Part 13
Ma passiamo alle traduzioni, delle quali tal è la copia, che mi vedo costretto a tralasciarne molte. Cominciamo dai poeti, e fra questi da Plauto. Il Cavalier Lorenzo Guazzesi volgarizzò lʼAulularia, e lʼAb. Angelo Teodoro Villa il Curculione ambedue egregiamente. Il P. Brunamonti, il P. Carmeli, e lʼAb. Domenico Ferri ne tradussero alcune commedie con lode, ma il Napoletano Nicolò Eugenio Angelio diede la versione di tutte. Il signor Napoli Signorelli trova nellʼAngelio una particolare accuratezza ed intelligenza deʼ due idiomi[375], nè in ciò lo contradirò. Credo però che meritino maggior lode il Guazzesi, il Villa, e gli altri testè nominati, ed approvo i Monaci Milanesi, che nel loro Plauto hanno poste le traduzioni di questi, e solamente per lʼaltre commedie hanno prese quelle dellʼAngelio. Luisa Bergalli[376], Monsignor Forteguerri[377], e lʼAb. Francesco Bellaviti[378] volgarizzarono Terenzio. Il Forteguerri merita plauso, se si ha riguardo alla difficoltà di trasportare nella nostra lingua i sali, le grazie, e certi modi spiritosi e concisi deʼ Comici Latini: il che si deve osservare ancora riguardo ai traduttori di Plauto. Della Bergalli poi, e del Bellaviti non posso dar giudizio, perchè non mi è riuscito di vedere le loro traduzioni. Non minor difficoltà forse sʼincontra nel trasportare il poema filosofico di Lucrezio: ciò non ostante con ammirabile felicità la superò Alessandro Marchetti, la versione del quale è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi[379]. Commendando però lʼopera del Marchetti io intendo dire, che belli sono i suoi versi, e che fedelmente ha espressi i sensi dellʼAutore, ma biasimo solennemente i sentimenti dʼirreligione e dʼEpicureismo, che la Chiesa ha in lui condannati, e daʼ quali doveva la sua penna tenersi più lontana, come nʼera lontano il suo cuore. Questo rimprovero ha meritato ancora, e lʼha meritato assai più lʼAb. Raffaele Pastore, la versione del quale non ho veduta[380].
Quantunque grande sia la difficoltà, che si prova nel tradurre i poeti nominati fin quì, assai maggiore però a mio giudizio la presentano Virgilio, ed Orazio. Ciò non ostante, o che la stessa difficoltà dellʼimpresa abbia animato alcuni colla speranza di superarla, o che gli abbia allettati la familiarità, che tutti abbiamo fin dallʼadolescenza con questi poeti, essi hanno avuto maggior numero di versioni che gli altri. La Buccolica ne ha avute tre, una in terza rima, unitivi dovʼera opportuno altri metri, del Marchese Prospero Manara[381], la seconda del P. Ambrogi Gesuita[382], la terza del P. Soave[383]. Non dispiacerebbero quelle degli ultimi due, se non si fosse letta quella del primo. La traduzione del Manara è opera egregia; e credo quasi che se Virgilio avesse voluto esprimere in versi Italiani i suoi sentimenti non lo avrebbe potuto fare in altro modo. Maggior numero di volgarizzamenti vanta la Georgica. Sette ne sono a me noti in questo secolo. La prima è del Modenese Cantuti in versi sdruccioli, che basti dʼaver nominati. Degli altri sei uno è in ottava rima del Conte Lorenzo Tornieri[384] e cinque in versi sciolti, cioè del P. Ambrogi[385], del P. Soave[386], di Lodovico Antonio Vincenzi[387], del Manara[388], e dellʼAbate Clemente Bondi[389]. Il Tornieri è elegante, ma dalla tirannia della rima spesso è strascinato, anzi che tradurre, a dir cose, che in Virgilio non sono. Il P. Soave è di soverchio abondante di epiteti; lʼAmbrogi, il Manara, e il Vincenzi sono fedeli, corretti nello stile, ma forse un poco troppo timidi seguaci dellʼoriginale, e perciò appunto non aggiungono alla maestà Virgiliana; il Bondi non è fedele abbastanza, e anchʼegli non si può sollevare fino alla maestà del poeta latino. Anche lʼEneide ha avuti i suoi volgarizzamenti per opera dellʼAmbrogi, e del Bondi, deʼ quali credo, che dar si debba il giudizio medesimo, che ho dato poco fa delle loro Georgiche.
Maggiore è ancora il numero deʼ traduttori dʼOrazio. Parecchi ne sono a me noti, fraʼ quali due inediti, o al meno promessi. Lascio il Calabrese Ierocades, che è di tutti il più malvagio. Lascio il Genovese Caprio ed Ottavio dalla Riva[390], deʼ quali non ho veduto nè pure alcun saggio, onde far congettura del merito loro. Giuseppe de Necchi dʼAquila[391], e Gio. Pezzoli[392] hanno usato il verso sciolto, ed anche per ciò solo non saprei commendarli. Ma oltre a questo il Pezzoli scrivendo ad uso dalle scuole e quindi traducendo letteralmente non ha potuto conservare la forza dellʼoriginale, e lʼAquila non ha saputo conservarla, quantunque non abbia nè pure il pregio della fedeltà. Lo stesso si dica di Girolamo del Buono, che ha la sua traduzione nella prima Raccolta Milanese. Questi volgarizzò ancora i sermoni e le Epistole, lʼEgloghe e la Georgica di Virgilio, e i Fasti dʼOvidio, il che è rimasto inedito, come dice il Fantuzzi negli scrittori Bolognesi; nè è gran danno. Non molto migliore è il Savelli[393] per certa sua fiacchezza di stile, che troppo è lontana dallo stile dʼOrazio. Francesco Corsetti dopo aver plausibilmente tradotte le satire e le Pistole[394] volle tradurre anche le odi, che morendo lasciò imperfette. LʼAbate Bertola le stampò poi e ne supplì più di trenta, che mancavano, senza avvertire quali sono aggiunte da lui[395], ed alcune, non però molte, ve ne ha di bellissime; ma la più parte non sono fedeli, e mancano di quella forza, e concisione, che tanto si ammira nellʼoriginale. I miglior traduttori dʼOrazio sono a mio giudizio il Pallavicini notissimo a tutti, lʼAb. Venini, che contrasta con lui, e molte volte lo vince, il Borgianelli, il Bramieri, il Cassola, ed il Cesari[396]. Ciascuno di questi volgarizzatori meritano molta lode, si sono adoperati dʼaccostarsi allʼoriginale con ogni sforzo, e se non hanno potuto ottenere il loro intento non si debbe attribuire a difetto dʼingegno, ma alla qualità dello stile Oraziano, che non può essere uguagliato traducendo. Il Pallavicini, e il Borgianelli fra questi hanno tradotti anche i sermoni, meno però felicemente delle odi. Luigi Ceretti altresì, e il P. Soave[397] e il P. Pagnini[398] tradussero alcune odi, ed alcune pure il Balì Gregorio Redi, che sono fra le sue opere, ma non le ho vedute. Finalmente il Vannetti tradusse unʼepistola, e due nuove versioni annunziò[399], cioè del signor Ab. Godard, e del signor Roberto Sanseverino: ma il Sanseverino non so se veramente abbia pubblicata lʼopera sua, e lʼAbate Godard non si è fino ad ora determinato di pubblicare la sua versione. Alcune però delle odi per lui volgarizzate ho sentite leggere nella Romana Arcadia dove ottennero molto plauso, e nʼerano degne. Delle versioni della Poetica non fo parola, perchè non posso annoverare tutte le cose più minute, e solamente indicherò quella del Metastasio, non osando però darne giudizio, perchè a me non appartiene il giudicare ciò che ha scritto un uomo così grande[400].
Catullo, Tibullo, e Properzio[401] sogliono unirsi nelle edizioni, nè io li separerò adesso ricordando la versione che ne fece il Sig. Agostino Peruzzi nel _Parnasso deʼ Poeti Classici dʼogni nazione trasportati in lingua Italiana_. Noi dobbiamo commendarlo doppiamente, e per la sua traduzione, che è assai pregevole, e per la modestia, che non ha voluto offendere. Il chiarissimo signor Ab. Rubbi loda in lui _lʼarmonia del verso, la prontezza della rima, la nobiltà dello stile negli argomenti sublimi, e la morbidezza negli amatorj_, ed io confermo le sue lodi. Non può piacermi però lʼuso deʼ metri lirici nel volgarizzamento delle elegie. Oltre a ciò mi pare di scorgere talvolta nella sua opera qualche indizio di soverchia fretta, per cui alcuni tratti sono meno felici del rimanente. Ne recherò due soli esempi. In Catullo egli usa lʼespressione _amare alla follia_[402], la quale dubito che non sia Italiana: e in Properzio trovo questi versi.
_Sul sasso assisa a piangere Sʼudia sue piaghe nuove Da far pietate a Giove[403]._
Il testo dice, _Vulnera vicino non patienda Jovi_, il che significa lʼopposto. Lʼamorosa ferita della Vestale Tarpea, che amava Tazio nemico di Roma, ed era in procinto di tradir la patria, non poteva eccitar pietà, ma collera in Giove. Più felice nella scelta del metro fu Francesco Corsetti, ed inclinerei ancora a giudicarlo più felice nellʼeleganza, e nellʼesattezza; ma poche Elegie di Tibullo e Properzio, e quella dʼAlbinovano abbiamo da lui con altre cose, che non appartengono a questo luogo[404]. Di Ovidio son molti i traduttori; io però per non tesser quì un lungo, e nojoso catalogo di nomi, mi contenterò di ricordar solamente quelli che per la celebrità loro e pel merito delle loro versioni debbono essere preferiti; cioè Girolamo Pompei per lʼEroidi, Giov. Batista Bianchi peʼ Fasti per le Tristezze e per le Pistole scritte dal Ponto, un Anonimo, che si nasconde salto il nome Arcadico dʼEschilo Acanzio peʼ Rimedj dʼamore, lʼAb. Pellegrino Salandri per lʼInvettive contro Ibi, peʼ Lisci, e per la Pescagione, e lʼAbate Angelo Teodoro Villa per la consolazione a Livia, e per la Noce, oltre alle tre lettere dʼAulo Sabino[405].
Coetaneo dʼOvidio fu Fedro liberto dʼAugusto, e il P. Trombelli interruppe i gravi suoi studj per tradurne lodevolmente e illustrarne con buone annotazioni le favole[406], siccome ho detto, alle quali fece precedere quelle dʼAvieno e di Gabria[407]. Ma parlando di questi poeti siamo già passati ad unʼetà meno felice per la lingua Latina. Ciò non ostante non furono trascurati ancora gli scrittori di questi tempi e deʼ seguenti. Lucano fu volgarizzato dal P. Gabriele M. Meloncelli Barnabita in ottava rima[408], e dal Signor Cassoli in versi sciolti nella seconda Raccolta Milanese. Più assai del primo è lodevole il secondo. Egli è buon poeta, e se considerar si potesse lʼopera sua separatamente dallʼoriginale meriterebbe plauso. Difficile impresa è il tradurre Lucano, perchè se si vuole esser fedele si arrischia di ritrarre nel nostro volgare i suoi difetti, e se questi si vogliono evitare si arrischia di trascurare alcune bellezze, che in lui sono grandissime, e talvolta sono di tal natura, che difficilmente si trasportano in altra lingua. Dubito che il signor Cassola abbia urtato nel secondo scoglio. Vediamo il principio della sua versione.
La civil di Farsaglia orrida guerra E il fren lentato ai rei delitti io canto, E un popol forte, che la man vittrice Armò contro se stesso, e sciolti i nodi Dʼogni amistà le consanguinee schiere Con lʼintere del mondo armate forze Gareggianti alla pubblica rovina E tutte contro lor rivolte a zuffa LʼAquile, i dardi, e le Romane insegne.
Non aggiungo quì il testo Latino perchè è nelle mani di tutti. Ora io non trovo nella versione il _plusquam civilia_, delle quali parole Floro Lib. 4. Cap. 2. fa quasi il comento, come osservò già il Gronovio. _Il fren lentato ai rei delitti_ dice molto meno che _jusque datum sceleri_. Tralascio per brevità le osservazioni, che gli altri versi domandano, e solamente aggiungo che poco dopo questi versi il traduttore si dee riprendere ancora per un fallo assai maggiore, dove egli dice lʼopposto del testo. In Lucano Lib. 2. v. 20. leggiamo, _Gens si qua jacet nascenti conscia Nilo_, e il traduttore, _Se vʼha gente sulla foce del Nilo_ in vece di dire _alla fonte, o alle fonti_[409].
Alle versioni di Lucano succedano quelle assai commendabili dellʼArgonautica di Valerio Flacco fatte da unʼanonimo nello seconda Raccolta Milanese, e da MarcʼAntonio Pindemonte[410], e poi la Tebaide di Selvaggio Porpora, cioè del Cardinale Bentivoglio[411]. Questa è celebre tanto, che non abbisogna delle mie lodi. Non debbo però tacere lʼautorevol giudizio dʼApostolo Zeno, che nelle annotazioni alla Biblioteca del Fontanini dice: nel _volgarizzamento del Cardinal Bentivoglio Stazio è sempre Stazio, con altro abito, ma col medesimo aspetto sublime senza gonfiezza, grande senza sproporzione, soave senza mollezza_ ec. Anche lʼAchilleide e le selve del Poeta medesimo ebbero i lor traduttori, la prima in Orazio Bianchi, e le seconde nellʼAbate Biacca non affatto spregevoli, ma non paragonabili col traduttore della Tebaide. Lʼebbero il Tragico Seneca in Benedetto Pasqualigo[412], Calpurnio, e Nemesiano in Tommaso Giuseppe Farsetti[413] e Claudiano in Nicola Beregani[414]. Fra i poeti di questa età, che hanno avuto in sorte ottimi volgarizzamenti debbono porsi Giovenale, e Persio. Tali non li chiamo per la versione ed illustrazione, che di molte satire del primo ha fatte il celebre Cesarotti, e pel saggio dʼaltra versione dʼunʼanonimo, che il chiarissimo signor Ab. Rubbi ha dato nel suo Parnasso deʼ Classici volgarizzati, perchè queste appartengono al secol presente; ma bensì per quella del Silvestri[415]. Dʼambedue questi Satirici fece egli una parafrasi, piuttosto che una traduzione, in modo però che il sentimento è accuratamente presentato nel nostro volgare. E siccome egli era dotto antiquario, la sua parafrasi è accompagnata da un comentario erudito, in cui illustrandosi il testo molte cose spettanti allʼantichità si espongono copiosamente. Due altri volgarizzamenti ebbe Persio. Il primo è il Salvini[416], di cui ho già indicato abbastanza il modo di tradurre: lʼaltro è il Soranzo, la versione del quale non ho veduta. Ma basti ormai deʼ Poeti; giacchè credo inutile il diffondermi ricordando le minori lor produzioni.
Primo fra gli scrittori di prosa esser dee Cicerone, e prima fra le sue opere sia quella, in cui mostrando quale esser debbe il perfetto oratore mostrò qual era egli stesso. Il P. Cantova Gesuita poteva aver luogo onorato fra gli editori, come ora glielo do fra i volgarizzatori. A lui dobbiamo i tre libri dellʼOratore di belle note arricchiti, e dʼuna egregia versione[417]. Le note in parte sono scelte da quelle dei miglior commentatori, in parte sono sue; e sì lʼune che lʼaltre sono giudiziose, ed utili allʼintelligenza. La versione è fedele senza esser servile, elegante, e scritta con purità di lingua. Il P. Cantova volgarizzò ancora dodici orazioni di Cicerone, che mi duole di non aver vedute. Di queste tre altri traduttori sono a me noti, cioè il Bordoni[418], il P. Alessandro Bandiera[419] deʼ Servi di Maria, e il P. Leonardo Giannelli deʼ Chierici Regolari della Madre di Dio[420]. Non esaminerò quì la fatica primo, perchè i pregi degli altri due tutto a se richiamano il mio discorso. Anche il Giannelli poteva essere da me annoverato fra gli editori per ogni maniera di copiose illustrazioni rettoriche, critiche, ed erudite, colle quali accompagna lʼopera sua. Egli poi traducendo esprime i sentimenti dellʼoriginale con maggior precisione che il Bandiera non fa, abbondando ancora di parole ove ha giudicato, che la maggior copia di queste giovar potesse al suo intento: ed il Bandiera è stato forse più sollecito del Giannelli di rappresentare nel suo volgare la dignità, lʼarmonia, e lʼeleganza di Cicerone. Nè bastò al P. Bandiera di darci tutte le orazioni nella nostra Lingua, ma volgarizzò ancora lʼepistole familiari[421] lʼepistole al fratello Quinto[422], i tre libri degli Officj[423] e finalmente le vite di Cornelio Nepote[424]. Ed i Libri degli Officj ebbero ancora tre altri volgarizzalori, cioè Gianagostino Zeviani[425] Matteo Facciolati[426] e il Marchese Luigi de Silva[427], ed uno nʼebbero lʼepistole familari nellʼAb. Ciliari[428] che tradusse pure i libri di Celso sulla medicina[429]. Due storici furon tradotti, cioè Sallustio e Cornelio Nepote, il primo dal P. Pietro Savi Gesuita[430] dal Dottor Giovan Battista Bianchi[431], e dal Conte Vittorio Alfieri[432], e il secondo dal P. Bandiera e dal Soresi[433]. Non ho veduto il volgarizzamento del Savi, ma se dalle altre Opere sue si può dedurre una probabile congettura, vuolsi credere che meriti lode, e certamente sarà scritto puramente, perchè egli era scrittor purissimo. Commendabile è la traduzione del Bianchi, ma troppo resta offuscata da quella dellʼAlfieri; che di molto supera tutte le precedenti. Altre forse avranno stile più nobile, e numerose, saranno altre più costantemente fedeli, ma per energia dʼespressione, e per una certa aria originale parmi, che non ceda la palma a veruna[434]. Il P. Bandiera poi nel volgarizzar Cornelio Nepote è stato elegante e fedele, onde dobbiamo sapergli grado di questa, come dellʼaltre sue letterarie fatiche. Può contrastare con lui il Milanese Soresi, principalmente per la fedeltà; ma non così facilmente crederei, che lo superasse per lʼeleganza.
Minor materia porgono al mio ragionamento lʼetà seguenti. Nulla posso dire delle lettere di Plinio il giovine trasportate nel nostro volgare dal Canonico Gio. Antonio Tedeschi[435], che non ho vedute. Maggior fatica intraprese Lorenzo Patarol, che le orazioni tutte panegiriche degli oratori Latini volle darci corrette nel testo, illustrate da annotazioni, e spiegate in Italiano, ed a tutti i tre officj dʼeditore, di comentatore, e di traduttore sodisfece lodevolmente[436]. I codici Veneti, Vaticani, e Fiorentini, le edizioni precedenti, e il proprio ingegno gli somministraron il modo di rendere il testo più emendato, che prima non era. Ma per ciò che spetta alla traduzione, se altri lo avevano preceduto nel volgarizzare il panegirico di Plinio, intatta era la strada riguardo agli altri, ed altrettanto era ingrata per la rozzezza degli oratori. Al Patarol succeda il P. Marco Poleti Somasco, che lʼOttavio di Minucio Felice diede tradotto, e dʼopportune annotazioni lo corredò[437].
Ma savio ed util consiglio sopra molti da me in questo capo noverati fu quello di trasportare nella nostra lingua i latini scrittori di agricoltura, il che si eseguì a Venezia colle stampe del Pepoli[438]. Non dirò della Georgica di Virgilio tradotta dal P. Soave, di cui ho già fatta parola. Il Bordoni tradusse tre libri della storia naturale di Plinio, cioè il diciassettesimo coʼ due seguenti; e di ciò credo che debba recarsi quel giudizio, che vuolsi dare delle orazioni di Cicerone per lui volgarizzate. Gli altri traduttori parmi che sieno stati solleciti di spiegar chiaramente il testo; ma non tutti hanno posta bastevol cura dʼaggiugnere allʼeleganza di quelli antichi. Piace Catone con quella sua semplicità; ma non mi piace ugualmente nella traduzione del Compagnoni. E sʼincontrano talvolta in questa parole che non reputo Italiane pure, ma Lombarde. Oltre a ciò egli non di rado distende con molte parole i concetti dellʼoriginale; il che quanto convenga a un traduttor di Catone, altri sel veda. Più felici a parer mio son le versioni di Giangirolamo Pagani, che trasportò nella nostra lingua Varrone e Columella, se si riguarda lʼeleganza, e la castigatezza della lingua; poichè quanto allo spiegare il testo nè a lui fo rimprovero, nè al Compagnoni. Le annotazioni poi (giacchè ne sono in copia fornite queste opere) sono in ambedue ricche dʼerudizione; ma quelle del Pagani vogliono ancora esser lodate per buona critica intorno alla emendazione del testo.
NOTE:
[375] _Storia deʼ Teat._ T. 6. p. 233. Edizione del 1790.
[376] _Venezia_. 1733. in 8.
[377] _Urbino_ 1736. in f. col testo Latino a fronte a le figure delle maschere ricavate da un MS. della Vaticana.
[378] _Bassano_ 1758. in 8.
[379] _Londra_ 1717. in 8.
[380] _Filosofia della natura di T. Lucrezio Caro e confutazione del suo Deismo e Materialismo dellʼAb. Raffaele Pastore. Londra_ 1776. T. 2. in 8.
[381] _La Bucolica di P. Virgilio Marone in rime italiane. Parma in_ 8. _Senza_ indizio dʼanno.
[382] Colle altre Opere di Virg.
[383] Nella seconda Raccolta milanese.
[384] _Vicenza_ 1780.
[385] Colle altre opere di Virgilio e separatamente _Roma_ 1758. in 12.
[386] Nella seconda Raccolta Milanese deʼ Poeti Latini.
[387] Modena Anno VI. della Repubblica Francese.
[388] _Parma_ 1801. opera postuma.
[389] _Vienna._ 1800.
[390] _Le odi di P. Orazio Flacco espresse in varj metri da Octavio dalla Riva. Verona_ 1746. in 8.
[391] _Milano_ 1779.
[392] _Bergamo_ 1789.
[393] Non posso indicare il luogo e lʼanno della stampa, non avendo ora lʼopera sotto gli occhi. La vidi alcuni anni sono, e ne do il giudizio che ne formai leggendola in parte.
[394] Le prime furono stampate a Siena il 1759. e le seconde ivi il 1764.
[395] _Siena_ 1778.
[396] La prima edizione del Pallavicini è di Lipsia del 1736. LʼOrazio del Venini è nella seconda Raccolta Milanese, e corretto in Milano, 1791.; e nel Parnasso deʼ Classici è quello del Bramieri. Francesco Borgianelli stampò le odi in Venezia il 1736. Il Cassola a Reggio nel 1786. e ne fece poi una seconda edizione miglior della prima, che non ho veduta. Il Cesari stampò prima in Verona 12. Odi nel 1788. che pubblicò di nuovo con altre diciotto in Bassano il 1789.
[397] Atti dellʼAccad. It. T. I. p. XXXV. e CXXVIII.
[398] Sono fra le sue Poesie unite a Teocrito Mosco, e Bione.
[399] _Osservazioni intorno ad Orazio_ T. 1. p. 93. Lʼepistola dal Vannetti volgarizzata è ivi p. 163.
[400] Tralascio quelli che poche cose hanno volgarizzate, come il Frugoni, lʼAb. Civetti, ed altri.
[401] Le opere loro furono tradotte da Raffaele Pastore. Venezia 1776. in 12. da Guido Riviera, ivi 1761. T 2. in 8. Nella prima Raccolta Milanese vʼha Tibullo, e Properzio di lui, e Catullo di Parmindo Ibichense, cioè Francesco M. Biacca. Non parlo della traduzione del primo, perchè non lʼho veduta; nè di quelle del Riviera e del Biacca, perchè avendo cominciato a leggerle non mi ha sofferto lʼanimo di terminarle.
[402] _Parnasso citato._ T. 20. p. 335.
[403] Ivi T. 36. p. 112. Prop. Lib. 4. El. 4.
[404] _Elegie scelte di Tibullo Properzio ed Albinovano tradotte in terza rima da Oresbio Agreo P. A._ ec. _Lucca_ 1745. in 4. Giulio Cesare Becelli tradusse Properzio, ma la sua traduzione è insoffribile.
[405] Le altre traduzioni dʼOvidio a me note sono le Eroidi del Conte Giulio Bussi, dellʼAb. Cesare Frassoni, e di MarcʼAurelio Soranzo; le Tristezze di Francesca Manzona Giusta; lʼEpistole scritte dal Ponto del P. Massimiliano Giusti Barnabita; gli Amori e i Rimedj dʼamore di Giuseppe Baretti; lʼArte dʼamare di Filippo Sacchetti; le Metamorfosi di Fabio Maretti. Si vedano le due Raccolte Milanesi, e il Parnasso dellʼAb. Rubbi.
[406] _Venezia_ 1735. in 8. Felice è pure la versione anonima che abbiamo nella prima Raccolta Milanese.
[407] _Venezia_ 1725. in 4.
[408] _Roma_ 1707. in 4.
[409] La traduzione di Lucano del Signor Cristoforo Boccella non appartiene al mio argomento essendo impressa nel secolo decimonono. E già mi riuscirebbe malagevole il darne giudizio per lʼamicizia che a lui mi unisce.
[410] _Verona._ 1776. in 8.
[411] _Roma_. 1729. in f.
[412] _La Medea, lʼEdipo, la Troade lʼIppolito di Seneca, e lʼIppolito dʼEuripide. Venezia_ 1750. in 8.
[413] _Venezia_ 1761. in 8.
[414] Nella prima Raccolta Milanese
[415] _Venezia_ 1758. T. 3. in 8.
[416] _Firenze_. 1726. in 8.
[417] _Milano_ 1771. T. 3. in 8.
[418] _Le orazioni scelte di M. Tullio Cicerone tradotte in lingua Italiana ed arricchite di note dallʼAb. Placido Bordoni. Venezia_ 1795. T. 3. in 8.
[419] _Orazioni di M. Tullio Cicerone in volgar Toscano recate_ ec. _Venezia_ 1750. T. 7. in 8.
[420] _Orazione in difesa di Sesto Roscio dʼAmeria Lucca_ 1789. in 8. _Orazione in favore della legge Manilia. Ivi_ 1789. _Le quattro Catilinarie_ Ivi 1790. in 8. _Orazione a favore di Milone_ Ivi 1794. in 8. Anche il P. Michele Angelo Bonotto tradusse alcune orazioni di Cicerone e le stampò in Venezia il 1789. in 8. ma non le ho vedute. La sua traduzione però dei libri della Repubblica di Platone da lui stampata in Venezia non mi fa concepire grandi speranze di questa, se pure si può giustamente dallʼuna trar congettura dellʼultra.
[421] _Venezia_ 1762. T 2. in 8. Il P. Anton Maria Ambrogi Gesuita tradusse le lettere scelte Roma, 1780. e Venezia, 1800.
[422] _Venezia_ 1744. in 8.
[423] Ivi 1754. T. 2. in 8.
[424] Ivi 1743. in 8.
[425] _Verona_ 1737. in 8.
[426] _Venezia_ 1750. in 32.
[427] _Firenze_ 1756. in f.
[428] _Venezia_ 1740. in 8. non sono però tutte.