Del governo della peste e della maniera di guardarsene

Part 31

Chapter 313,433 wordsPublic domain

Quanto ai malati della seconda classe, la cura d’essi, più che quella dei precedenti, ha tenuto in esercizio i medici a cagione della moltiplicità e varietà degli accidenti, che nello stesso tempo offerivano molte indicazioni tutte meritevoli d’osservazione. Potevano queste ridursi a due principali, che esigevano tanto più d’attenzione e di prudenza, quanto più erano opposte; imperocchè si osservava nel medesimo malato un miscuglio prodigioso di tensione e di rilassamento, di freddo e di caldo, d’agitazione e di sopimento; di modo che erano essi medici obbligati a stare continuamente attenti per cacciare i maligni fermenti chiusi nelle prime vie, o sparsi in tutta la massa del sangue, senza però inferocirli, o a corregerli e a rintuzzarne l’attività, senza però indebolire l’infermo. Bisognava, per esempio, far vomitare, o purgare, senza irritare o consegnare gli spiriti; procurare una libera traspirazione, o il sudore, senza dare troppo moto o infiammare, fortificare senza troppo riscaldare; finalmente temperare senza rilassare: cose tutte ch’eglino procurarono d’eseguire col metodo seguente.

Supposto che fossero chiamati sul principio del male, e che l’infermo non sembrasse loro affatto abbattuto, gli prescrivevano tosto un rimedio proprio a nettare lo stomaco, cioè un leggier vomitivo, come l’ipecacuana, avuto sempre riguardo per la dose all’età e al temperamento, facendolo prendere in un poco di brodo o d’acqua comune. Usarono essi di rado il tartaro o il vino emetico per ischivare le troppo gagliarde irritazioni, se non allora che si trattava di corpi robusti e pletorici, o che qualche accidente particolare sembrasse richiederlo. Sollevano di poi l’azione del rimedio con quantità d’acqua tiepida o thè o decozione di cardo santo. Produceva ordinariamente questo primo rimedio un maggior abbattimento di forze; e però s’ingegnavano essi di fortificare l’infermo con qualche leggier cordiale, e massimamente colla triaca e col diascordio, perchè questi sono proprj a prevenire o fermare le soprappurgazioni.

A questi due rimedj tenevano dietro i purganti mediocri per nettare senza irritazione gl’intestini dalle materie grosse, che potevano opporsi all’operare degli altri rimedj, o al loro libero passaggio nei vasi. Questi purganti erano tisane rilassative fatte con senna e cristallo minerale, e ordinate per bevanda; le decozioni di tamarindi, o le infusioni d’erbe vulnerarie, nelle quali si dissolveva manna, sal prunello, cassia, sciroppi di cicorea col reobaro. A’ quali succedevano ancora i cordiali e alessiterj dolci, per fortificare e fermare le soprappurgazioni che infallibilmente avrebbono cagionato qualche funesto abbattimento di forze. E supposto che la triaca e il diascordio fossero insufficienti per soddisfare a questa ultima indicazione, essi aggiugnevano terra sigillata, coralli, bolo armeno, ec., che venivano renduti anche più efficaci in caso di necessità, mischiandovi qualche goccia di balsamo tranquillo o laudano liquido, cosa che ha prodotto buoni effetti in molti casi, non solamente per fermare le evacuazioni smoderate, ma ancora pei sogni e delirj frenetici, per le emorragie ed altri sintomi di questa specie.

La polvere solare d’Amburgo, il kermes minerale, ed altri rimedj, loro comunicati e molto raccomandati, sono stati impiegati come emetici e purganti, e talvolta con buon successo, avendo anche osservato che in alcuni casi hanno fatto sudare e traspirare; ma, come si è detto, comparvero sempre insufficienti ad operare la guarigione radicale di questo morbo.

Quanto ai sudoriferi, subito che essi medici osservavano qualche anche menoma disposizione a una traspirazione libera o al sudore, qualunque fosse il tempo della malattia, attendevano diligentemente a promuoverla, e tanto più da che alcuni scamparono per questa via, confessando essi valentuomini di sapere molto bene che tal sorta di crisi è raccomandata come salutevolissima da tutti gli autori che trattano di peste. Ricorrevano dunque ai cordiali riferiti di sopra, e massimamente alla triaca e al diascordio, ai quali si aggiugneva polvere di vipera, antimonio diaforetico, zafferano orientale, canfora, ecc. Veniva ajutato l’effetto di tai rimedj da bevande replicate di thè, infusioni d’erbe vulnerarie degli Svizzeri, acque di scabiosa, di cardo santo, di ginepro, scordio, ruta, angelica ed altre commendate per ispingere dal centro alla circonferenza, cioè per depurare la massa degli umori per la via dell’insensibil traspirazione senza troppo commovere; osservando sempre che i malati non fossero d’un temperamento troppo secco ed ardente, o che in procacciando troppo questa sorta di crisi, egli non venissero a restare esausti con loro rovina.

Si rimediava ai gran caldi, all’alterazione, o sete ardente con bevanda abbondante e replicata d’acqua di pane, orzate ed altre acque, nelle quali si faceva distogliere sal prunello o nitro purificato, mescolandovi di tanto in tanto alcune gocce di spirito di zolfo, o di nitro dolcificato o di vitriuolo, come ancora le confezioni di giacinto, d’alkermes, sciroppi di limone, o alcun altro leggier cordiale per ischivare la sopraccarica e il rilassamento.

Tutti questi rimedi impiegati a proposito e maneggiati colla dovuta prudenza, bastavano per soddisfare alle diverse indicazioni di questa seconda classe, purchè il terribil pregiudizio della incurabilità, la costernazione e la disperazione non ne sospendessero gli effetti; potendosi all’incontro citar molti esempli di coloro che, sostenuti da molta fiducia, coraggio e costanza, ne hanno provato un buono e salutevol soccorso; di maniera che la natura, coll’aiuto di essi fortificata, sollevata e sbrigata in parte dai maligni fermenti che l’opprimevano, e sopra tutto liberata dal pericolo d’infiammazioni interne per mezzo delle eruzioni esterne, voglio dire dei carboni, buboni, parotidi, ecc., altro più non occorreva che curare metodicamente questi tumori; al che si applicavano i medici dal principio del male con tanto maggior premura, quanto che avevano molto ben osservato che il destino degl’infermi quasi sempre dipendeva dal successo di queste sortite del morbo, la cura delle quali si dirà appresso.

Circa il metodo impiegato nel governo de’ malati della terza classe, conobbero i medici che principalmente doveva esso consistere in ben curare i buboni e carboni. Egli è vero che i sintomi, i quali si manifestavano dal principio nei malati di questa classe, erano quasi gli stessi che quei della seconda; e però si praticarono i rimedi proprj, come gli emetici dolci; i purganti leggieri e i sudoriferi della stessa specie, secondo le indicazioni occorrenti, facendo intanto osservare agli infermi una dieta molto esatta. Ma dipendendo, come è detto, il buono o tristo successo principalmente dalla notabil sortita e lodevol suppurazione de’ buboni e carboni, questi tumori erano sempre l’oggetto primario della diligenza e attenzione de’ medici, la cura de’ quali tumori è stata la seguente, comune a tutte le classi.

Cioè per conto de’ buboni, o sia delle parotidi, che comparivano in vari siti del corpo ove sono glandule ed emuntorj, in qualunque tempo che uscissero, si applicavano i medici a curarli. Se il tumore era picciolo, profondo e doloroso, e restava tempo per procurare di ammollirlo, si cominciava dall’adoperare cataplasmi emollienti e anodini. E perciocchè la miseria e l’abbandonamento non permettevano che si ricorresse a droghe scelte, si faceva preparare e applicar subito, e caldamente, una specie di pappa con mollica di pane, acqua comune, olio d’ulivo e qualche rosso d’uovo, o pure una grossa cipolla cotta sotto le ceneri, bucata prima e riempiuta di triaca, sapone, olio di scorpioni o d’ulivo, impiegando poscia per le persone comode i cataplasmi fatti con latte, mollica di pane, rossi d’uova e con polpe d’erbe e radici emollienti.

Ma perocchè i malati delle prime classi perivano spesso subitaneamente, e allorchè meno vi si pensava, in tal caso non si perdeva tempo, e senza altra applicazione di cataplasma s’accingevano i medici all’apertura del tumore. A questo effetto senza dilazione gli facevano applicare un caustico, o sia pietra da cauterio, o cauterio potenziale, lasciandovelo per lo spazio d’alcune ore, più o meno secondo la profondità, situazione e volume delle parti, e la costituzione grassa o magra dei malati. Formata l’escara, si tagliava e apriva senza ritardo per poter poscia meglio esaminare le glandule gonfiate, che bisognava appresso curare coi digestivi, dopo averle un poco tagliate, o pure estirparle s’elle erano mobili, e se si potevano cavare senza tirarsi dietro delle emorragie, le quali, secondochè si osservò, riuscirono sempre mortifere, quantunque mediocri; per la qual ragione giudicarono bene di rigettare il metodo di estirpare sì fatti tumori, usato prima che essi medici entrassero nell’afflitta città di Marsiglia. Quello di aprirli subito colla lancetta, benchè più spedito che quello de’ cauteri, sembrò loro in molti casi insufficiente e men sicuro, come quello che recava poco lume e che lasciava bene spesso dopo di sè degli ascessi, delle fistole e dei tumori scirrosi. Quanto alle ventose e ai vescicatorj, il loro effetto comparve pigro e inutile, e talvolta gli ultimi riuscirono pericolosi in certe persone, avendo prodotto l’applicazione d’essi delle infiammazioni interne, particolarmente nella vescica.

Ritornando dunque al cauterio o caustico, essendo formata l’escara e fatto il taglio colla precauzione di ben discoprire le glandole gonfiate in tutta la loro estensione per non lasciarvi delle reliquie maligne, non si badava ad altro che a curare queste medesime glandole per mezzo di buoni digestivi, che si formavano con parti eguali di balsamo d’arceo, d’unguento d’altea o di basilicon, aggiungendovi trementina e olio d’ipericon, che si mischiava esattamente. E posto che vi fosse una corruzione notabile nella parte, si aggiungevano alla trementina e all’olio d’ipericon le tinture di mirra, aloè, acquavite canforata e sale ammoniaco; tergendo poscia e nettando la marcia, allorachè era spessa e troppo corrosiva, con lavande fatte d’acqua d’orzo, mele rosato, canfora, o con le decozioni vulnerarie di scordio, assenzio, centaurea minore e aristolochia. Da che l’ulcera era ben nettata e le glandole gonfie interamente consumate per la suppurazione, altro non restava da fare che applicare un semplice empiastro per condurre la piaga a una perfetta cicatrice.

Per conto del curare i carboni, trovarono essi medici, tal sorta di tumori in un grandissimo numero d’infermi di tutte le classi, benchè meno frequentemente che i buboni; e si osservavano anche bene spesso nella medesima persona tutte e due queste eruzioni. Comparivano essi a tutta prima in forma d’una fistola o di un tumore bianchiccio, giallognolo o rossiccio, pallido nel suo mezzo, o di colore tendente al rosso scuro, che diveniva insensibilmente nericcio, con crosta, specialmente ne’ contorni.

S’intraprendeva tosto la cura d’essi carboni per via di scarificazioni, facendo dei tagli a diritta e a sinistra, nel mezzo e ne’ contorni, fino alla carne viva. E posto che l’escara fosse grossa e callosa, si forava con portar via tutta la grossezza e callosità, per quanto la situazione delle parti poteva permettere.

Non credettero que’ saggi medici a proposito l’adoperarvi de’ cauterj attuali o potenziali, perchè avendoli usati sul principio, osservarono che producevano delle infiammazioni sì considerabili, che ne seguitava poco appresso la cancrena. Il cauterio potenziale non riusciva bene che per i piccioli carboni, i quali guarivano quasi, senza verun soccorso. Dopo avere scarificati questi tumori, vi si applicavano sopra de’ piumacciuoli carichi di un buon digestivo, come si costumava anche per i buboni, con questa differenza, che ne levavano gl’ingredienti che fanno marcire, adoperando solamente triaca, trementina, balsamo d’arceo, olio di trementina. E posto che vi fosse della corruzione, vi si aggiungevano le tinture d’aloè, di mirra, di canfora, ecc.

Su i piumacciuoli si mettevano cataplasmi emollienti, anodini o spiritosi e risolventi, come sopra i buboni, secondo la diversità delle indicazioni. Nel suo proseguimento si faceva la stessa cura ai carboni che ai buboni, conforme all’esigenza dei casi. E se nel corso della suppurazione le nuove carni erano di tanta sensibilità che i digestivi applicati vi cagionassero un dolore vivissimo, come spesso accadeva, si sostituivano piumacciuoli carichi di unguento nutritum con riportarne tutto il buon successo che se ne sperava.

Il metodo per la cura dei malati della quarta classe era lo stesso che degli antecedenti, nè merita particolar menzione. Intanto il detto fin qui potrà bastare per istruzione ai giovani medici e cerusici, caso mai (il che Dio non voglia) avessero da governar gente infetta di peste, e nello stesso tempo affinchè il pubblico sappia quale speranza egli abbia a collocare in certi metodi particolari e in certi pretesi specifici sì vantati dal popolo e da alcuni empirici.

Finalmente con lettera sua a parte aggiugne il signor Chicoyneau, cancelliere dell’università di Montpellier (cioè uno dei tre suddetti medici inviati in soccorso di Marsiglia, che fino al dì 20 dicembre, 1720, assisterono continuamente alla cure di quel povero popolo, e fecero la relazione riferita fin qui), ch’egli non entra ad esaminare la cagion primaria d’un male sì funesto, persuaso che nulla si possa dire intorno a ciò che non sia molto problematico; e che tutto quello che ne hanno scritto gli autori e i più valenti fisici è puramente un’ipotesi, e a nulla può servire per la guarigione degl’infermi. Perciò soggiugne egli che necessariamente convien contentarsi di por ben mente alle cagioni evidenti che sono effetti della cagion primaria, essendo queste cagioni evidenti indicate dai sintomi del morbo.

Per altro dice egli che dopo molte sue riflessioni ed osservazioni sopra il contagio, egli non è affatto persuaso che questo male si comunichi per contatto, ma ben più tosto per via di miasmi o corpicciuoli, i quali scappano fuori o dalle mercatanzie infette, o dalle viscere della terra, o da qualche sorgente superiore, e che si spargono per l’aria, o, mischiati con gli alimenti, producono i lor funesti effetti sopra i corpi e spiriti mal disposti; di maniera che la ripienezza, le crudità, le passioni dell’animo, e sopra tutto il terrore, la tristezza, e l’agitazione degli spiriti danno a questi corpicciuoli forza di operare con tanta malignità. Anzi asserisce egli di non aver osservato caso alcuno di peste in Marsiglia (nella quale città nondimeno egli aveva veduto perire di tal morbo quasi 50 mila persone) che non se possa attribuire con più giusto titolo ad alcuna delle suddette cagioni, più tosto che al contagio. Finalmente scrive egli d’aver assistito con molti suoi colleghi medici, dappoichè giunse in quella città, a un grandissimo numero d’appestati, e ch’eglino gli aveano toccati, maneggiati ed esaminati, come se questo fosse stato un male ordinario senza provarne alcun sinistro effetto, e col non prendere altra precauzione che quella di fare un solo pasto per giorno all’ora del pranzo, essendo eglino per altro persuasi che tutti i preservativi che si è costumato di praticare in simil caso sono più tosto nocivi che utili. Così il signor Chicoyneau.

OSSERVAZIONI

_Intorno all’antecedente Relazione._

Ora io aggiugnerò che quantunque sia verissimo che nulla suol influire alla guarigione degli appestati il disputarsi fra i medici qual sia la cagione primaria di questo morbo desolatore; tuttavia chi potesse penetrare nella cognizione de’ suoi veri primi principj, potrebbe anche giovare assaissimo al pubblico, se non per la cura, almeno per la preservativa. Anzi bisogna guardarsi di non istabilir qui, e in trattando ancora delle cagioni seconde e delle maniera di operare di questo morbo, massima alcuna che tornasse poi in danno al pubblico. Perciocchè quando non sia evidente il sistema che possa formare taluno intorno alla pestilenza (il che non avverrà giammai), ragionevol cosa è che citiamo più tosto col volgo in ben custodirci anche più di quel che conviene, che in seguitare le opinioni filosofiche con pericolo di non difenderci abbastanza. Dico ciò, perchè, a udire il signor Chicoyneau dubitante, se tal morbo si comunichi per contatto, ma par questo un quasi far coraggio alla gente che si vadano ad appestare. Certo è che per contatto e contagio intendiamo il toccarsi insieme de’ corpi, ed è lo stesso in tal caso il toccarsi un corpo umano, o un panno infetto di peste, che il toccare gli spiriti pestilenziali che sino a una tal distanza possono diffondersi da quel corpo o panno. Ma se noi mettiamo che non dal contatto di queste cose infette proceda l’appestarsi d’un uomo poco prima sano, egli potrà liberamente e senza precauzione praticare con infetti e maneggiar robe appestate, senza timore che gliene abbia a venir male. Ma questa opinione il buon popolo, e molto più i saggi, hanno da cacciarla via colle pertiche, anche senza esaminarla, non essendo saviezza il farne, senza necessità, la sperienza con pericolo della propria vita. E tanto più poi perchè non si sa intendere come mai venga nè pure in pensiero a persone che riflettano alquanto ai passi d’una peste, ch’ella non si comunichi per contatto o contagio. La peste de’ buoi l’abbiam veduta; e ciò che avviene in tal disavventura a quella specie di animali, è un vivo ritratto di quanto è altre volte succeduto e può succedere di nuovo agli animali ragionevoli. Si toccava con mano che le tali e tali stalle erano infette, perchè per la vicinanza del morbo o esse bestie avevano conversato con altre ammorbate, o pure con uomini che aveano praticato con buoi appestati. Le lontane si salvavano; e se in siti remoti saltava su un sì micidial malore, indagando si trovava la maniera e via per cui era stato portato colà. E l’aver subito sequestrate le bestie infette e gli stessi padroni, con far loro dì e notte le guardie, non solo tratteneva che il male non s’inoltrasse, ma giunse ancora ad estinguerlo in alcune stalle nel cuor del paese, dove era passato sul principio (e se ne sapeva il come) allorachè si faceva men diligenza per impedire la comunicazione degli infetti co’ sani. Salvossi in tal maniera la maggior parte del ducato di Modena e di Reggio, con evidente documento che, tolta essa comunicazione, cioè il contagio o contatto, venivano anche tolti i piedi al morbo per avanzarsi. Altrettanto visibilmente accade anche oggidì in Provenza nella fiera mortalità degli uomini, ed accaderà in tutt’altro paese. La vera peste non nasce come i funghi, nè ha l’ali di volar lontano se non gliele prestano gli uomini stessi.

E però su tal riflessione dee maggiormente animarsi lo zelo dei principi e de’ maestrati d’Italia a procurare che il morbo desolatore della Provenza, il quale per via di contatto si va sempre più dilatando per quelle contrade, non valichi l’Alpi, e non riduca in solitudine anche le città e campagne d’Italia. Supposto sempre l’aiuto potentissimo di Dio, si può tener lungi un sì tiranno avversario. Se le diligenze umane han fatto che per lo spazio di novant’anni la Lombardia, la Toscana ed altre parti d’Italia si sono preservate dalla peste, e se ne preservarono infin quando nel 1656 le città di Roma, Napoli e Genova provarono questo terribil flagello, perchè non potrà sperarsi il medesimo felice effetto anche oggidì, se metteransi in opera quelle diligenze e que’ rigori che non sono mai abbastanza in casi di tanta necessità e interesse del pubblico? L’esempio è notabilissimo, e tale da far di nuovo coraggio ai nostri medesimi tempi e paesi, purchè oggidì si adoperino quelle sbarre che saggiamente furono in altri tempi usate. Ma se si addormenterà chi è obbligato ad abbondare in vigilanza, se non si metterà una forte briglia all’ingordigia del privato interesse, se si vorrà lasciare aperto il passo a merci straniere, benchè non necessarie, procedenti da paese sospetto, affinchè le gabelle e dogane non patiscano danno; la desolazione pur troppo verrà, cioè per non perdere un poco si perderà tutto, e arriveremo a mirare quella grande scena che fa ora tanta paura, e pure non par temuta abbastanza da chi potrebbe e dovrebbe far molto per tenerla lontano, e forse nol fa.

Un’altra massima de’ medici che hanno operato in Marsiglia, è quella di attribuire tanta rovina nel genere umano a varie altre cagioni, _più tosto che al contagio_. E tali cagioni sono, secondo essi, l’indisposizione de’ corpi e degli spiriti animali dell’uomo, cioè la troppa copia o crudezza degli umori, le passioni dell’animo, _e sopra tutto il terrore e la tristezza_. Incontrandosi in corpi e spiriti sì mal disposti certi corpicciuoli e miasmi che escono da merci infette, o dalle viscere della terra, o da qualche sorgente superiore (vorran dire gli influssi delle stelle) e che volano per l’aria, o si mischiano con gli alimenti, se ne produce, secondo essi, il terribilissimo morbo e la morte di tanti, in guisa che più tosto all’indisposizione interna degli uomini, che alla maligna attività di quei corpicciuoli s’hanno da imputare questi mortiferi effetti. Primieramente si vuol rispondere che l’attribuire la cagion della peste alle costellazioni (se pure d’esse si parla), è sentenza oramai troppo rancida, conoscendosi chiaramente che la forza delle stelle non fa all’improvviso uscir fuori la vera peste in qualche paese, s’ella non vi è portata da un altro già infetto. Nè può credersi che escano dalle viscere della terra i corpicciuoli pestilenziali, siccome nè pure che entrino mischiati con gli alimenti nell’uomo, perchè niuno in tal sistema sarebbe sicuro, anche astenendosi dal praticar persone o robe infette; il che è contrario alla sperienza e all’asserzione d’innumerabili autori che si sono trovati a questo medesimo fuoco. Ed ultimamente il signor Bartolomeo Corte, dottissimo medico di Milano, in una sua lettera quivi stampata intorno alle _Cagioni della peste_ ha assai concludentemente provato non poter venire la peste nè dall’aria, nè dai nutrimenti cattivi.