Del governo della peste e della maniera di guardarsene

Part 15

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L’elettuario, chiamato d’Angrisani, vien chiamato dal Cristini con parola assai magnifica miracoloso contro la peste, aggiungendo egli che dell’anno 1656 nella peste di Napoli, Roma ed altri luoghi fu il medesimo con gli esperimenti provato per uno de’ migliori preservativi ed anche curativi. Eccone la ricetta:

_Elettuario d’Angrisani preservativo._

℞. _Radici d’angelica, carlina, dittamo bianco, imperatoria, tormentilla, contrajerba, corallina, bistorta, aristolochia rotonda, legno aloè, seme di senape bianca, di cardo santo, d’acetosa e di portulaca, ana onc. 1; croco orientale mez. onc. Si polverizzi tutto, e sia ben lamisato. Poi prendi estratto di bacche di ginepro delle rosse e delle nere, ana lib. 2, triaca d’Andromaco vecchia lib. 2, unicorno, belzoaro ottimo, corno di cervo, ana dram. 2; siroppo d’agro di cedro quanto basta per unir le robe; e se ne formi elettuario, di cui prendi per bocca una mezza dramma o un’intera per volta._

Scrive il P. Chirchero che nella peste di Roma del 1656 chiunque si servì del seguente rimedio si preservò, ancorchè dimorasse nella casa stessa con appestati o avesse cura di loro. Tanto più volentieri il rapporto, quanto che è di poca spesa. Così avesse egli anche notata la dose.

_Antidoto preservativo del P. Chirchero._

℞. _Aceto esquisitissimo, ruta, pimpinella, betonica, noci, aglio, bacche di ginepro. Aggiungi, se hai il comodo, un pocchetto di canfora, o almeno un poco di spodio cervino. Fa stare tutto infuso nell’aceto per 40 ore al sole o pure in qualche stufa. Poscia colatolo, serbalo per valertene al bisogno, prendendone un cucchiaio la mattina a stomaco digiuno, ed avrai per quel giorno un preservativo sicurissimo. Nè ti dispiaccia il sapore ingrato, perchè tanto più simili antidoti sono contrarj alla peste, quanto più dispiacciono al gusto._

Stimo anche bene di aggiungere, benchè fuor di luogo, che lo spirito d’orina per testimonianza del Doleo e del Wedelio s’è provato utile fiutandolo in simili tempi, e m’immagino che si potrà sperar lo stesso dagli spiriti e sali ammoniacali per la salutevol forza del loro odore. Parimente non reputo inutile il descrivere qui un’unzione, che dicono adoperata da coloro che in Milano nel 1630 dilatarono con veleni la peste, preservandosi eglino che forse non ebbero bisogno o non si servirono mai d’antidoto alcuno. Soggiugnerò tre altre composizioni, attribuite pure ai medesimi, forse per dare ad esse più credito, ma che tuttavia non paiono da sprezzarsi.

_Unguento preservativo._

℞. _Cera nuova, olio comune, olio di lauro, olio di sasso, erba aneto, bacche di lauro, rosmarino e salvia, pestate tutte grossamente. Poi fa bollir tutto insieme con un poco di aceto, e riducendolo in forma d’unguento, ungine alle occorrente le narici, i polsi e sotto le braccia e le piante de’ piedi._

_Altro unguento preservativo._

℞. _Cera nuova onc. 3, olio comune, olio di edera, ana onc. 2, olio di sasso, foglie d’aneto, bacche di lauro, ana onc. 5, foglie di rosmarino onc. 2 e mez., foglie di salvia onc. 2. Si polverizzino le foglie e le bacche, e con un poco di buon aceto unito ai suddetti olj si faccia bollir tutto, mescolando, finchè se ne formi unguento da ungere i polsi, ecc_.

_Elettuario preservativo._

℞. _Imperatoria, carlina, genziana, dittamo cretico, dittamo bianco, bacche di lauro parti eguali. Polverizzato tutto si mescoli con mele spumato e chiarificato, facendone elettuario da prenderne per bocca un cucchiaio la mattina ed anche altra volta fra il giorno._

_Altro unguento preservativo._

℞. _Olio di trementina, di sasso, di gelsomino, di lauro, grasso di tasso, ana onc. 5, cera nuova, olio comune, ana onc. 3. Si facciano bollire insieme circa un quarto d’ora; poi vi si aggiunga polvere d’assenzio, aneto, camedrio, salvia, ruta, ana un’oncia in circa o un pugno. Si faccia bollir tutto a bagno finchè si riduca in forma d’unguento da ungerne i polsi e la region del cuore._

E giacchè abbiam nominato il celebre olio di sasso che nasce nello stato di Modena, dirò che forse non è peranche ben conosciuto tutto il suo valore, quantunque esso venga portato e ricercato per tutta l’Europa. Bisognerebbe che eccellenti fisici ne tentassero con varie prove le virtù. Forse anche egli è da mettere fra i preservativi contra la peste, sì per l’odore suo, e sì per le qualità balsamiche, delle quali abbonda, se pure la sua calidità non sia da temere in tali casi.

Ma io avrei un bel che fare, se volessi rapportar qui tanti altri antidoti preservativi che si leggono ne’ libri dell’Untzero, Alberti, Quercetano, Cratone, Foresto, Horstio, Dodoneo, Sennerio, Etmullero, Diemerbrochio, di Cellino Pinto e di altri autori. Forse ne ho anche rapportato troppi, potendo nascerne confusione ai lettori in tanta copia; e finalmente nè pur io son persuaso che tanti bei rimedj abbiano la forza che talun crede contra la peste. Ma che si ha a fare? La gente vuol dei rimedj da preservarsi. Io ne suggerisco i più facili, o pure altri, i quali se non gioveranno, certamente nè pur dovrebbono nuocere, e sono in fine i più commendati dai pratici. Finirò dunque la serie de’ preservativi con ritoccare per consolazion de’ poveri un punto di molta importanza, cioè che il Diemerbrochio, uno de’ più eccellenti medici osservatori e trattatisti di questa materia ch’io conosca, consigliava nel contagio de’ suoi giorni alla gente povera il bere ogni mattina uno, due o tre cucchiai d’aceto ben forte, e fatto di buon vino, con alcuni pochi grani di sal comune, o pur senza, mangiandovi immediatamente dietro un pezzo di pane, avendo egli osservato che questo fu allora uno degli ottimi preservativi purchè non se ne servissero gli asmatici ed altri afflitti da mal di petto o di polmoni o di reni. Anzi aggiunge d’aver veduto gran copia di poveri meglio preservati con questo solo antidoto che molti altri provveduti di preziosissimi preservativi. Anche S. Carlo e i suoi che lo servivano nella peste di Milano, benchè praticassero sì spesso con persone e in luoghi infetti, pure si preservarono tutti, senza usare altro preservativo che non spugna bagnata in aceto, e posta entro una palla che andavano odorando. Oh! si dirà: egli era un santo. Or bene: Francesco de le Boe Silvio non è stato altro che eccellente medico, e pure anch’egli attesta di non aver preso altro preservativo nella peste de’ suoi dì, se non un cucchiaio d’aceto con una fetta di pane inzuppata in esso ogni mattina prima di visitar gli appestati; e benchè seguitasse per otto mesi continui a curare tal sorta di gente, pure con questo solo rimedio non sentì mai infezione di pestilenza. Avendone egli nel declinar del morbo dismesso l’uso, provava solamente un certo dolor di capo ogni volta che entrava in qualunque casa infetta. Non tutti, e spezialmente quei di temperamento melanconico, potrebbono seguitare per alcune settimane l’uso dell’aceto; ma a noi basta di poter qui conchiudere che la virtù dell’aceto per resistere al veleno pestilenziale è grandissima, ed halla per tale comprovata anche la sperienza di troppi secoli; ne si troverà medico rinomato che non la commendi assaissimo. Insino l’antico Rasis tanto la stimava, che in tempo di peste consigliava il mischiarne ne’ cibi e nelle bevande e ne’ medicamenti, e il premunirsene coll’odore e lo spargerne insino per casa. Alcuni medici aggiungono all’aceto in infusione, o in altra forma, qualche altro semplice di qualità antipestilenziale, e preferiscono a tutti i preservativi gli aceti triacali. Forse non han torto. Ecco la composizione d’uno di questi aceti fatta dal Timeo, che dice d’averne veduto un felicissimo successo nella peste de’ suoi tempi. Altre simili men ricche, ma forse egualmente efficaci, se ne possono fare.

_Aceto triacale preservativo._

℞. _Orvietano onc. 2, diascordio onc. 2 e mez., triaca onc. 1, radici d’angelica, di contrajerba, d’enula, di pimpinella, di tormentilla, di scorzonera, di dittamo bianco, di petasitide, ana dram. 6; foglie di scordio, di ruta, di millefiori, ana manipol. 1; fiori di calendola, di tunica, ana mez. manipol., scorze di frassino, di cedro, ana mez. onc.; bacche di ginepro onc. 1 e mez.; macis, sedoaria, ana dram. 3, canfora scrup. 2, croco orientale mez. dram., mirra eletta mez. onc., aceto di sugo di rovo ideo, cioè di fambrois, quanto basta. Mischiati tutti gl’ingredienti stieno in luogo caldo ben coperti, finchè se ne cavi la tintura, la quale colata si conservi per valersene a suo tempo._

Anche l’aceto solo in cui sia stata disciolta canfora, dicono che preservi egregiamente. Egli è probabile che gli spiriti pestilenziali ordinariamente penetrino ne’ corpi de’ sani coll’aria, che si tira col respiro; e però bisogna più di tutto difendere le entrate dell’aria infetta nelle viscere nostre; al che può mirabilmente servire l’odore e la sostanza dell’aceto, anche per correggere quegli aliti maligni. Il Massaria scrive che nella crudelissima peste del suo tempo molti in vece di aceto, si valevano dell’erba acetosa con effetto felicissimo, prendendo il sugo d’essa, spremuto, o solo o mischiato con altri medicamenti, e da questa unicamente riconoscevano la salute preservata. E perciò il Gordoni ed altri lodano cotanto e con gran ragione per gli tempi della pestilenza tutti gli acidi, come sono i sughi degli agrumi, dell’agresta, de’ meli granati, del ribes, dell’acetosa e d’altri simili, fra’ quali è forse dovuto il primo luogo all’aceto stesso. Anche il sale comune si trova commendato come un buon preservativo contra il veleno pestilenziale dell’Augenio, Jouberto, Witichio e da altri autori.

Solo dee avvertirsi che in tutti questi antidoti, consigliati per la preservazione, ci vuol parsimonia, per non cadere nel troppo, che in tutte le cose suol essere nocivo, affinchè per guardarsi da un male, disavvedutamente gli uomini non se ne tirino addosso degli altri. Così gli acidi si prendano a poco a poco, e non in furia, affinchè lo stomaco non se ne risenta, e massimamente vadano cauti quei che patiscono mali di petto, come asma, tosse, ecc. Il soverchio uso dell’aceto o del vino d’assenzio o d’altre simili bevande prese per preservativo, può indurre tali indisposizioni o sconcerti di stomaco che taluno giunga a credersi appestato senza però esser tale. Anzi l’Ingrascia è di parere che si debbano andar mutando fra la settimana que’ preservativi che si prendono per bocca, sul timore che assuefacendosi troppo la natura ad un solo, non ne provasse poi il benefizio che suol venir dalle cose nuove. Perciò consigliava egli il prendere nel primo dì le pillole di Rufo al peso di una dramma in circa, la sera o la mattina, due o tre ore avanti il cibo, per ripigliarle dopo quattro o cinque giorni. Nel secondo triaca dram. 1. Nel terzo qualche bevanda o conserva appropriata. Nel quarto l’elettuario _de sanguinibus_, noto agli speziali, e lodato comunemente dai medici. Nel quinto triaca di dioscoride o sia mitridato minore con la giunta d’altri ingredienti; e così di mano in mano.

Bernardino Cristini, che fu uno dei medici dei lazzeretti di Roma nella peste del 1656, e discepolo del Riverio, confessa che sulle prime si sentiva battere forte il cuore in petto. Cominciò a valersi di rimedj antimoniali (da fiero chimico ch’egli era) e di vomitivi e di bezoartici, bagnando i polsi, le narici e la region del cuore con balsami o essenza di scorza di cedro, e usando la triaca, canfora, controierva, angelica, carlina, rosmarino, ginepro, tormentilla, ecc., e vedendone benefizio, prese coraggio con altri medici. Il costume, tanto suo, come de’ suoi famigliari, fu di andar prendendo due o tre volte per settimana, un quarto d’ora avanti cena, al peso di mezza dramma, certe pillole piacevolmente purganti e corroborative, le quali in fine son quelle di Rufo, caricate con altri ingredienti, e descritte a noi dal Riverio. Eccone la composizione.

_Pillole preservative._

℞. _Aloè lavato ed estratto con sugo di rose fatto ad uso d’estratti, zafferano, mirra, ana mezz’oncia; balsamo orientale e occidentale chiamato opobalsamo, ana mezza dramma, ossa di cuor di cervo num. 6; unicorno e bezoartico orientale, legno aloè, ana grani 10; ambra grisa gr. 5, magisterio di tartaro e tintura d’elettro quanto basta per formar la massa delle pillole._

Il medesimo ogni mattina ancora si ungeva le tempie, le narici, la gola, il cuore e i polsi colla sopraddetta composizione liquida, aggiuntevi tre gocce d’essenza di rosmarino e tre altre d’olio di carabe: il qual uso fu seguitato da altri medici, nessun dei quali risentì nocumento dalla peste. E certo si noti che l’olio di carabe pel suo potente e confortativo odore è da stimare assaissimo per preservarsi. In Firenze nel contagio del 1630 fu esso molto usitato, ungendosene alcuni le narici ed altri portandone una spugnetta inzuppata entro la palla di ginepro bucata. Per altro hanno alcuni chimici ed empirici non poca inclinazione ad esaltar come mirabili tutti i lor medicamenti, che per lo più sono anche astrusi e difficili a prepararsi e trovarsi, allorchè il contagio fa il padrone delle città e impedisce troppo il commercio. Lascerò dunque stare molti di quei meravigliosi alessifarmaci, estratti, tinture, quintessenze e simili strepitosi e prolissi recipe d’Angelo Sala, dell’Untzero, del suddetto Cristini e di altri lor confratelli, sì per non eccedere di troppo, e sì perchè la sperienza ha fatto vedere alle occasioni essere bene spesso splendidissime le promesse di tal gente, ma poco felici gli effetti. E questo sia detto col rispetto sempre dovuto ai veri e non ai ciarlatani e non visionarj chimici, da’ quali riconosce la medicina molti utilissimi rimedj e dei gran vantaggi. Tali sono il Quercetano, lo Scrodero, lo Zvelfer, il Rolfiacio, l’Homberg, il Lemery, ecc., e tali reputo io i due nostri viventi cittadini, cioè il sig. Domenico Corradi, commessario generale dell’artiglieria e matematico del mio padron serenissimo, rinomato per altri suoi studj, e il sig. Giovangirolamo Zannichelli, che ultimamente ha pubblicato in Venezia un suo trattato _De ferro ejusque nivis praeparatione._ Molto più poi lascerò alla gente troppo facilmente credula il Fioravanti con tutti gli altri cerretani e segretisti, perchè quantunque ne’ libri loro probabilmente v’abbia de’ rimedj anche eccellenti, pure il miscuglio di molti altri inutili e falsi fa che non si può fidar nè pure dei veri, senza vederne prima le prove. Anzi qualora io lodo, o dico essere lodati da altri alcuni rimedj, non intendo io mai di fare la sicurtà che se ne abbiano a veder dei miracoli.

Darò fine alla parte preservativa coll’accennare ancora il metodo tenuto dal Diemerbrochio (insigne autore, come dissi, d’uno de’ più utili e più celebri trattati della peste che si abbiano) per guardarsi dal contagio dell’anno 1635 e dei due seguenti che afflisse tutta la Fiandra e gran parte della Germania. Si maravigliava la gente com’egli visitasse tanti infermi e case d’infetti, intrepido sempre ed illeso. Ecco la sua forma di vivere. Non avea punto paura del male, nè permetteva che collera, terrore o tristezza d’animo alloggiasse con esso lui. Venendo la malinconia, facile a lasciarsi vedere, mentre in tutta Nimega non v’era casa esente da peste, egli ordinava a tre o quattro bicchieri di vino che la cacciassero tosto di casa. Non potendo dormire assai la notte per le troppe faccende del giorno, dopo il pranzo prendeva sonno d’un’ora. Medicava per carità anche i poveri. Il suo vitto era di cibi di buon sugo e di facil digestione, con fuggire gli opposti; e la bevanda vino mediocre, preso talvolta sino all’ilarità, non mai all’ubbriachezza. Una o due volte fra la settimana prima d’andare a letto prendeva una o due delle seguenti

_Pillole antipestilenziali._

℞. _Radici di petasitide, carlina, dittamo, angelica, elenio, ana mezz’oncia, gentiana dram. 1 e mezz., rabarbaro ottimo onc. 1 e mezz., agarico bianchissimo mezz. oncia, erbe di scordio, centaurea minore, ruta, ana mez. onc., cardo santo dram. 6, fiori di steccade dram. 1 e mez., semi di cedro d’aranci, di zedoaria, ana dram. 1. Di tutto si formi polvere grossa che per due o tre dì si maceri in due o tre libbre di vino bianco, poi si faccia cuocere per un quarto d’ora e si coli con forte spremitura nel torchio e la colatura si coli di nuovo per carta sorbitrice. In questa colatura disciogli aloè ottimo onc. 3 e mez., mirra chiara in gocce dram. 3 e mez., e in una scudella si faccia svaporare l’umidità, finchè diventi massa da comporne pillole provate utilissime in tempo di peste._

La mattina per la nausea egli non poteva prendere medicamento alcuno prima d’andare alla visita degli ammalati, ma solamente masticava alcuni grani di cardamomo minore. Da lì però a due ore prendeva un poco di triaca o di diascordio o una scorza d’aranci condita, ovvero per lo più tre o quattro pezzetti di radici d’elenio condite. Da lì a poco mangiava un pezzo di pane con butirro e cacio verde pecorino, bevendovi appresso birra e talvolta un bicchier di vino medicato con assenzio o sia medichetto. Due ore prima del mezzodì, se gli era permesso, fumava una pipa di tabacco; dopo il pranzo ne fumava due o tre altre, e dopo cena altrettante. Talvolta in qualche ora del dopo pranzo ne prendeva ancora qualche altra pipata. Se punto punto si sentiva alterato dal fetore delle case o persone appestate, subito, lasciato stare ogni altro anche necessario affare, qualunque ora del giorno fosse, fumava due o tre pipe di tabacco, avendo egli sempre creduto e coll’esperienza provato per un primario preservativo nella peste il tabacco in fumo. Teneva egli che non fosse mai stato inventato migliore preservativo contra la peste, purchè fosse tabacco d’ottima qualità e colle foglie ben mature ridotto in corda, e purchè fumato, appena che si sentisse qualche vertigine, nausea o ansietà di cuore, che possono facilmente assalire chi pratica tra i fetori degli appestati, con passar poco dopo in vera infezione. Contento egli del tabacco solo, non si valeva d’altri suffumigi ed odori, avendone consumato non poca quantità, durante essa peste, la qual poi finita finì anch’egli di fumar tabacco, affinchè l’uso lodevole non passasse in un abuso detestabile, come si vede tuttodì avvenire a molti. Può essere che non pochi alla prova non ne sentissero tanto profitto; ma egli attesta che altri ancora il provarono utilissimo. Arrigo Sayer, medico valentissimo d’Oxford, per quello narra il Willis, medicava tuttodì francamente poveri e ricchi appestati, e maneggiava le ulcere loro senza danno alcuno e senza adoperare altro preservativo che una buona bevuta di vino generoso prima di uscir di casa. Chiamato poscia ad un castello dove la peste era più atroce, avendo avuto l’animo di dormire nel medesimo letto con un duca suo grande amico infetto della medesima, la contrasse anch’egli e vi lasciò la vita. Majuscola fu questa bestialità. Non mi fermerò a pregare i medici nostri di non imitarlo. E ciò basti intorno alla preservazion della peste per quanto si può sperare dalla medicina.

CAPO IV.

_Rimedj curativi della peste. Nessuno specifico e sicuro finora trovato. Periodo delle pestilenze in una città, principio, mezzo e fine e lor diversi effetti. Medicamenti come trovati efficaci in una peste e non in altre. Salassi e medicine solutive, rimedj allora o pericolosi o nocivi._

Veniamo ora a trattar dei medicamenti e rimedj per curare chi è già infetto, cioè preso dal morbo pestilenziale. Per tempo sono obbligato anch’io ad intonare quella spiacevol sentenza, cioè: che non si dà antidoto alcuno specifico, il quale per sua particular qualità sia atto a preservare ogni persona dalla peste, e che molto meno si dà alcun determinato rimedio per guarire chi è già colpito dalla medesima. Perciò tutto quello che ha mai saputo pensare e suggerir qui la medicina e la sperienza, consiste in certi rimedj generali per espugnare la malignità dei veleni contratti e resistere alla putredine, che per analogia possono anche servire contra la peste. Nè c’è da maravigliarsene da che l’arte medica con tutti i suoi studj nè pure ha trovato finora rimedj specifici a tanti altri mali e malattie di molto minor importanza e malignità che non è il crudelissimo della peste. Ora anche la curativa può ben vantare per questo morbo un’infinità di rimedj, pubblicati già in varj ed assaissimi libri che trattano della pestilenza; ma di nessun d’essi può dirsi con sicurezza: Questo guarirà. Anzi è da por mente che tanto nella preservazione, quanto nella cura ad uno gioverà un rimedio che nulla poi servirà ad un altro ferito del medesimo male, perchè concorre il temperamento e la disposizione interna delle persone a fare che sia giovevole ad uno e inutile nello stesso tempo ad un altro il medesimo rimedio. Anzi si osserva che alcuni medicamenti provati efficaci in una peste, non servono poi in altre, essendo che quasi ciascuna peste ha qualche suo proprio e particolar sintoma diverso da quei delle altre. Forse ancora è avvenuto, ed avverrà, che un medicamento sia stato e sia per essere utile tra i Franzesi, Tedeschi, Inglesi, ecc., e questo non riesca poi tra gl’Italiani; oltre al vedersi che ce ne vengono proposti dagli autori di quei che sono d’indole contraria per preservare e per guarire dalla stessa stessissima peste; riflessioni tutte che rendono anche me perplesso e timoroso nel trattar qui dei rimedj. Ma finalmente un pessimo rimedio potrebbe essere il non voler nè pure tentare veruno di tanti rimedj che veggonsi ancor qui lodati dai medici saggi.

Credono alcuni che non si trovi, se non tardi, rimedio alla peste, e che appunto i contagi facciano tanta strage prima di cominciare a cedere ai medicamenti, perchè non si giunge a scoprire il proporzionato, se non dopo molte esperienze. Dissi che così credono alcuni; ma non dirò già che sia certa questa opinione, perchè non ben sussiste che tardi si trovi il rimedio; ma sussiste più tosto che non si trova giammai. In qualsivoglia peste v’ha delle cose strane, la cagion delle quali non si sa rinvenire, almeno con sicurezza, potendo essa attribuirsi alle qualità meno o più fiere del male, alla buona o rea disposizion dell’aria e de’ corpi, o pure a un complesso e concorso d’altre sconosciute circostanze che la man di Dio unisce per gastigare i cattivi e purgare la terra. Per altro son da avvertire tre tempi diversi di qualsisia peste, cioè il principio, mezzo e fine. Nel principio o sia nell’accessione di questo malore, un solo, o pochi almeno saran quegli che porteranno la peste in una terra o città e la parteciperanno a chi disavvedutamente con esso loro tratti. Costoro quasi infallibilmente morranno o perchè non sarà conosciuto per tempo il male, o i rimedj non avran forza, o nè pure s’applicherà loro alcun rimedio essendo tutti sul principio d’un contagio pieni più di spavento che non s’è all’arrivo d’un fiero esercito di nemici in paese disarmato e che gode da gran tempo la pace. Se però conosciuto tal disordine, con pronte ricerche e rigorosissime determinazioni, verranno scoperte e serrate quelle case, e sequestrate persone e robe che possano aver portata o contratta l’infezione, con separar le famiglie sospette dal commercio degli altri, e si provvederà coi profumi alle case e robe loro; la peste sarà soffocata e forzata a cedere e morire, potendosi con ciò tuttavia preservare la Città, perchè il veleno non è peranche invigorito, nè dilatato.