Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana procurata nel secolo XVIII. dagli Italiani - Parte II

Part 5

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La Greca lingua deve, siccome io credo, la sua prima origine allʼEbraica, e perciò dopo aver parlato di questa, e delle altre due, che da lei non si possono separare, debbo ora parlar di lei. Confesso, che altre lingue vi sono fra le Orientali molto affini allʼEbraica, le quali parrà forse ad alcuno, che dovessero precedere. Ma la Greca è madre della Latina, la quale così prossimamente ci appartiene, che fo quasi a me stesso un rimprovero dʼaver fin quì differito a farne parola. Che la lingua Greca nasca dallʼEbraica, come ho detto, è per mio avviso opinione sicura, cui lʼabuso delle etimologie fatto da alcuni per confermarla, non deve togliere il credito. Il P. Ogerio Carmelitano ha difesa questa opinione con una operetta, che ha per titolo: _Graeca, et Latina lingua Hebraizantes, seu de Graecae, et Latinae linguae cum Hebraica affinitate libellus, cui accedit brevis tractatus de linguae Italicae Hebraismis. Venetiis typis Sebastiani Coleti._ 1764. _in_ 8. Esamina egli in primo luogo la quistione già da molti agitata, se la lingua Ebraica sia la lingua primitiva che parlarono Abramo, e Noè, sulla quale io non mi tratterrò, bastandomi il dire, che non porta nuovi argomenti, e solamente quelli indicati da altri raccoglie con diligenza, e talvolta li estende più che non si era fatto prima di lui. Ciò che sopra tutto richiede il mio discorso è la derivazione della lingua Greca dallʼEbraica. Egli la prova principalmente collʼaddurre oltre a quattrocento parole Greche simili di suono ad altrettante Ebraiche dʼuguale o affine significato; e questo numero si potrebbe senza fatica accrescer molto. So che il Lennep il Valckenaer e lo Scheid[88] sommi Grecisti condannano altamente sì fatte derivazioni, tranne poche voci dʼarti, erbe, piante, che introdusse il commercio. A me rincresce dovermi opporre a tre così solenni maestri; ma da una parte lʼindole del mio ragionamento mi costringe ad esporre il mio avviso, qualunque esso sia; e per lʼaltra mi conforta alquanto il vedere, che a questo loro divisamento è contrario ancora il Fischer,[89] sommo Grecista egli pure. Essi vogliono, che le vere radici di una lingua siano verbi solamente; il che a mio giudizio si può negare. Suppongono in secondo luogo, che in principio, quando si formò la lingua Greca, gli uomini sceglier dovessero le voci più semplici,[90] e che perciò i verbi radicali fossero di due, tre, o quattro lettere, o al più di cinque.[91] Ma per ammetter ciò converrebbe supporre, che i primi uomini fossero nati in Grecia, e fossero senza uso di verun linguaggio, nel qual caso le prime voci da essi adoperate sarebbono state semplicissime. Or sappiamo dalla Storia Mosaica, che il fatto andò altramente. I discendenti di Noè andarono ad abitare quelle contrade parlando una lingua, qualunque essa fosse, che col volger degli anni si deve essere alterata in modo, che si è formata la Greca. Vedo in questa molte voci simili allʼEbraiche, ed a ragion ne deduco, che quella prima lingua era lʼEbraica, o affine allʼEbraica. Egli è vero che la somiglianza di qualche voce dʼuna lingua con quelle dʼun altra non è un sicuro indizio, che le une provengano dallʼaltre, e il caso può produrre ciò facilmente. Se però quella somiglianza è in molte voci, e la tradizione storica mostra probabile, che una lingua provenga dallʼaltra, allora non posso non riconoscere sì fatta derivazione, se non di tutte almeno di molte.

Ma torniamo allʼopera del P. Ogerio. Egli ha voluto evitare le accuse, che si danno al Martini pel suo Cadmus Graeco-Phoenix, e perciò è stato parco anzi che no nelle sue etimologie; onde contento di registrar quelle, che quasi spontanee ci presenta il confronto delle due lingue ne ha trascurate molte altre, che richiedevano qualche maggiore indagine. Sono però alcune, che a me sembrano immeritevoli dʼesser da lui dimenticate. Ne darò pochissimi esempj. Ατη noxa, peccatum, ed Ate Dea celebre, presso Omero, e il verbo ἀτάω _noceo_ vengono da ἂτω, che significa lo stesso. Ma io vedo in Ebraico חטה, che significa _peccavit_, _peccatum_, _peccator_ secondo i diversi punti, e nella conjugazione Hiphil החטיא, _peccare fecit_, _ad peccandum induxit_. Vedo che Arabo, come in Siriaco חטה significano pure _peccavit_. La somiglianza di queste due voci Araba, e Siriaca, collʼEbraica mi obbliga a credere, che esse vengano da questa; e non dovrò poi credere che ne provenga ἂτω coʼ suoi derivati ἀὰτω, ἂτη, ec.? Manca in Greco lʼaspirazione, che si vede in quellʼaltre lingue; ma è probabile che anticamente vi fosse, e si scrivesse Ϝατη col digamma Eolico. So che lʼHeyne dottissimo Grecista non ve lo riconosce nel catalogo delle voci Omeriche dotate del digamma.[92] Ma egli ammette questa aspirazione solamente, dove la richiedono certe regole da lui stabilite. Ora non ostante lʼalta venerazione, che io ho per un uomo così grande, credo che mi sia concesso di dire, che quelle sue regole non sono abbastanza sicure, perchè (tralasciando altre ragioni) lʼescludono da alcune parole, le quali per testimonianza di Dionisio dʼAlicarnasso lʼavevano.[93] Che ἂτω, ed ἂτη avessero digamma lo mostra la parola ἀυἁτη, che leggiamo due volte in Pindaro,[94] e sono dʼavviso, che lo mostri il verbo ἀπατάω coʼ suoi derivati, il quale a me pare che venga da ἀτω, ἀτάω, piuttosto che da un supposto verbo ἂπω come vorrebbe il Lennep. Osservo, che il citato verbo Arabo presenta, ancora unʼidea di moto, onde lʼErpenio[95] lo traduce _lapsus est_ che vuol dire ugualmente _cadde_, e _cadde in qualche fallo_; il qual significato pare che abbia ancora il verbo Ebraico. Nè diverso forse lʼaveva il Greco, che nellʼattivo si potrebbe tradurre _fo cadere altri in qualche fallo, o in qualche sventura_, cioè _nuoccio_, e quindi nel medio _cado in qualche fallo, o sventura_. Αασάμην.... περιέπεσον (ἄτη) dice Esichio. Anche i pronomi potevano aver luogo nellʼopera del P. Ogerio. Lo Scheid[96] porta opinione che il pronome ἑγώ anticamente si dicesse ἒνω, che è la voce Siriaca, e viene dallʼEbraico אני. Ma lasciando star questo, almeno il duale νώϊ, _nos_ viene da אנו. Τὺ conservato nel dialetto Dorico, e nel latino _tu_ era probabilmente il vero pronome antico, e pare derivato da אתה. Il pronome della terza persona οὖ, οὶ, ἓ anticamente aveva per Nominativo ὶ,[97] che aver dee la stessa origine. In fatti che cosa è in Ebraico la formativa Jod della terza persona del futuro, se non il pronome della stessa persona, come lʼAleph, e il Nun sono quelli della prima persona nel singolare, e nel plurale, e il Thau della seconda? Così parecchie altre etimologie si potrebbono aggiugnere, e non poche ne ho aggiunte nelle margini del mio esemplare fino dal primo momento, che lʼebbi in dono dallʼumanissimo e dottissimo signor Cavaliere Jacopo Morelli ora defunto con danno gravissimo deʼ buoni studj. Ora se di queste voci si vogliono assegnare altre etimologie derivate dalla lingua Greca convien supporre assai volte verbi, chʼessa non ebbe mai, o da quelli, che ebbe, ed ha, trarle forzatamente, mentre derivar si possono dallʼEbraica con certa naturale spontaneità, che concilia persuasione. AllʼEbraica ho unita lʼAraba, e la Siriaca non per fare vana pompa dʼunʼerudizion, che non ho, ma perchè ho creduto, che quegli esempj qualche peso accrescessero alle mie asserzioni. Siccome poi parecchie etimologie si possono aggiugnere al catalogo del P. Ogerio, così se ne debbono levare alcune, e quelle principalmente, che egli trae daʼ futuri Ebraici. Essi hanno le lettere dai Grammatici chiamate preformanti, che essendo veri pronomi personali non possono far parte dei derivati.

Alla storia ed alla etimologia egli aggiunge certe proprietà di lingua, che nel Greco, e nellʼEbraico sʼincontrano ugualmente, e la somiglianza del nome e della figura delle lettere dellʼAlfabeto. Ma riguardo alle proprietà della lingua avrebbe potuto annoverarne più altre, che ha trascurate, come lʼuso del verbo medio nel Greco, il quale suole esprimere in qualche modo il ritorno dellʼazione nellʼagente, il che spesso accade pure nella conjugazione Hithpahel dellʼEbraico; oltre a molti idiotismi, per cui i sacri scrittori del nuovo Testamento sovente sono contro ragione accusati dʼEbraismo, quando queʼ modi di dire sono proprj delle due lingue, siccome da altri già è stato avvertito. Riguardo poi ai nomi, ed alla figura delle lettere Greche nulla dice oltre a quello, che aveva detto il Bianconi.

Dellʼetimologia si serve il P. Ogerio per mostrare la derivazione della lingua Latina dallʼEbraica, registrando molte voci, che sono simili nelle due lingue. Anzi le parole latine da lui notate vincono di numero le Greche, perchè gli è piaciuto (nè si vede la ragione) dʼannoverarne molte, che sono Greche manifestamente; per esempio _aratrum_, _arceo_, _aspis_, _astrum_, _asylum_, _aula_ ec. Queste tutte si debbon togliere, con molte altre, che vengon pure dal Greco, ma non così direttamente: per esempio _aestas_ da αἲθω, preterito perfetto passivo ῂςαι, _albus_ da ἀλφὸς, _annus_ da ἓνος onde ἓννος, _vetus_, ec. Si debbon toglier le parole introdotte neʼ bassi tempi, come _abbas_, _cabala_, _celtis_, _cherubim_, _cifra_ ec. ed i termini dʼarti. Diminuito così di molto quel catalogo non farà maraviglia il vedere, che le rimanenti voci siano simili allʼEbraiche, ove si considerino, che la lingua latina vien dalla Greca, o per meglio dire lʼantichissima lingua, che si parlava una volta nel Lazio era la stessa, che antichissimamente si parlava nella Grecia;[98] laonde se la lingua Greca aveva molte parole simili῁ allʼEbraiche debbono esserne restate alcune ancora nella latina. Rimarrebbe a parlare dellʼappendice dellʼopera, in cui si registrano gli Ebraismi della lingua Italiana. Questi però son pochi; e se si fanno le detrazioni, che abbiamo indicate per la latina ne resta così scarso numero, che vuolsi disprezzare.[99]

Ma troppo lungamente forse mi son trattenuto intorno a questʼopera, ed è ormai tempo di far passaggio agli altri scrittori di cose grammaticali. E dovrei cominciare da quella del Marchese Maffei intitolata, _litterarum Graecarum potestas et affectiones_, che si vuole stampata in Verona il 1716. o 1726. La pone il P. Zaccaria nel catalogo delle sue opere affidato allʼasserzione del P. Reiffemberg, ma confessa di non averla veduta. Io nè pur lʼho veduta, e non trovandola nellʼedizion generale delle sue opere dubito che sia supposta.

La lingua Greca neʼ primi suoi elementi presenta quistioni difficili ed opinioni diverse, e ciascuna parte crede dʼaver ragione, e chiama ostinati i suoi avversarj. Si quistiona dunque sul modo di pronunziare certe lettere, e i dittonghi, e se si debba leggere secondo gli accenti, o secondo la quantità. I Greci moderni tutti leggono e pronunziano in un modo, ed una parte degli altri coltivatori di questa lingua in un modo diverso introdotto, o rinnovato da Erasmo. A me non appartiene di decidere la questione, e questo non ne sarebbe il luogo; onde per esser più rigorosamente neutrale chiamerò le due parti _Greci moderni_, ed _Erasmiani_. La questione fu a lungo discussa neʼ secoli passati, e si è di nuovo trattata nel decimottavo. Il P. Piacentini Monaco Basiliano di Grotta ferrata difese la causa dei Greci moderni;[100] al quale avendo risposto un Gesuita Tedesco[101] replicò il Piacentini[102] e nel tempo stesso il P. Velasti Gesuita di Scio, che si potrebbe quasi dire Italiano, perchè nacque da una colonia Ligure già da gran tempo stabilita in quellʼIsola.[103] La loro causa parimente sostenne in questi ultimi anni il Sig. Pietro Pasqualoni professore di questa lingua in Roma.[104] Al contrario nella _Storia Letteraria_ dʼItalia del P. Zaccaria T. 5. p. 1. 26. Si legge un bellʼestratto dellʼopera del Velasti, che credo esser fatica del P. Gabardi, dove la controversia brevemente si descrive, e molte forti objezioni si fanno contro gli argomenti (per altro dotti ed ingegnosi) di quellʼautore. Il Velasti è a parer mio il miglior difensore di quella causa fra quanti ne furono prima di lui, nè altri poi per molti anni lʼha non dirò vinto, ma nè pur uguagliato.[105] Egli però, e molto più il Piacentini, e il Pasqualoni evitano accortamente certe obiezioni più difficili a sciogliersi, che altri hanno mosse contro alla lor sentenza. Ne recherò due soli esempj. Par certo, che lʼΗ si pronunciasse E lungo non I, come ora fanno i Greci. Fra gli argomenti diversi, che si adducono a provar ciò ha molta forza per mio avviso lʼosservazione, che anticamente la lettera Ε serviva ugualmente per lʼE breve, e per quella vocale, che poi fu espressa collʼΗ. Or se si usava scrivendo la stessa lettera pare, che si dovesse usare leggendo lo stesso suono, o almeno simile molto, cioè un E lungo come dicono gli Erasmiani. Era forse un E stretto, talchè col progresso del tempo alterandosi, come suole accadere, la pronunzia si sarà cambiato finalmente in I. Lʼaltro esempio, che mi piace di portare spetta allʼuso di pronunziare secondo gli accenti, non secondo la quantità delle sillabe. Eʼ certo che gli antichi pronunziando avevano riguardo ai primi e alla seconda nel tempo stesso. Eʼ certo altresì, che i diversi accenti si esprimevano diversamente, alzando la voce per lʼacuto, abbassandola pel grave, e prendendo un tuono medio pel circonflesso. Nè questa è una congettura dʼErasmo, o deʼ suoi seguaci, ma un insegnamento di Porfirio, e dʼaltri antichi.[106] Pare ciò impossibile ai seguaci deʼ Greci moderni, perchè questʼalternativa di varj suoni avrebbe fatta del Greco linguaggio una specie di musica: convien però credere così, perchè questo appunto dice Porfirio ed altri con lui.[107] Or questo alzamento e abbassamento di voce non sʼinsegna dai citati scrittori, i quali tutti gli accenti esprimono nel modo stesso. Queste ed altrettali osservazioni dovevano dal Piacentini dal Velasti e dal Pasqualoni esser esaminate. Siccome poi lʼultimo vuole, che dalla varia collocazione degli accenti provenga lʼarmonia nella Greca lingua, avrei volute, a che ci desse le regole di questa sua armonia nella prosa, e nelle varie qualità di versi, recando anche gli esempj degli scrittori a conferma delle medesime. Certo è, che Aristotele, Dionisio dʼAlicarnasso, e Longino[108] fanno consistere lʼarmonia nei piedi cioè nella quantità delle sillabe, e punto non parlano degli accenti. Non è poi di questo luogo lʼesaminare, se alcuna cosa rimanga a desiderare dagli Erasmiani, quando difendono la propria causa; perchè niuno mʼè avvenuto di trovarne fra glʼItaliani nel secolo decimottavo, il quale abbia fatto ciò di proposito, e minutamente.

Mentre questi scrittori disputavano intorno al modo di pronunziare, il Sisti insegnava a leggere la intralciata scrittura deʼ codici Greci. Sono essi pieni di nessi, e di abbreviature difficili, e spesso ancora impossibili a intendersi per coloro, che non vʼabbiano fatta molta pratica. Egli perciò pubblicò un _indirizzo per la lettura Greca dalla sua oscurità rischiarata_,[109] dove di ciò e delle sigle note e monogrammi parla diffusamente per appianare le difficoltà tutte, che nel leggere i manoscritti antichi sʼincontrano. Sono però dʼavviso che il miglior mezzo sia lʼesercitarsi molto sui manoscritti stessi per acquistare la necessaria esperienza. Finalmente vuolsi ricordare una dissertazione tuttavia inedita di Giacomo Martorelli _de origine Graecarum litterarum_, seu ςοιχειων[110] Di quella del Bianconi, che in parte tratta ancora di questo argomento, ho già parlato di sopra.

Alla Grammatica appartiene ancora una gran parte deʼ prolegomeni, che il chiarissimo signor Principe di Torremuzza ha premessi alla sua bellʼopera delle inscrizioni della Sicilia.[111] In essi egli tratta deʼ Greci dialetti deʼ Siciliani, della loro paleografia Greca, e dei nessi, che si vedono neʼ monumenti della Sicilia e della loro antichità. Nelle quali erudite disquisizioni si mostra non meno dotto antiquario, che profondo Grecista.

Molte son le Grammatiche, che han veduta la luce in Italia nel passato secolo, delle quali però nominerò quelle solamente, che per qualche pregio particolare debbono esser distinte. Nella Storia letteraria dʼItalia del P. Zaccaria[112] si fa menzione dʼunʼ_eccellente Greca Grammatica_ del P. Gennaro Sancez de Luna della compagnia di Gesù stampata in Napoli il 1751. _con molto giudizio condotta a norma della latina, che volgarmente dicesi dellʼAlvaro_. Io non lʼho veduta, ma le parole quì recate mi fanno credere, che buona sia o almeno che buono siane il metodo. Nè mi muovono in contrario quellʼaltre parole ivi aggiunte, che lʼautore _va un pò per le lunghe_, perchè niuna via breve io conosco, tranne il tacere molte cose utili, e ancor necessarie, come il più deʼ Grammatici fanno. Da che ne viene poi che si studia questa lingua per non impararla mai. Quindi dubito forte che il _breve metodo per facilmente apprendere la lingua Greca_ dʼunʼaltro Gesuita, cioè del P. Michele del Bono[113] non abbia forse quellʼutilità che egli si sarà proposta. Ma non posso darne certo giudizio, perchè nè pur questa ho letta. Anche il Sisti insegnò un breve metodo, e come per la lingua Ebraica, così per la Greca additò una via cortissima per impararla in poche lezioni.[114] Ma intorno alla sua grammatica credo inutile il diffondermi, bastando il dire che ha i pregj, ed i difetti medesimi dellʼEbraica. Molto dal Sisti dissentiva il Cocchi, e se quegli racchiuse i suoi precetti in quattro lezioni questi voleva estenderli in cento, di che scrisse una lettera, che non essendo impressa basterà dʼaverla solamente indicata.[115] Commendabile in molte cose è la Grammatica pubblicata ad uso del Seminario di Padova, che si attribuisce a Jacopo Facciolati, e molto è adoperata nelle scuole dʼItalia.[116] In essa si hanno tutte le principali regole intorno alle diverse parti dellʼorazione con molta chiarezza esposte, e buon metodo. Ottimo è stato il consiglio di disporre i tempi deʼ verbi non nellʼordine naturale, come nelle precedenti Grammatiche si faceva, ma con quello secondo il quale si generano; onde nellʼattivo, e nel medio allʼimperfetto succede lʼaoristo secondo, il futuro secondo, il futuro primo, lʼaoristo primo, il preterito perfetto, e finalmente il più che perfetto, e nel passivo al futuro secondo succede il perfetto, il più che perfetto, il futuro prossimo, lʼaoristo primo, e il futuro primo. Ottimo pure è stato il consiglio di porre in fine le regole deʼ dialetti dove ad ogni caso deʼ nomi, e deʼ pronomi, e ad ogni persona deʼ verbi si vede aggiunta la corrispondente proprietà dʼogni dialetto. Solamente sarebbe stata opportuna una maggiore abbondanza riguardo a questi, come pure riguardo ai verbi anomali, dei quali alcuni si tralasciono, e dʼaltri si tacciono alcuni tempi, che sono in uso. Ma ciò che soprattutto è difettoso è il trattato della sintassi, il quale è esposto con metodo non lodevole, ed è mancante di molte cose necessarie. Poco vi si dice delle preposizioni, pochissimo delle congiunzioni, nulla del vario significato dei tempi deʼ verbi, le quali cose tutte domandavano lungo e diligente discorso. Che dirò poi del verbo medio? Da che il Kustero ha mostrato qual sia di questo verbo il vero significato, da che glʼinsegnamenti del Kustero sono stati da parecchi altri dotti Grecisti confermati, e illustrati, non si vorrebbe ora sentir ripetere, che esso ha significato attivo, e passivo, e nulla più. Nè è da riprendersi meno il trattato della prosodia, il quale pure è mancante, e le sue regole alcuna volta sono fallaci.

Assai migliore è la Grammatica del P. Antognoli delle Scuole Pie,[117] che sventuratamente è divenuta rara molto. Segue essa il metodo del Facciolati riguardo ai verbi ed ai dialetti, ma in tutte le sue parti è più ampia, e la sintassi, se non è completa, è almeno discretamente trattata. Anche il Seminario di Catania ha una lodevol Grammatica in due parti divisa.[118] Non si è quì dimenticata la sintassi, ma dopo averne dato un saggio più breve nella prima parte peʼ comincianti, più diffusamente se ne tratta nella seconda, che è destinata a una classe superiore. Bramerei però un metodo migliore. Quì ad imitazione della Grammatica dellʼHulevvicz[119] dopo aver date le regole relative a una parte dellʼorazione si fan succedere quelle della sintassi della medesima; così dopo aver insegnate le declinazioni deʼ nomi si spiega la loro sintassi, la sintassi deʼ verbi viene immediatamente dopo le conjugazioni, e così si dica dellʼaltre parti. Il che non so quanto possa essere utile. Lʼesperienza cʼinsegna, che il metodo comunemente adoperato nelle Grammatiche Latine è utile molto aʼ giovanetti, che danno opera alla lingua Latina, e il metodo stesso sarebbe di gran vantaggio a coloro, che si applicano alla Greca. Si è forse fino ad ora trascurato di usarlo, perchè da molti si stima inutile dʼesercitar gli scolari nello scrivere in Greco. Tale in fatti era lʼopinione dellʼErnesti, che volendo pubblicare una nuova edizione del Lessico dellʼHederico voleva toglierne quella parte, che ivi è chiamata sintetica, cioè quella che serve a tradurre dal Latino in Greco. Egli aveva osservato, che molti giovani nelle scuole scrivevano pessimamente in Greco; talchè le loro cose o non erano da lui intese, o gli eccitavano il riso.[120] Quindi avrebbe voluto, che i supremi moderatori delle scuole vietassero severamente ai maestri dʼesercitare la gioventù nello scriver Greco. Io, a dir vero, ne avrei dedotta una conseguenza affatto opposta, cioè che gli esercitassero molto. Certo è che il signor Villoison, il giudizio del quale niuno vorrà disprezzare, diceva: _Jʼai fait autrefois, sans la moindre prètention une foule de vers Latins, et surtout de vers Grecs, non pour être poête dans ces langues mais pour entendre les poêtes quì les ont parlèes. Je crois, messieurs, quʼil faut avoir beaucoup ecrit dans une langue pour pouvoir en acquerir la parfaite intelligence._[121]

Ma torniamo alla Grammatica di Catania. Due mancanze gravissime sono in essa, cioè deʼ dialetti, e della prosodia. Deʼ primi se ne dà un breve cenno affatto inutile, e della seconda si dice, che si è giudicato non parlarne punto, anzi che darne un compendio, e che non molto essa giova a intendere i poeti. Quanto sia necessario dʼessere instruiti negli uni, e nellʼaltra lo vede ognuno, che abbia qualche cognizione di questa lingua, nè è necessario che io prenda a provarlo.

Finalmente debbo rammentare la Grammatica del Signor Mazzarella Farao,[122] sulla quale però non farò molto lungo discorso. In questa non si fa verun uso degli accenti; laonde può servire a quelli solamente, che tanto ne son nemici, che nè pure gli vogliono adoperare scrivendo, i quali però non sono molti. Del rimanente essa è accurata, e se lo stile fosse meno verboso e più castigato, potrebbe loro esser utile.

Alle istituzioni grammaticali debbono succedere i trattati sulla prosodia. Il signor Becucci ne ha parlato a lungo,[123] e lo ha fatto con diligenza e chiarezza somma, e così esattamente, che (ove si eccettui lʼHermanno) egli ha superati quanti sono scrittori di questo argomento.