Del governo della peste e della maniera di guardarsene
Part 17
Dicono ancora che serve molto bene a far sudare alquanto di polvere di radici d’angelica in un bicchiero d’acqua della stessa pianta, replicando ciò ogni sette ore; e mancando l’erba fresca da farne acqua, si può farla con infusione o decozione della radice. È decantata anche la polvere di bacche d’edera colte ben mature e seccate all’ombra, prendendola in un mezzo bicchiero di vino bianco buono. Le bacche esposte alla tramontana si credono di più virtù. Se in luogo di ciò darai 3 once d’acqua distillata d’esse bacche fresche, attestano che se ne vedrà più felice l’effetto. Ottimo per far sudare la gente povera scrive l’Etmullero che è il darle alcuni capi d’aglio ben pestati con aceto o vino generoso. Anche 2 once di sugo di cipolla bianca con mezz’oncia di aceto ottimo in acqua di cardo santo, o in altre simili, bastano per far sudare. Lo stesso otterrai bevendo un bicchiero di decozione di foglie e bacche di ginepro, o pure quella di cardo santo, cotta insieme con una dramma di triaca, o anche prendendo prima la triaca in un bocconcino, e poi bevendole dietro la decozione. Ovvero cotta che avrai una cipolla, infondila in aceto rosato; cavala dall’aceto e spremila; aggiungi poscia a tal sugo una dramma di triaca e un’oncia di siroppo d’agro di cedro. Parimente mezza dramma o due scrupoli di fior di solfo o di solfo sublimato, che è lo stesso, presa con 3 once d’aceto tepido comune, fa egregiamente sudare. Pietro da Castro scrive che nella peste di Roma del 1656 sommamente giovò il dar 2 dramme di solfo ben polverizzato con 2 o 3 once di buon aceto. È tenuto ancora per facilissimo sudorifero il solfo vergine con sale, bollito in vino a bagnomaria, o pure quello del Crollio. Lo stesso dicono del sale di frassino preso in acqua di cardo santo al peso di 12 grani. Oltre a ciò un bicchier di vino bianco potente, con alquante gocce di spirito di vitriuolo, ma moderatamente, e non in guisa che diventi brusco, servirà egregiamente ad ottener l’intento; il che però camminerà nel supposto che la peste sia dissolvente, come poi cercheremo. Teofrasto anch’egli il loda; e l’Untzero tiene che questo spirito sia uno de’ migliori medicamenti contro la peste sì per preservarsi, come per curarsi, e cita moltissimi autori che sono dello stesso parere. In fatti la ragione s’accorda con tale sentenza, se non che avendo esso del corrosivo, potrebbe lo stomaco risentirne grave nocumento, ove con qualche intemperanza e senza la compagnia di molto fluido si prendesse. L’olio di vitriuolo anch’esso è stimatissimo. Entra esso nel seguente
_Sudorifero XIV._
℞. _Estratto di cardo santo, sale d’assenzio, ana scrup. 1; sale di cardo santo mez. scrup.; triaca dram. 1; acqua triacale e di cardo santo, ana onc. 1; olio di vitriolo gocc. 15. Mesci, e fanne bevanda._
Le bevande tutte hanno da esser caldette. Già si sa che per far sugo di qualunque erba convien pestarla in mortaio, spremerla forte, e lasciare che il sugo deponga le parti più grosse. Chi avesse abborrimento al sugo dell’erbe crude, le faccia cuocere in poca acqua e non tanto che sfumi tutto il balsamico, e spremute poi ben bene esse erbe, ne beva quella decozione, entro la quale chi ancor volesse far cuocere un poco di carne, può farlo.
Buona parte dei sudoriferi fin qui descritti è stata da me a bello studio trascelta, per essere d’ingredienti e materie facili a trovarsi e a manipolarsi, e di poca spesa, sul riflesso di somministrar consigli, e soccorsi alla gente povera o poco comoda, cioè ai più del popolo. Del resto i medici, la giurisdizione de’ quali io non pretendo di usurpare, potranno suggerirne non pochi altri di composizioni più strepitose, le quali può essere che facciano miglior effetto, ma può anche essere che non uguaglino talvolta il valore d’alcune più semplici. Certo s’io riferissi come utile sudorifero una modesta bevuta d’aceto fortissimo con un poco di sale, questo non avrebbe passaporto presso di alcuni; e pure per attestato di qualche insigne medico, non poca gente colta dalla peste s’è osservata guarir prestissimo dal pericolo con tale sudorifero preso sul principio del male, perchè cagione a loro d’un sudor copiosissimo. In una cosa poi non si potrà fallare, e sarà nell’aggiungere, quando non manchi il comodo, ad alcuni de’ suddetti diaforetici qualche ingrediente antipestilenziale di più, come sarebbe un poco di mitridato, di triaca o di diascordio, o pure qualche acido, come l’aceto, il sugo di cedro, l’olio o spirito di vitriuolo, il sale d’assenzio, o simili. Veggo ciò fatto da eccellenti medici. E perciocchè alle prove si può trovare che alcuni sudoriferi riescano deboli pel bisogno degli appestati, ne riferirò alcuni altri più potenti nel seguente capitolo, e finirò il presente con rapportare la ricetta d’un’acqua ed estratto di maggior vigore, ma troppo laboriosa, insegnata e praticata dal Diemerbrochio con felicissimo, per quanto egli scrive, e maraviglioso successo nella peste del suo paese. La mischiava però egli con alcun altro de’ medicamenti antipestilenziali poco fa accennati, o con sale di ruta, o di cardo santo, o di scordio, o con estratto d’angelica, o di cardo santo, o coll’aceto bezoartico riferito di sopra nel capo III, ovvero con bolo armeno o con terra sigillata.
_Acqua sudorifica._
℞. _Radici d’ostruzio, o sia d’imperatoria, petasitide, angelica, carlina, valeriana, ana onc. 2 e mez.; radici d’enula campana, scorze d’aranci secche, ana onc. 3; erbe scordio, assenzio, ana onc. 2; cardo santo onc. 3; fiori di rose rosse mez. onc., di stecade dram. 3; bacche di ginepro onc. 2 e mez.; grani di cardamomo minore dram. 5; cinnamomo eletto onc. 1. Tutte queste cose sieno secche, si tritino insieme e si pestino grossamente in mortaio di pietra, infondendovi poi vino bianco buono mediocre lib. 22, acqua di rose lib. 2. Serrato bene il vaso, stieno per 10 dì in infusione, e dipoi vi si aggiungano queste altre erbe verdi e fresche, tagliate minutamente e pestacchiate, cioè foglie di ruta manip. 6, tanaceto manip. 4, rosmarino, pimpinella, ana manip. 1 e mez. Stieno insieme in infusione per altri 8 o 10 giorni, movendole ogni dì con una bacchetta. Dipoi mettivi dentro sugo di cedro lib. 2. Stieno in infusione per 3 o 4 altri giorni, e poi fatto bollir tutto leggermente al fuoco, si coli, e si sprema gagliardamente nel torchio. La colatura spremuta si distilli in bagno maria, o nella rena, per lambicco di vetro_.
Soggiugne l’autore la preparazione d’un estratto dalle fecce nel modo seguente:
_Quello che dopo la distillazione resta nel fondo, aggiuntavi acqua di cardo santo, s’ha da colare per carta sorbitrice; e tal colatura s’ha da essiccare a lento fuoco, tanto che giunga a consistenza d’estratto il quale si ha da salvare pel bisogno. Abbiamo dato il nome di Magistrale a questo estratto._
CAPO VI.
_Altri medicamenti per curar la peste. Quali usati ne’ contagi del 1630 e 1656. Canfora commendata assai, e varie composizioni canforate. Solfo, e suoi pregi contro la pestilenza. Bolo armeno, triaca, diascordio, ed altri antidoti o lodati, o riprovati._
Per espugnare l’interno veleno della peste hanno sempre studiato i medici, ma senza trovar finora medicamento alcuno sicuro, specifico ed universale. In difetto di ciò si sono eglino rivolti a prescrivere que’ rimedi che per la loro naturale attitudine sono o paiono contrari ai veleni, ed atti ad impedire o correggere la corruzione, o il troppo o troppo poco moto dei fluidi del corpo umano, e non senza apparenza di aver eglino con ciò aiutata di molto la natura, allorchè ne seguita la sanità degl’infermi. Egli è incredibile, quanta copia di radici, erbe, fiori, frutta, semi, oli, pietre, sali, estratti, siroppi, conserve, conditi, minerali, polveri, elettuari, ecc., ci venga posta davanti nei libri loro col bell’elogio di medicamenti efficaci o mirabili contro la peste, sì semplici come composti. Io non prenderò qui ad esporre, come fa l’Untzero con assai curiosa minutezza, ad una per una tutte l’erbe, radici, frutta, ecc., che servono o si pensa che possano servire contro i morbi pestilenziali. Non crederebbono nè pure gli altri a me, siccome io non credo a tanti discorsi prolissi degli altri intorno alla virtù di sì gran copia di medicamenti. E dopo ancora che avessi riferito tutto, ci resterebbe da imparare a fare il medico (che tale non sono nè pur io) per sapere a chi convengano questi medicamenti, e come s’abbia a mescolare ed usare ora questo ed ora quello; cosa nondimeno anche difficile per i medici stessi, perchè dipendente dal giudizio pratico e dalla prudenza, con la quale, per colpire nel segno, s’hanno da considerare non solamente il mal della peste, ma ancora i sintomi che l’accompagnano, e il temperamento, le forze degl’infermi, ed altre non poche circostanze, dalle quali nascono diverse indicazioni. Mi ristringerò io dunque a notar solamente i primari e più facili de’ medicamenti e rimedi che sono creduti a proposito per guarire, piacendo a Dio, il morbo della pestilenza. E sono principalmente, per quanto ho ricavato da vari autori, gli aromatici e balsamici, de’ quali vien creduto che possano col loro sale volatile oleoso resistere, diciamo così, alla corruzione degli umori; e i diaforetici, o sia sudoriferi, prescritti con intenzione di espellere fuori della cute il veleno pestilenziale, ed aiutar la crisi più salutevole che possa tentar la natura. Hanno pure tra questi alessifarmaci il luogo loro e le lor lodi molti acidi, i quali possono in alcune pesti impedire o levare lo squagliamento e sfibramento degli umori e del sangue, e talvolta ancora, secondo il parere d’alcuni, o col precipitare o col dar tuono alle fibre, contribuire all’operazione del sudore, alla quale dee allora particolarmente mirare la diligenza dei medici.
E primieramente nella peste del 1630, per quanto apparisce dall’Avvertimento stampato allora in Modena, si vede che in molte città fu costume, subito che appariva la vanguardia più ordinaria del morbo contagioso, cioè febbre mista con dolore di capo, il prendere in bevanda alquanto di polvere, creduta cordiale, con un poco di brodo o acqua di scorzonera, ed ungere la regione del cuore con olio del Granduca o del Mattiuolo. Poco dopo si bevea una dramma di triaca o di elettuario del Mattiuolo, distemperata in 6 once dell’acqua suddetta, o in altra simile, per promuovere il sudore, dopo il quale solevano uscire i carboni, o buboni. Il corno di cervo, la terra sigillata e gli occhi di granchio si costumavano ancora con profitto; cose nondimeno che non veggo tenute per rimedi di gran forza contro il ferocissimo assalto della pestilenza. Anzi essendo stato osservato da altri che i coralli, gli occhi di granchio e la creta sono medicamenti che opprimono l’acido e levano l’appetito, perciò vien consigliato che si vada cauto a valersene nelle pesti, le quali pur troppo sogliono indurre inappetenza. Non trovo poi qual altro preciso rimedio giovasse allora, se non era il ben curare i carboni e i buboni; del che parleremo a suo luogo. È bensì notato ivi che tutti gli altri esperimenti contro la febbre pestilenziale di quel tempo riuscivano vani, e che nella forma suddetta quasi tutti cominciarono a guarire; il che però si noti essere stato avvertito solamente nella declinazione della peste, lasciando ciò dubitare che forse nel suo furore anche il mentovato metodo riuscisse inutile, siccome avviene allora di tanti altri medicamenti.
Nel contagio di Roma del 1656 per quanto abbiamo dal cardinal Gastaldi, parve che giovassero le seguenti cose: Cioè, scoperta in alcuno la malattia pestilenziale, ungergli la region del cuore con olio del Mattiuolo o della comunità di Ferrara o del Granduca e simili; dargli prontamente bocconi cordiali di confezion di giacinto, d’alchermes e altri di tal fatta; nel secondo giorno fargli bere sugo di cedro mischiato con acqua triacale e con alquante gocciole di spirito di vitriuolo e con polvere di bolo armeno in brodo o acque distillate di galega, scabbiosa, sonco, scorzonera e simili alessifarmaci. Di più parea salutifero l’applicare i vescicanti nel principio, particolarmente alle gambe. Si osservò ancora giovevole nello stesso ardore della febbre il bere orzate, e spezialmente nel tempo estivo, temperandosi anche la sete col tenere in bocca sal prunello. Bernardino Cristini espone anch’egli il metodo da sè tenuto in medicare nella medesima peste di Roma. Certo farà egli prendere più coraggio a chi subito voglia accomodar la sua fede a quanto egli lasciò scritto nel suo libro intitolato _Arcana Riverii_. Chi però non crede sì tosto alle magnifiche promesse dei chimici, nè si lascia incantare dai grandi o strani nomi delle cose, anderà lento a fidarsene.
Secondo lui, per medicare allora gl’infetti, non v’era cosa più potente delle confezioni ristorative in forma soda o liquida, prese per bocca, e massimamente giovavano i bezoartici diaforetici, o sia sudoriferi. Prescriveva egli in forma soda il seguente
_Antidoto curativo._
℞. _Conserva di fiori di borraggine, di rose, di viole, ana mez. onc; fiori di cedro, di pomi medici, di anthos, ana dram. 2; conserva di tutto cedro, radici di tormentilla, d’angelica, bistorta, scorzonera, contrajerva, ana dram. 1; confezion d’alchermes, di giacinto, ana dram. 1 e mez.; unicorno vero, bezoartico animale, corna di cervo, bezoartico solare, joviale, lunare, minerale, ana mezza dram. Mischia insieme, e prendine un cucchiaio per volta cinque o sei volte il dì, come ancor nella notte._
_Antidoto curativo in forma liquida._
℞. _Acqua di cardo santo, di scorzonera, di ruta capraria, di borraggine, di scordio, di acetosa di rose, di tutto cedro, ana onc. 6; spirito di zolfo, dram. 1; essenza di triaca, di contrajerva, di ginepro, d’angelica, di carlina, di tormentilla, di bistorta, scorze di cedro, elixir vitae, elissire di proprietà, balsamo di vita, balsamo di salute, ana mez. scrup. Mischia insieme, e prendine 2 onc. per volta quattro o cinque volte il dì e altrettante la notte._
Questi medicamenti, se crediamo all’enfasi del suddetto autore, faceano dei miracoli, richiamando uomini ad una nuova vita; e quantunque possa parere diversamente a molti medici, pure tal sorta di rimedj fra gl’infiniti che furono adoperati, questa dice egli che fu divina. Aggiunge d’aver egli dato ad alcuni infermi con dei bezoartici bolo armeno e terra sigillata che a questo effetto son decantati da molti per mirabili; ma che in quel contagio servivano solamente a far del male, nè mai operavano bene. Ordinava egli per le stanze dei malati, affinchè non s’infettassero anche le camere e case dei sani, alcuni profumi di legni di ginepro, cipresso, incenso, mirra, belzoino, storace calamita e simili. Erano profumi più gagliardi quei ch’egli due volte il giorno adoperava nelle stanze sue e de’ suoi amici, cioè le fecce di regolo antimoniale; ma perciocchè riesce troppo ingrato l’odore solfureo, vi aggiungeva pastelli composti di storace o altri simili grati odori, con che egli e tutti i suoi amici si conservarono sempre sanissimi in mezzo ai lazzeretti.
Passiamo noi innanzi a cose forse più sicure. E primieramente la canfora nella cura della peste è esaltata dal Goclenio, dal Cratone, dal Minderero, dal Sennerlo e da altri per uno de’ più potenti ed efficaci rimedj, e alcuni la tengono quasi il migliore di tutti. Fra gli altri l’Etmullero scrive che la canfora leva la palma a tutti gli altri alessifarmaci nella peste. Certo in lodarla assai s’accordano i migliori medici, considerata la sua qualità e attesi i buoni effetti che ne ha fatto veder la sperienza. Perciò abbiamo dagli autori varj medicamenti, ne’ quali entra la canfora. Il Minderero loda come più utile di tutti i più preziosi bezoartici, purchè non vi sieno dolori gagliardi di capo o di ventricolo, la seguente polvere descritta anche dal Platero e del Diemerbrochio, e commendata dal Follino.
_Polvere canforata._
℞. _Zucchero candito dram. 3; zenzero bianco dram. 2; canfora dram. 1. Si faccia polvere. La dose è di dram. 1 in liquore conveniente e si beva._
Il Riverio prescrive quest’altra, di cui dice essersi egli felicemente servito.
_Altra polvere canforata._
℞. _Bezoartico minerale dram. 3; sal prunello dram. 2; canfora dram. 1. Se ne formi polvere e se ne prenda dram. 1 in acqua di cardo santo o altra conveniente._
Il Cratone si valeva d’un elettuario lodato poi come eccellente da altri medici. Eccone la ricetta.
_Elettuario canforato._
℞. _Scordio dram. 3; tormentilla, dittamo bianco, zedoaria, genziana, angelica, garofanata, ana dram. 1; zafferano, canfora, ana scrup. 2. Polverizzato sottilissimamente si spruzzi con acqua di cardo santo, in cui sieno state disciolte 2 dramme di triaca, e con sciroppo di sugo di cardo si formi elettuario._
Fu anche dal suddetto Cratone composta e poi lodata da altri la seguente
_Polvere canforata._
℞. _Radici di tormentilla dram. 3; dittamo bianco dram. 2; osso di cuor di cervo, sandalo rosso, ana dram. 1; canfora scrup. 2. Mischia insieme e fanne polvere. La sua dose è di dram. 1 in liquore conveniente._
Cornelio Gemma formò un altro elettuario canforato con dire d’averne egli e suo padre provato felici effetti.
_Altro elettuario canforato._
℞. _Canfora part. 1; zenzero bianco part. 2; zucchero rosato part. 4; vino quanto basta. Mescolato tutto ben bene, se ne formi elettuario, e se ne dia una dramma all’infermo per farlo sudare._
Più generoso o almen più composto è questo
_Altro elettuario canforato._
℞. _Canfora, dittamo eretico, scordio, radici di angelica, di zedoaria, cinnamomo, zenzero, ana dram. 1; noce moscata dram. 2; bolo armeno mez. dram., seme di ruta, macis, zafferano, ana scrup. 1; muschio gran. 7; zucchero bianco, vino odoroso, ana quanto basta. Si formi il tutto a guisa d’oppiata._
Giovanni Poppio disciolta la canfora in aceto ne dava un cucchiaio all’infermo. Giovanni Hartmanno racconta che nella peste del 1611 giovò ad assaissimi la seguente
_Acqua canforata._
℞. _Spirito di vino ottimo lib. 1; canfora scelta dram. 7 e scrup. 1 per la state, e dram. 10 e scrup. 2 pel verno. Mischia insieme, tritata prima la canfora, la quale si scioglierà tosta sensa fuoco. Appendi in una pezza croco orientale mez. scrup. Lo spirito di vino diverrà di color d’oro. L’acqua si conservi in un vetro capace e non pieno, cioè lasciandone vota la quinta o sesta parte._
Mattia Untzero forma uno spirito triacale con canfora da darne una dramma e mezza o pur due dramme in alquanto d’acqua di cardo santo, per far sudare: il che narra egli essere egregiamente succeduto nella peste di Halla del 1610. Eccone la composizione:
_Spirito triacale canforato._
℞. _Triaca vecchia onc. 5; mirra rossa onc. 2 e mez.; croco orientale mezz. onc., spirito di vino ottimo onc. 10. Posto tutto in boccia di vetro e sovrapposto lambicco cieco, nel cui becco sieno prima poste dram. 2 di canfora, stia in infusione per 8 dì in luogo caldo; poi si distilli in bagno maria a fuoco lentissimo e ne avrai spirito triacale sottilissimo_.
Se vogliam credere al suddetto Untzero, purchè con dram. 5 di questo spirito triacale si mescolino dram. 3 di spirito di tartaro ottimamente rettificato sopra colcothar di vitriuolo, cioè sopra vitriuolo bruciato, e dram. 1 e mez. di vitriuolo, si ha una composizione mirabile, contenente tutti i requisiti per la perfetta cura de’ morbi pestilenziali e superiore a tutti gli altri antidoti contra la pestilenza. Una tal composizione certo sarà da stimarsi; ma l’Untzero fu chimico di professione, e perciò magnifico nelle promesse. L’olio pestilenziale dell’Einisio medico veronese scrivono che facesse delle maraviglie nella peste della sua patria, di maniera che gli fu dopo la morte alzata una statua. Si compone di parti eguali d’olio di canfora, olio di succino, olio di scorze di cedro ben mischiate, con prenderne dieci o quindici gocce, secondo le circostanze. Entra anche la canfora nell’acque triacali e cordiali composte dagli autori contra la pestilenza; ma è tempo di finirla.
Mi sono steso forse più del dovere intorno all’uso della canfora; ma mi dee essere perdonato, perchè son persuaso che veramente possa trarsene gran benefizio in tempi di peste. Solamente è da avvertire col Sennerto che chi è debole di capo o di ventricolo, o ha abborrimento alla canfora, dee medicarsi con altro, e massimamente essendo utile per altre ragioni l’andare allora mutando medicamenti. Di più hanno alcuni avvertito che trattandosi della preservazione i medicamenti o gli odori canforati possono indebolire negli uomini la virtù generativa. Ho veduto impugnata da altri tal opinione, ma dappoichè il Diemerbrochio attesta d’aver egli dovuto medicare varie persone che per l’uso d’essa canfora aveano patito il suddetto difetto, non so se non consigliare a chi ha interesse di conservarsi quella virtù, il valersene per la preservazione con gran riguardo. Per altro quando si tratta d’infermi di peste s’hanno a dar loro liberamente gli antidoti canforati, dovendo maggiormente ad essi premere la conservazion della vita, giacchè la canfora è in questo credito di contribuir cotanto a risanar dalla peste.
Già di sopra abbiam detto essere il solfo per la sua qualità uno de’ più efficaci rimedj contra gli spiriti pestilenziali per preservarsi da loro. Aggiungiamo ora che può il medesimo produrre ottimi effetti anche nella cura di chi già ha contratta la peste, e che tutti gli autori s’accordano in chiamarlo un potente rimedio contra quel morbo, di modo che Paracelso (autore però, il quale non si può negare che non abbia avuto parecchie idee stravaganti) scrive che il solfo e il sale bastano alla cura della peste, nè bisognarvi altri medicamenti. Servono, come abbiam già osservato, i fiori di zolfo per promuovere il sudore; e congiunti con estratto d’enula campana vien creduto che giovino assaissimo; ma più, secondo il parere di alcuni, gioveranno se con esso loro si unirà un poco di triaca e di canfora. Il Sennerto descrive una composizione di questi fiori, dice egli, efficacissima contra la peste; ed altri medici ne commendano fortemente l’uso e la virtù. Ma lo Zvelfero ha più fede al solfo depurato che alla preparazione dei suddetti fiori. Sopra tutto poi vien decantato l’elisire pestilenziale, composto d’essi fiori di zolfo dal Crollio, e predicato per singolare e miracoloso contra il morbo pestilenziale da molti e massimamente dall’Untzero che dice d’averne fatte felicissime prove nella peste del 1610 allorchè tal rimedio veniva preso per tempo nel principio del male, con far sudare due o tre volte. Tanto il Crollio, quanto l’Untzero furono spargirici, e però bisogna andar cauto in prestar loro fede. Tuttavia la qualità degl’ingredienti basta essa sola ad accreditare di molto questa composizione. Così fosse ella men faticosa e meno astrusa per la manipolazione, onde potessero parteciparne i più del popolo. Si fa nella seguente forma:
_Elisire pestilenziale del Crollio._
℞. _Fiori di solfo preparati spargiricamente onc. 3. Mettivi sopra olio di bacche di ginepro rettificato in bagno, tanto che vi stia sopra all’altezza di tre o quattro dita. Aggiungi olio di succino tre volte rettificato in bagno, e sia tanto come la quarta parte dell’olio di ginepro. Stieno insieme in fuoco di ceneri o di rena, movendoli spesso, acciocchè i fiori senza bruciarsi si sciolgano e diventino liquidi. Poscia_
℞. _Triaca di Venezia lib. 1, da cui con ottimo spirito di vino estrarrai la tintura, la quale separata dallo spirito di vino serberai in disparte. Estrarrai col medesimo spirito tintura di radici d’elenio, angelica, bacche di ginepro pestate, ana onc. 3. Presa questa tintura separata in bagno dallo spirito di vino, la mescolerai colla tintura della triaca, e vi metterai sopra gli olj di ginepro e d’ambra uniti co’ fiori di zolfo, e filtrati prima per carta sorbitrice; poi lascerai per 14 giorni sopra lentissimo calore di ceneri tutta la composizione, dimenandola di quando in quando._