Degli ultimi casi di Romagna

Part 5

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Ora, per usar quest’occasione con qualche effetto che facesse palesi al mondo le condizioni delle provincie di Romagna, e le loro oneste domande, pensarono stampare un manifesto alle potenze, con animo di pubblicarlo in Rimini quando vi fossero giunti. Preso questo partito, lo mandarono ad effetto, e senza contrasto veruno, occupata la città, ed unitasi con loro la truppa pontificia, ebbero comodità di dichiarare il loro intendimento coll’indirizzo, e con proclami al popolo ed alle truppe[5].

In questo frattempo una banda di circa duecento uomini s’era già riunita sui monti di Faenza e Forlì, composta d’esiliati volontari e di fuggiaschi della Romagnuola, guidati da ricchi possidenti, disposti a porre tutto il loro avere per mantenersi e far testa, e si movevano alla volta di Rimini, mentre per la via Emilia le truppe svizzere si venivano anch’esse accostando alla detta città, che al loro avvicinarsi venne sgombrata dagl’insorti, i quali presero la via del confine toscano.

A questo punto s’affaccia un quesito: come mai, uomini ai quali era prosperamente riuscita la parte di maggior difficoltà nella loro impresa, che avevano amiche e dell’istessa loro opinione le circostanti provincie, tutte egualmente impazienti del giogo e de’ mali che sopportavano, non hanno con più costanza durato nel loro proposito, non hanno propagata la favilla accesa con tanta facilità, non hanno difese le mura di Rimini e contrastatone l’ingresso alle genti del governo?

Un articolo della _Presse_, scritto da chi conosce l’Italia e le sue condizioni, com’io conosco il mondo della luna, ricava da questo folto argomento di affermare, che i casi di Rimini furon tumulto eccitato da’ cervelli pazzi, per private e meschine passioni, alle quali non partecipavano in nessun modo nè i loro concittadini, nè le altre parti dello stato; e per provare il suo detto e mostrare che i sudditi pontificii sono contenti del loro governo, adduce la tranquillità delle altre province, e la loro nessuna partecipazione ai moti di Rimini.

Ma il giornale la _Presse_ è in grand’errore, se pure quest’errore non gli viene in acconcio per trovare _abbonati_ negli stati italiani di gelosa censura.

Sappia dunque l’Europa che la Romagna ed il rimanente dello stato papale è rimasto tranquillo spettatore del caso di Rimini, non perchè sia contento delle sue condizioni presenti, che ho dimostrato bastantemente quali siano, ma perchè è in que’ popoli virtù ed amor patrio bastante per sopportar con pazienza i mali che soffrono, piuttosto che correr rischio di chiamare sulla patria comune sventure maggiori, e tra le altre la peggior di tutte, l’invasione straniera.

Sappia che i tumulti di Rimini sono stati eccitati da uomini ridotti a non aver più un palmo di terra sul quale posar piede in sicuro; da uomini che nell’andare in letto la sera avevan ragionevol sospetto d’essere svegliati la notte dai birri; da uomini tenuti in incessante dubbio della libertà e della vita, e così condotti a menar vita disperata; ed ognun sa che in cotali condizioni l’uomo si risolve a tutto, purchè possa mutarle od uscirne.

Dunque, o il moto non si propagasse perchè non lo volessero gli autori medesimi, stando contenti alla dimostrazione fatta ed ai richiami pubblicati, e bastando loro ridursi a salvamento dopo aver fatte conoscere al mondo le loro oneste domande; o non si propagasse per retto giudizio e vero amor di patria degli abitanti delle circostanti provincie; ovvero, finalmente, la cosa rimanesse di comune consenso in questi limiti, è però sempre fatto certo ed incontrastabile che, non la felice condizione degli abitanti dello stato, ma la loro prudente e generosa carità di patria, ha prodotto l’effetto che tanto stranamente induce in errore il giornalista francese.

E questo giornalista, che dal solo fatto della tranquillità dello stato romano al momento della sommossa di Rimini ha cavata la conseguenza che i sudditi pontificii son contenti, e che gl’Italiani non hanno pensiero della loro indipendenza, ha spiegata la cosa precisamente a rovescio; e sappia che la principal cagione della detta tranquillità, anzi la sola, è stata il non voler turbare e compromettere inopportunamente la causa generale e veramente nazionale dell’indipendenza.

E se nella prima pagina di questo scritto ho esposto le ragioni che mi muovono a biasimare i casi di Rimini, ho anche ringraziato Iddio di non aver chiusi all’evidenza gli occhi dei più; e mi giova qui ripetere questo ringraziamento, ed estenderlo a tutti quelli fra gl’Italiani che sostengono virilmente le loro miserie private, per non far più dure ed insanabili quelle della patria comune.

Delle operazioni degl’insorti di Rimini, durante la loro breve signoria, n’hanno dette vergognose e vili menzogne i fogli ufficiali e pagati; vergognose e vili, perchè chi è potente dovrebbe contentarsi della forza, e vergognarsi di usar la frode e la bugia. Tutti gli onesti cittadini riminesi sono testimoni che gl’insorti osservarono modestia e moderazione civile grandissima. Non una vendetta, non un insulto o un’offesa fu commessa o sofferta in quella breve libertà, a sfogo d’ire pur tanto antiche ed acerbe. Gli uomini che erano ai pubblici uffici vennero tutti rispettati e lasciati ai loro posti. È infame calunnia il dire che si sia chiesto, o voluto a forza danaro dai privati o dalla Cassa di risparmio.

Dalle casse comunali e camerali furono presi tremila scudi, per usarli al sostentamento della truppa, alle corrispondenze ed agli altri bisogni del momento. Si può disputare sulla convenienza o l’onestà dell’atto d’occupare lo stato; ma è conseguenza necessaria, e comune in questo caso d’occupazione, comunque succeda, l’insignorirsi al tempo stesso de’ modi di sovvenire alle spese, che mai non posson sospendersi, qualunque sia il reggimento. Perciò si potrà condannare e tener colpevole l’atto di porsi in luogo del governo esistente, ma dar taccia di ladro a chi, dopo averlo occupato, adopera i suoi modi d’azione, è sciocchezza che non è creduta neppur da coloro che tentano usarla e farla credere a proprio profitto e ad infamia de’ loro nemici.

Uscendo da Rimini non portarono con loro gl’insorti se non quel poco che avevan di proprio, e ciò è tanto vero, che que’ generosi ed infelici uomini giunsero al confine toscano laceri e bisognosi di tutto, e per umanità del granduca raccolti e soccorsi da’ suoi ministri, furon provveduti nelle loro necessità, e non caddero almeno di fame e di stento sulla strada che li conduceva alla terra d’esilio.

L’atto del granduca, giudicato variamente in Italia e fuori da’ principi e da’ popoli, ha destato dispetto in Austria, dispetto misto d’invidia forse in qualche principe italiano, gratitudine ed ammirazione tra noi popolo: e pensando a que’ nostri sventurati fratelli, perseguitati e cacciati come belve per l’Apennino da’ birri e svizzeri papali; stanchi, feriti, laceri, presso a cader nelle mani di chi li avrebbe condotti al patibolo od alla catena de’ galeotti, vedendoli poi, giunti al confine toscano, respirare dalle fatiche e dai terrori della caccia sofferta, vedendoli consolati, soccorsi, avvinti con pietosa cura al loro triste viaggio, non abbiam lingua che basti a dire l’umanità del loro salvatore, non abbiam cuore che per benedirlo e ringraziarlo, non mente che per lodarne la virtù: e se ci offende il pensiero che un principe italiano abbia condotti i suoi sudditi, nati d’un istesso sangue, parlanti la sua stessa lingua, a cercar salvezza tra le braccia di principe uscito di sangue austriaco, lo sdegno che ci si desta in cuore contro quel primo, non rende punto minore il rispetto e la gratitudine che c’ispira la generosa umanità del secondo[6].

Mentre il moto di Rimini si risolveva nel modo che abbiamo narrato, i dugento della montagna di Faenza, più tenaci nel proposito di venire ad ogni modo alle mani, s’andavano accostando a’ loro consorti, ed avrebber potuto facilmente tagliar la via a due compagnie di Svizzeri, che, partite da Bologna, venivano lungo l’Emilia verso la marina, se di questa mossa avessero avuto notizia. Giunti alle Balze, luogo poco sopra Brisighella, e presovi alloggiamento in varie case, distanti gli uni dagli altri, e tra loro separati dal fiume, si posarono quivi la notte; sul far dell’alba una loro guardia avanzata di quindici o venti uomini, alloggiata in un casale isolato, venne all’improvviso assaltata da una compagnia parte di Svizzeri, parte di finanzieri e volontari. Quest’assalto non fu però tanto repentino, che non desse campo ad una sentinella di dar l’_all’erta_ a quelli del casale, che, armatisi in fretta ed usciti contro ai nemici, ne sostennero virtuosamente l’impeto, benchè di forza a lui tanto inferiori; e, favoriti dall’asprezza de’ luoghi, con molte morti e molte ferite dopo breve battaglia li ributtarono, tanto che venivano a mano a mano retrocedendo.

Il fiume gonfiato per le pioggie della notte, rendeva impossibile a quelli che eran rimasti alle Balze di correre in aiuto de’ loro; parimente impossibile a questi quindici o venti far frutto veruno contro un numero d’uomini tanto maggiore, seguitando ad inseguirli in luoghi più aperti; convenne loro dunque lasciarli andare, e trovar modo di ricongiungersi al loro piccolo esercito. Venutine a capo, e tutti insieme desiderando pur sapere più certe notizie delle cose di Rimini, prima di mettersi in altro, seguitarono il loro viaggio, e giunti l’indomani in Civitella, piccol luogo discosto dallo stato toscano, intesero com’erano andate le faccende di là, e non trovando oramai modo di reggersi, nè vedendo che ragionevolmente fosse per allora altro da fare, presero anch’essi il partito di rimettersi all’umanità del granduca, e si presentarono ai suoi confini.

Questa è la breve istoria degli ultimi casi di Romagna. Così per la loro mole di poco momento, se vogliamo, ma segno infallibile di condizioni gravissime nello Stato e nell’intera nazione, e perciò da considerarsi seriamente e diligentemente da tutti.

Io mi son ingegnato farle in parte palesi col mio discorso, senza passioni di parte, o riguardi di persone, di condizioni o di stato, e quantunque non abbia detto tutto quanto si potrebbe dire sui modi tenuti dal governo romano, credo aver detto assai per far nota la verità a chi è capace d’intenderla e d’accettarla.

Preghiamo Iddio che ne facciano il loro profitto coloro cui più importa, coloro che reggono il popolo, e tanto sicuramente vanno mettendo il capo in bocca al leone, non col conscio ardimento dell’uomo che conosce il pericolo e lo vuole affrontare, ma coll’improvvida temerità del fanciullo che l’ignora.

La Romagna e l’intero stato si mostra tranquillo, e può dirsi di lui quello che fu detto della Polonia: _L’ordre règne à Varsovie_; ma non prendan lo scambio su questa tranquillità. Non l’otterrà vera nè durevole il governo del papa co’ nuovi tribunali di sacra Consulta, instituiti a cessar almeno la troppa infamia annessa al nome di Commissioni, ma in effetto simili a queste nell’opere e negli uomini che li compongono: non l’otterrà col terrore[7] delle carcerazioni, che si moltiplicano tuttora in Rimini e nelle Legazioni, quantunque i veramente partecipi agli ultimi moti sien tutti usciti dello stato: non la otterrà coi bestiali modi che usa co’ prigionieri politici, trattati come assassini e ladri, e tenuti alla catena con loro contro il costume di tutte le nazioni colte, tantochè uomini gravi, spettabili per talenti, per grado e per costume civile, compianti e desiderati, nonchè dalle loro famiglie, dalle intere città, soffron la compagnia de’ più vili ribaldi in Civitavecchia, San Leo, Forte Urbano e Civitacastellana, sostenuti a quel modo la maggior parte senza prove legali, e senza che molti di loro abbiano in lunghi anni di prigionia (dico cose che tutti sanno) veduto pur la faccia d’un esaminatore o d’un giudice; non l’otterrà col moltiplicare a propria guardia le baionette mercenarie, come si dice intenda ora di fare: ma l’otterrà colla giustizia, colla carità, col perdono ch’egli predica, e non vuol praticare; l’otterrà coll’osservare una volta la santa legge che insegna, l’otterrà collo scendere agli onesti accordi che chiede a lui l’opinione dell’universale.

L’età nostra è acerba ai principi, ed aspra di ostacoli e difficoltà gravissime, ma la più fatale per loro sta nel non conoscere, e forse nel non voler conoscere, quella moltitudine che s’agita impaziente alla base de’ loro troni; nell’ignorarne i pensieri, i desiderii, le necessità, le forze, o forse nel credere di poterle sprezzare.

Non v’è principato, non autorità al mondo che possa star su altra base che sull’opinione, sul consenso dell’universale. Unico legame che impedisca l’umana società di dissolversi è l’idea d’un diritto ammesso da tutti. I diritti dell’Impero nel medio evo, ed il diritto divino hanno servito di cárdini al mondo finchè il mondo ebbe fede in loro: ora questa fede è spenta, e nessun potere umano lo può oramai ridestare. All’antica fede in que’ diritti n’è succeduta una nuova: la fede nel diritto comune. I primi ad abbracciarla, come tutti i nuovi credenti, son trascorsi ad eccessi, combattuti da eccessi contrari; e questa è l’istoria dell’età nostra da circa sessant’anni in qua. Le due forze tra le quali progredisce il mondo, poste a contrasto, hanno seguita la legge dinamica per la quale due spinte in senso divergente producon la media diagonale. L’idea del diritto comune, purgata da’ contrari eccessi, è fatta universale oramai; è l’opinione di tutti, e l’opinione, l’abbiam detto, è la vera dominatrice del mondo.

Non pensino i principi poter venir seco a battaglia ed averne vittoria: se gli adulatori, i cortigiani dicon loro che Luigi XVI, Carlo X in Francia, Carlo V in Ispagna, don Michele in Portogallo e tant’altri son caduti soltanto per trame di settari, per tradimenti di ribelli, per vertigini di filosofi, per passioni ingorde, sfrenate, nemiche d’ogni ordine civile, non credano a costoro.

Son caduti loro e i loro diritti, percossi dall’opinione. Tutti i ribelli, i settari, i filosofi insieme non li avrebbero mossi d’un dito se avessero avuta l’opinione per loro.

Si specchino nel governo più potente dell’universo, nell’Inghilterra; a tutto ed a tutti si sente atto a resistere, ma si piega riverente all’opinione. Essa volle la riforma elettorale, e le fu data. Volle l’emancipazion dei cattolici, e l’ebbe. Ora vuole che i ricchi dell’aristocrazia non possano, a loro profitto, far morire il povero di fame, e mentre scrivo, Torys e Wighs, ministri ed uomini di stato, la regina, i suoi grandi s’agitano, non han riposo nè dì, nè notte, incalzati dalla sua voce, e tremanti di tardar forse troppo ad ubbidirne i comandi.

Ma questa padrona del mondo ha anch’essa un padrone al quale serve, che la muove, la dirige a’ suoi fini, e questo padrone è Dio: e Dio la scatena a sua posta contro l’iniquità; e di quali modi si serve per iscatenarla? di modi che, in verità, paiono uno scherno alla vanità dell’umana sapienza. L’Inghilterra appunto ce ne presenta ora un notabile esempio.

Il saldo ed antico edifizio della sua aristocrazia, opera di secoli, orgoglio di tanti potenti ingegni, che l’Europa, guidata da Napoleone, non valse a crollare, vacilla ora forse percosso da potenza maggiore della sua? Ad ottener quello scopo al quale furono scarse le forze dell’Europa e di Napoleone, s’è forse stretto in lega l’intero mondo? Vediam forse che Iddio muova guerre, eccidii non mai sentiti, sprigioni gli elementi contro quella vecchia e sinora inconcussa ingiustizia? Nulla di tutto ciò. Egli infetta la radice di quella pianta che nutre il popolo, infetta le patate: con questo vile istrumento, forse a deridere la superba impotenza dell’uomo, egli opera quello che le forze riunite dell’universo hanno tentato e tenterebbero forse indarno.

In questo fatto sono due insegnamenti importanti per ogni governo. Il primo, che Iddio si stanca alla fine di soffrire l’iniquità, e che poco gli costa l’abbatterla: e se la lezione non è nuova, sarebbe per avventura cosa nuova per gli uomini il trarne profitto.

Il secondo, che il governo inglese, per quanto si senta forte, non crede esserlo tanto da potersi mantenere contro l’opinione dell’universale, nè poter fare senz’essa; ed anzi, che non per altra cagione egli è forte e potente se non perchè non se ne stacca mai, nè mai si sposta da quell’ampia e solida base; ed ov’essa si muti, anch’esso si muta, ancorchè questa mutazione offenda gli uomini che in esso hanno maggiore autorità: come accadde ne’ suddetti casi della riforma e dell’emancipazione, e sta ora per accadere nel fatto della legge delle biade.

Ora quello che non può il governo dell’Inghilterra, non creda poterlo nessun altro, e meno d’ogn’altro il governo di Roma.

Come principato antico, e principato ecclesiastico, egli può ancora avere forza grandissima, ove la sappia usare; ove sappia seguire l’esempio dell’aristocrazia inglese, mutarsi a tempo a seconda dell’opinione, accondiscendere alle sue oneste domande, e conoscere che conviene talvolta concedere di buon grado una parte per non essere spogliato poi violentemente del tutto.

Ma egli, invece, trascurando quella forza che è la vera, trascurando quella tutta sua propria ch’egli ha come principe ecclesiastico, e perciò tenuto in riverenza dai cattolici di tutto il mondo, si vuol appoggiare alle due forze più invise all’opinione non solo d’Italia, ma di tutta la civiltà cristiana: forze che, rovinando (e ciò accadrà prima o poi), lo faranno rovinare con loro: e sono, in casa, le armi mercenarie; fuori, le armi straniere.

Le mercenarie, oltre i danni già detti, recano ad un principe il massimo di tutti, quello di torgli riputazione d’esser principe amato da’ suoi sudditi: e veramente, ancorchè fosse odiato dagli uni, purchè fosse amato dagli altri, potrebbe, coll’aiuto di questi, raffrenare i primi.

Ma il fatto di provvedersi d’armi mercenarie, dimostra che non ha nel suo stato in chi fidarsi: dimostra perciò ch’egli non è amato da nessuno; ed allora il suo principato non si fonda se non sulla violenza, tenuta da tutti per modo che implica illegittimità; e mancando questa violenza, è forza che rovini.

Le armi straniere, vale a dire la protezione dell’Austria, lo mantengono bensì in piè materialmente e violentemente; ma, come le mercenarie, mostrano che non può far verun fondamento sui sudditi propri: di giunta poi lo rendono odioso agl’Italiani, che ogni dì più s’accendono per l’indipendenza, e vedono rinnovarsi a danno di questa l’antica colpa del papato, di chiamar in Italia gli stranieri onde valersi di loro contro gl’Italiani: e fuori d’Italia agli uomini onesti, ancorchè caldi cattolici, è brutto spettacolo veder l’Austria tener pe’ capelli la Romagna, onde possa il papa farne quel governo ch’ei vuole. E di qui avviene che in Italia e fuori d’Italia, non solo i protestanti od altri avversari di Roma, ma gli stessi cattolici più a lei devoti, e gli stessi preti, ove non sien mossi da private passioni, si spogliano d’ogni stima pel principato temporale del papa, lo predicano dannoso alla fede ed alla religione, lo vorrebbero o tolto affatto, o ristretto almeno in brevi confini: in una parola, le due forze sulle quali vuol reggersi non potranno aiutarlo alla prima occasione di qualche grave disordine nell’equilibrio d’Europa, ed ognun vede quante prossime, per non dire imminenti ve ne sieno; e se non saranno le dette forze atte a salvarlo allora, sono atte bensì, anzi le più efficaci, ora a togliergli la sola, la vera forza che in ogni tempo ed in ogni occasione sarebbe la sua più sicura difesa, quella del consenso dell’opinione universale.

Conosco, e le conosce ognuno, le gravi difficoltà che, a volerla far sua, circondano il governo di Roma. Enumerarle tutte sarebbe materia d’un volume, e non lo credo necessario al mio proposito. Accenno soltanto quella che a me sembra la massima, e che di tutte le altre è l’origine. Per mutare o migliorare gli ordini d’uno stato bisogna esserne signore di fatto, non di nome: bisogna che la potestà (stia in un principe, o in una oligarchia, o in un’adunanza popolare, poco importa) abbia modo di farsi ubbidire, ed abbiam mostrato che il papa non l’ha questo modo; credendosi principe assoluto, non lo è. Egli siede al governo d’una nave che non risponde al timone, e finchè non avrà trovato modo a racconciarlo, egli giammai potrà dirigerla a buona via. Egli è posto nella necessità d’usare istrumenti che gli sfuggon di mano, e non l’ubbidiscono: ma questo vizio è meno degli uomini, che degli ordini.

Gli uomini sono più o meno mossi per tutto dal loro utile privato. Però negli altri stati i ministri, nati dell’istesso popolo, e legati ad esso ed al principe in molti modi, conoscono essere il loro utile privato connesso, per dir così, con quello del pubblico, non solamente pel tempo presente, ma, avuto rispetto alle famiglie, anco pel passato colle tradizioni, e per l’avvenire colle speranze. Non è così nel principato ecclesiastico. Ogni pontificato co’ suoi ministri, e quanti hanno uffici da lui, forma, per dir così, un sistema isolato e da sè, che non ha nè precedenti, nè susseguenti (mi riservo però un’eccezione): tutti i disegni, tutti gli atti del governo son riferiti ad una misura, e questa misura è la probabile durata della vita del pontefice. Guidati da un dato così incerto, tutti coloro che sono in qualche ufficio, uomini la maggior parte esteri e non uniti allo stato che reggono da verun vincolo, pensano ad assicurarsi il maggior bene possibile, e ciò nel minore spazio di tempo possibile. Per questa cagione, se anche salisse al pontificato un uomo dotato d’alta sapienza nell’arte dello stato, e d’ugual virtù per usarla ad utile pubblico, e senza pensiero di sè stesso, se questo pontefice volesse risolutamente riformare gli abusi, che sono il profitto di tanti, e perciò vietar loro l’occasione di avvantaggiarsi, costoro non gliel consentirebbero, nè vorrebbero ubbidirlo, nè egli avrebbe modo a costringerli, come abbiam detto, e troverebbero sempre via o segreta od aperta d’eluderne le intenzioni, e il minor danno a cotal pontefice sarebbe il non poter far frutto nessuno.

Dicendo che ogni pontificato forma un sistema da sè senza antecedenti nè susseguenti, mi sono riservata una eccezione: eccola. Il solo anello che concateni un pontificato con quello che gli ha a succedere, è la paura d’un avvenire che nessuno può prevedere. Ognuno de’ ministri del governo, volendo non solo mantenere l’ufficio ch’egli ha, ma salire ad uffici maggiori, deve aver rispetto non tanto a coloro che hanno autorità nel pontificato presente, ma a coloro insieme che potrebbero salire in grado nel pontificato futuro: e siccome per gli ordini dello stato i gradi sono aperti a tutti gli ecclesiastici, ed è insieme impossibile leggere nell’avvenire d’ognuno, ne nasce che l’andamento degli affari pubblici è complicato, più assai che altrove, d’infiniti rispetti a privati e per mire private; e questo unico vincolo che unisca il presente al futuro, è, come ognun vede, di danno anzichè di vantaggio allo stato.

Dunque, restringendo le molte parole in poche, dico che il pontefice avrebbe grandissima difficoltà cogli ordini presenti a secondar l’opinione riformando il suo stato, perchè non ne è veramente padrone. Non è padrone, perchè non vi son leggi universali ed ubbidite, nè istituzioni salde che abbian profonde radici nel popolo; perchè invece egli regge per via di ministri che operano ad arbitrio, e quest’arbitrio che usano ora contro i sudditi, e l’usano male, per esser la maggior parte esteri che cercano fortuna, ed hanno l’occasione misurata ed incerta, l’userebbero contro il principe quando volesse correggerli a danno del loro utile privato.