Part 16
La lingua Fenicia e la Palmirena sono perdute, come ho detto e niuno ignora: ma lʼesser perdute presentando una difficoltà maggiore, anzi che scorare, ha animato parecchi uomini dotti del passato secolo ad illustrarle. Sono fra questi lʼAbate de Rossi, e il P. Giorgi, i quali in ciò che alle lingue Orientali appartiene, se lʼerudizione e lʼingegno può bastare a superar le difficoltà, son sicuri di trionfarne. Il primo in una lettera allʼAbate Amaduzzi spiegò unʼiscrizione Fenicia[502] scoperta in Cagliari. La spiegazione è naturale, i supplimenti (giacchè la lapida è mancante) sembrano necessarj; il che è tutto ciò che si può desiderare. Lo stesso è da dirsi della interpetrazione delle iscrizioni Palmirene fatta dal P. Giorgi[503]. LʼAbate Barthelemy nelle memorie dellʼAccademia delle iscrizioni di Parigi T. 26. dette lʼAlfabeto Palmireno, ma poco felicemente. Felice però è la sua scoperta che quelle lettere sieno Ebraiche miste alle Siriache. Il P. Giorgi per mezzo del chiarissimo Danese Adler ottenne unʼesatta copia di quelle iscrizioni che i precedenti illustratori non avevano avuta. Stabilisce, che autori di esse sono i Magi Sacerdoti del Sole della setta e scuola di Zoroastro. Aggiunge nuove probabili congetture per provare, che i caratteri Ebraici e Assiri fossero quegli stessi, in cui da prima furono scritti i libri Mosaici. Il modo poi di leggere e di spiegare quelle iscrizioni in molte parti parrà a tutti felicissimo, e lʼalfabeto, che dal suo libro si può raccogliere facilmente, si reputerà superiore a quello del Francese antiquario. Quantunque però io lo commendi altamente per questo, non so bene se lasci alcuna cosa a desiderare in questa parte. Meriterò forse la taccia di troppo ardimentoso, se pretendo trovar macchie nelle opere dʼun uomo così grande: ma io dubito, che si possa quì ravvisare qualche cosa arbitraria sì nella lezione, come nella interpetrazione. Che che sia di ciò certo è che il libro è ricco, di molta erudizione, di sottile avvedimento, e di critica, e la sua divinazione o è vera, o è prossima alla verità.
NOTE:
[485] _Dottrina Cristiana Etiopica—Araba—Italiana Roma_ 1786. in 4. Lo stesso traduttore lo trasportò anche in lingua Amharica, che è la volgare del paese.
[486] _Alphabetum Aethiopicum sive Gheez, et Amharicum cum oratione Dominicali, Salutatione Angelica, Symbolo fidei, praeceptis Decalogi, et initio Evang. S. Iohannis. Romae_ 1789. in 8.
[487] _Alphabetum Persicum cum oratione Dominicali et Salutatione Angelica. Romae. Typis S. Congr. de Prop. Fid._ 1783. in 8.
[488] _Rudimenta linguae Coptae sive Aegyptiacae ad usum Collegii urbani de Propaganda Fide. Romae typis ejusdem S. Congr._ 1777. in 4.
[489] _Didymi Taurinensis litteraturae Copticae rudimentum. Parmae ex R. Typographaeo_ 1783. in 4.
[490] _Della lingua propria di Cristo. Parma_ 1772. in 8. p. 41. e seguenti.
[491] _Ignatii Rossii Etymologiae Aegyptiace. Romae_ 1808. in 4. Il signor Sacy nel _Rapport historique_ già citato non ha fatta menzione di questʼopera, nè del catalogo della libreria Nani del Mingarelli, di cui parlerò fra poco.
[492] _Lexicon Aegyptio-Hebraicum, nempe vocum Aegyptiarum, quae ex Hebraica lingua derivantur._ Precede, _De Hebraismo Aegyptiorum dissertatio_ del medesimo. Eʼ nelle simbole Fiorentine del Gori T. 4.
[493] _Euchologium Alexandrinum Copto-Arabicum editum cura Raphaelis Tuki Episcopi Arsenovensis, cujus partes sunt Missale. Romae_ 1746. _Pontificale ib._ 1761. _Rituale_ 1763. _Teotochiae_ 1764. T. 5. in 4.
[494] _Psalterium Alexandrinum Copto-Arabicum. ib._ 1749. in 4. _Diurnum Alexandrinum Copto-Arabicum. ib._ 1750. in 4.
[495] _Specimen versionum Danielis Copticarum nonum ejus caput Memphitice et Sahidice exhibens. Edidit et illustravit Frid. Munter Hafniensis. Romae_ 1786. in 8. Ejusdem _Commentatio de indole versionis Novi Testamenti Sahidicae. Accedunt fragmenta epistolarum Pauli ad Timoteum ex Membranis Sahidicis Musaei Borgiani Velitricis. Hafniae_ 1789. in 4. Alcune opportunissime varianti al primo di questi due libri ha date il chiarissimo signor Quattremère nelle _Notices et Extraits des MSS. de la Bibl. ec. de Paris_ T. 8. p. 222.
[496] _Fragmentum Evangelii S. Iohannis Graeco-Copto-Thebaicum saeculi_ IV. _Additamentum ex vetustissimis Membranis Lectionum Evangelicarum divinae Missae Cod. Diaconici reliquiae, et liturgica alia fragmenta veteris Thebaidensium Ecclesiae ante Dioscorum ec. opera et studio F. Aug. Ant. Georgii. Romae_ 1789. in 4.
[497] _De Miraculis S. Coluthi et reliquiis actorum S. Panesniu Thebaica fragmenta duo ec. opera et studio_ ejusdem. ib. 1793. in 4. Lʼopuscolo deʼ Miracoli di S. Coluto aveva in gran parte veduta la luce nel 1783. nellʼopera intitolata: _Monumenta anecdota ex MSS. Cod. eruta. Romae, apud Fulg._ T. 4. p. 47. colla traduzione e le note dello stesso P. Giorgi.
[498] _Spec. Vers. Dan. Copt._ p. 3. Il P. Giorgi aveva cominciata la traduzione delle profezie di Daniele dalla versione Copto-Memfitica, ma distratto da altre cure non potè condurla a fine. Egli lo dice in _Fragm. Ev. S. Joann._ p. 232. e lo ripete il signor Quatrèniere _Notices et extrats de la Bibl._ T. 8. p. 221. Anzi preparava ancora la traduzione deʼ Profeti minori secondo lʼAbate Caluso, _Dydimi Taur. literaturae Copticae rudim._ p. 17.
[499] _Aegyptiorum codicum reliquiae Venetus in Bibliotheca Naniana asservatae. Bononiae_ 1785. in 4. Il P. Cavalieri nella vita del Mingarelli ci avverte, che egli era presto di stampare la terza parte di questʼopera, e già lʼimpressione era al nono foglio pervenuta, quando morì. Il manoscritto però era compiuto, e forse sarà a Bologna. Ivi è nella libreria dellʼUniversità una sua collezione di modi di dire e di voci Copte Memfitiche, Tebaiche ec. Egli le raccolse avendo in animo di dare un giorno unʼappendice al Lessico Copto del La Croze, o anche un nuovo Lessico. Il P. Cavalieri cʼinsegna altresì, che il Mingarelli scrisse una lettera Latina al Canonico Giuseppe Guazzuli, in cui spiegò alcune voci Tebaiche, che neʼ suoi Codici Naniani non aveva potuto intendere.
[500] _Caballeros Bibl. Script. Soc. Iesu, Suppl._ I. p. 246.
[501] _Ignatii Rossii Etymologiae Aegyptiacae. Romae_ 1807. in 4.
[502] _Efemeridi letterarie di Roma_ 1774. p. 348.
[503] _De inscriptionibus Palmyrenis, quae in Museo Capitolino adservantur interpretandis epistola. Romae apud Fulg._ 1782. in 8. E nel quarto volume del Museo Capitolino.
_Della lingua Armena._
~CAPO~ XX.
Affatto diversa da queste è la lingua Armena, che si vuole esser lingua madre ed antichissima, quantunque siasi poi molto guasta e corrotta per lʼintroduzione di un numero grande di voci straniere e massimamente deʼ popoli confinanti, ed i suoi caratteri siano inventati solamente nel quinto secolo dellʼEra volgare. LʼAbate Amaduzzi diede un breve saggio della storia di questa lingua collʼAlfabeto della medesima[504]. Egli ricorda un Dizionario _pentaglotto_, che il P. Gabriele Villa Cappuccino aveva compilato delle lingue Armena letterale e volgare, Latina, Italiana, e Francese. Ne uscì il prospetto dai torchj di Propaganda il 1780. ma non so che lʼopera sia poi venuta in luce. Ma a mostrare il valore deglʼItaliani nellʼArmeno basta lʼedizione delle opere di S. Giacomo Nisibeno del Cardinale Niccolò Antonelli[505] che o si riguardi la cognizione di questa lingua, o lʼerudizione nelle scienze sacre e nellʼecclesiastica storia è tenuta in gran pregio. Ma una piccola colonia dʼArmeni che si ricovera in Italia, da un Governo Italiano riceve asilo, e protezione, e questa prende a nuova sua patria dando opera diligente agli studj, non deve esser da me dimenticata. Un divoto drappello di monaci di quella nazione col loro istitutore Mechitar il 1702. fuggiti prima dal lor paese poi da Metone in Morea per vivere con sicurezza nella Cattolica comunione, e nella severa osservanza della monastica vita si ripararono nellʼisoletta di S. Lazzaro di Venezia, dove molte opere dettero in luce nella loro lingua. Fra queste vuolsi nominare una bella Bibbia assai migliore di quella, che un altro Armeno avea pubblicata in Amsterdam il 1672. Lo stesso institutore Mechitar compilò un Lessico dellʼantica lingua Armena lodatissimo, e lo fece uscire daʼ torchj Veneti in due volumi, e gli altri suoi Monaci molte opere tradussero elementari di grammatica, di rettorica di filosofia, e il P. Giovanni da Sebaste la somma di S. Tommaso[506].
Nè ha cessato mai questo pio e dotto stuolo di rendersi benemerito della letteratura Armena, non meno che della Religione. Il signore Chahan di Cirbied Professore di lingue Orientali a Parigi ci ha dato recentemente un diligente ragguaglio delle letterarie fatiche da esso sostenute negli anni passati e lo ha inserito nel _Magazzino Enciclopedico di M. Millin_[507]. Hanno quei Monaci eretta una copiosa libreria, ed una stamperia migliore di quante mai furono e sono per quella lingua, corredata ancora dei caratteri nostri, Greci ed Arabi. Daʼ loro torchj uscirono molte traduzioni dal Latino, e dallʼItaliano, alcune grammatiche, le istituzioni della rettorica dellʼArcivescovo Stefano Acontz, lʼaritmetica del P. Aghamalian, e parecchi libri sullʼeducazione. Il P. Ciamciam pubblicò nel 1786. la storia dellʼArmenia dalla prima sua origine fino al 1784. in tre volumi in 4. il P. Ingigian nel 1794. la descrizione in prosa e in versi del Bosforo di Costantinopoli, e il P. Bronian nellʼanno medesimo un trattato di geometria teorica, e pratica. Nè hanno dimenticati gli antichi autori, ma nel 1790. dettero in luce le favole di Mikitor Kosch autore del secolo duodecimo, nel 1792. la spiegazione del _Narek_ libro di preghiere, o piuttosto di conversazione con Dio, nel 1793. la storia delle guerre tra la Persia, e lʼArmenia di Lazaro di Parbo che visse nel quinto secolo, e nel 1796. lʼarte dellʼeloquenza, o le _crie_ di Mosè di Khorene contemporaneo del precedente scrittore, cui il P. Zonrabian aggiunse molte annotazioni erudite[508]. Nè bastò ciò a quei prestantissimi Monaci, ma non rade volte hanno inviate in Armenia ed ovunque si trovano Armeni persone da essi ammaestrate per ispargere fra queʼ popoli lʼamor delle lettere, e conservarli nellʼesercizio della Religione, e della Cristiana Morale. Stranieri erano e sono queʼ monaci, e perciò i loro studj propriamente non appartengono a questo mio ragionamento. Se però ben si considera, le lettere e le arti si promuovono non solo per opera di coloro che le coltivano, ma ancora peʼ Mecenati, che i coltivatori dellʼune e dellʼaltre accolgono, e alimentano, ed incoraggiano. Che se gli scrittori di storia letteraria non credono dʼaver bastevolmente descritti i progressi della letteratura, se deʼ Mecenati non fanno onorevol menzione, ragion voleva che io pure parlassi quì del Governo Veneto e del Cardinal Borgia e della famiglia Nani, per cui tante opere eccellenti relative alle lingue Orientali hanno veduta la luce. E molto più vuolsi dir ciò della Sacra Congregazione di Propaganda, alla quale, oltre ad alcune opere, di cui ho fatto parola si deve la maggior parte di quelle relative alle lingue Indiane, che ora mi restano da ricordare.
NOTE:
[504] _Alphabetum Armenum cum Oratione Dominicali ec. Romae typis S. Congr. de Prop. Fid._ 1784. in 8. Gli stessi torchj hanno dato ancora _Exercitium a Christiano viro quotidie peragendum_ 1709. _Jacopi Viliotte S. I. explanatio Fidei orthodoxae_ 1711. _Commentaria in Evangelia_ 1714. _Dictionarium Latino-Armenum_ 1714. _Heliae Ionae Ductor in ecclesiarum visitatione, quae sunt intra et extra urbem Romam._ 1725. _Missale Dominicanum_ 1727. _Epistola de erroribus Eutychianorum_ 1772. _Liturgia_ 1787.
[505] _S. Jacobi Nisibeni opera omnia nunc primum edita, atque ex Armeno in Latinum sermonem translata. Romae typis S. Congr. de Prop. Fid._ 1756. in f.
[506] _Giorn. de Lett. dʼIt._ che si stampava a Venezia T. 30. p. 465. 466. _Amaduzzi Pref. in Alph. Arm._ p. 11.
[507] _Mars._ 1815. p. 194. _et Suiv._
[508] Altre opere pubblicate da questa dotta Colonia ricorda il Signor Chahan, che appartengono al secolo presente. Nel 1802. si cominciò a stampare una Geografia, di cui si hanno fin quì dieci volumi, e ne mancano sei per compirla. Il P. Ciaxhciaxcian ha dato in luce un Dizionario Armeno e Italiano nel 1804., e il P. Gabriele Avedixian un comentario su le epistole di S. Paolo nel 1812. Oghulluxian Medico della stessa nazione nel 1806. stampò unʼopera su la materia medica, e nel 1809. un trattato della navigazione molto commendato dai signori Sacy e Langlès in un rapporto da essi presentato alla classe di letteratura dellʼIstituto di Francia. Buonaparte, mentre dominava colà, e in molta parte dʼItalia, avendo empiamente aboliti tutti gli Ordini religiosi, cambiò questo Istituto in unʼAccademia, chiamandola Accademia Armena dellʼIsola di S. Lazaro, e la divise in tre classi, cioè delle scienze teologiche e morali, delle scienze fisiche e mattematiche, e della letteratura Armena antica e moderna. Il signor Ingigian in una lettera scritta da Costantinopoli ai due dʼAgosto del 1813. e inserita nel _Magasin Encyclopédique_ di M. Millin, _Iuin_ 1814. p. 339. e seguenti, parla di questa Colonia Armena in un modo molto diverso dal mio. Egli dice, che il P. Mixitar di Sebaste formò il nobil progetto di faticare tutto il tempo della vita sua per la propagazione degli studj nella sua nazione: che perciò abbandonò i monti Pariardes, e andò a stabilirsi con un gran numero di discepoli in un angolo del golfo adriatico a Venezia: che la sua prudenza, ed il suo spirito penetrante vinse tutti gli ostacoli del tempo suo: che la sua costanza, ed il suo zelo per introdurre fraʼ suoi compatriotti le cognizioni europee colla pubblicazione di molti libri renderono immortale il suo nome: che sapendo quanto una società dʼuomini letterati giovar poteva per far nascere in tutti i cuori lʼamor dello studio molto faticò per formar a Venezia unʼAccademia Armena, di cui tutti i membri si adoperassero in comporre e tradurre dei libri nella lingua natia, e così contribuissero ai progressi dei lumi nel loro paese. Ed ecco per opera del signor Ingigian i monaci del P. Mexitor, o Mixitar trasformati in tanti scolari. Ecco, che egli coʼ suoi pretesi scolari non ha altro scopo, che di erudire la sua Nazione, e per ben riuscirvi lascia la patria, e si stabilisce in un paese lontanissimo. Ecco, che un sacro Istituto monastico è trasformato in unʼAccademia, nè più si parla del vero fine, che ebbero quei Monaci, abbandonando generosamente la patria, e fu, siccome ho detto, per conservarsi fedeli nellʼesercizio della Cattolica Religione. Io però, che scrivendo cerco la sola verità, non ho creduto in questo racconto dovermi dipartire da ciò che ne disse Apostolo Zeno autore allora del citato Giornale, il quale, come ognun sa, era accuratissimo scrittore, e scriveva nel tempo stesso e nella Città, in cui queʼ Monaci si rifuggirono.
_Delle Lingue DellʼIndie, e della China._
~CAPO~ XXI.
Molto debbono allʼItalia le lingue Indiane nel secolo, di cui parliamo. Deesi il primato in questa parte di letteratura al P. Paolino da S. Bartolommeo Carmelitano Scalzo Missionario allʼIndie. La sacra Congregazione di Propaganda lo spedì, e molti anni lo mantenne allʼIndie, essa eccitò e promosse i suoi studj, favorì e fece pubblicare la maggior parte e le più insigni delle sue opere: onde mentre io fo parola delle molte cose da lui scritte reputo che somma lode si debba a quei prestantissimi Porporati, i quali essendo suoi Mecenati giovarono nel tempo stesso alla religione e alle lettere. A lui dobbiamo la grammatica della lingua Samscrit, che egli chiama _Samcsrdam_, cioè della lingua antica, e come dicono letterata dellʼIndie. Una ne pubblicò col titolo di _Sidharubam_[509], che vuol dire appunto _Grammatica, o notizia delle parole, che si debbono tenere a mente_. Precede una dissertazione sul nome, origine, eccellenza, antichità di questa lingua, nella quale altresì si sostiene, che è lingua madre, si mostra quanto sia estesa, e si indicano parecchi libri in essa scritti, fraʼ quali si dà in fine il _Bhagavadam_ in quattordici strofe colla traduzione ed alcune note. Ma in questa grammatica egli seguì il metodo delle grammatiche Indiane, ed essa riuscì al maggior segno oscura, e confusa. Perciò molti eruditi, che desideravan pure dʼacquistare qualche notizia di questa lingua si dolevano, che fosse troppo lontana dalle nostre idee, ed egli a loro preghiera una seconda ne compose intitolata _Vyacarana_[510]. Lunga ed intricata è la grammatica di che fanno uso i Brahmani nellʼIndia e appena potrebbe racchiudersi in cinque volumi. Quella parte che tratta delle declinazioni deʼ nomi, e delle conjugazioni, e contiene le principali regole intorno alte parti indeclinabili, sʼintitola _Vyacarana_, e perciò questo nome il P. Paolino impose alla sua opera, quantunque essa oltre alle regole, che riguardano le parti dellʼorazione, contenga ancora il trattato della sintassi, e un Dizionario. Io non so qual giudizio abbiano fatto gli uomini dotti di questa nuova grammatica. Se a me è lecito di esporre la mia opinione dirò che dobbiamo rendere molte grazie allʼautor suo, perchè finalmente ci si apre lʼadito ad acquistar qualche idea dʼuna lingua, celebre tanto, e tanto difficile. Ma in primo luogo osservo, che il primo passo da farsi da chi vuole insegnare una lingua è di offerirne lʼalfabeto, e pure il P. Paolino in due grammatiche non ha voluto darci, non dirò un alfabeto compiuto, ma nè pure sufficiente per leggere le opere sue, e convien ricorrere allʼAlfabeto Grandonico del P. Peanio, di cui farò parola tra poco. In secondo luogo considero, che nel suo breve Dizionario non osserva lʼordine alfabetico, ma sì quella incomodissimo delle materie, e le parole tutte sono scritte colle nostre lettere non colle Grantamiche, delle quali si serve egli nellʼopera. Ora le nostre ventiquattro lettere non possono mai esprimere i diversi suoni del numeroso Alfabeto Grantamico. A questo difetto supplisce in piccola parte unʼaltra bellʼopera sua intitolata _Amarasinha_. Porta questo nome un Dizionario della lingua samscrit celebre presso i Brahmani, e chiamato così dal nome del suo autore, che viveva circa un mezzo secolo innanzi allʼera volgare. Questo Dizionario potrebbe più presto chiamarsi una raccolta di sinonimi ed aggiunti. Esso è disposto per ordine di materie, e la prima sezione del capo primo, la quale sola fu pubblicata dal P. Paolino riguarda il Cielo, e gli Dei, di cui si danno tutti i nomi coʼ quali si possono indicare, e che ne spiegano lʼindole, e la natura secondo lʼIndiana Mitologia. Difficile impresa era lo stampare e spiegare anche una sola parte di questo libro, perchè manca neʼ codici Indiani ogni distinzione di periodi, anzi ancora ogni divisione delle parole fra loro; talchè ciascuna linea si trova scritta, come se fosse una parola sola. E il P. Paolino, benchè dotto in questa lingua, non vi sarebbe riuscito senza il soccorso di un Brahamane, che lo ajutò, e senza le opere del P. Hanxleden Gesuita Tedesco, che nelle lingue Indiane era molto erudito.
Nè queste sono le sole opere, che egli ci ha date ad illustrazione della lingua Indiana. A questʼoggetto medesimo tendono il viaggio allʼIndie[511], il sistema Brahmanico[512], il Catalogo deʼ codici Borgiani[513], quello deʼ Codici di Propaganda[514] i proverbj Malabarici[515], le dissertazioni sugli antichi Indiani[516], sullʼaffinità della lingua latina colle Orientali[517] e su quella, che le lingue Zend, Samscrit, e Tedesca a suo giudizio hanno fra loro[518], la descrizione delle opere del P. Hanxleden[519], lo scitismo sviluppato[520], e la spiegazione dʼalcuni monumenti del Museo Nani[521]. Unʼaltra opera ancora col titolo di Biblioteca Indica[522] aveva preparata, che non ha però veduta la luce, nella quale e la storia letteraria dellʼIndie, e la mitologia avrebbe illustrata, e nel tempo stesso molti punti relativi allʼantica lingua di quelle contrade e aʼ moltiplici suoi dialetti moderni avrebbe rischiarati. Se la compiesse non so. Compiè bensì un compendio di Teologia morale da lui scritto nella volgar lingua del Malabar ad uso di quel Clero, che per decreto della Congregazione di Propaganda deʼ 19. Luglio del 1790. doveva stamparsi, nè so il motivo per cui quel decreto non ti eseguì[523].
Sono queste le opere del P. Paolino da S. Bartolommeo, che lo hanno reso celebre fra noi, ugualmente che fra lʼestere nazioni. Non è di questo luogo lʼesaminare le sue opinioni intorno alle antichità e alla mitologia deglʼIndiani, in cui ebbe un feroce e dotto avversario nel P. Agostino Giorgi. Forse ambedue sostennero cause non vere, pretendendo il primo, che la Greca mitologia e quella ancora di più e diversi altri popoli derivi dalla mitologia Indiana, e il secondo, che la mitologia Indiana sia unʼalterazione dellʼeresia deʼ Manichei[524]. Ma se in questo errò il P. Paolino, siccome credo, ebbe comune il suo errore con più altri uomini dottissimi nelle cose Indiane, e da altra parte ciò non diminuisce punto la molta lode, che gli si dee per aver tanto illustrata la lingua Samscrit, e poi ancora altri dialetti, e la storia letteraria di quelle contrade. Di ciò ho detto abbastanza, e debbo ora far parola dʼaltri parecchi, che a tempo suo, e prima di lui corsero in parte il medesimo arringo.