Del governo della peste e della maniera di guardarsene
Part 18
_La dose per la preservazione è di una o due gocciole in vino o aceto ogni mattina, o pure in cadauna settimana 8 o pur 10 gocciole a digiuno, aspettando il sudore. Chi è preso dalla peste, subito nel principio ne prenda da uno o due scrupoli in vino o aceto di ruta o altro conveniente liquore, e sudi._
Il bolo armeno vien descritto da Galeno per un singolare antidoto contra la peste, preso in un bicchier di vino bianco mediocre. Il Cristini, siccome vedemmo, sente diversamente; ma quasi tutti gli altri medici s’accordano in ciò con Galeno, aggiungendo ancora non pochi d’averne scorto colla sperienza buon effetto. Le qualità d’una peste, diverse per lo più da quelle dell’altre, possono esser cagione che in una non riesca ciò che si provò per utile in un’altra. Molto poi più sono da stimare quegli altri due nobili e certo antichissimi antidoti, cioè la triaca d’Andromaco e il mitridato di Damocrate, le virtù de’ quali contra i veleni e contra quello ancor della peste, hanno già conseguita dal consenso di molti scrittori e dalla sperienza di tanti secoli una competente approvazione, essendosi trovato aver essi già fatto dei miracoli, ma giovato più in tali casi che innumerabili altri medicamenti, esaltati con gran bocca da chi cerca il bel titolo d’inventore e di autore, col proporre nuove ricette e screditar le antiche. Presi questi antidoti discretamente, e con varj riguardi all’età e qualità delle persone, servono o vien creduto che servano mercè della qualità dei loro ingredienti atta non meno a difendere dalla malignità degli spiriti velenosi e dalla corruzione, le viscere e gli umori del corpo umano; che ad espellere per li pori della cute colla lor qualità sudorifica il veleno stesso della pestilenza. L’elettuario dell’uovo, la triaca del Monavio ed altre nuove triache di varj autori, vengono anch’esse predicate per molto utili ne’ casi di pestilenza; e quantunque non manchino valentuomini che antepongano loro di molto la triaca ordinaria e il mitridato suddetti, nulladimeno potrà esserne giovevole l’uso. Il Sennerto rapporta un medicamento composto dal celebre Ticone Brac (se però è vero) di triaca, fiori di zolfo, ecc.; ma per essere troppo prolisso e non facile a manipolarsi, io il tralascio con tutte le sue lodi. Così l’antidoto magno, o sia elettuario del Mattiuolo, se noi vorremo ascoltare una gran folla di medici è anch’esso un rimedio felicissimo contra la peste. Alcuni altri non lo stimano tanto, non bastando i grandi epiteti dei lodatori per far che sia veramente grande la virtù d’un medicamento, siccome non basta un’eterna filza d’ingredienti a formare un antidoto di mirabil efficacia, e tanto più perchè non è peranche deciso che molti ingredienti non perdano la lor forza e virtù, ammassati con tanti altri e non possano con ciò diventare anche nocivi. Quell’antidoto è quasi il compendio d’un’intiera spezieria. I moderni si servono più volentieri di medicamenti semplici che composti, per quanto possono. Contuttociò io non vieto, nè biasimo ad alcuno il seguire ancor qui la corrente, e valersi di quell’elettuario con isperanza di frutto. Il diascordio bensì del Fracastoro (la cui dose è di prenderne in bevanda dram. 1 con sugo d’acetosella onc. 2, sugo di cedro onc. 1, specie cordiali di gemme scrup. 2, aceto onc. 1, mischiando tutto) vien comunemente dai medici di maggior reputazione creduto e predicato per un insigne antidoto contra la peste, perchè è concorsa la sperienza ad accreditarlo per tale. Il Minderero, che ne fa de’ grandi elogi, e sperimentollo con felicità nel contagio de’ suoi giorni, stima che per le persone delicate, come i fanciulli e per le donne gravide, sia il diascordio medicamento anche più sicuro della triaca e del mitridato, siccome men calido d’essi. Debbo nondimeno avvertire che nel contagio di Palermo del 1624, 1625 e 1626 fu provato per esperienza che gli appestati guarivano più facilmente con cose rinfrescative, come cucuzze lunghe, latte, sugo di limoni, ecc., che con triache ed altre robe di sostanza ed aromatiche. Forse nel clima caldo della Sicilia saranno riusciti giovevoli tali rimedj che in altri poi non riusciranno; o pure noi crediam troppo a certi strepitosi antidoti composti, e perciò trascuriamo i semplici, che talora sono i migliori, e non badiamo ad altri metodi forse più utili. Certo il P. Filiberto Marchino attesta anch’egli che il metodo suddetto di Palermo riuscì più giovevole nella peste di Firenze del 1630. I saggi medici ne faranno le prove ne’ tempi di bisogno.
Oltre all’acqua triacale del Diemerbrochio, descritta nell’antecedente capitolo e da lui celebrata assaissimo per gli effetti da lui osservati in valersene durante la peste del suo tempo, si leggono nei libri di medicina oltre acque triacali, bezoartiche e cordiali del Sassonia, del Sennerto, del Porzio, del Quercetano, del Langio, del Bauderon, del Mattiuolo, del Platero, ecc., che tutte possono probabilmente servire, siccome ancora varj altri decotti, estratti, aceti bezoartici, apozemi, quintessenze, ecc., riferiti dall’Untzero, dal Diemerbrochio e da altri. Non la finirei mai, se volessi copiarli tutti e massimamente quei recipe che empiono le facciate de’ libri e danno da faticar ben bene agli speziali. Mi basterà di rapportarne solamente quattro altri, lodati non poco dai professori della presente materia. Il primo è una bevanda, la quale per attestato del cardinal Gastaldi giovò assaissimo nella pestilenza di Roma.
_Bevanda antipestilenziale._
℞. _Radici di carlina, zedoaria, angelica, scordio, dittamo cretico, scorzonera, cinnamomo, croco orientale, ana dram. 1; mirra, mastice, aloè socotrino, ana mez. dram. Facciasi polvere di tutto, la cui dose è una dramma con un’oncia di sciroppo di limoni e 3 onc. d’acqua di acetosa. Si prenda prima del sonno, essendo attissima a liberar dalla peste._
_Decotto antipestilenziale._
℞. _Radici di calendola, di elenio, fiori di ruta, di nepeta, di nasturzio acquatico, ana onc. 1 e mez.; radici di aristolochia fabacea onc. 1; occhi di granchio onc. 1 e mez., aceto comune di vino buono lib. 8. Si cuoca tutto, finchè se ne consumi la metà. Colato il sugo aggiungivi onc. 1 e mez. di triaca e mischia insieme. Se ne dia un buon bicchiero all’infermo, e sudi._
_Aceto di Paolo Barbetta._
℞. _Radici d’angelica, zedoaria, ana onc. 1; di petasitide onc. 2; foglie di ruta, di melissa, scabbiosa, fiori di calendola, ana onc. 2; noci immature tritate lib. 2; pomi di cedro freschi e tritati lib. 1. Pesta tutto insieme, e dipoi mettivi sopra aceto ottimo sino a tre quarti. Fa digestione in boccia di vetro nella rena, e poi distilla a fuoco lento sino a seccarsi, ma non a bruciarsi. Adopera questo aceto per preservativo. Che se fossi sorpreso dalla peste, allora congiungi diascordio scrup. 4; sal prunello scrup. 1; assenzio mez. scrup.; aceto suddetto, acqua di cardo santo, sciroppo di berberi, ana onc. 1. Bevi, e suda._
_Condito del medesimo autore._
℞. _Radici di contrajerva mez. onc., di petasitide, tormentilla, enula campana, ana dram. 2; terra sigillata, bolo armeno, ana dram. 3; polvere di corno di cervo, d’avorio, ana dram. 1; coralli rossi preparati scrupol. 4; cinnamomo acuto, dram. 2; antimonio diaforetico mez. onc. Formane condito. Per la cura prendine scrup. 1, e aggiungi tartaro vitriolato gran. 8; sale di coralli gran. 15; confezione d’alchermes mez. dram.; aceto descritto qui sopra onc. 1 e mez.; acqua di ruta quanto basta. Bevi e suda._
Il croco, o sia zafferano, può aver qualche adito ne’ rimedj antipestilenziali; ma non è da usare se non con gran parsimonia, perchè può offendere il capo, e per altro non se n’è veduto mai gran profitto. Il bere l’urina propria è stato creduto in alcuni paesi per efficace rimedio; ma le prove non l’hanno mai autenticato per tale. È stata bensì da non pochi usata e predicata anche per eccellente antidoto nella peste la pietra bezoar; e gli encomj suoi non son leggieri anche per questo conto. Ma il Sassonia, il Minderero, il Cratone, il Diemerbrochio ed altri sostengono esser ben utile questa pietra per altri morbi maligni, ma non già per quello della pestilenza; anzi asseriscono eglino di non averne mai veduto alcun buon effetto, e che si trovarono troppo burlati coloro che nel principio del male si confidarono nel solo bezoar: il perchè non ne fecero più essi medici capitale per quei tempi e mali. In Firenze l’anno 1630 morì chiunque ne prese a riserva d’un solo che si ridusse in malissimo stato. Le confezioni di alchermes e di giacinto son lodate in tempi di peste, e veggendole io usate da’ medici men creduli, penso che possa aversene qualche stima, avvertendo solo che sieno preparate senza muschio, il quale nuoce regolarmente agli appestati. Altri antidoti, ove entra polvere di smeraldo, di zaffiro e d’altre gemme, hanno gran credito presso alcuni medici; ne han poco o nulla presso altri e probabilmente con più ragione. Non è men controversa la virtù dell’unicorno e de’ medicamenti viperati, ove si tratti di domar la peste. Al sapersi però che questi ultimi in tanti altri mali son rimedj assai valorosi, pare che per la peste ancora meritino riflessione, e tanto più, perchè col loro sal volatile possono aiutare ai sudore. Del corno di cervo particolarmente bruciato o filosoficamente calcinato, leggo io presso alcuni di gran lodi anche per guarire il morbo pestilenziale; ma non veggo poi che tali encomj s’accordino colla sperienza d’altri. Oltre di che, quando il corno suddetto sia bruciato o dai vapori dell’acqua calcinato, sembra ch’esso non abbia d’avere maggior virtù che altri alcalici per assorbire, come essi dicono, le particelle velenose, ed impedire i flussi e tormini del ventre. In fine non convien credere sì facilmente ai chimici, e nè pure ad alcuni medici per altro insigni, allorchè s’empiono la bocca delle lodi di questo medicamento (lo stesso è di altri antidoti cari a loro, o da loro inventati per la peste) perciocchè altri autori ci avvisano essere la virtù sua contra il fermento pestilenziale di gran lunga minore di quel che corre la fama; e per conseguente non doversi contentare di lui solo. Se io non vo citando gli autori, non è già ch’io non gli abbia prima consultati. Alcune composizioni mediche fatte col corno di cervo e stimate potenti contra la peste, saran forse tali non per la sua, ma per la virtù d’altri ingredienti.
Veggo convenire i medici nell’asserire per utili in tal occasione i sali di varie erbe e massimamente quei di ruta, d’artemisia, discordio e di scabbiosa; ma più d’ogn’altro il sale di cardo santo e quel d’assenzio. Certo l’erbe stesse per parere di tutti hanno delle qualità sommamente correttive del veleno pestilenziale. Da alcuni è creduto che non sieno di men profitto che la triaca stessa contra la peste le bacche di ginepro, le quali perciò son chiamate triaca de’ Tedeschi, allorchè se ne fa estratto e se ne cava il rob, cioè il sugo inspissito. Il P. Marchino scrive che la controyerva o sia contrajerva a noi portata dalle Indie, si provò nella peste di Firenze del 1630 pel più salutare di tutti i rimedj. Ridotta in polvere si prendeva con qualche acqua creduta cordiale, o di cedro o di scorzonera; o pure distillata riusciva meglio. Presa tre o quattro volte dall’infermo, se ne vedeano mirabili effetti, mentre per sudori ed orine si scaricava la natura. Per parere d’altri è moltissimo da stimare ed usare allora l’olio di vitriuolo. La sua singolar possanza in conservare mercè del suo sanissimo acido i corpi ed umori dalla corruzione è attestata dal Sassonia, dal Mercuriale, dal Mattiuolo, dall’Augenio, dal Diemerbrochio e da assaissimi altri, di modo che stima il Minderero con altri che se venisse impedito l’uso dei medicamenti vitriolati, si resterebbe senz’armi per curare la peste. Se ne guardino però gli asmatici e gli altri che patiscono mali di petto, di reni o di vescica. Contra la peste uno de’ più famosi ed accreditati rimedj si è l’olio di scorpioni o sia olio del Mattiuolo, che preparato diversamente si chiama anche olio del Granduca. Non solamente serve a preservare dalla pestilenza, ma ancora alla cura della medesima, bagnando con esso i polsi delle tempie, mani e piedi e la region del cuore, ed anche le parti circonvicine ai buboni. È comune sentenza che quest’olio e nel morbo pestilenziale e in altri participanti di veleno, possa produrre e produca de’ mirabili effetti. Il punto sta ad averne del ben preparato e del non finto dall’avarizia e poca coscienza d’alcuni. La sua ricetta è notissima agli speziali, e si legge in varj libri. Il Rondinelli nella descrizion della peste di Firenze del 1630 e 1631 avvertì che sopra tutti gli altri antidoti avea giovato la triaca e l’olio contra veleni del Granduca, co’ quali due rimedj soli molti guarirono, e dove era la febbre non troppo ardente, l’averne dato dodici o quindici gocciole per bocca su lo sciroppo, riuscì con ottimo successo, essendo periti pochissimi di coloro che il presero. E questo basti intorno agli antidoti pestilenziali. Poco importerebbe e pochissimo gioverebbe ai più dei lettori, se volessi adunar le sentenze de’ medici intorno a tanti altri semplici e composti che son descritti come antipestilenziali, ma che non si saprebbe come o quando avessero da usarsi. Quanto più fosse il numero de’ medicamenti, tanto più sarebbono alcuni intrigati a scegliere. Convien dunque contentarsi di quelli che son creduti i migliori, e che mi sono ingegnato anch’io di raccogliere o di accennare in questa mia operetta. E mi si perdoni se ho voluto più tosto sovrabbondare in ciò, che scarseggiare, poichè non tutti hanno libri di queste materie alle mani, e può esser utile il conoscere ed aver pronte molte armi diverse per tentare di far fronte a sì gagliardo e sì strano nemico.
CAPO VII.
_Metodo da tenersi nel curar gl’infetti. Sudoriferi rimedio creduto il più utile degli altri. Aforismi intorno ai sudori, e maniera di far sudare. Camere degl’infermi come s’abbiano a custodire. Quai cibi e bevande loro convengano._
Veniamo ora al metodo tenuto dai migliori medici nella cura degli appestati. Sogliono precedere in qualsivoglia peste alcuni sintomi, indicanti che uno sia già stato preso dal male. Tali sono dolori acuti di capo, vertigini, vomiti, abbattimenti di forze, una fiera ansietà, rosseggiamento d’occhi, sonnolenza, febbre, ecc., riuscendo in ciò molto diverse l’una dall’altra le pestilenze, ma riuscendo anche facile in cadauna l’accorgersene dall’esempio degli altri. Appena dunque si ha un giusto sospetto o una chiara cognizione di aver contratto il morbo, debbono il più presto che sia possibile le persone infette ricorrere all’ajuto di qualche buon sudorifero, mettendosi in letto ben coperti e procurando di promuovere il sudore. Quanto più tardi si darà di piglio a questo rimedio, tanto più difficile sarà il superar l’infezione; siccome all’incontro quanto più presto, tanto più agevolmente si potrà vincere l’interno nemico, purchè non sia di quei terribilissimi che in poche ore affogano la fiamma vitale e fanno cader morte all’improvviso le persone, come in alcune pesti è accaduto. Il perchè dee ben procurarsi di non perdere tempo, ma di venire ai sudoriferi, prima che le particelle pestilenziali abbiano onninamente infettati i fluidi e dissipati gli spiriti salutevoli, e in tempo che la natura non peranche abbattuta fa i suoi sforzi per cacciar fuori il veleno; altrimenti a poco o a nulla servirebbe poi la virtù delle medicine. Al che riflettendo anche l’Ippocrate dei latini, voglio dir Celso, in proposito della peste lasciò così scritto: _Quo celerius ejusmodi tempestates corripiunt, eo maturius auxilia, etiam cum quadam temeritate, rapienda sunt._
I sudori dunque per quanto abbiamo dalla sperienza, o spontanei, o provocati sollecitamente con antidoti antipestilenziali, son creduti un potentissimo rimedio, anzi il migliore di tutti contra il morbo della peste, e forse non si troverà contagio, in cui i sudoriferi non sieno stati di giovamento, in tanto che infiniti esempj han fatto conoscere che pochissimi senza sudare e moltissimi all’incontro col sudare sono scampati da quel fierissimo tossico. Vero è che muoiono allora anche persone che pure son ricorse ai sudoriferi; ma può essere che alcuni d’essi vi sieno ricorsi troppo tardi; o che la loro immaginazione o soverchia paura gli abbia, malgrado i medicamenti, strascinati alla morte; o che sopra la loro malsana costituzione abbiano preso tal possesso i cattivi afflati del veleno che non sia rimasto campo all’operazion degli antidoti. Perciò, a riserva d’alcuni pochi medici, che forse son di coloro, i quali non altronde cercano gloria fuorchè dall’impugnare coi loro acuti raziocinj, ma non già colla sperienza alla mano, le sentenze degli altri: comune parere dei medici e spezialmente dei più accreditati, si è che speditamente si ha da far sudare chiunque è ferito dal morbo, e che da questo più che da altri rimedj si può sperar la salute. Quasi tutti gli antidoti da me rapportati ne’ due capi antecedenti hanno questa mira. Si noti pertanto che non facendo i sudoriferi idonei sudare, per lo più morranno quegl’infermi. Dove è sudore spontaneo più copioso, ivi è maggiore speranza di salute. Provocato esso ancora con medicamenti diaforetici e temperanti l’acrimonia del veleno pestilente, fa molto sperare. Per lo più esce fetente; e tal fetore può essere che sia dispiacevole al malato, ma non si sa che punto gli riesca dannoso. Allorchè l’infermo suda, il dormire sarebbe per lui nocivissimo (il che però parrà strano ad alcuni che veggono diversamente succedere in altre febbri); e però se ne guardi ben egli con gran premura, e se non altro, abbia d’intorno chi colle parole, o in altra guisa il tenga svegliato. Gioverà per tener lontano il sonno l’odore dell’aceto semplice o rosato, accostando alle narici una spugna o pezza bagnata in esso. Chi prima d’aver finito di sudare la seconda volta dorme, s’è osservato esserglisi talmente sminuite le forze che più non le ricuperò; e pochissimi si salvarono di quei che dormirono nel primo sudore. E qui mi sovviene d’aver lodato per sudoriferi la triaca, il diascordio ed altri oppiati, che pure incitano al sonno; perciò chi non avesse buoni svegliarini appresso, pensi se abbia da ricorrere a sudoriferi tali. Appresso si badi che il malato non sudi più di due o tre, o al più quattro ore, avuto riguardo alle forze maggiori o minori del corpo suo. E perciocchè dall’un canto non si può di meno che il sudore non debiliti, e sarebbe dall’altro di sommo pregiudizio, se restassero abbattute le forze dell’infermo, appena finito il tempo di sudare ed ancora, occorrendo, durante la sudatura, egli si dee rifocillare e corroborare con odori confortativi o con acque o bocconi cordiali, e con vino generoso o in altra guisa. I medici suggeriscono alcune compositioni utili a questo effetto, perchè composte d’ingredienti che resistono alla malignità, ed eccone un saggio:
_Condito corroborativo._
℞. _Scorze di melaranci condite, miva di cotogni, rob di ribes rossi, ana dram. 5; polvere liberante dram. 1, magisterio di perle, confezion di giacinto, ana scrup. 2; sciroppo di limoni quanto basta: formane condito._
_Bevanda ristorativa._
℞. _Acqua di rose odorosissima, di acetosa, ana onc. 8; aceto di rovo ideo, aceto rosato, ana onc. 6; vin bianco odoroso lib. 1; sciroppo di limoni, giulebbe rosato, ana onc. 2; scorze di cedro esteriori fresche, minutamente tagliate onc. 1 e mez. Tutto mischiato stia in vaso di vetro, tanto che tiri ben l’odore delle scorze di cedro, e se ne diano all’infermo dopo il sudore onc. 5 ovvero 6._
_Acqua ristorativa._
℞. _Scorze di cedri fresche, esteriori e ben nettate dalla polpa. Bagnate con sugo di pomi, acqua rosata e vino malvatico; poi cavane secondo l’arte il liquore, che resiste alla peste, e rimette egregiamente le forze del cuore._
_Sciroppo confortativo._
℞. _Vino di granati acidi onc. 4; sciroppo di sugo d’acetosa onc. 3; di limoni onc. 2; di sugo di cicoria, d’agresta, ana onc. 1; giulebbe rosato onc. 1 e mez.; olio di vitriuolo quanto basta per un acido giocondo. Mischia insieme, e prendine ad ogni due ore un’oncia e mez., o mescolandovi qualche acqua cotta, formane un giulebbe da estinguer la sete._
È creduto da’ più saggi un grande errore il negar da bere o brodo caldo, o acque calde ai malati allorchè sudano, ed anche allorchè il sudore non vuol uscire, lasciando che i miseri si tormentino, e venga loro deliquio per mancanza d’umidità. Una bevanda calda e moderata fa più facilmente sudare. Se l’acqua fresca possa anch’ella convenire nel sudar che fanno gli appestati, siccome certo conviene in altre febbri, io nol trovo, nè oso determinarlo.