Del governo della peste e della maniera di guardarsene
Part 30
Resta ora da dire che i vescovi, parochi, predicatori e confessori debbono, per quanto possono, non solo impedire anch’essi la dilatazione del morbo contagioso, ma ancora aiutare ad estinguerlo. Faranno perciò conoscere, e il vescovo con suo editto potrà farlo meglio degli altri, uniformandosi ai maestrati, che grave peccato sia il nascondere vesti, mobili ed altre robe infette, e il non denunziarle ai deputati dello spurgo, potendo questa disubbidienza comunicare ad altri e rinovar la pestilenza anche estinta, e recar morte agli stessi possessori, quando tali robe non sieno diligentemente espurgate da chi è atto a farlo. Mostrino ancora (io nol ripeterò mai abbastanza) essere vietato dalle leggi divine e naturali il toccare, contrattare e asportare non solamente le altrui, ma anche le robe proprie infette, e molto più poi il rubarle. Doversi prima denunziare e poi spurgare anche ogni minimo panno sì per la propria, come per l’altrui sicurezza, non essendo capace di assoluzione chi non vuol ubbidire a questo precetto naturale. Data che sia dai maestrati l’impunità ai ladri di simili robe, si persuaderà loro dai confessori l’andarle a rivelare. Che se non fosse peranche stata conceduta questa impunità, non si dovranno essi obbligar tosto a rivelarle e denunziarle in persona, ma si regoleranno i confessori o secondo i dettami del vescovo o pure secondo i consigli della prudenza. L’anno 1633 l’arcivescovo di Firenze proibì sotto pena di scomunica da incorrersi ipso facto, riservando l’assoluzione a sè medesimo, eccettuato l’articolo di morte, il rubare, trasportare, nascondere, tenere in deposito o custodia, maneggiare, vendere o comprare o in qualsivoglia modo contrattare per sè o per interposta persona, direttamente o indirettamente, robe d’altri o proprie appestate o sospette o state in luogo infetto o sospetto di mal contagioso, senza licenza espressa, intervento o permissione dei deputati per la sanità; comandando a tutti i confessori sotto pena di scomunica _latæ sententiæ_ di non assolvere alcuno incorso in tal peccato, senza sua licenza o di alcuni deputati da lui, volendo che, se occorresse qualche dubbio in questa materia, lo partecipassero o seco o coi suddetti, senza palesare nè direttamente, nè indirettamente il penitente, per ricercare que’ rimedj che fossero giudicati opportuni.
Finita poi la peste, allora il vescovo e i parochi rimetteranno in piedi e promoveranno più che mai la pietà e l’estirpazione de’ vizj, perciocchè talvolta forse più di prima ve ne potrà esser bisogno. Certo in molte terre e città la sola terribile scuola de’ gastighi di Dio ha fatto per lo più riformare i costumi; ed avendo gli uomini conosciuto meglio di prima che c’è Dio e che non si può sperar felicità dai peccati, nè far capitale in questa miserabile e caduca vita del mondo, si sono dati alla pietà e alle virtù con una santa perseveranza. Ma in qualche paese, benchè paia poco verisimile, pure la verità è che dopo la pestilenza comparve questo mostro, cioè che gli uomini in vece d’essere diventati di miglior coscienza e più timorati di Dio e più amatori del prossimo, pel flagello che aveano veduto ed anche provato, pure si mostrarono più perversi e peggiori di prima in ogni conto e in ogni iniquità, e non meno i poveri che i ricchi, quasi che paresse loro, superato quel gran pericolo, di non dover più morire, nè di dover più temere l’ira di Dio, o pure si credessero di aver da compensare la malinconia passata con ogni sorta d’allegria anche disordinata e con lo sfogo di tutti i loro appetiti. Matteo Villani, il cardinal Federigo Borromeo ed altri scrittori, testimonj oculati ed autentici di tale mostruosità, non mi lasciano mentire. Ed ecco la gratitudine che usano alcuni cristiani al proprio Dio per la parzialità de’ benefizi ch’egli ha usata verso di loro. Sarà pertanto incumbenza del vescovo, allorchè si scorgerà ben quetata ed estinta la pestilenza, l’intimare ed ordinare tre giorni di divozioni e processioni, non guidate dall’allegria, ma dall’umiltà e dalla compunzione, per un solenne ringraziamento all’Altissimo dall’essersi egli finalmente lasciato cader di mano il flagello meritato dai peccati degli uomini. E qui verrà in acconcio ai predicatori d’esortar tutti ad essere da lì innanzi fedeli ed attaccati a Dio, esponendo le obbligazioni che il popolo preservato in vita ha verso la divina misericordia, e con inveir poi particolarmente contra chi non s’è emendato peranche, o pensa più che prima a soddisfare alle sue passioni, senza curarsi dello sdegno di Dio e senza voler apprendere che quel gastigo ed altri possono tornar di nuovo e presto, siccome è altre volte avvenuto, e che il non profittar dei flagelli è uno dei più chiari indizi che si vuole ad onta di Dio dannare e perdere l’anima per sempre. Vedesi un libricciuolo esquisito, composto dopo la peste da S. Carlo col titolo di Memoriale, stampato nell’_Acta Mediolanensis Eclesiæ_, con tutte le altre accurate istruzioni che quel zelantissimo e santo pastore lasciò scritte per simili tempi calamitosi.
Farò io qui fine con dire, che per quante regole e rimedj io abbia raccolti in questo trattato a fine di tener lungi o di scacciare la peste, io non ho però insegnato tanto da assicurare alcun paese o persona da così fiera tempesta. Nei pericoli e nei disordini massimamente d’una pestilenza non si può dai magistrati preveder tutto, nè proveder tutto. La medicina anch’essa, arte in tanti altri mali incerta e cieca, molto meno ci può promettere immunità in questo che è sì fiero, e che porta seco tante stravaganze che indarno l’umano intelletto studia per trovarne la sorgente e i rimedj. Anzi si è osservata tante volte e si osserverà di nuovo una cosa che dee affatto confonderci tutti; cioè, che le stesse provvisioni politiche e gli stessi rimedj della medicina son quelli talvolta che aiutano la peste o a dilatarsi maggiormente, o a levar dal mondo assai persone, le quali probabilmente senza tante invenzioni della prudenza e speculativa umana avrebbono schivata la morte. La conclusione dunque si è, non dover già i magistrati e la prudenza di ciascuno, lasciar mettere in opera quanti documenti e mezzi si credono più propri per salvare il pubblico e sè stesso, da questo miserabile infortunio; ma dover molto più noi metterci tutti nelle mani di Dio, dispensiere dei beni e dei mali anche sopra la terra, e che, secondo il suo beneplacito, può disporre dei giorni della nostra fugace vita terrena. Questo ha da essere non l’ultimo, ma il primo dei rifugi; questa è l’âncora a cui dobbiamo attenerci tutti. Abbassiamo dunque il capo, vili creature che siamo, adorando la sua divina provvidenza e considerando che noi tutti dal canto nostro abbiam dei peccati, e molti e grandi; e che non farà mai torto a noi il nostro supremo Padrone con qualunque flagello ch’egli ci mandi. Pensi ciascuno come egli abbia trattato Dio ne’ tempi della prosperità, della sanità, della ricchezza. Superbissimi vermi della terra, allora più che mai ci siamo dimenticati di lui, anzi abbiam calpestata pazzamente la sua santissima legge. Diciamolo dunque ora e diciamolo sempre tutti: _Justus es, Domine, et rectus judicium tuum._ Che se durante l’età nostra si degnerà la sua bontà di farci solamente udire in lontananza il fischio della sua spada sterminatrice, impariamo a far profitto degli esempj altrui, e con ricordarci che al Signor non mancano altri flagelli e che noi siam degni di tutto, emendiamoci, e mettiamci cadauno in quella via, ove brameremo che il Signor Iddio ci trovi alla morte, la quale infallibilmente ha da venire o tosto o tardi, ma che sempre verrà più presto di quel che crediamo. Che se altrimenti avvenisse, impieghi ciascuno e studio e preghiere a Dio per impetrare, e preparare una santa rassegnazione ai voleri del medesimo Dio per tutte quelle avventure che piacesse a lui di mandarci nel tempo che ci resta di vita. Miseri di noi che o non intendiamo, o troviam troppo dura questa mirabile lezione dei santi, anzi questa dottrina dello stesso Dio. E pure se abbiam qualche discernimento, non possiamo non conoscere ancor noi per certissimo che l’unica e vera strada di godere una dolce e stabile contentezza di cuore in questa abitazione terrena e in tutti i tempi, si è quella di conformare la nostra alla volontà di Dio, siccome protestiamo ogni dì nell’Orazion dominicale, e di bramare che sia fatto in tutto e per tutto, non il nostro, ma il volere del nostro celeste Padre, che sempre è rettissimo e sempre torna in bene de’ buoni figliuoli che in lui si rassegnano. Le tribolazioni, la pestilenza, la morte, al solo pensarle, non che al vederle o provarle, empiono di malinconia o trafiggono il cuore a tanti di noi, perchè si oppongono al nostro volere; ed appunto per questo sono o son dette mali nel mondo. Ma chi non vuole se non il gusto del suo Signore, si trova sempre in pace, aspettando senza pena e ricevendo ancora con allegria gli stessi travagli, e il fine stesso de’ suoi giorni, perchè ciò s’accorda col proprio volere tutto attaccato a quel del sommo padrone, e si uniforma al non desiderar altro, se non che sia fatta come in cielo, così anche in terra la volontà divina. Prudenti dunque e felici quelli che per tempo si danno tutti a Dio e si riposano in una coraggiosa e pia rassegnazione ai voleri dell’Altissimo, mettendosi tutti nelle sue pietosissime mani. Questo è un farsi anche presso di lui un indicibile merito, essendo certo che in un tal atto si contiene un atto eroico di fede, di speranza e d’amor di Dio, virtù che sono l’anima del vero cristiano. Beati in somma quei che imparano per tempo a dire, e dicono sempre di cuore: _Ego autem in te speravi, Domine: dixi: Deus meus es tu: in manibus tuis sortes meæ. — Ora io, o Signore, ho riposta in voi ogni mia speranza. Ho detto: Voi siete il mio Dio, il mio padrone. Fate di me quel che volete. In mano vostra stanno le sorti mie._ Egli intanto col suo unigenito figliuolo Cristo Gesù, Signor nostro, e con lo Spirito Santo, sia, non meno nelle prosperità nostre che nelle nostre avversità, benedetto, amato e glorificato da noi e da tutti, per tutti i secoli de’ secoli. E così sia.
FINE.
RELAZIONE DELLA PESTE DI MARSIGLIA
PUBBLICATA DAI MEDICI CHE HANNO OPERATO IN ESSA _CON ALCUNE OSSERVAZIONI_ DI L. A. MURATORI.
Non sarà inutile ai lettori che io presenti loro il compendio di una Relazione francese intorno al terribil contagio, da cui non è per anche ben libera la misera città di Marsiglia, affinchè meglio impari il pubblico a conoscere l’atrocissimo nemico che va desolando la Provenza e che fa tremare tutti i vicini; e, conosciuto che l’abbia, ognuno si accinga a quelle diligenze e rigori che possono tenerlo lungi dall’Italia. Fu composta la Relazione suddetta dai signori Chicoyneau, Verny e Soullier, medici di Mompelieri, i quali spediti in soccorso di quella città, con incessante zelo hanno assistito alla medesima in tanta calamità, con avere anche diligentemente notato gli accidenti e sintomi d’essa peste, e i tentativi da loro fatti per curarla. Fu creduto bene di pubblicarla colle stampe in Marsiglia stessa dopo il dì 20 dicembre del 1720, e venne essa immediatamente ristampata in Torino per pubblico bene. Ecco ciò che ho creduto opportuno di tradurre per istruzione ancora degl’Italiani.
Tutti i malati di peste in Marsiglia possono ridursi a quattro classi.
La prima, osservata specialmente nel primo periodo, e nella più gran foga del male, era assalita dai seguenti sintomi. Cioè si notavano in tali persone dei rigori sregolati di freddo, un polso picciolo, molle, raro o pure frequente, ineguale, concentrato; una pesezza di testa sì considerabile, che il malato stentava molto a tenerla su, parendo egli occupato da uno stordimento e da una turbazione simile a quella d’una persona ubbriaca; la vista fissa, appannata, che mostrava lo spavento e la disperazione; la voce tarda, interrotta di quando in quando, lamentevole; la lingua quasi sempre bianca, sul fine secca, rossiccia, nera, ruvida; la faccia pallida, di colore piombino, sparuta, cadaverosa; de’ mali di cuore frequentissimi; delle inquietudini mortali; un abbattimento e abbandonamento generale, degli sfinimenti, de’ sopimenti, delle voglie di vomitare, de’ vomiti, ecc. Le persone in tal forma assalite morivano ordinariamente nello spazio di alcune ore, d’una notte, d’un giorno, o al più al più di due o tre, come per consumamento degli spiriti, talvolta con moti convulsivi e tremori, senza che apparisse al di fuori alcun tumore o macchia. Egli è facile a giudicare da tali accidenti che infermi di tal fatta non erano in istato di sostenere il salasso. E in fatti coloro coi quali si è tentato questo rimedio sono mancati di vita poco tempo dopo. Gli emetici e i purganti riuscivano loro egualmente inutili, e sovente nocivi con effetto funesto. I cordiali e sudoriferi erano i soli rimedi ai quali si ricorreva, ma che nondimeno a nulla servivano, o che al più facevano prolungare di qualche ora gli ultimi momenti.
La seconda classe è di coloro che tosto risentivano rigori di freddo, come i precedenti, e la stessa specie di stordimento, e un dolore di capo aggravante; ma i ribrezzi erano seguitati da un polso vivo, aperto, gagliardo, ma che nondimeno si perdeva per poco che si premesse l’arteria. Questi malati sentivano interiormente un ardore che li bruciava; e intanto il calore al di fuori era mediocre e temperato; la sete era ardente, e per così dire inestinguibile; la lingua bianca, o di un rosso scuro; la parola precipitata, balbettante, impetuosa, gli occhi rossicci, fissi, scintillanti; il colore della faccia d’un rosso molto vivo, e talvolta inclinante al livido; e provavano mali di cuore molto frequenti, benchè assai meno dei precedenti. Il respiro era frettoloso, faticoso, o grande e raro, senza tosse, senza dolore; nausee e vomiti biliosi, verdastri, nericci, sanguinosi; profluvj di ventre della stessa specie, senza però tensione o dolore nel basso ventre; deliri frenetici; orine spesso naturali, qualche volta torbide, nericce, bianchicce o sanguinose; sudori di odore rare volte cattivo, che in vece di sollevare il malato, altro non facevano che indebolirlo; in alcuni casi emorragie, le quali, benchè mediocri, sono sempre state funeste; un grande abbattimento di forze; e soprattutto una sì gagliarda apprensione di morire, che non v’era modo da poter incoraggiare questi poveri infermi, considerandosi eglino dal primo istante del male come destinati a una morte sicura. Ma quello che merita d’essere ben osservato, e che sempre è sembrato caratterizzare e distinguere questo morbo da ogni altro, egli è che quasi tutti avevano dal principio o nel progresso dei buboni dolorosissimi, situati nelle parti del corpo descritte nel lib. 2, cap. 8 del Governo della Peste; come ancora dei carboni, sopra tutto nelle braccia, gambe e cosce; e delle piccole pustole bianche, livide, nere, sparse per tutta la superficie del corpo. Di rado si salvavano i malati di questa seconda classe, ancorchè la durassero un po’ più dei precedenti. Eglino sono periti quasi tutti con segni d’infiammazione cancrenosa, specialmente nel cervello e al petto. E una cosa che parrà singolare fu che quanto più essi erano robusti, grassi, pieni e vigorosi, tanto meno restava loro da sperare.
Quanto ai rimedi, tali persone non sopportavano meglio delle prime la cavata del sangue, la quale, a riserva dell’essere fatta al primiero istante del male, riusciva loro evidentemente nociva. Elle impallidivano, e cadevano, anche nel tempo del primo salasso, o poco dopo, in isfinimenti che non potevano per lo più essere attribuiti ad alcuna paura, ripugnanza o diffidenza, poichè elleno stesse chiedevano con premura che si aprisse loro la vena. Tutti gli emetici, eccettochè l’ipecacuana, erano loro spessissimo più nocivi che utili, cagionando irritazioni e soprappurgazioni funeste, che non si potevano poi calmare, nè fermare. I purganti alquanto forti e attivi tiravano dietro a sè i medesimi malanni. I prescritti sotto forma di tisana rilassativa, come ancora le bevande copiose, nitrose, rinfrescanti e leggermente alessiterie, recavano qualche sollievo, ma non impedivano il ritorno degli accidenti. Tutti i cordiali e sudoriferi, se non erano dolci, leggieri e benigni, non servivano che ad affrettare il progresso delle infiammazioni interne. In fine, se pure ne scampava (il che era ben di rado), pareva ch’eglino non da altro dovessero riconoscere la loro guarigione che dalla sortita del male al di fuori, allorchè questa notabilmente succedeva o per le sole forze della natura, o coll’aiuto dei rimedi tanto esteriori come interiori, che determinavano il sangue a scaricar sè stesso fuori del corpo dal maligno fermento, di cui esso era infetto, nella forma che si dirà più abbasso.
Bisogna anche por mente che un grandissimo numero di differenti specie di malati non risentivano accidenti che molto mediocri, la forza e malignità dei quali pareva assai minore di quella che tutto dì si osserva nei sintomi delle febbri infiammatorie o putride le più comuni, o in quelle che comunemente si chiamano maligne, eccettuati i segni del timore e della disperazione, che erano estremi o nel più alto grado; di maniera che di questo gran numero di malati, che sono morti, pochissimi ve n’ha avuto che dal primo istante del male non si sieno creduti perduti senza riparo, qualunque cosa potessero dire i medici per far loro animo. Anzi non pochi d’essi, quantunque comparissero innanzi all’accesso del morbo con un carattere di spirito costante, coraggioso, e risoluto ad ogni avvenimento, pure appena ne sentivano i primi assalti, che ai loro sguardi e ragionamenti era facile il conoscere quanto eglino fossero convinti che il loro male era irrimediabile e mortale, tuttochè nello stesso tempo nè il polso, nè la lingua, nè il male di testa, nè il colore della faccia, nè la disposizione dell’animo, nè in fine la lesione di qualche altra funzione del corpo umano, indicassero cosa alcuna di funesto, o dessero occasione di predizione così dura.
La terza classe è di coloro che erano bensì assaliti dagli stessi accidenti che sono riferiti nella seconda, ma in guisa che tali accidenti si sminuivano o sparivano da sè stessi al secondo o al terzo giorno, fosse effetto dei rimedi interni, o a cagione della notabile sortita de’ buboni e carboni, nei quali il maligno fermento, sparso nella massa del sangue, pareva tutto raccogliersi, di modo che questi tumori crescendo di dì in dì, e venendo poscia aperti, e giugnendo a suppurarsi, i malati scampavano dal minacciato pericolo, per poco che fossero aiutati. Avvenimenti sì facili indussero i medici a raddoppiar la loro attenzione durante tutto il corso di questo male, a fine di affrettare, per quanto comportava lo stato degl’infermi, l’uscita, l’elevazione, la suppurazione e apertura dei suddetti buboni e carboni, con intenzione di sbrigare il più presto che fosse possibile per tal via la massa del sangue dal funesto fermento che la corrompeva, aiutando la natura con un buon governo e con rimedi purgativi, cordiali e sudoriferi convenienti allo stato presente e al temperamento degli infermi.
La quarta ed ultima classe abbraccia tutti i malati che senza sentire alcuna commozione, e senza che apparisse alcun tumulto o lesione nelle funzioni, aveano dei buboni e carboni che crescevano a poco a poco, alcuni dei quali facilmente giugnevano alla suppurazione, ed altri divenivano scirrosi, e talvolta ancora, ma di rado, si dissipavano insensibilmente senza lasciare alcuna conseguenza fastidiosa; di maniera che senza alcun abbattimento di forze e senza mutare maniera di vivere, si vedeva quantità di tali infermi andare e venire nelle strade e piazze pubbliche, medicandosi eglino stessi con qualche semplice empiastro, o chiedendo ai medici e cerusici i rimedi dei quali abbisognavano per queste specie di tumori suppurati o scirrosi.
Il numero dei malati compresi in queste due ultime classi è stato sì considerabile, che si crede di poter dire senza esagerazione alcuna che da quindici a venti mila persone si sono trovate in tal caso, e che se il male non avesse preso spessissimo questa piega, ora non resterebbe in Marsiglia la quarta parte de’ suoi abitanti.
In fine i rimedj impiegati qui dai medici sono quelli che per la loro efficacia e maniera d’operare vengono giornalmente dalla lunga sperienza commendati, e riconosciuti proprj a soddisfare a tutte le indicazioni rapportate di sopra, non essendosi per altro ommessi alcuni pretesi specifici, come la polvere solare, il kermes minerale, gli elisiri ed altre preparazioni alessiterie comunicate da persone caritative e attente al pubblico bene; ma furono i medici dalla sperienza convinti, che tutti quei rimedj particolari non erano al più al più utili che a rimediare a certi accidenti; ed intanto riuscivano bene spesso contrarj a molti altri, e per conseguente, incapaci di guarire un male caratterizzato da un numero di diversi sintomi essenziali.
Metteremo ora qui i differenti metodi praticati per curare i malati compresi nelle suddette quattro classi. E, quanto a quelli della prima, purchè si faccia un poco d’attenzione alla natura degli accidenti rapportati di sopra, cioè al polso piccolo, ineguale e concentrato, ai ribrezzi del freddo, e al freddo universale, sopra tutto nelle estremità, e ai mali di cuore quasi continui, e a quelle facce piombine, smorte, cadaveriche, all’abbattimento generale di tutte le forze, egli sarà facilissimo (dicono quei saggi medici) di giudicare ch’eglino non avevano a ricorrere se non ai cordiali più attivi e più spiritosi, come la triaca, il diascordio, l’estratto di ginepro, il fioraliso, o sia giglio delle convalli, le confezioni di giacinto, d’alkermes, gli elisiri cavati dai misti, che più degli altri abbondano di sal volatile, le acque triacali e di ginepro, i sali volatili di vipera, d’armoniaco, di corno di cervo, i balsami più spiritosi, in una parola tutto ciò che è capace di animare, eccitare, fortificare; aumentando, raddoppiando e triplicando anche la loro dose ordinaria, secondo che il caso era più o meno pressante.
Tutti questi rimedj ed altri della stessa natura, erano senza fallo proprïssimi a rianimare e risuscitare, per così dire, le forze quasi estinte di quei poveri infermi, e pure (bisogna confessarlo con dolore) si vedevano perire quasi tutti subitaneamente; cosa che confermava il sentimento generalmente ricevuto, che la malignità del fermento pestilenziale è di una forza superiore a quella di tutti i rimedj. Ma essendo che essi medici in alcuni casi particolari ne videro un buon successo, perciò s’apre il campo a presumere (e pur troppo se ne professano essi convinti da una fatale sperienza) che la ritirata, e il non operare della maggior parte delle persone, le quali potevano dar soccorso, e la mancanza del nutrimento, dei rimedj e del servigio, siccome ancora la funesta persuasione d’essere assaliti da un male incurabile, e la disperazione di vedersi abbandonati senza riparo alcuno, tutte queste cagioni unite insieme hanno, più che la violenza del male, contribuito a far perire tanto subitaneamente sì gran numero di malati, non solo della prima classe, ma ancora delle seguenti. Perciocchè a misura che questa mortal paura del contagio è andata diminuendo, e che le persone vicendevolmente hanno dato aiuto l’una all’altra, la fidanza e il coraggio sono ritornati, e in una parola il buon ordine si è ristabilito in Marsiglia per l’autorità, la costanza e la vigilanza del sig. cavaliere di Langeron, per le somme attenzioni del signor governatore, e per le premure continue e infaticabili dei signori Escevini, e da lì innanzi si è veduto diminuire insensibilmente il progresso e la violenza di questo terribile flagello, e i medici hanno provata più felicità nel governo degl’infetti.