Part 14
[429] _Ivi_ 1747. T. 2. in 8. Haller _Bibl. Chir._ T. 1. p. 43.
[430] Torino 1763. Eʼ la congiura di Catilina solamente.
[431] Venezia 1761. in 8.
[432] Fra le opere postume.
[433] Bassano 1802. in 8. Questa è la quarta edizione. Le altre che non ho vedute sono del secolo decimottavo.
[434] Ho notata questa versione perchè fu scritta nel passato secolo, ed ho taciuto di quella bellissima del signor Abate Nardini, perchè giudico, che sia stata fatta in questo secolo.
[435] _Roma_ 1717. in 8.
[436] _Panegiricae orationes veterum_ etc. _Venetiis_ 1708. in 8.
[437] _Venezia_ 1756. in 8.
[438] Ivi 1792. e seguenti.
_Scrittori in Latino._
~CAPO~ XV.
Questi diversi modi dʼillustrar la lingua Latina somministrano (come fin quì sʼè veduto) parecchi uomini chiarissimi, deʼ quali si può a gran ragione gloriare lʼItalia nostra; ma quello di che essa si può ancor più gloriare è lo scrivere latinamente. Lo scriver bene in Latino è così proprio deglʼItaliani, che MarcʼAntonio Flaminio volendo lodar Filippo Obermayer gli disse, che niun Italiano più di lui si accostava a Tibullo.
Natus Vindelicis Philippus oris Sed tam cultus et elegans poeta, Tam dulcis lepidusque, ut Italorum Nemo sit proprior tuo Tibullo[439].
Hanno i Francesi gli Spagnoli i Portoghesi, hanno le altre Nazioni Europee i loro scrittori Latini puri ed eleganti; ma debbono confessare, che per copia, e dirò ancora per isquisitezza di gusto, collʼItalia non possono contrastare. Non è difficile il dar ragione di ciò; ma questa indagine mi farebbe deviar troppo dal mio scopo. Dirò piuttosto, che se dal rinascimento delle lettere lʼItalia ha avuti sempre uomini sommi in questo genere, non ne ha mancato nè pure nello spazio di tempo, che appartiene a questo mio ragionamento. Ma sono alcuni, i quali pretendono, che or non si possa col solo studio deʼ buoni scrittori Latini scriver comʼessi in questa lingua; ed altri asseriscono, che non sia necessario di scrivere come essi scrivevano. Fu tra i primi lʼAlgarotti siccome abbiamo veduto, e il DʼAlembert, che aveva forse qualche motivo per non esser molto amico della lingua Latina. Anche un certo Paolo Zambardi prese a sostenere questa opinione[440]. Mostra egli che ignoriamo ora qual fosse la vera pronunzia della lingua Latina, il che niuno gli negherà. Come è impossibile il pronunziare bene il Latino vorrebbe lʼautore far credere, che fosse impossibile ancora lʼintenderlo bene. Questʼerrore però non contro il Zambardi, perchè il suo libro fu presto dimenticato, ma contro il DʼAlembert combattè vittoriosamente il Cavaliere Clementino Vannetti in una lettera, che egli aggiunse alla vita dellʼAb. Zorzi da lui scritta in Latino e lo combattè in doppio modo, cioè colle ragioni e collʼesempio, perchè la vita e la lettera sono scritte in guisa, che avrebbero ottenuto plauso anche dallʼantica Roma. Lo stesso e con ugual lode fece Girolamo Ferri di Longiano in alcune lettere da lui unite al suo commentario intorno alla vita ed alle opere del Cardinale Adriano Castelli stampato a Faenza il 1771. La seconda opinione è del signor Cesarotti. Quella divisione di secol dʼoro di secol dʼargento e di ferro non piace a lui, e la stima volgar pregiudizio deʼ grammatici, e vuole anzi che si usino indistintamente parole, e modi dʼogni secolo, e se così piace parole nuove non adoperate mai dagli antichi. Quindi egli usò la voce _flexilitatem_[441], che non si trova negli scrittori latini, e difese il Flaminio, che adoperò la parola _floricomum_, nuova anchʼessa. Egli dice, che aveva lʼanima di bronzo quel latinista che osò rimproverare allʼelegantissimo Flaminio questo vocabolo; che questi rispose sensatamente al Zanchi sullʼuso di conciar voci nuove in lingua Latina; confessa che la sua opinione fu combattuta, da varj critici, e passa generalmente per un paradosso; che si potrebbe però piantarla sopra una base più salda, ma converrebbe avanzar qualche teoria, che parrebbe un paradosso più grande, ed è meglio tacere contentandosi dʼerrar col Flaminio[442]. Non essendo piaciuto a questo celebre scrittore di pubblicare la sua teoria io mi terrò allʼopinione comune, che chi vuole aver nome di scrittore elegante dʼuna lingua morta non deve coniare nuovi vocaboli. Con quale autorità potrò io confermare questʼopinione? Con quella dello stesso Flaminio. _Mi sarà grato_ (scriveva egli ad Ulisse Bassiano) _che mʼavvisiate dove Cicerone usa_, satis superque facere alicui; _perchè quantunque io reputi questa locuzione esser rarissima, nondimeno essendo ella di Cicerone, non lascerò dʼusarla, purchè io possa mostrare il luogo a chi mi volesse riprendere; ma non ardirei già dʼusar_ reputo _in luogo di_ puto: _se nol vedessi usato in questo modo da Cicerone, o da qualche altro_, quì sit bonus latinitatis auctor[443]. Il Flaminio dunque quando aveva agio di riflettere non voleva usare espressione, che non fosse usata daʼ buoni scrittori. Gli avvenne però talvolta dʼusar qualche voce non pura, e _floricomus_ non è lʼunica. Egli stesso ne dà la ragione in quella lettera medesima, dicendo allʼamico, che non si dee fidare del suo giudizio, perchè da molti anni il suo studio versava tutto _nella Scrittura Santa, in S. Bernardo, ed altri simili, i quali siccome sono elegantissimi nelle sentenze, così sono barbari nelle parole: e come si dice a Casa mia_, chi pratica al molino sʼinfarina; però _è cosa molta verisimile, che io mʼinganni spesso_ in hoc genere. Le quali parole giovano assai a mostrare non affatto irragionevole il dubbio di taluni, che MarcʼAntonio Flaminio non sempre fosse purissimo latinista, quantunque fosse poeta elegantissimo. Queste parole ricordano nel tempo medesimo, che altri può essere elegante nelle sentenze, e rozzo nelle parole, e che allʼapice della perfezione giunge quello scrittore, che non contento della prima qualità evita con ogni studio la seconda.
Dʼambedue queste qualità furon solleciti nella lingua latina alcuni preclarissimi ingegni nel secolo decimottavo, i quali tutti se volessi quì annoverare sarei infinito. Bastino pochi. Stay Cunich e Zamagna Ragusei di patria, Italiani di domicilio, furono egregi poeti. Il primo espose in bei versi Lucreziani prima la filosofia Cartesiana, poi la Neutoniana; e gli altri due oltre a più altre cose minori fecero le traduzioni, delle quali ho già fatta parola. Quel bizzarro ingegno di Monsignor Sergardi, che sotto nome di Settano scrisse parecchie satire appartiene ugualmente al secolo decimosettimo, e al decimottavo. Egli o scherzi con Orazio, o si sdegni con Giovenale sempre è ammirabile. Ebbe un comentatore forse troppo copioso, ma erudito, ottimo latinista, e degno di lui, cioè il P. Leonardo Giannelli Chierico Regolare della Madre di Dio[444]. A questi poeti si debbono aggiungere il Volpi, il Farsetti, lʼAb. Taruffi, Giuseppe Aurelio di Gennaro, i Gesuiti Noceti, Bassani, Mazzolari, Giovenazzi con più altri raccolti in un aureo libretto di versi latini di quellʼinsigne Religione, il P. Guglielmini delle scuole Pie, parecchi che hanno i loro versi tra le poesie latine degli Arcadi. Taccio dʼaltri molti per esser breve, ma non posso tacere del Sig. Ab. Gagliuffi Professore chiarissimo dellʼAccademia Genovese, che o scriva versi meditati, o li dica allʼimprovviso è sempre maraviglioso, e di Giovacchino Salvioni singolare anchʼegli (quantunque assai meno colto del Gagliuffi) nellʼimprovvisar latinamente.
Ai poeti succedano gli scrittori di prosa. Elegantissime sono le orazioni del P. Paolino Chelucci Lucchese, e del P. Alessandro Politi ambedue delle Scuole Pie. Loderei pur molto le orazioni di Gio. Vincenzo Lucchesini, se la sua storia non richiamasse a se tutta la mia considerazione[445]. Eleganza, e nobiltà di stile, gravità nelle sentenze, diligenza nelle descrizioni con molta purità di lingua sono le doti che io scorgo in questʼopera, la qual sola basta a renderlo immortale. Illustre storico altresì fu Giulio Cesare Cordara Gesuita, che fu parimente poeta satirico acre, e veemente[446]. E ancor più illustre fu Guido Ferrari pur Gesuita, che le Guerre del Principe Eugenio di Savoja in Italia e in Ungheria descrisse egregiamente[447]; e molte altre cose pubblicò in questa lingua. Nè meno celebri sono Jacopo Facciolati[448], Francesco Maria Zanotti, il Lagomarsini Gesuita, Monsignor Fabbroni, Jacopo Bacci[449], Jacopo Garatoni[450], con altri molti che potrei ricordare. Ma sopra tutti, e sopra quanti furono ancora più insigni scrittori del secolo XVI. io credo che si debbano porre i due fratelli Castruccio, e Filippo Buonamici. Quando io leggo i libri _de bello Italico_, e più ancora il Commentario _de rebus ad Velitras gestis_ del primo parmi, che se Giulio Cesare risorgesse, e prendesse a descrivere quei fatti non li descriverebbe diversamente; e Filippo nel suo dialogo _de claris Pontificiarum epistolarum scriptoribus_ parmi, che si accosti tanto a Cicerone, che nulla più. Se la materia dai due fratelli trattata non ci avvertisse, che gli autori sono deʼ tempi nostri, il modo, con cui è scritta ci farebbe credere, che essi appartengono al miglior secolo di Roma. Il plauso, che quelle opere levarono fu sommo, e si vide in alcune scuole dʼItalia, di Olanda, e dʼInghilterra spiegarsi ai giovanetti le opere di Castruccio[451] insieme con Cicerone Cesare Sallustio e Livio. E quando io vedo, che una sola città in poco più dʼun mezzo secolo ha prodotto un Lucchesini, un Bacci, e due Buonamici io chiamo gloriosa questa Città; e dico che in questa si sono ricoverate quasi in propria sede le lettere Latine.
Ma non è sola Lucca ad aver questo vanto. Bologna altresì merita molta lode, giacchè in questa, come in molte altre parti della letteratura si rese celebre nel passato secolo. In fatti i Zanotti, i Manfredi, i Beccari, i Ghedini, i Taruffi pareva che non potessero mai dimenticar le grazie e lʼeleganza della lingua latina, come ne fanno testimonianza le opere loro. La stessa lode deesi ancora attribuire alla Compagnia di Gesù, che tanti insigni Latini scrittori ha prodotti, deʼ quali pochi ne ho ricordati per saggio di quel moltissimo, che dir potrei. I meriti suoi in questa parte della letteratura sono in breve, ma bastevolmente accennati da Monsignor Filippo Buonamici, dove parlando del Lagomarsini dice: _Hyeronimus Lagomarsinius latini sermonis et amantissimus et peritissimus, ejusque homo societatis, quae latinarum litterarum fugientem jam gloriam omni scriptorum genere retinere quodammodo conatur_[452].
NOTE:
[439] _Flam. Carm. Lib._ 1. _Carm._ 18.
[440] _Osservazioni critiche intorno alla moderna lingua Latina. Venezia_ 1740. in 8.
[441] _Cesar. Op._ T. 31. p. 10. Si veda ivi lʼannotazione.
[442] _Cesar. Opere._ T. 1. p. 82.
[443] _Flam. Op._ p. 294. edit. Comin. 1743. Si veda tutta quella lettera.
[444] _Ludovici Sergardii antehac Q. Sectam Satyrae argumentis, scholiis enarrationibus illustratae. Lucae_ 1783. T. 3. in 8. Vi è aggiunto il quarto volume contenente le altre sue opere.
[445] _Io. Vincentii Lucchesini historiarum sui temporis ab Noviomagensi pace Tomi tres. Romae_ 1725. 1738. in 4.
[446] _Cordara Opera. Venezia_ 1804. T. 3. in 8.
[447] _De rebus gestis Eugenii Principis a Sabaudia bello Italico. Mediolani_ 1752. _De rebus gestis Eugenii ec. bello Pannonico. Romae_ 1748.
Ambedue queste opere furono tradotte in purissima lingua Italiana dal P. Pietro Savi Gesuita. Tutte le sue opere furono poi stampate in Milano in sei volumi il 1791.
[448] Il Facciolati scriveva purissimamente in latino ma non vestiva i pensieri alla foggia latina.
[449] _Ethicorum libri quinque auctore Jacobo Antonio Bacci Seminarii Lucensis Rectore. Lucae_ 1760. T. 3. in 4.
[450] Ho ricordato altrove le sue annotazioni sulle opere di Cicerone scritte egregiamente. Quì deve esser citato _de vita_ Eustachii Zanotti Gasparis Garantonii commentarius. Romae 1785. in 8.
[451] Non so se si continui a spiegarle nelle scuole, ma so, che si continua a farne nuove impressioni. Il Dussdorf. nel 1779. fece stampare in Dresda il Commentario _de rebus ad Velitras gestis_.
[452] _Phil. Buon. de claris Pontif. Epist. Scrip. inter ejus Op._ T. 1. p. 77. _edit. Luc._ 1784.
_Iscrizioni._
~CAPO~ XVI.
Un altro genere dʼillustrazione ci offrono finalmente le iscrizioni. Se io volessi quì far parola deʼ raccoglitori, e deglʼinterpetri delle antiche iscrizioni mi si aprirebbe davanti un campo troppo vasto da percorrere. Molto mi somministrerebbono da dire le grandi raccolte del Gori, del Maffei, del Muratori, del Donati; molto il P. Lupi, il P. Bonada, il P. Corsini, il Rivautella e il Ricolvi, lʼOlivieri, il Mazzocchi, il Martorelli, lʼOderici, il Passionei, il P. Zaccaria, il del Signore, gli editori degli _Aneddoti_ stampati a Roma, lʼAvvocato Cantini, e tanti altri. Fra una messe così abbondante sceglierò due soli scrittori, che illustrando iscrizioni hanno illustrata lʼantica lingua del Lazio. Sarà il primo Matteo Egizio pel suo Commentario sul celebre Senatus-Consulto deʼ Baccanali[453]. Il Langlet dice, che esso piacerà a quegli eruditi, _quì aiment les citations prodiguèes_[454]. Ma il principal difetto dellʼEgizio non consiste nella moltitudine delle citazioni, le quali a coloro sogliono dispiacere sopra ogni altro, che vogliono mentire impunemente. Gli attribuirei piuttosto a difetto quella soverchia copia dʼerudizione, che stanca il lettore, benchè paziente. Essa però nella sua opera è piena dʼottime notizie, e niente lascia a desiderare per la spiegazione di quel decreto, e per lʼillustrazione dellʼantica lingua latina, nella quale è scritto. Lʼ altro è Monsignor Gaetano Marini, del quale non dubito dʼasserire, che niuno lo superò, anzi niuno lʼuguagliò in questa parte difficile dellʼAntiquaria. Fanno di ciò piena testimonianza le sue opere immortali sopra gli Atti deʼ Fratelli Arvali, e sulle iscrizioni di Casa Albani[455]. Ma non basta il raccogliere e spiegare le iscrizioni antiche; bisogna ancora assai volte far nuove iscrizioni per tramandare alla posterità le memorie deʼ nostri tempi. Alcuni sperano di meritare i sommi onori in questo genere, perchè hanno tratta qualche parola o qualche espressione dai sepolcri degli Scipioni, o dai frammenti dʼEnnio e di Pacuvio; ma sono in errore. Quale esser debba lo stile delle iscrizioni lʼinsegnò lʼ_Ex-Gesuita_ Abate Morcelli in unʼegregia sua opera[456], nella quale per qualsivoglia genere dette gli opportuni precetti, ed in altra opera somministrò gli esempj da lui stesso composti con ammirabile felicità[457], onde è divenuto regola ed esempio in questa parte delle latina letteratura.
NOTE:
[453] _Senatus-Consulti de Bacchanalibus, sive æenæ vetustae tabulae musaei Caesarei Vindobonensis explicatio, auctore Matthaeo Aegyptio. Neapoli_ 1729. in f.
[454] _Langlet Meth. pour etud. lʼHist._ T. 14. p. 340. _ediz._ 1772. in 12.
[455] Egli lasciò manoscritta ancora unʼampia collezione dʼiscrizioni cristiane e di figuline, ed i volumi, che contengono questo tesoro dʼantiquaria, sono ora nella Vaticana.
[456] _Stephani Antonii Morcelli de stilo inscriptionum latinarum libri tres. Romae_ 1781. in 4.
[457] _Inscriptiones Commentariis subjectis Ibid._ 1783. in 4. Possono gareggiare col Morcelli in questo genere il P. Guido Ferrari, che le sue iscrizioni stampò in Milano il 1765., e lʼAbate Luigi Lanzi, che parecchie ne pubblicò in Firenze. Non parlo poi deʼ viventi signori Canonico Schiassi di Bologna ed Abate Zannoni di Firenze elegantissimi scrittori di questo genere.
_Delle lingue Samaritana, e Siriaca._
~CAPO~ XVII.
Dopo avere a lungo ragionato di quelle lingue, che dallʼEbraica ebber origine, ma ne serban le tracce più oscuramente, è tempo ormai che passi allʼaltre, che ad essa con più stretti vincoli sono congiunte[458]. Tali sono la Samaritana, la Siriaca, ed altre. Poca materia mi somministra la prima. Il P. Giorgi in più e diverse sue opere ha mostrato quanto in essa fosse profondo; ma siccome lʼha fatto per incidenza, non mi tratterrò parlando di lui. Farò bensì onorata menzione del Sig. Abate de Rossi, che in tutte le lingue Orientali è così grande. Per più e diverse occasioni scrisse componimenti in questa e in altre lingue Orientali che ho ricordati altrove. Un celebre codice poi della libreria Barberini di Roma gli offerse nuova occasione di mostrare il suo valore in questa lingua[459]. Il Bianchini, il Bjoernstahel, e il Hvviid avevano dati saggi di quel codice; ma parecchi errori avevan commessi, che il Signor de Rossi emendò, ed alle altre mancanze loro supplì dottamente.
Meno breve sarò parlando della lingua Siriaca. Il Zanolini, di cui ho già fatta menzione, parlando della lingua Ebraica, si esercitò ancora nella Siriaca. Egli dette in luce la Grammatica di questa lingua[460] e il Lessico[461], in cui però ebbe in animo di provvedere solo ai principianti, onde il suo lessico serve soltanto allʼintelligenza della version Siriaca del nuovo Testamento, nè si estende più oltre. Ma cose di molto maggior momento ci si offrono da altri. Tali sono le opere degli Assemani, e del P. Benedetti Gesuita, Siri Maroniti di nascita ed Italiani per domicilio. La Biblioteca Orientale Clementino-Vaticana di Giuseppe Simonio Assemani è opera classica ed è grave danno, che non sia compiuta[462]. Molti sono gli antichi monumenti Siriaci, che quì si vedono pubblicati per la prima volta, come pur molte ed egregie son le notizie alla storia letteraria appartenenti, ed alla Ecclesiastica, esposte dal dotto autore. Nè meno commendabile è la collezione degli atti deʼ Martiri Orientali, e Occidentali di Stefano Evodio Assemani[463], e lʼedizione delle opere di S. Efrem Siro cominciata dal P. Benedetti e dopo la morte di questo da lui condotta a fine[464].
Che se vantarsi non può lʼItalia dʼaver data a questi la nascita, può ben vantarsi dʼaverla data a un de Rossi e ad un Bugatti illustratori anchʼessi chiarissimi di questa lingua, deʼ quali debbo ora parlare. Mancava la traduzione dei Settanta alle profezie di Daniele, e a questo difetto si era supplito con quella di Teodozione. Qualche frammento ne aveva raccolto il Montfaucon neʼ suoi Esapli, ma questi non facevano, che accendere vie più il desiderio di averla tutta. Trovavasi questa in Roma in un codice della libreria Chigi, del quale avevano fatta parola parecchi letterati. Fra questi il Mazzocchi avendone ricevuto un piccolo saggio ne conobbe il pregio ugualmente, che qualche difetto, cui indicò nella sua Diatriba _de Graeco Prophetarum codice Chisiano_[465]. Il Bianchini però, che aveva in animo di ristabilire i Tetrapli dʼOrigene aveva tratta copia del Daniele Chigiano. Morto lui senza aver potuto eseguir lʼopera meditata il P. de Magistris determinò di pubblicare il Daniele, siccome fece con molto corredo dʼerudizione, e di dottrina[466]. In questa edizione oltre alla versione dei Settanta si ha unʼerudita prefazione; copiose, e belle note, in cui colle traduzioni Siriaca, Araba, Copta ed Etiopica, e cogli altri libri da essi tradotti si illustra il loro Daniele, la traduzion di Teodozione colle varianti tratte da un Codice Vaticano, e il confronto di questa con quella dei Settanta; una interpetrazione di Daniele di S. Ippolito Martire, e Vescovo di Porto, una parte del libro dʼEster in Caldaico Greco e Latino; il prologo di Cosmo Indopleuste sui Salmi, un frammento di S. Papia Ierapolitano sul canone delle S. Scritture; ed alcune dissertazioni dellʼeditore su varj punti dʼerudizione Ecclesiastica, le quali perciò non riguardano lo scopo del mio ragionamento. Non può negarsi molta lode al P. de Magistris; ma si dee confessare nel tempo stesso, che i pregi di quel codice sono scemati alquanto da parecchi errori, ed omissioni, che vi si vedono. Oltre a ciò è da notarsi, che esso è munito deʼ segni Origeniani, ma vi sono confusi. Avventuratamente è nella libreria Ambrogiana di Milano un insigne codice Siro-Estranghelo dellʼottavo o nono secolo, in cui fra lʼaltre cose si ha la versione Siriaca di Daniele fatta appunto su quella deʼ Settanta. Lo vide il celebre Signor Ab. de Rossi, e ne diede al pubblico un saggio[467]. Consiste questo nel primo Salmo (giacchè ivi son pure i Salmi) cui unì la version Siriaca, che chiamano, semplice, coi fonti dʼambedue, cioè lʼEbraico di questa, e il Greco di quella e le versioni latine, ed una dissertazione sulla rarità, e pregi di quel manoscritto, degna di così insigne scrittore, quantunque sia lavoro fatto in somma fretta. Ma troppo poco era un saggio pel desiderio universale. Il chiarissimo Signor Dottor Bugatti, che era uno deʼ Bibliotecarj dellʼAmbrogiana si accinse a dare la versione tutta di Daniele[468], e quella deʼ Salmi. Non ho veduta la seconda, che non è ancor pubblicata, quantunque sia già tutta impressa, tranne la prefazione. La prima è opera utilissima, perchè per essa e collʼedizion Romana si ha esattamente la versione deʼ settanta quale era neʼ Tetrapli dʼOrigene. Eʼ poi ancora opera classica perciò che lʼeditore vʼha aggiunto. Nella prefazione ha scoperta lʼorigine di quella confusione, che siccome ho detto, si vede neʼ segni Origeniani nellʼedizion di Roma. Ivi e nelle dottissime annotazioni dà alcuni squarci dellʼinedita versione Siriaca di Giacomo Edesseno; emenda gli errori dellʼedizione Romana, e del codice Chigiano, come pure dʼalcuni scrittori, ed illustra il testo Siriaco di questa versione, e in tutto mostra dʼesser uno deʼ più dotti critici, che vanti lʼetà presente. Parecchie altre osservazioni vi si leggono pure Bibliche, e di storia letteraria le quali tralascio dʼindicare, perchè non appartengono al mio argomento.
Basterà poi lʼindicar solamente lʼepistola del P. Agostino Giorgi su le versioni Siriache del Testamento nuovo, che lʼAlder stampò a Coppenaghen il 1790. nella sua opera su questo argomento. Potrei far parola ancora delle belle dissertazioni del lodato più volte signor Ab. de Rossi sulla lingua propria di Cristo e degli Ebrei nazionali della Palestina daʼ tempi deʼ Maccabei[469], e del rito nellʼadorazione della Croce usato dalla Chiesa Siriaca dʼAntiochia, che il Cardinal Borgia illustrò nel suo _Commentario de Cruce Vaticana_[470]. Le tralascio però perchè propriamente non appartengono al mio instituto. E pel motivo medesimo parlando della lingua Greca non ho ricordata lʼopera del Signor Domenico Diodati de _Christo Graece loquente_[471], che è quella appunto, cui il signor Ab. de Rossi si è proposto di confutare in quelle sue dissertazioni. Laonde senza più alla lingua Araba farò passaggio.
NOTE:
[458] _Meminerimus, quas nominibus discerpsimus Hebraicam, Phoeniciam, Samaritanam, Chaldaicam, Arabicam, Aethiopicam linguam, non totidem linguae esse, sed unius, quam communi nomine Orientalem recte dixeris, propaginem, ac dialectos. Michaelis in notis ad Lovvth de S. Poes. Hebr. apud Ugol._ T. 31. p. 194.
[459] _Specimen variarum lectionum sacri textus et Chaldaica Estheris additamenta cum latina versione et notis ex singularii codice Pii VI. Accedit appendix de celeberrimo codice tritaplo Samaritano Bibliothecae Barberinae. Romae_ 1782. in 8.
[460] _Antonii Zanolini Grammatica Institutio linguae Syriacae. Patavii_ 1742. in 8.
[461] _Lexicon Syriacum cum auctoris disputatione de lingua Syriaca, versionibus Syriacis, et de Maronitis. Patavii_ 1742. in 4. Sopra ho mostrato come questo scrittore fu plagiario del Buxtorf, e dʼaltri nella Grammatica e nel Lessico Caldeo-Rabbinici. Dubito, che la taccia medesima si sia meritata anche in queste opere. Certo è almeno, che quello che dico quì nella prefazione alla p. VII. intorno alle Versioni Siriache è preso dal Filologo Ebreo del Leusden.
[462] _Bibliotheca Orientalis Clementino-Vaticana, in qua MSS. codices Syriacos, Arabicos, Persicos, Turcicos, Hebraicos, Aethiopicos, Graecos, Aegiptiacos, Ibericos, Malabaricos jussu et munificentia Clementis XI. ec. ex Oriente conquisitos etc. recensuit ec. Romae_ 1719. 1728. T. 4. in f.