Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte II

Part 6

Chapter 63,579 wordsPublic domain

Niun Lessico nuovo possiamo vantare in questʼepoca, ma i Lessici altrui si sono pubblicati novellamente in maniera che meritano ricordanza. Tali sono le nuove impressioni dello Schrevelio, e dellʼHederico, che dobbiamo ambedue al non mai lodato abbastanza Seminario di Padova. Lo Schrevelio fu pubblicato con accrescimenti considerabili dal Facciolati[124] che avrà voluto provvedere ai principianti, i quali facilmente sʼimbarazzano nellʼ_investigare il tema_, e perdono il coraggio. Ma quel Lessico è pericoloso, perchè fomenta la pigrizia deʼ giovani, e perciò ne ritarda il profitto, onde io non so bene se dobbiamo esser grati allʼeditore. Molto più util cosa fece quegli, che di nuovo dette in luce il Lessico dellʼHederico con le emendazioni e gli aumenti del Patrick, e dellʼErnesti.[125] A me non è avvenuto di riscontrare in questa impressione veruna aggiunta o ammenda: anzi qualche errore delle impressioni precedenti è quì copiato fedelmente. Era però facile di aggiugnere nuove voci, o nuovi significati: e bastava dirò quasi aprire a caso qualunque greco scrittore e si sarebbe offerta spontanea la messe. Tanto sono manchevoli i Lessici tutti quanti. Dicesi che i dotti Direttori di quel Seminario abbiano in animo di ristampare quel Lessico con più altre aggiunte, il che sarà un nuovo benefizio, che essi faranno alla Repubblica delle lettere. Ma se potessi sperare, che un mio desiderio giungesse fino a loro vorrei pregarli, che facessero anche più. Il Lessico dellʼHederico ha un difetto grande, cioè la mancanza degli esempj. Gli esempj mostrano, come si costruiscano i verbi, e molte altre voci, che richiedono speciale osservanza, quali modi reggano certe congiunzioni ec. Gli stessi significati assai volte meglio sʼintendono se vi sono uniti gli esempj. Il Facciolati nellʼaumentare tanto il Dizionario del Calepino, e il Forcellini nellʼaureo suo Lessico Latino, se avessero lasciati gli esempj quanto tenue sarebbe stata lʼutilità della loro grande impresa! Ma limitando ora le nostre considerazioni a più piccolo, ma sempre utile oggetto, i giovani, che danno opera alle latine lettere usano il Dizionario del Pasini. Or qual profitto farebbono essi, se a questo si togliessero gli esempj, nè sʼindicassero i casi, coʼ quali i verbi si debbono costruire? Scarsissimo a mio giudizio. Perchè non si dee lo stesso dire deʼ Greci Lessici? Qual motivo vʼha per togliere tanto vantaggio nellʼinsegnamento dʼuna lingua più difficile per la sua ampiezza, e per la sua varietà, nellʼimparar la quale mancano molti di quei comodi, che nella lingua latina si hanno? Lʼimpresa è faticosa, lo confesso; ma il pensiero di giovare alla gioventù è un gran sollievo nella fatica. Oltre a ciò molti ajuti si avrebbono per togliere una parte grandissima della fatica. I Lessici generali dʼEnrico Stefano, del Costantini, ed ora dello Schneider, i Lessici particolari, come quello di Senofonte del Thieme e Sturz, dʼOmero e Pindaro del Damm, glʼindici di cui son corredate parecchie edizioni dei Classici, come dʼEuripide, di Tucidide, di Dione Cassio, di Polibio, degli Oratori Greci, ed altri somministrano molti materiali. Abbia finalmente lʼItalia la gloria dʼaver dato un Lessico in questa forma, e lʼabbia dal Seminario di Padova, cui da molti anni tanto debbono i buoni studj per molte ammirabili, e dottissime imprese. Vie maggiore utilità apporterebbe ancora il ristampare lo Scapula. Una nuova impressione se nʼè fatta testè in Inghilterra di molta spesa, la quale, per questo appunto non può comprarsi daʼ giovani studiosi. Ma torniamo allʼargomento.

Ai Lessici generali della Lingua Greca si vogliono unire quei particolari delle radici, e delle sigle. Si quistiona quante, e quali siano le vere radici; ma a me non appartiene lʼentrare in questo esame, giacchè non si è trattata in Italia sì fatta questione. Chi fra noi ha compilato un Lessico delle radici è stato sollecito di giovare alla gioventù studiosa, ed a imitazione di ciò che in Francia aveva fatto il Lancelot ha raccolte tutte quelle, che comunemente si chiamano radici, e le ha poste in versi coi loro significati, affinchè il verso e la rima agevoli lʼimpararle a memoria.[126] Più erudito scopo hanno preso i raccoglitori delle sigle, che nelle inscrizioni si trovano, e nelle monete. Il Marchese Maffei può dirsi il primo, che raccogliesse, e interpetrasse le sigle delle inscrizioni Greche[127] e a lui poco dopo successe il P. Corsini delle Scuole Pie, che non solo dalle lapidi, come il Maffei aveva fatto, ma ancora dalle monete le ricavò[128]. Più copiosa collezione ne fece poi il P. Piacentini, che dal P. Cardoni fu stampata dopo la sua morte.[129] Anchʼesso però fu superato dallʼAb. Andrea Rubbi, il quale nel suo Dizionario dʼantichità ad ogni lettera dellʼAlfabeto aggiunge le Greche sigle, e le Latine.[130] Dirò ora delle prime solamente, riserbandomi a parlare delle seconde altrove. Pone in prima quelle del Maffei, indi le sue moltissime, e finalmente dà il catalogo delle Città libere, di cui abbiamo medaglie, i nomi delle quali essendo assai volte espressi colle sole lettere iniziali accrescono il novero delle sigle, che per le sue cure è giunto ormai a un grado altissimo di perfezione. Era a desiderarsi, che egli non si stancasse nel continuare questʼopera utile, da cui sommo lustro avrebbono ricevuto le parti tutte dellʼantiquaria. Ma sventuratamente la sua morte ce ne ha tolta la speranza.

NOTE:

[88] _I. D. a Lennep Etymologicum linguae Graecae. Trajecti ad Rhenum_ 1790. T. 2. _in_ 8. _L. C. Valchenaerii observationes academicae, quibus via munitur ad origines Graecas investigandas lexicorumque defectus resarciendos, et Io. Dan. a Lenep praelectiones academicae da analogia linguae Graecae ec. recensuit, suasque animadversiones adjecit Ev. Scheidius. ib. eod. Anno._

[89] _Animadv. ad Velleri Gramm._ Si aggiunga lʼHermanno _de emend. rat. Gr. Gramm._

[90] Valckenaer luog. cit. Obs. VIII.

[91] Id. Obs. V. VI. Il Lennep però vuole, che i verbi di cinque lettere sieno tutti derivati.

[92] Nella sua edizione dellʼIliad. T. 7.

[93] T. 1. p. 16. edit Lips. 1691.

[94] Pyth. 2. 53: 3. 42. inopportunamente corretto dallʼHeyne.

[95] _Gramm. Arab._ p. 447.

[96] Animadv. in Lenn. p. 285.

[97] Scheid. ivi p. 501.

[98] Dion. Halicar. lib. 1. cap. 90. Quintil. Instit. Orat. lib. 1. cap. 6.

[99] Il P. Ogerio scrisse ancora una dissertazione intorno ai motivi, per cui la lingua latina si corruppe più presto della Greca, e la stampò nel giornale di Berna; ma siccome non lʼho veduta nulla ne posso dire.

[100] _Epitome Graecae Palaeographiae et de recta Graeci sermonis pronunciatione Dissertatio. Romae Typis Io. Mariae Salvioni_ 1735. _in_ 4.

[101] _Mitisbi Sarpedonii_ (Il P. Federigo Reiffemberg della Compagnia di Gesù) _de vera Atticorum pronunciatione dissertatio, qua ostenditur quam longe hodierna Graecorum pronunciatio a veteri discesserit. Romae ex Typog. Hieronymi Mainardi_ 1750. _in_ 4.

[102] _Commentarium Graecae pronunciationis. Romae_, 1751. _in_ 4.

[103] _Thomae Stanislai Velasti Soc. Iesu Dissertatio de litterarum Graecarum pronunciatione. Romae_ 1751. _in_ 4.

[104] Nella pref. alla sua traduzione dei _sette in Tebe tragedia dʼEschilo. Vinegia_ 1794. _in_ 8.

[105] Ho detto _per molti anni_, perchè recentemente lʼha superato il Sig. Anastasio Giorgiade, che nel 1812 stampò a Parigi una dotta ed erudita apologia della pronunzia deʼ Greci moderni.

[106] Presso il Villoison Anecd. gr. p. 109. Si veda anche lo stesso Villoison. _Prol. in Hom._ p. XII.

[107] V. ivi.

[108] _Arist. Rhet. lib._ 3. _cap._ 8. _Dionys. Halic. operum_. T. 2. p. 29. 30. e altrove. _Long. de Subl. Cap._ 39.

[109] _Napoli_ 1758. in 8.

[110] _Fabbroni Vit._ T. 15. p. 269.

[111] _Siciliae et objacentium insularum veterum inscriptionum nova collectio prolegomenis et notis illustrata. Panormi, Bentivegna_ 1769. _in fol_.

[112] T. 7. p. 62.

[113] Palermo 1757. in 8. e poi di nuovo il 1759.

[114] _Indirizzo per sapere in meno dʼun mese la grammatica Greca distribuita in quattro lezioni. Napoli_ 1752. _in_ 8.

[115] Lettera al P. D. Giusto V. contenente un metodo dʼimparare la lingua Greca in cento lezioni. Fabbroni Vit. T. 11. p. 376.

[116] _Compendiaria Graecae Grammatices institutio in usum Seminarii Patavini. Patavii typis Sem. apud Ioan. Manfrè_ 1705. in 8. E poi molte volte.

[117] _Florentiae_ 1759. in 8.

[118] _Gramatica et præcipui idiotismi linguæ Graecæ_ (Sebastiani Zappalà) _Catinæ, typis Seminarii_ 1773. in 12. La seconda parte destinata ai più provetti è intitolata, _synopsis linguæ Graecæ_.

[119] _Alex. Gabr. de Woiutyn Hulevvicz Nobilis Poloni Institutiones linguæ Graecae regulis quadraginta ortographiam etymologiam et Syntaxin simul plane et plene sistentibus comprehensae. Lugd. Bat. apud Io. Luzac._ 1746. _in_ 4.

[120] Ernesti _Pref. ad Lex. Graec._

[121] _Recueil de pieces lues dans les seances publiques de lʼAccademie établie à Rouen._ 1748. in 8. citato da M. Chardon della Rochette _Mél. decrit. et de Phil._ T. 3. p. 10.

[122] _La Neoellenopedia, o sia il nuovo metodo per erudire la Gioventù nel Greco linguaggio. Napoli nella Stamperia Porfiliana_ 1779. T 2. in 8. Dee esservi un terzo volume contenente la prosodia che non ho veduto.

[123] _Ioannis Mariae Becucci ars metrica, seu de Græcorum prosodia tractatus. Colle_ 1782. in 4.

[124] _Patavii_ 1752. in f.

[125] _Graecum Lexicon manuale primum institutum e Beniamine Hederico, tum castigatum a Samuele Patricio, demum locupletatum a Io. Augusto Ernesto. Editio prima Patavina auctior et emendatior. Patavii typis Seminarii_ 1774. T 2. in 4. Abbiamo ancora il Dizionario copioso di vocaboli Toscani, Latini, o Greco-Latini di Taddeo Cortigiani. Ferrara 1712. T. 2. in 4. Io non lʼho veduto, nè so se appartenga alla lingua Greca antica o alla moderna.

[126] _Il Giardino delle radici Greche disposte in versetti con un trattato delle preposizioni ed altre particelle indeclinabili, ed una raccolta alfabetica delle voci italiane tirate dalla Lingua Greca per allusione, o per etimologia. Napoli_ 1782. in 12.

[127] _De Graecorum Siglis lapidariis Veronae._ 1746. in 8.

[128] _Notae Graecorum, sive vocum et numerorum compendia que in æreis atque marmoreis Græcorum tabulis observantur. Florentiæ_ 1749. in f.

[129] _Gregorii Placentini Abbatis ec. de Siglis veterum Græcorum opus posthumum, et de Tusculano Ciceronis ec. Romae._ 1758. in 4.

[130] _Dizionario dʼantichità comune ai Greci ed aʼ Romani giusta il metodo di Samuele Pitisco. Venezia_ 1795. e seg. in 8.

_Editori._

~CAPO~ VIII.

Più vasto campo ci presentano le opere degli antichi pubblicate dai nostri. Non parlerò di quelle edizioni, che essendo fatte unicamente per mercantile speculazone, e con somma trascuratezza, recan danno alla lingua piuttosto che vantaggio peʼ molti errori da cui sogliono esser bruttate. Nè pure farò parola di certe magnifiche edizioni, che il chiarissimo Signor Bodoni ha fatto uscir deʼ suoi torchj, se non quando siano corredate dʼutili illustrazioni. Esse servono al lusso degli uomini ricchi, non al comodo degli uomini studiosi. Omero è il più antico scrittor profano, e ragion vuole, che si cominci da lui. DellʼOmero del Sig. Cesarotti dirò fra i traduttori. LʼIliade stampata a Parma è commendabile per la magnificenza dellʼimpressione, e per la scelta del testo. La prima lode si deve al Sig. Bodoni, e la seconda al dottissimo Sig. Cavaliere Luigi Lamberti, che alcune delle lezioni ivi adottate ha poi illustrate con molta erudizione e sottil critica.[131] Ma della illustrazione impressa nel secolo presente non debbo quì tener discorso. Più vasto campo prese a percorrere il P. Alessandro Politi delle Scuole Pie, che tutto Omero, ed i comenti dʼEustazio cominciò a pubblicare colla traduzion Latina, e parecchie annotazioni sue in gran parte e in parte dʼAnton Maria Salvini; ma la morte interruppe il suo disegno, mentre si stampava il quarto volume[132]. Le annotazioni sono erudite e giudiziose, la traduzione è esatta, il testo è emendato dallʼeditore, che era dotto Grecista. Taluno forse potrebbe reputare inutile la traduzione, e di questʼavviso era il Sig. Heyne. E in unʼopera così voluminosa il togliere una cosa inutile è un vantaggio grande. Benemerito dʼOmero fu altresì il Buongiovanni pubblicando uno Scoliaste inedito pregevolissimo[133]. Se non che egli non ne dette, che una parte, ed era riservato al Signor Villoison il darlo tutto con altri Scolj antichissimi[134]. Ma giacchè ho nominato lʼedizion procurata da questo Francese Grecista dottissimo concedendo a lui la gloria dʼaver dati in luce quegli Scoliasti collʼIliade dʼOmero, coi segni critici usati dagli antichi, e con prolegomeni ricchi di molta erudizione, non debbo tacere, che una parte di questa gloria si ha da attribuire ancora ai Signori fratelli Coleti dotti nella Greca Lingua, come in ogni maniera dʼerudizione, i quali nella lontananza dellʼeditore eseguirono quella difficile impressione. E per non dissimile ragione ad essi pure si debbe parte di quella gloria, che egli si meritò divulgando i celebri suoi Greci Aneddoti, dove dei Signori Coleti fece giusta, ed onorata menzione[135]. Anzi pareva quasi destinato, che le opere maggiori di quel sommo uomo si mandassero in luce daglʼItaliani; perchè anche il suo Apollonio si deve allʼItaliano Signor Molini dimorante in Parigi[136], il quale se non poteva colla dottrina giovare allʼedizione, come i Coleti fecero nelle accennate due opere, le giovò almeno col tollerarne la spesa.

Da Omero non deve andar disgiunto Esiodo, del quale si possono quì ricordare due edizioni, quella cioè di Padova collʼItaliana versione del Salvini[137]; e quella di Parma del celebre Signor Bodoni colla traduzione Latina del Gesuita Zamagna[138]. Ambedue sono più commendabili per le traduzioni, che le accompagnano, che per le illustrazioni aggiunte allʼoriginale. E queste illustrazioni lʼintelligenza riguardano del testo, non lʼemendazione, nè pure in quei luoghi, neʼ quali lo richiederebbe forse lʼedizion del Clerc, che quì si segue sempre fedelmente. Ad Esiodo succeda Teognide, le sentenze del quale furono dal Canonico Bandini pubblicate col poemetto ammonitorio, ed i versi aurei attribuiti a Pitagora[139]. E giacchè il mio discorso è caduto sopra questo editore stimo non inopportuno lʼaggiunger quì ancora gli altri poeti, che egli fece stampare, perchè di tutti dovrò dare lo stesso giudizio. Questi sono Callimaco, Arato, Nicandro, Trifiodoro, Coluto, e Museo[140], ai quali tutti, come pure a Teognide, e agli altri già nominati, unì le traduzioni in versi Italiani dʼAnton Maria Salvini. Util cosa fece il Bandini, dando questi volgarizzamenti, che erano inediti, ed oltre a ciò alcune varianti a Callimaco, a Trifiodoro, e a Nicandro prese dai Codici Fiorentini, e lʼinedita metafrasi di questo poeta fatta da Eutecnio Sofista, che egli in parte ricavò da un codice Laurenziano, e in parte da uno Viennese. Nulla però vʼaggiunse di proprio, fuorchè alcune annotazioni a Callimaco molto diffuse, ma poco utili a spiegare il testo, e nulla ad illustrare la lingua. Le note aggiunte a Museo, e a Coluto sono o copiate fedelmente, o abbreviate da quelle, con che il Rover, e il Lennep accompagnarono i versi di questi due poeti, e la metafrasi dʼEutecnio fu da lui pubblicata con tutti gli errori deʼ codici, benchè manifesti.

Nella traduzione dellʼHarvood fatta in Venezia si attribuisce al Bandini unʼedizione Fiorentina dʼAnacreonte del 1742.; ma ciò è errore e lo ha già osservato il Signor Chardon de la Rochette nelle sue _Melanges de Critique, et de Philologie_ T. 1. p. 190.[141] Tre sono le edizioni dʼAnacreonte, delle quali debbo quì far parola, tralasciandone più altre, che nulla hanno di osservabile per la illustrazione della lingua, o che sono osservabili solamente peʼ volgarizzamenti di cui dirò altrove. Eʼ la prima quella dellʼAb. Spalletti, nella quale egli ci ha dato il testo dʼun codice del secol decimo della Libreria Vaticana. Il Barnes ne aveva ottenute le principali varianti delle quali fece uso, non però sempre fedelmente. LʼAb. Spalletti volendo pubblicare il testo di questo codice ne ha fatta incidere una copia, che dicesi non esatta, ed ha poi stampate le poesie dʼAnacreonte con caratteri fusi espressamente a imitazione del manoscritto, e vi ha contrapposto il testo del Barnes, che era allora più comunemente adottato. Quindi si vede quanta superfluità sia in questa edizione, che a minor prezzo poteva offerire quel testo. In fatti M. Levesque dotto Grecista Francese ha poi stampate le varianti di quel codice[142], il che rende inutile la fatica del Romano editore. Pregevolissima poi è la magnifica edizione, che il Sig. Bodoni dette di questo poeta nel 1785.[143] in lettere majuscole. Non considero la bellezza deʼ caratteri, e della carta, e tuttociò che allʼarte tipografica appartiene, nelle quali cose tutti sanno quanto quellʼinsigne tipografo fosse grande. Questi sono esteriori ornamenti; ed io debbo esaminar solamente i pregi intrinseci dellʼedizione. Erudito è il comentario posto in principio, in cui dottamente si parla del poeta, delle edizioni deʼ suoi versi, e delle traduzioni Italiane, e Francesi. Con molto avvedimento si è scelta per testo la prima edizione, cioè quella del 1554. in cui Enrico Stefano dette esattamente la lezion deʼ suoi codici, e le poesie di Anacreonte non erano anche state alterate dalle congetture degli editor posteriori. Io lodo queʼ dotti critici, che le fatiche loro consacrano alla emendazione degli antichi scrittori; ma più lodo quelli, che contenti di esporre le loro correzioni neʼ comenti si astengono dallʼinserirle nel testo. Così fece allora lo Stefano, e così pure ha fatto il dottissimo Sig. Ab. Valperga Caluso, che è lʼautore delle varianti poste in fine di questa edizione. Queste egli ha scelte da tutti gli editori, ed alcune sue ne ha aggiunte molto lodevoli, talchè ha dato quì in poche pagine il meglio, che dar si potesse in questo genere[144]. Dobbiamo al Ch. Signor de Rogati la terza edizione nella quale egli ha accompagnato il testo colla sua traduzione poetica, e con annotazioni[145]. Della traduzione parlerò in altro luogo. Le annotazioni mentre servono a dar ragione del suo volgarizzamento, o ad esaminare gli altrui, giovano ancora a spiegare il testo. Ma niente vʼha intorno allʼemendazione del testo, niente per isceverare le odi genuine, da quelle che certamente non sono dʼAnacreonte.

Un solo editore di Pindaro ci offre lʼItalia in questo secolo, cioè lʼAbate Gautier[146]. Della sua traduzione parlerò altrove, ed ora considero solamente lʼedizione del testo, e le annotazioni, di che egli lʼaccompagnò. Ma di ciò ancora non posso dire che poco; perchè quanto al testo seguì fedelmente lʼimpressione dʼOxford, e nelle annotazioni nulla è di nuovo: niun confronto, non dirò coi codici, ma nè pure colle edizioni precedenti, niuna spiegazione relativa alla illustrazion della lingua. Più benemerito del Principe dei Poeti Lirici fu il P. Luigi Mingarelli Canonico del Salvatore, che per le sue congetture su questo poeta meritò dʼessere annoverato dal dottissimo Heyne _inter praestantissimos rei metricae magistros_[147]. Nè quì si arrestò il Grecista Bolognese, ma più altre illustrazioni mandò allʼHeyne principalmente intorno ai metri, delle quali questi fece uso nella edizione del 1798. essendo a lui liberale di molta lode[148].

Poco si è fatto per Eschilo, ed ancor meno per Sofocle. Il Pasqualoni, che ho già citato, volgarizzando due Tragedie, cioè i _Sette a Tebe_, ed il _Prometeo_ del primo ne ha pubblicato il testo colle sue annotazioni[149]. In queste egli spiega lʼoriginale attenendosi frequentemente allo Schutz senza esser però al tutto ligio delle sue opinioni, dalle quali talvolta si allontana per seguire lo Stanley, il Pauvv, e lʼHeathe. Ma niuna correzione vʼha tratta dai codici o dal suo ingegno. Il Prometeo fu pubblicato ancora da Monsignor Giacomelli, come pure lʼElettra di Sofocle[150] che arricchì di sua traduzione e di note. Questo dotto Prelato, che dovrò mentovar più volte, era assai valoroso Grecista, e ben lo dimostra nel comentare queste due tragedie ora spiegando i passi più oscuri, ora scegliendo le migliori fra le diverse varianti proposte da altri, ora proponendo egli stesso nuove lezioni. Assai più sʼè fatto per Euripide, cui toccò in sorte un editore, che tutte le opere ne pubblicò e tradusse. Questi fu il P. Carmeli[151]. Il Reiske negli atti di Lipsia del 1748. dando ragguaglio del primo volume di questʼedizione, il quale solo era pervenuto alle sue mani fece alcune critiche osservazioni sullʼEcuba dʼEuripide, sulla traduzione del P. Carmeli, e sulle sue note. Questi però non tacque, e rispose ai rimproveri del Grecista Tedesco[152]. Lasciando stare la difesa del Greco Tragico, e considerando solamente quella del volgarizzamento, e delle note dirò, che il Reiske o ingiustamente, o troppo severamente condanna il traduttore dʼinesattezza. Una sola delle sue critiche può dirsi giusta, ed è dove al v. 183. il Carmeli traduce _Perchè con voce di pietà mi chiami_? le parole τί με δυσφημεἶς, perchè δυσφημὦ non ha questo significato. Egli lo trova nello Scoliaste, e ve lo trovò pure Enrico Stefano nel Tesoro della Lingua Greca. Ma se ben si considera lo Scoliaste dice: διατί δυσφημεἶς καὶ ἐλεεινογεἶς ἐμέ; dove ἐλεεινογεἶς non è posto, come spiegazione di ἐλεεινογεἶς nel qual caso in vece di καὶ avrebbe detto τουτέςι o in altra simil maniera, ma come spiegazione, del modo, con che Ecuba veniva a dar cattivo augurio a Polissena. Ciò non ostante però la critica di questo luogo è troppo severa a parer mio, perchè in una poetica versione non si dee pretendere, che il senso dʼogni parola sia trasportato dallʼuna allʼaltra lingua rigorosamente, bastando solo che i concetti, e i sentimenti sieno conservati. Riguardo poi alle note, il critico biasima il Carmeli se corregge il testo condannando le sue emendazioni, come non necessarie, e inopportune: lo biasima se non lo corregge, indicando egli stesso parecchie emendazioni, che a suo giudizio si doveano fare. Io confesserò, che talvolta il Reiske ha ragione; ma dubito forte, che ciò succeda non molte volte, e tengo per fermo, che alcune delle correzioni Reiskiane non saranno approvate da altri. Era il Reiske dotto Grecista, ma nelle sue illustrazioni degli antichi scrittori soverchiamente si lasciava trasportare dal desiderio dʼalterare il testo. Questo difetto è stato a lui apposto da uomini dottissimi: fraʼ quali mi piace dʼallegarne tre, che tutti riconosceranno come ottimi giudici. _Perversam_, dice lo Jacobs,[153] _Reiskii omnia mutandi libidinem tot exemplis cognitam_: e il Brunck[154], che pure non era troppo parco nellʼemendare lo condanna, come poco attento alle leggi della prosodia. _Reiskius quì minus etiam quam Strepsiades metra curabat etc._ Il terzo sarà lo stesso Reiske, il quale parlando delle sue emendazioni a Demostene dice: _retractans nunc longo tempore post illa mea ausa demosthenica, incipio nonnunquam vereri ne festinatio me passim locorum praecipitem egerit_[155]. Difendendo però in qualche modo il Carmeli da alcune fra le accuse di quel dotto critico non intendo di difenderlo da quelle, che altri potrebbe fargli. Lo condannò lʼHeyne dicendo le sue annotazioni _nec multum continere novi, nec prodere insignem scientiam linguae, artis criticae, reique metricae_[156], ed alla sentenza di tanto giudice niuno sarà che voglia contradire.