Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte II

Part 7

Chapter 73,683 wordsPublic domain

Lʼordine dei tempi, e la menzione da me fatta del P. Carmeli mi costringe a trattenermi ancor per poco sul teatro Ateniese per parlare dʼAristofane. Lʼavvocato Invernizzi Romano si adoperò con molta lode ad emendare ed illustrare le sue commedie[157]. A me rincresce, che avendo un giorno letta ed esaminata la sua edizione, ora non lʼabbia al presente uopo, nè possa farne quellʼaccurato elogio che merita il suo dotto lavoro. Parlerò perciò solamente del poco che altri ha fatto intorno a questo poeta. Il P. Carmeli testè mentovato ne pubblicò una Commedia, cioè il _Pluto_[158], e due ne dette il Nerucci di Siena, cioè lo stesso _Pluto_, e le _Nuvole_[159]. Ambedue accompagnarono il testo di traduzione poetica Italiana, e di note dirette a spiegare, ed illustrare lʼoriginale, non a correggerlo, o mutarlo. Nè da Aristofane separerò il suo Scoliaste, e i due comici Filemone e Menandro. I frammenti di questi illustrò il Salvini con alcune sue brevi annotazioni, che poi il Clerc senza sua saputa o licenza pubblicò nel libro intitolato: _Philargyrii emendationes in Menandri, et Philemonis reliquias etc. Amstelodami_ 1711. in 8. Lo Scoliaste poi dʼAristofane fu tradotto in latino, e con molte ed erudite annotazioni spiegato da Francesco Galluppi di Tropea in Calabria. Egli fece ancora un comento a Teocrito, in cui prese a censurare specialmente quel dellʼHeinsio, ed uno sopra Stefano Bizantino, che mandò al Dorville perchè fosse inserito nelle sue _Observationes Miscellaneae_[160].

Maggiore impresa, e più ardimentosa assunse Gio. Vincenzo Lucchesini, che poi fu Prelato nella Corte di Roma, e pel suo valore nella lingua latina meritò dʼesser Segretario di più Pontefici. Egli tradusse in Latino, ed illustrò pressochè tutte le orazioni politiche di Demostene[161]; il che io chiamo impresa ardimentosa, perchè nel tempo medesimo prese ad esaminare, e condannare in più luoghi la traduzione del Volfio sommo Grecista. Il Dorville lo biasimò;[162] e il Reiske, se si considera il modo, con cui ne parla nella prefazione al suo Demostene[163], e il non citarlo mai nelle sue annotazioni, mostra abbastanza, che non dissentiva dal Dorville. Tre cose debbono osservarsi nellʼopera del Lucchesini: la fedeltà ed eleganza della traduzione, le note critiche sulla traduzione del Volfio, e le note storiche. La fedeltà della traduzione si potrà revocare in dubbio in quei luoghi, in cui discorda dal Volfio, e di questi parlerò dopo. Nel rimanente essa è fedele, quanto si dee richiedere da chi traduce, come oratore, non come interpetre. Riguardo allʼeleganza, tutti coloro ve la troveranno grandissima, i quali hanno qualche familiarità con Cicerone, e cogli altri aurei scrittori di quellʼetà. Le annotazioni storiche sono erudite, sono profonde, si discutono in esse molte belle ed opportunissime quistioni, si illustrano molti luoghi dʼaltri scrittori, e meritano lode ancorchè non in tutto abbia colto nel segno. Anzi è a parer mio una mancanza grande nel Demostene e negli Oratori attici del Reiske dʼavere eccessivamente trascurata questa parte dʼillustrazione, che è necessaria a ben intendere le opere degli antichi. Per ciò che spetta alle note critiche confesserò, che egli combattendo contro al Volfio combatteva con armi disuguali. In primo luogo però mi si concederà non esser la traduzione del Volfio quel Sacrario, sul quale non sia lecito di porre le mani. Lo stesso Reiske parlando della sua edizione dice: _porro si recundenda interpretatio Volfiana fuisset, non sola mera, intemerata debuisset repraesentari, sed etiam annotationes criticae ei substerni, quibus lapsus ejus benigne indicarentur, et blande castigarentur_[164]. No: lʼapplauso, che a gran ragione meritano le opere del Volfio, non impedisce che vi si trovi qualche difetto, e trovatolo si accenni altrui. Vero è che talvolta il Lucchesini lo condanna a torto, tal altra volta le sue osservazioni si aggirano sopra cose minute troppo, e che non meritavano dʼesser censurate. Ma è poi vero altresì che parecchie altre volte le sue critiche sono giuste, e mostrano in lui ingegno acuto e dottrina; e che ciò sia vero non mi si potrà negare dal Reiske almeno allora, quando egli stesso senza citare il Lucchesini ha adottate le stesse spiegazioni e le correzioni del testo, che il Grecista Lucchese aveva proposte cinquantotto anni prima di lui[165]. Colle quali mie estreme parole non voglio già accusare il Reiske di plagio. So che non abbisognava di togliere le emendazioni altrui di nascosto egli che è accusato dʼessere soverchio nellʼemendare arbitrariamente. Voglio però dir solamente, che se avesse avuto agio di consultar la dotta fatica del Grecista Italiano, se nel gusto della lingua Latina fosse stato così profondo, come era nella Greca Filologia, se avesse stimato più (come doveva) le illustrazioni storiche, che erano pure stimate molto dai Salmasj, dai Pitischi, dai Burmanni, e da tanti altri comentatori delle età trapassate, più assai, che non faceva, avrebbe stimata lʼopera del Lucchesini. Degli altri Oratori dʼAtene nullʼaltro debbo indicare tranne i _Monita Isocratea_ stampati in Padova dal Facciolati il 1747. e questi stessi per la loro piccolezza non richiedono più lungo discorso.

Coetaneo di Demostene fu Teofrasto, il quale neʼ suoi caratteri mostrò quanto ben conoscesse il cuor umano. Il Senatore del Riccio li pubblicò, li comentò, li tradusse[166]; ma la sua opera non ha ottenuto molto plauso. Quelle sue lunghissime note non contengono cose di gran pregio, nè assai felice è la traduzione. LʼAb. Prospero Petroni scrittore della Vaticana ne aveva preparata una edizione. Era noto, che un codice di quella Libreria dava il titolo di due nuovi capitoli, cioè del ventinovesimo, e del trentesimo, i quali mancavano, e si credevan perduti. Il Petroni gli scoperse nel 1740. in un altro codice della medesima Libreria, li copiò, e divisò di dare un edizione di tutta lʼopera illustrando il testo, e traducendolo in Latino novellamente. Le notizie letterarie, che si stampavano in Roma dal Pagliarini lʼannunziarono nel 1742. dicendo, che i caratteri di Teofrasto sarebbono accresciuti di più del terzo. In fatti si cominciò lʼedizione, e lʼAb. Amaduzzi ne aveva i primi tre fogli, che giungevano quasi alla fine del capitolo tredicesimo; ma rimase interrotta, nè se ne sa il motivo. Dopo la morte del Petroni si perdè il suo manoscritto, col quale egli doveva aver preparata tutta lʼopera, ed ingiustamente il Siebenkees ed il Goes hanno accusato lʼAmaduzzi di plagio asserendo, che egli sʼimpadronì delle carte del Petroni, e che da queste fece lʼedizione, di cui parlerò fra poco. LʼAmaduzzi aveva solamente i tre fogli indicati della sua edizione, ed avendo da lui sentito, che in quel codice ai trovavano i due capitoli inediti, li copiò ed eccitò M. Chardon de la Rochette a stamparli. Questi però occupato tutto dellʼAntologia non accettò lʼinvito, ed anzi animò lo stesso Amaduzzi a farlo, siccome eseguì con magnifica edizione Bodoniana il 1797. in 4. Gli si rimprovera non senza ragione di non avere alcuna volta spiegato bene lʼoriginale, ed io gli rimprovererò ancora lʼeccessiva e non utile prolissità della prefazione, e delle note, per cui di due brevi capitoli ha fatto un libro di 148. pagine.

Al P. Giuseppe Pagnini dobbiamo unʼegregia edizion di Teocrito, ed una di Callimaco[167]. Parlerò solamente della prima, non avendo veduta mai la seconda. Si ha quì il testo di Teocrito Mosco e Bione accuratamente stampato colla versione Latina, e poetica in Italiano. Vi ha aggiunte in fine lʼEgloghe di Virgilio colla traduzion Greca di Daniello Alsvort stampata già in Roma il 1594. e lʼItaliana dellʼeditore, ed alcune sue poesie. Egli vi unisce alcune annotazioni, nelle quali ora spiega i luoghi più oscuri, ed ora esamina le emendazioni proposte dai Comentator precedenti, o alcune nuove ne propone tratte dai codici Vaticani da Lui con molta diligenza collazionati.

Gio. Battista Zanobetti pubblicò come inedito lʼIdillio di Meleagro sopra la primavera[168], che avevamo più esattamente nelle precedenti edizioni dellʼAntologia. Pure fece cosa utile assai, perchè lo illustrò lodevolmente con erudite annotazioni e parecchi Greci Epigrammi. LʼAb. Spalletti, del quale ho già parlato, forse aveva in animo di dare una edizione dellʼAntologia di Costantino Cefala, giacchè tutta la trascrisse da un celebre codice Vaticano, ed il suo apografo dopo la morte sua passò ad arricchire la Libreria del Duca di Saxe Gotha[169]. Ora quali altri tesori è da credersi, che egli abbia copiati da quella gran Libreria, e qual uso ne avrebbe egli fatto, se in tempi più felici gli fosse avvenuto di vivere, o più efficaci favoreggiatori deʼ suoi studj avesse incontrati!

Un altro autore più difficile per la materia, che tratta, e più bisognoso di nuova edizione era Archimede, e richiedeva un editore, che fosse nel tempo stesso buon mattematico, e grecista. Tale appunto era il Torelli, che accintosi allʼimpresa vi riuscì con somma felicità[170]. Il Bjoernstahel, che neʼ suoi viaggi aveva veduta lʼopera prima che uscisse alla luce, molto la commendò[171], e tutti gli uomini dotti hanno poi confermato il suo giudizio. I codici non gli hanno recato nessun ajuto, e il dotto editore ha dovuto correggere il testo guidato solamente dal proprio ingegno, il che ha fatto egregiamente, e quindi vʼaggiunse la traduzion latina. Un altro mattematico fu illustrato da Antonio Matani cioè Eliodoro, ma piccolo è il libro, e il nuovo editore non vʼadoperò molta fatica non abbisognando il testo dʼemendazione[172].

Molto fece altresì per lʼArgonautica dʼApollonio il Cardinal Flangini[173], il testo della quale arricchì di poetica traduzione, di doppio genere di note e di copiose varianti. Delle note alcune servono ad illustrare il testo, o a correggerne la lezione, o a dar ragione della traduzione. Ma in ciò che si spetta alla correzione del testo egli non fa quasi altro, che dar giudizio delle emendazioni del Brunck, le quali spesso egli suole adottare. Ora sarebbe stato a desiderarsi, che avendo collazionati alcuni codici Romani, e recatene le varianti avesse poi fatto qualche uso delle migliori fra queste in quelle sue annotazioni. Lʼaltro genere di note appartiene alla spiegazione delle favole mitologiche, nella quale egli si diffonde con molta erudizione, e merita somma lode.

Molto dopo questi scrittori dovrei porre lʼopuscolo sul sublime, che porta il nome di Longino, e comunemente a quel Longino si attribuisce, il quale viveva presso Zenobia Regina di Palmira nel terzo secolo dellʼera volgare. Ma recentemente il dottissimo Sig. Amati scrittore della Vaticana non senza probabilità ha sostenuto, che lʼautor sia Dionisio dʼAlicarnasso, di che si veda lʼedizion fatta in Lipsia il 1809. di quellʼopera. Credo perciò di poter collocare fin dʼora a questʼepoca lʼedizione di quellʼopera, che il Gori dette in Verona con traduzione Italiana, e Latina arricchita di non dispregevoli annotazioni[174].

Più special menzione domanda ciò che si è fatto intorno a Dione Cassio. Notissimo è quanto poco sia fino allʼetà nostra pervenuto della sua storia, e quanto dannosa sia la perdita del rimanente. Nicolao Carminio Falcone con un Codice antichissimo della Vaticana pretese di darne gli ultimi tre libri, e gli stampò a Roma nel 1724. Ma tutto ciò, che egli pubblicò, o era già stampato assai prima, o non sono che tenui avanzi di poca o niuna utilità. Il Reimaro in una lettera diretta al Cardinal Quirini, e stampata in Amburgo il 1746. lo censurò per non avere assai esattamente collazionato quel codice, confrontandolo collʼepitome di Xifilino, e per non avere bene inteso lʼautore in alcuni passi: vuolsi però temperare alquanto la severità di questa censura. Il Codice fu prima pubblicato da Fulvio Orsino, ed essendo esso malconcio, e guasto vi lasciò molte lacune, le quali furono supplite in parte dal Falconi, usando molta diligenza, e ricorrendo appunto a Xifilino, il che non era caduto in mente al dottissimo Orsino. Vuolsi dunque dargli lode di quel che ha fatto, e non riprenderlo soverchiamente, perchè non ha fatto di più. Egli poi pretese di far molto più e ristabilire i primi libri,[175] credendo dʼaver tanta esperienza dello stil di Dione da conoscer ciò che vi può esser di suo negli altri scrittori, che ne avessero copiata alcuna cosa senza citarlo. Altro però non fece che un centone tratto da Dionisio dʼAlicarnasso, Plutarco, Zonara, e Tzetze.

Più benemerito di Dionisio, è stato uno deʼ più grandi letterati, che aʼ passati giorni vantasse lʼItalia, cioè il chiarissimo signor Cavalier Morelli celebre Bibliotecario di S. Marco a Venezia. Egli da un codice del secolo undecimo, che fu già del Cardinal Bessarione, ed ora è nella Libreria di S. Marco, alla quale con tanta lode presiedeva, trasse molte pregevoli varianti, ed alcuni insigni frammenti di questo istorico, e li pubblicò in un libretto piccolo di mole, ma grande di pregio[176]. Al medesimo signor Cavaliere dobbiamo ancora unʼorazione dʼAristide contro Leptine, una di Libanio a favor di Socrate, e un lungo frammento dei Ritmici dʼAristosseno[177], il che era inedito, ed egli mandandolo in luce lo ha accompagnato con unʼelegante traduzione latina, e con prefazione, e note dottissime, quali da lui si poteano aspettare.

Ma ciò che per una certa singolarità supera ogni altra cosa sono i papiri dʼErcolano. Il giorno 3. di Novembre del 1753. sarà memorabile sempre neʼ fasti della Storia letteraria per la scoperta, che in esso se ne fece. Sono questi in rotoli mezzo bruciati, ed il Mazzocchi fu il primo, che si accorgesse che erano papiri. Qual fosse allora la sua allegrezza per sì fatta scoperta si può piuttosto immaginare, che descrivere. Difficile era lo svolgerli ma il P. Antonio Piaggio Genovese delle scuole pie riuscì a trovare una macchina, ed il metodo opportuno a questo intento; il che poi fu descritto dal Vinkelmann, dal Bartel, e nelle lettere deʼ Signori Heinse, Gleim e Muller. Svolti i papiri si copiano esattamente, ed il Mazzocchi da prima fu incaricato di tradurli in latino ed illustrarli. A lui successe lʼIgnarra, e a questo il dotto Monsignor Carlo Rosini Vescovo di Pozzuolo. Un solo volume abbiamo fino ad ora per frutto delle sue fatiche, e contiene il quarto libro dellʼopera di Filodemo contro la Musica[178]. Non mi è riuscito di vedere questʼopera pregevolissima, onde son costretto di seguire favellandone le altrui relazioni. Il chiarissimo Prelato editore neʼ prolegomeni parla eruditamente di Filodemo, ed illustra alcuni deʼ suoi epigrammi[179]. Il suo comento sullʼopera contro la musica mostra ingegno acuto, e profonda dottrina; ma lo svolgimento deʼ Papiri è così difficile, che quantunque si adoperi ogni diligenza non si possono ottenere, che frammenti confusi, intorno ai quali invano sʼaffatica lʼeditore per deciferarli.[180] Nè è da sperarsi, che nuove cure nello svolgerli possano dare un esito più fortunato. Infatti alcuni papiri furono dalla Corte di Napoli donati (son già alcuni anni) al Principe di Galles, ora Re di Inghilterra, intorno ai quali con niun successo lʼInglese Hayster si è affaticato per interpetrarli. E non migliori speranze ha la classe della storia dellʼInstituto Francese, alla quale Buonaparte ne contò sei[181]. Può sperarsi però, che qualche papiro si trovi meno indocile alle cure assidue di quelli, che sono incaricati di questa fatica, il che sarebbe di sommo vantaggio al coltivamento deʼ buoni studj[182]. Ed ove ancora tutti fossero ugualmente difficili, se ne raccorranno almeno deʼ frammenti, che saranno utili, e preziosi avanzi dʼun immenso e ricchissimo naufragio. Si dice che 1700. sieno i papiri trovati fra le rovine dʼErcolano, e che intorno a 300. sieno quelli già svolti, o suʼ quali si è fatto qualche tentativo.[183] Oltre allʼopera già indicata di Filodemo due altre se ne sono trovate dellʼautor medesimo, cioè due libri sulla Rettorica ed uno sopra i vizj e le virtù ad essi opposte, si parla pure dʼaltre opere di Demetrio, dʼEpicuro, di Polistrato discepolo di Epicuro, ma comunemente quei papiri non hanno nome dʼautore. Un solo latino se nʼè trovato di cui parlerò altrove.

Con molto minor fatica le opere degli antichi si trovano neʼ codici delle Librerie dʼItalia, e molte se ne trovano inedite, delle quali alcune han veduta per la prima volta la luce nel passato secolo. Fra queste nominerò in primo luogo diciassette orazioni di Libanio, che il Buongiovanni stampò in Venezia.[184] Egli non avvertì, che fra queste quella contro Severo era già stampata dal Morell, il che gli rimprovera il Reiske, e molto più lo condanna per la traduzione, e per le note, che vi aggiunse delle quali parla in modo aspro e mordace più assai del dovere e del giusto.[185] Il Cocchi dotto medico e buon Grecista raccolse le opere degli antichi Scrittori di Chirurgia,[186] e da un codice deʼ Monaci Benedettini di Firenze trasse lʼelegantissimo Romanzo di Senofonte Efesio, che poi ristampò in Lucca[187] in quattro lingue.

Il Baron Loccella che di questʼopera ha data una nuova ed egregia edizione in Vienna mentre loda lʼeditore Lucchese dʼalcune ingegnose, e felici correzioni, lo rimprovera poi di non avere emendati parecchi altri evidenti errori di quella di Londra, e dʼaverne anzi aggiunti alcuni, che in quella non erano. Ma lʼamore della verità richiede, che io conceda alcune parole di risposta a questʼaccusa. Quello che il Loccella chiama editor Lucchese era il testè defunto Malanima, dotto Professore nella Pisana università che fu pregato soltanto di emendare gli errori tipografici. A lui non si lasciavano i fogli, se non quanto bastava per questʼoggetto, nè poteva egli vedere, se il tipografo faceva le correzioni da lui segnate, o se volendo pur farle, cadeva (come spesso avviene) in nuovi errori. Vuolsi dunque lodarlo molto dʼavere in parecchi luoghi migliorata lʼedizione inglese in tanta angustia di tempo; nè gli si può attribuire a colpa di non aver fatto anche più, e molto meno gli si possono rimproverare gli error tipografici.

Al Cocchi succeda un altro medico, e grecista ottimo, il Sig. Gaetano dʼAncora, che nel tempo stesso ha giovato alla Greca lingua, ed alla storia naturale con una nuova eccellente edizione del libro di Senocrate sugli alimenti, che si ricavano dagli animali acquatici,[188] pregevolissima per lʼemendazione del testo, e per le dotte illustrazioni e varianti di che è arricchita. Nè minor giovamento prestarono alla storia delle filosofiche oppinioni degli antichi il P. Corsini colla sua edizione del libro di Plutarco _de placitis Philosophorum_[189] e il Sig. Ignazio Rossi exgesuita colle sue _Commentationes laertianae_[190] e il secondo principalmente, che molti luoghi o scorretti, o male interpetrati prima di lui, emenda o spiega felicemente. Allʼantica Geografia recò non mediocre giovamento il P. Alessandro Politi stampando e traducendo il poemetto di Dionigi Periegete _de situ orbis_, e il comento dʼEustazio, e poi illustrandolo con erudite annotazioni.[191] Volle poi correr di nuovo lo stesso arringo stampando unʼaltra volta quel libro, colle sue annotazioni molto accresciute, e con Rufo, Festo, Avieno, e Prisciano, e già lʼimpressione era cominciata; ma per mancanza di danaro, e di mecenati rimase interrotta.[192]

Si può aggiungere a questo la storia Bizantina di nuovo pubblicata a Venezia, e massimamente lʼappendice, che il Foggini ne dette in Roma stampando per la prima volta le opere di Giorgio Pisida, Teodosio Grammatico, e Corippo.[193] Appendice di quella storia si può chiamare altresì la vita di Giorgio o Gregorio Ciprio Patriarca di Costantinopoli data in luce dal P. de Rossi.[194] A un altro Impero, cioè a quello di Russia aveva rivolti i suoi studi lʼAb. Vernazza scrittor Greco della Vaticana che daʼ codici di quella libreria voleva pubblicare gli ammaestramenti, che lo Czar Basilio aveva dati al figlio Giovanni con molti altri trattati, e discorsi del medesimo:[195] ma qualunque ne sia stato il motivo non eseguì il suo disegno.

Benemeriti di sì fatti studi si rendono eziandio i raccoglitori dʼopuscoli non mai impressi, i quali con Greca voce chiamano _aneddoti_. Il che peʼ greci scrittori soltanto fecero alcuni, cioè il Muratori[196] e il Canonico Bandini:[197] ed altri più ampiamente gli hanno raccolti come il Lami,[198] il Mingarelli[199] il P. Lazzari[200] e lʼAmaduzzi[201] benemeriti pure ne sono gli autori deʼ cataloghi di manoscritti, che le ricchezze nascoste nelle librerie dʼItalia hanno indicate a pubblica utilità, e vi hanno inseriti parecchie cose di questo genere, il Canonico Bandini in quello della Laurenziana, il Buongiovanni in quello della Veneta di S. Marco, il Mingarelli per la Naniana[202] oltre agli autori del catalogo della libreria Reale di Torino, deʼ quali ho già parlato.

Se poi di tutti glʼitaliani, che utilmente si sono affaticati nel pubblicare i Greci scrittori Ecclesiastici volessi tener minuto discorso troppo sarei costretto di diffondermi. Basterà per tanto dʼindicarli brevemente. E in primo luogo non farò che accennare le venete edizioni di S. Ireneo, Clemente Allessandrino, Origene, S. Basilio, S. Giovanni Grisostomo, S. Cirillo Gerosolimitano, S. Giovanni Damasceno, alcune delle quali in ciò che spetta alla tipografia uguagliano, ed anche vincono le celebri Francesi deʼ Maurini. Accennerò pur solamente gli scrittori della storia Ecclesiastica ristampati in Turino non però così correttamente, come erano stati in Cambridge. Più special menzione richiedono le instituzioni teologiche deʼ PP. antichi raccolte prima dal B. Cardinal Tornasi, e poi di nuovo arricchite di note dal P. Anton Francesco Vezzosi,[203] la storia ecclesiastica dʼEusebio ristampata dal P. Tommaso Cacciari,[204] lʼanonimo scrittore dʼunʼaltra storia ecclesiastica pubblicato da Gio. Battista Bianconi,[205] il S. Gregorio di Girgenti tratto per la prima volta dai codici per opera del chiarissimo Gesuita Morcelli,[206] al quale dobbiamo ancora unʼegregia illustrazione del Calendario di Costantinopoli,[207] la spiegazione Pseudo-Atanasiana sul simbolo per opera del P. Giuseppe Bianchini dellʼOratorio,[208] la spiegazione di Filone della cantica per opera di Monsignor Giacomelli,[209] il _vetus officium quadragesimale_ deʼ Greci Ortodossi dal Cardinal Quirini, quando era tuttavia monaco,[210] unʼOmilia di Eusebio Alessandrino in _Parasceven_,[211] le opere di Dionisio Alessandrino,[212] e gli atti deʼ Martiri dʼOstia[213] da Monsignor de Magistris Vescovo di Cirene, nelle quali due edizioni egli dà una luminosa conferma di quella cognizione delle lingue orientali che aveva dimostrata, nel suo Daniele, una lettera Greca di Francesco Filelfo dallʼAb. Angelo Teodoro Villa[214]. Del Daniele del citato P. De Magistris terrò discorso, quando dovrò parlare di quello in lingua Siriaca pubblicato dal chiarissimo Signor Dottor Bugatti. Finalmente non debbo tacere, che il Signor Gerbini Assistente della Real libreria di Torino meditava di pubblicare le quistioni Amfilochiane di Fozio da un manoscritto di quella libreria, nel quale esse ascendono al numero di 297. Egli aveva già tutto copiato il testo Greco, e ne apparecchiava la versione, ma qualunque, ne sia la ragione la sua fatica restò inedita. Il Bjoernstaehl attribuisce questo lavoro allʼAb. Berta; ma il Signor Peyron, da chi ho ricevute queste, ed altre parecchie pregevoli notizie mi ha avvisato, che appartiene al Gerbini.