque dalla sua opinione dirò, che il Salvini, il Rolli, il Ridolfi sono ottimi per coloro che abbisognano di qualche ajuto per intendere il testo. Il P. Pagnini ha voluto unire la fedeltà con qualche grazia; ma la sua grazia è arida troppo. Il Lorenzini, e il Marchetti hanno fatte buone parafrasi, e il Derogati è quello, che ha vinti tutti gli altri suoi predecessori[260].
Il Rolli dette anche la versione di Teocrito, Mosco, e Bione, che non ho veduta come nè pure ho vedute quelle che di questi poeti[261] e di Callimaco fece lʼAb. Giambattista Vicini[262], e il breve saggio, che della seconda si ha nel Giornale di Modena[263] non è bastevole per giudicarne. Ho bensì veduta quella, che di Teocrito fece il Regalotti languida, e fredda molto, perchè volle esser servile, e non lo fu però tanto, che basti a coloro che di sì fatti ajuti han bisogno per intendere lʼoriginale[264]. A dir vero a me pare, che tra i volgarizzatori seguaci dʼuna severa fedeltà pochi abbiano così lodevolmente colto nel segno quanto il P. Pagnini, il quale oltre ad Anacreonte Saffo ed Erinna tradusse ancora Callimaco, Teocrito, Mosco, e Bione[265], e parecchi epigrammi dellʼAntologia, nei quali seppe unirla felicemente alla grazia poetica, ed alla eleganza. Non così fece nellʼEpitteto, e nel Cebete, neʼ quali talvolta ha voluto più presto parafrasare, che tradurre, e (se mi è permesso di parlare liberamente dʼun uom così dotto) temo non forse la sua parafrasi sia riuscita alquanto snervata. Anche i Poeti deʼ bassi tempi Museo, Coluto, e Trifiodoro ebbero i loro traduttori. E il primo come migliore degli altri, nʼebbe più e diversi, cioè oltre allʼAb. Rubbi, di cui ho detto di sopra, il Pompei castigato ed elegante, il P. Caracciolo pedestre, e il Signor Mazzarella Farao Napoletano, che o scriva in prosa o in verso in ciò che spetta allo stile non so commendarlo.
Del Pompei sono pure da lodarsi molto altre poetiche versioni, che abbiamo fra le sue opere, cioè sei Idillj di Teocrito, e due di Mosco con pregevoli note, molti epigrammi dellʼAntologia, e i lavacri di Pallade di Callimaco, nelle quali tutte si vede e fedeltà ed eleganza di stile. Di questi pregj medesimi sono arricchiti eziandio i volgarizzamenti del Signor Luigi Lamberti Prefetto della Real Libreria di Milano, il quale dottissimo essendo in ambedue le lingue, e buon poeta, ci diede lʼEdipo di Sofocle, i cantici guerrieri di Tirteo, lʼinno a Cerere, ed altro[266]; peʼ quali niun altro rimprovero gli si può fare se non che sono troppo scarsi di numero pel comun desiderio. Anche della Cassandra dellʼoscuro Licofrone ci fu promessa una traduzione per opera del Conte Francesco Montani. Il Giornale deʼ Letterati dʼItalia, che si stampava a Venezia lʼannunziò nel tomo 31. art. 13. e il Marchese Maffei la registrò neʼ suoi _Traduttori Italiani_. LʼAutore però morì nel mese di febbrajo del 1754. senza averla pubblicata. E veramente non so bene quali speranze si potessero concepir di questʼopera. In fatti se nel volgar nostro si trasportassero le maniere di quel poeta essa riuscirebbe oscura per modo, che pochi ed a fatica giunger potrebbono ad intenderlo; se si riducesse ad una conveniente chiarezza si altererebbe lʼindole dellʼoriginale. Alcuni epigrammi dellʼAntologia furono volgarizzati da Antonio Buongiovanni, e da Girolamo Zanetti,[267] e finalmente il P. Giuliano Ferrari della Congregazione dellʼOratorio tradusse in versi Italiani il poema, che sulla propria vita scrisse il Nazianzeno, come ci avverte il P. Bevilacqua nella prefazione alla sua versione di due Orazioni del medesimo santo. Ma non è a mia notizia, che la traduzione del P. Ferrari sia venuta alla luce.
Altri chiarissimi ingegni trasportarono i Greci Poeti nella lingua del Lazio. Fra questi debbono aver il primo luogo gli Ab. Cunich e Zamagna Gesuiti, Ragusei di patria, ed Italiani per domicilio. Recarono essi egregiamente in versi latini, il primo lʼIliade dʼOmero, e parecchi epigrammi dellʼAntologia[268], il secondo lʼOdissea, le opere dʼEsiodo e di Teocrito. E Teocrito incontrò ancora un altro valoroso traduttore nel Sig. Roni di Garfagnana Professor dʼeloquenza nel Collegio dʼOsimo.