Part 10
Un altro egregio traduttore è il P. Giuseppe Petrucci della Compagnia di Gesù. Egli in bei versi latini veramente Virgiliani trasportò glʼinni di Callimaco nel 1795. tranne i lavacri di Pallade peʼ quali vi pose la versione del Cunich[269]. O si consideri la fedeltà della traduzione, o la purità della lingua latina, o la eleganza e la maestà dello stile poetico pareva che il suo lavoro non lasciasse nulla a desiderare. Egli però ha saputo trovarvi non so bene se io debba dire qualche neo da togliere, o qualche bellezza da aggiugnere, e ne ha data una nuova impressione col testo Greco nel 1818.[270] In questa il P. Petrucci sostituì la sua versione deʼ lavacri di Pallade a quella del Cunich: e quantunque questa sia ottima, pure quella del P. Petrucci mi sembra e per fedeltà e per eleganza megliore. Egli fin da principio vi aggiunse parecchie note critiche e filologiche pregevolissime, che nella seconda stampa hanno ottenuto qualche accrescimento.
Molti sono i Greci poeti nel passato secolo volgarizzati; e pel numero superano quelli degli scrittori di prosa. Di parecchi ho già parlato, e debbonsi ricordar gli altri. Giulio Cesare Becelli tradusse Erodoto, come dice il P. Zaccaria, ma non ho veduta la sua versione. Il P. Politi tradusse lo stesso storico in latino; ma questa sua fatica è rimasta inedita[271]. Dieci orazioni di Demostene volgarizzò il Gesuita Gio. Battista Noghera con esattezza ed eleganza[272], se non che è caduto in qualche troppo umile espressione, non degna della gravità Demostenica. Il P. MichelʼAngelo Bonotto Domenicano trasportò nella nostra lingua i libri della repubblica di Platone[273], ma non seppe conservar la grazia dellʼoriginale. Il quadro di Cebete fu tradotto da un anonimo[274], dai Canonico Gio. Battista Tognaccini, e dal Conte Gasparo Gozzi[275]. A Cebete succeda un altro filosofo assai più celebre, e al tempo stesso storico grandissimo, cioè Plutarco. Il Pompei ne volgarizzò le vite con molta lode[276], lʼAb. Zendrini il Ragionamento intorno allʼAmministrazione degli affari pubblici[277], ed altre operette il P. Giovanni Guglielmi[278].
Da un filosofo grave passiamo ora ad uno scrittore, che amava di filosofare scherzando, e derideva ugualmente i costumi degli uomini, e le favole degli Dei del Gentilesimo, chʼerano spesso peggiori degli uomini; voglio dire Luciano. Il Conte Gasparo Gozzi ne tradusse alcuni dialoghi, e Spiridione Lusi altri, e aggiunti ai primi li pubblicò[279]. Essi si sono adoperati di trasportare nel nostro volgare non solo i sentimenti, ma le grazie ancora dellʼoriginale, e vi sono riusciti assai felicemente.
Non fu altrettanto felice il Gozzi nel conservare lʼeleganza del suo autore, quando prese a tradurre gli amori di Dafni, e Cloe di Longo Sofista, del quale non vedo in Italiano che troppo languide orme[280]. Degli altri romanzi Greci poi nulla ho quì da dire, giacchè del Caritone del Giacomelli ho già parlato di sopra. Fra i libri storici oltre alle vite di Plutarco e ad Erodoto, di che pure ho già parlato, domandano dʼessere ricordati i Cesari di Giuliano volgarizzati da G. F. Zanetti[281], le Storie deʼ Greci di Giorgio Gemisto Pletone da Antonio dalla Bona[282], e le opere di Giuseppe Ebreo dallʼAb. Francesco Angiolini Piacentino[283]. DellʼAngiolini ho già parlato due volte con lode, e debbo ora commendarlo anche più per questa laboriosa impresa. Pregevole è la traduzione per la fedeltà sua, e per lo stile nobile con cui è scritta, e pregevoli sono le note, che lʼaccompagnano, e che mentre illustrano lʼoriginale, dove fa di mestieri mostrano la molta dottrina del traduttore nelle lingue Orientali.
Non molto si è fatto pel volgarizzamento degli autori ecclesiastici. Dellʼopera di S. Gio. Grisostomo del Sacerdozio tradotta dal Giacomelli ho già fatta menzione di sopra. Le altre non sono di gran momento, e perciò non farò che accennarle. Dobbiamo dunque a Giov. Maria Lucchini alcune Omelìe deʼ Santi Giovanni Grisostomo, e Basilio[284] ed altre pure di S. Basilio, e di S. Gregorio Nazianzeno con un Ragionamento di Plutarco ad Angelo Maria Ricci[285], il Pastore di S. Erma[286], lʼorazione di Taziano ai Greci con un frammento di Bardesane sul destino[287] al Gallizioli. Il P. Francesco Colangelo della Congregazione dellʼOratorio di Napoli ha elegantemente, ma alquanto liberamente tradotto il trattato di S. Gio. Grisostomo, che _Cristo sia Dio_[288] e vi ha aggiunte parecchie dotte annotazioni, le quali però essendo dirette solo a combattere i miscredenti non appartengono al presente mio instituto.
Sarà forse alcuno cui recherà maraviglia osservando, che molti essendo i traduttori deʼ poeti, pochi sieno stati quelli di prosa, pochissimi quelli degli scrittori ecclesiastici. Non è però difficile a mio giudizio, il rendere di ciò ragione. Quantunque le parti tutte deʼ buoni studj siano state daglʼItaliani nel passato secolo ben coltivate, pure fra quelli delle umane lettere, se non mʼinganno, la poesia è quella, che ha ottenuto un maggior numero di seguaci. E a ciò contribuirono le tante Accademie, che erano in ogni città, e dirò quasi in ogni borgo. Vi contribuirono pure quelle malagurate raccolte, che ad ogni matrimonio alquanto illustre si consacravano, e in certe città ad ogni Laurea dottorale, ad ogni celebrazione di nuova Messa, ad ogni sacra Vergine, ad ogni buono, o mediocre Predicatore, anzi si profanarono per fino alle Taidi del ballo e della musica teatrale. Fra tante migliaja di versi degni solo dʼesser portati
_In vicum vendentem thus, et odores, Et piper, et quicquid chartis amicitur ineptis_[289]
si leggevano i versi deʼ Manfredi, Ghedini, Frugoni, Paradisi, Bettinelli, e di tanti altri chiari poeti. La celebre ode del Conte Agostino Paradisi, che comincia
_A te che siedi immola_ ec.
fu fatta per una Raccolta, e il gran Sonetto del P. Quirico Rossi Gesuita
_Io nol vedrò, poichè il cangiato aspetto_
fu letto per la prima volta appeso a una colonna dʼun portico di Bologna per una festa secondo la costumanza di quella città. Ora senza quella Raccolta, e senza quella festa la poesia Italiana sarebbe priva di questi due solenni componimenti, che vivranno finchè vivrà o sarà intesa la lingua Italiana, e il buon gusto non sarà spento affatto. Così si dica pure di qualche centinajo dʼaltri buoni componimenti, che in altrettali occasioni furono scritti. Le Accademie, le Raccolte, le Feste animavano molti a far versi, e fra i molti se ne destavano poi alcuni ottimi, o almeno assai lodevoli, che avevano dalla natura ingegno da ciò, e altrimenti avrebbono intorpidito nellʼozio e nellʼoscurità. Fra tanti coltivatori della poesia buoni, mediocri, e cattivi non è strano, che parecchi si applicassero a tradurre i poeti antichi, e quindi che sia maggiore il numero deʼ volgarizzamenti di questi, che degli scrittori di prosa. Pochi poi dovevano esser coloro, che traducessero gli scrittori Ecclesiastici, perchè ciò naturalmente conveniva agli uomini di Chiesa, e questi sogliono farne uso predicando o scrivendo, ma raro è che li adoprino in altra lingua, fuorchè nella latina, onde una traduzione poteva sembrar loro di non grande utilità. Si aggiunga a ciò, che molti sono dʼavviso non doversi trattare gli studj sacri in lingua volgare per togliere alla gente idiota lʼoccasione di legger ciò che gli antichi hanno scritto in Greco o in Latino. Mi si perdoni questa breve digressione, la quale mi pareva in qualche modo richiesta dal mio assunto, e ritorno allʼargomento.
NOTE:
[218] _Parnasso deʼ Poeti Classici volgarizzati. Venezia_ 1793. 1803. T. 41. in 12. Comincia dai Biblici, e termina con Giovenale. Dovevano seguire altri latini e poi i Francesi, Inglesi, Tedeschi, Spagnoli, Portoghesi.
[219] _V. Prefazione alle Traduzioni poetiche, o sia tentativi per ben tradurre_. 8. Verona 1746.
[220] _Riflessioni intorno alla traduzione dellʼIliade del Salvini_. Parma 1760. in 8. e _Algarotti Opere_. T. 14. p. 381. ediz. Ven. 1794.
[221] _Padova_ 1764. in 8.
[222] _Ces. Op._ T. 28. p. 87.
[223] Ivi Pref. p. V.
[224] Ivi p. 385.
[225] _Riflessioni sulla necessità di studiare gli antichi Scrittori. Venezia_, 1800. in 8.
[226] _Corso di Lett. Gr. Op._ T. 20. p. 123.
[227] Hist Gr. lib. 6. cap. 4. Erra lʼinterpetre latino nellʼedizione del Wels, che traduce _in latitudine_. Altrove si può spiegare così; ma quì il contesto mostra, che si dee intendere della profondità. Così nellʼorazione per la Corona nel decreto deʼ Bizantini (p. 256. ed. del R.) dove si dice, che gli Ateniesi soccorsero quella Repubblica πλοίοισιν ἕκατον καὶ ἕικοσι, καί σίτω, καὶ βέλεσι, καὶ ὁπλίτως: _navibus centum et viginti, frumento, telis, et legionibus_, come traduce il Volfio. Ma sarebbe stato un debole soccorso il mandar _dardi_. Il Sig. Cesarotti pare che si sia accorto di questa difficoltà avendo volgarizzato le due ultime parole, _arme e soldatesca_, e certo sarebbe stato assai utile il mandar arme dʼogni sorte, ma il testo nomina soltanto i _dardi_, dunque non si mandarono _armi_ in generale. Io dubiterei, che βέλεσι quì si prendesse per saettatori; e mi confermo in questo sentimento, vedendo che dopo si nominano gli _Opliti_, che significa armati, ma più specialmente si prende per _soldati di armatura greve_; onde tradurrei _jaculatoribus et militibus gravis armaturae_. Lascio di ciò il giudizio agli eruditi Grecisti.
[228] Op. T. 15. p. 272. 273.
[229] _LʼIliade Lucca_ 1703. in 12. _LʼOdissea_, ivi in 12. senza nota dʼAnno.
[230] _LʼIliade Venezia_ 1770. T. 4. in 8. _LʼOdissea. Mantova_ 1778. T. 3. in 8.
[231] _LʼIliade in versi sciolti e la Batracomiomachia in ottave rime. Venezia_ 1776. T. 2. in 8.
[232] Il Signor Cav. Monti ha poi tradotta lʼIliade in versi sciolti, e la sua traduzione ha ottenuto un plauso corrispondente alla celebrità del suo nome. Essa è stata impressa nel secolo presente, e non è mio officio il parlarne.
[233] _Li due primi Canti dellʼIliade del Marchese Scipione Maffei, e li due primi dellʼEneide da Giuseppe Torelli tradotti in versi Italiani, si aggiunge la traduzione di unʼelegia di Catullo in Greco fatta dal Signore Anton M. Salvini. Verona_ 1749. in 8. E prima il solo primo libro dellʼIliade, e dellʼEneide nelle _traduzioni poetiche, o sia tentativi per ben tradurre esemplificati col volgarizzamento_ etc. Ivi 1746. in 8. E di nuovo nelle sue opere T. 19. aggiuntovi il terzo libro.
[234] _I viaggi dʼUlisse tratti dellʼOdissea dʼOmero. Venezia_ 1796. in 12.
[235] Algar. Op. T. 9. p. 89. 90. 91. 115. 116. T. 14. p. 247.
[236] Mazza Opere, Parma, 1817. T. 3. p. 196. si veda ancora alla facc. 87.
[237] _V. Pind. Op. Gotting._ ec. 1798. T. 1. _Praef._ p. 51.
[238] _Sassari_ 1772. in 8.
[239] _Patavii_ 1808. T. 3. in 4.
[240] _Cesarotti Op._ T. 17. p. 284.
[241] Ivi T. 18. p. 143.
[242] Altri hanno preso a tradurre Pindaro in questo secolo. Della bella e dotta versione del signor Mezzanotte abbiamo il primo volume stampato in Pisa, il quale sarà seguitato dagli altri. Questo poeta è stato poco fa tradotto in parte ancora dai signori Bellini e Bianchi le opere deʼ quali non ho vedute. V. _Bibl. Ital. Gennajo_ 1820. p. 22. Non dovrei far parola di me che ho pure tradotte le Olimpiche, e la terza Istmica. Ma non so trattenermi dal dire, che il mio volgarizzamento (tranne la tredicesima Olimpica, che è inedita) fu sventuratamente malmenato dallo stampator Veneto nel tomo 15. del Parnasso deʼ poeti classici volgarizzati, avendo egli tralasciati intieri versi, mutate o tolte parole a capriccio, e commessi parecchi errori tipografici. Forse riparerò un giorno a tanta rovina.
[243] _Sette in Tebe. Vineg._ 1794. in 8. _Prometeo legato._ Ivi 1795. in 8. Il P. Caballeros _Bibl. Script. soc. Jesu, suppl._ II. _p._ 65. attribuisce per errore queste due traduzioni allʼAb. Marotti.
[244] _Roma_ 1754. in 8. Su questa traduzione il P. Pietro Lazeri Gesuita scrisse una _lettera a Monsignor Michelangelo Giacomelli_ stampata nel _Giorn. deʼ lett. di Roma_. 1754.
[245] _Roma_ 1752. in 4. e 1756. in 8.
[246] Roma 1757. Vi è unito il testo Greco con ottime annotazioni che lo illustrano.
[247] _Brescia. Bertoni_ 1806. in 4. Il chiarissimo editore signor Alessandro Verri nelle note ne ha indicati alcuni errori, ma non tutti.
[248] _Giorn. deʼ Lett. di Firenze_ T. 7. p. 2. Art. 6.
[249] _Filottete. Siena_ 1791. in 4. _Sofocle volgarizzato. Vol. primo Siena_ 1791. in 8. Contiene le Trachinie, e i due Edipi. Il Secondo volume non si è stampato.
[250] _Elettra, Edipo, e Antigone di Sofocle, e il Ciclope dramma satirico dʼEuripide dallʼoriginal testo Greco nuovamente tradotto dallʼAb. Francesco Angelini Piacentino con un saggio di sue poesie Italiane, Latine, Greche ed Ebraiche_ etc. _Roma Salvioni_ 1752. in 8. Non ho veduto questo libro e il giudizio che ne do è fondato sugli squarci riportati nel Giornale di Modena T. 26. Art. 7. A queste si aggiungono le seguenti. _LʼElettra del Lazzarini_ fra le sue opere Venezia 1736. _Il Filottete_ del Sig. Tommaso Farsetti _Venezia_ 1767. _LʼEdipo_ (del Conte Agostino Piovene) _Venezia_ 1711. La _Morte dʼErcole_ (cioè le Trachinie) di Tommaso Farsetti fra le sue Opere _Venezia_ 1764. Le _Trachinie_ di Francesco Boaretti nel Tom. II. del Parnas. deʼ Clas. Volg.
[251] Roma 1763. in 8. con poche annotazioni in fine.
[252] _Anecd. ex MSS. Codd. eruta_ T. 3. in principio.
[253] _Lett. deʼ suoi viag._ T. 3. p. 276.
[254] La traduzione del Giacomelli era nella libreria del Cardinale Zelada e passò poi in Ispagna. Io dubito che a questa alluda lʼInvernizzi nella prefazione al suo Aristofane dove parlando delle traduzioni di questo Autore dice, _quod aetate nostra vir quidem litteratissimus nec vulgaris poeta infelici tamen successu tentavit cujus in quatuor Comoedias conatus extant Romæ manuscripti in ornatissima Zeladiana Bibliotheca_. Se quì si è voluto parlare del Giacomelli si dovrà dire che la sua opera si stendesse a sole quattro commedie, e saranno certamente quelle che non sono imbrattate dʼoscenità.
[255] _Milano_ 1731. in 4.
[256] _Londra_ 1739. in 4.
[257] _Lucca_ 1794. in 12.
[258] _Colle_ 1782. T. 2. in 8.
[259] _Parn. deʼ Cl. volg._ T. 14. p. 214.
[260] Il chiarissimo Signor Giovanni Caselli ha poi vinto il de Rogati colla sua bella traduzione stampata egregiamente a Firenze dal Piatti in f. in questʼanno 1819 col testo Greco come ho detto altrove. Alcune odi tradusse ancora Costantino Ridolfi che non ho vedute Caballeros suppl. 2. p. 89.
[261] _Venezia_ 1780. in 12.
[262] Modena 1781. in 8.
[263] T. 23. p. 316.
[264] _Torino_ 1729. in 8.
[265] _DellʼEuropa di Mosco_ vʼha anche una traduzione di Vincenzo Corazza Ferrara 1736.
[266] _Poesie di Greci scrittori recati in versi Italiani. Brescia, Bettoni_ 1808. _in_ 4. Cito questa edizione, quantunque sia fatta nel secolo presente, perchè vi sono unite tutte le sue traduzioni. Parecchi anni sono egli mi disse, che meditava di recar in Italiano la Cassandra di Licofrone, ma forse no ʼl fece.
[267] _Venezia_ 1751.
[268] DellʼAntologia preparava una versione in versi Latini Biagio Ugolini, come si legge nelle Lett. del Bjoerns. T. 3. p. 182. DellʼIliade del Cunich abbiamo tre edizioni di Roma, di Vienna, e di Padova, e due dellʼOdissea del Zamagna di Siena, e di Padova. Più altre cose minori hanno tradotte in bei versi latini questi due celebri Exgesuiti, che tralascio, ma possono vedersi indicate dal P. Raimondo Diosdado _Caballero Bibl. Script. soc. Jesu_, suppl. I. p. 123. e segg.
[269] Romae. 1795. in 4.
[270] Ib. 1818. in 4.
[271] _Fabbroni Vit._ T. 8. p 45.
[272] _Milano_ 1753. in 8. Non avrei voluto veder quì attribuita a Demostene lʼorazion funebre, che Dionisio dʼAlicarnasso, Libanio, e Fozio negano che sia di lui.
[273] _Venezia_ 1751. in 8.
[274] _Siena_ 1720. in 8.
[275] _Venezia_ 1780. Il Conte Cornelio Pepoli e il Sig. Onofrio Gargiulli lo trasportarono in versi, il primo in Venezia 1763. in 8. e il secondo nel _Parnas. deʼ Classici volgarizzati_ T. 15. e 35. Non conosco la traduzione del Tognaccini se non perchè la trovo nominata in una lettera, la quale il celebre Signor Canonico Domenico Moreni si è compiaciuto dʼindirizzarmi.
[276] _Verona_ 1772. 1773. T. 5. in 4.
[277] _Venezia_ 1787.
[278] _Verona_ 1785. in 4. Mi sia quì permesso di ricordare le belle traduzioni, che il chiarissimo Sig. Cav. Canonico Ciampi Professore di lingua Greca nellʼUniversità di Varsavia ha fatte di tre opuscoli di Plutarco, cioè del _tardo gastigo della Divinità. Pistoja_ 1801. _dellʼeducazione deʼ figliuoli_. Ivi 1806. e _lʼammonizione ai Maritati. Pisa_ 1801. e _del Convito di Senofonte, Venezia_ 1801. e finalmente di quella parte di Romanzo di Longo sofista, che era inedita, e M. Curier ha tratta da un codice della Laurenziana di Firenze. Esse sono posteriori allʼepoca prescritta a questo mio ragionamento; ma non ho potuto astenermi dal farne parola pel merito del traduttore, e per la molta stima, che ho di lui. Le sue versioni sono eleganti ed esatte. Le prime sono corredate dʼannotazioni eruditissime dirette o ad illustrare le storie, le favole, e gli antichi costumi, a cui alludono quegli scrittori, o ad esaminare le varianti proposte dai precedenti editori, e a proporne delle nuove molto lodevoli. Nellʼultima egli ha preso ad imitare lo stile del Caro, e vi è riuscito con somma felicità, e perciò nella nuova edizione del volgarizzamento dello stesso Caro fatta dal Molini il 1811. essa vi è stata con gran ragione inserita a preferenza di quella, che altri aveva scritta meno lodevolmente.
[279] _Delle opere di Luciano filosofo tradotte dalla Greca nella Italiana favella, Parti_ 4. _Londra_ (Venezia) 1764. 1767. T. 4. in 8. Del Gozzi sono il Sogno e il Timone nel primo Tomo, e il Maestro di Rettorica nel quarto. A questi fece il Lusi qualche piccola mutazione per renderli più conformi al testo, e principalmente allʼedizione del 1743.
[280] _Venezia_ 1761. in 4. Della traduzione del Salvini ho già parlato di sopra.
[281] _Trevigi._ 1764. in 8.
[282] _Verona_ 1739. in 8.
[283] _Verona_ 1779. T. 4. in 8.
[284] _Firenze._ 1711. in 4.
[285] _Firenze._ 1732. in 4.
[286] _Venezia_ 1796. in 8.
[287] _Venezia_ 1800. in 8.
[288] _Napoli_ 1794. in 8.
[289] Hor. Ep. Lib. 2.
_Scrittori in Greco._
~CAPO~ X.
Per compimento di ciò che della lingua Greca per me si doveva dire resta ora solamente, che di coloro i quali in Greco hanno scritto, faccia onorevole ricordanza. Pochi nomi però posso quì ricordare; ma fra questi uno solo domanderebbe lungo discorso. Della Greca traduzione delle Orazioni concistoriali di Clemente XI. ho dato un cenno parlando della lingua Ebraica. Una sola Omelìa dello stesso Pontefice trasportò in Greco Biagio Garofolo, che non ho veduta[290]. Anton Maria Salvini, che tanto scrisse si esercitò ancora in questa parte. A esortazione del Marchese Maffei prese a tradurre in versi Greci le favole di Fedro, ma non le terminò. Terminò bensì la traduzione di Catullo[291], della quale però abbiamo alle stampe solamente lʼelegìa, che quel poeta aveva tradotta da Callimaco, e di cui lʼoriginal testo Greco è perduto. Il Salvini tien quì pure il suo metodo di tradurre letteralmente, e con ciò appunto mostra quanto possedesse la lingua Greca. A me sembra però che la fedeltà troppo scrupolosa e servile non sia quì commendabile, perchè non può aver quello scopo, che egli si era proposto nelle versioni Italiane. Chi vuol rendere in versi Greci quellʼelegia dovrebbe, se non mʼinganno, adoperarsi dʼindovinare il modo, con che la scrisse Callimaco, e dovrebbe inserirvi queʼ pochi frammenti dellʼoriginale, che sono fino a noi pervenuti. A maggiore impresa, e più difficile si accinse il P. Carmeli, che nel 1757. stampò un Greco poema in quattro libri in lode di Lorenzo Morosini intitolato Θεῶν ἀγορὰ, cioè _il Concilio degli Dei_ e a me rincresce che non solamente non ho potuto vederlo, ma nè pure mʼè riuscito dʼaverne verunʼaltro indizio. Il Canonico Checozzi Vicentino tradusse i Salmi in versi greci, come ci assicura il Lazzarini[292]. Di questʼopera rimasta inedita non parla il P. Zaccaria nel suo elogio[293] nè il dizionario storico stampato a Bassano nel suo articolo, e invece parlano di _molte sue poesie Latine e Greche_ unite a quelle del Volpi. Essi però errarono, perchè il Checozzi ivi non ha che un solo epigramma Greco colla versione latina. Ma quello che più dʼognʼaltro ha scritto in questa lingua è il Cardinale MichelʼAngelo Luchi troppo immaturatamente rapito alla Chiesa ed alle lettere. Le sue lodi sono maggiori di quello che io potessi dir quì, e sono state esposte dal signor Canonico Luigi Ciolli nellʼorazion funebre da lui detta in Subiaco ai 2. dʼottobre del 1802. e lʼanno medesimo stampata in Roma dal Lazzarini. Molte sono le opere sue, fra le quali settantacinque son quelle scritte in Greco tuttʼora inedite oltre agli Esapli, di cui ho già parlato, e tutte si conservano nella Vaticana. Voglionsi a queste aggiungere due dialoghi stampati, uno sulla vita rustica, e lʼaltro sulla necessità, che i giovani hanno dʼapplicare allo studio, e far buon uso del tempo[294]. Egli scriveva queste operette in Greco sopra argomenti dʼogni genere, affinchè i giovani studiosi di questa lingua trovassero in esse raccolte le principali voci, e modi di dire usati dagli scrittori, onde minor difficoltà incontrassero nel leggere lʼopere degli antichi, di che gli si dee saper molto grado. Ma lasciam finalmente questa lingua, della quale troppo a lungo forse ho favellato, e a quelle facciam passaggio, che nacquer da lei.
NOTE:
[290] _Clementis XI. homilia in SS. Apostolos Petrum et Paulum ex Latino in Graecum versa a Blasio Caryophilo. Neapoli_ 1704.
[291] Zacc. Stor. Lett. dʼItal. T. 14. p. 275.
[292] _Estro poetico armonico di Girolamo Ascanio Giustiniani_ T. 1. p. 12.
[293] _Ann. Lett. dʼItal._ T. 1. P. II p. 221.
[294] Ύπὲρ τỏυς γεωργικοῦ βίου διάλογος. (_De Vita rustica dialogus_) _Florentiae apud Caj. Cambiagi_ 1796. in 8. Διάλογος bπρὸς τοὺς νέους παραινετικός. (_Dialogus hortatorius ad Juvenes_) Ibid. 1798. in 8.
_Della lingua Etrusca._
~CAPO~ XI.
Dalla lingua Greca crede ormai la maggior parte degli eruditi, che provengano lʼEtrusca, e la Latina. Nel parlar della prima terrò una via diversa da quella, che ho calcata parlando delle altre lingue. Per queste ho procurato, quanto era in me di raccogliere i nomi deʼ principali scrittori Italiani, che le hanno illustrate, e le opere loro ho esaminate secondo che la tenuità del mio ingegno me lo ha permesso. Per lʼEtrusca posso esser più breve. La storia di questa lingua si raccoglie abbastanza dal Giornale deʼ Letterati, che per opera dʼApostolo Zeno, e poi del P. Pier Caterino suo fratello si stampava in Venezia, dal Gori nella lunga prefazione premessa alla difesa dellʼalfabeto Etrusco, e credo inutile il ripeter ciò che ivi si legge minutamente descritto. Dopo la pubblicazione di questi libri più altre opere di autori Italiani sono uscite in luce, e fra queste sono principalmente degne dʼosservazione quelle del Passeri _Picturae Etruscorum in vasculis etc. Romae_ 1767. 1775. T. 3. in fog. e _in Thomae Dempsteri libros de Etruria Regali paralipomena. Lucae._ 1767. in fog. Abbiamo nella prima _linguae Oscae specimen singulare, quod superest Nolae in marmore musaei. Seminarii_, lʼalfabeto Etrusco dellʼAb. Amaduzzi[295], una tavola Eugubina, cioè la seconda del Dempstero illustrato dal Passeri, e tre brevi lessici di parole Ebraiche, dalle quali si derivano altre simili voci Etrusche o Latine, delle parole Etrusche, che si hanno negli scrittori o neʼ monumenti antichi, e di quelle delle tavole Eugubine. LʼAmaduzzi con molte parole dette solamente lʼalfabeto del Gori; e dovendo io parlare del secondo stimo inutile il far quì parola di lui. Del sistema del Passeri dirò a suo luogo. Altre opere ancora han veduta la luce dopo la _difesa_ del Gori, che saranno da me ricordate, dove tornerà più in acconcio.