Part 4
Sono incredibili le spese che costano codeste genti, la loro insaziabilità, il loro continuo chiedere al governo, e più incredibile la dappocaggine di questo nell’accondiscendere alla loro ingordigia.
Accadde pochi anni sono un fatto del quale io non ho veduto cogli occhi miei il processo (e dico questo perchè non uso affermare se non le cose che ho vedute e toccate), ma che tutto lo stato tiene per certissimo. In un reggimento nacque discordia tra il colonnello ed i suoi capitani, e la questione avea avuto origine nel riparto degli avanzi fatti sui fondi d’arruolamento, che dal governo pontificio (con ordini de’ quali Machiavelli ha fatti conoscere abbastanza gli errori, e perciò da secoli oramai condannati) vien dato quasi ad appalto: non potendo accordarsi, i capitani fecer ricorso all’autorità.
Di questo accidente ne corse la voce, e ne fu portato a Roma il giudizio. È impossibile che ambe le parti avesser ragione: cionnondimeno il governo, per tenersi affezionati i suoi custodi, congedò il colonnello con una pensione, gli diede maggior grado, e rimandò con lodi i capitani alle loro compagnie.
E così si spende il denaro spremuto dai sudditi. Ma andiamo innanzi, chè c’è di meglio. Non vi fosse altro male che di Svizzeri!
Alla fine in gente ordinata, buona o cattiva, in reggimenti di linea, sieno pur ingordi, vadan pur cercando d’avvantaggiarsi alla meglio che possono, v’è pur sempre un limite ed una qualche ombra di regola: se non altro, è ordine di cose, che ha in sè un certo che d’aperto, di franco, di conosciuto da tutti; i fatti accadono alla luce del giorno, in faccia al pubblico, e con poco o niente mistero. Ma un altro più nefando ordine è in Romagna, un’altra tenebrosa e scellerata potenza, invisibile a tutti gli occhi, che tutti i cittadini, in ogni luogo, in ogni momento della vita si sentono al fianco vigilante ed apparecchiata a loro danno.
Il lettore a questa parola ha già pronunciata la parola polizia; ma il lettore s’inganna. Io parlo di cosa più turpe, d’una nefandità più nuova, più rara, anzi sconosciuta affatto a tutte le nazioni civili; parlo di cosa della quale non oso, non voglio accusar il governo, e che pure, non si può negarlo, egli conosce, sa che esiste, e non ne lava l’infamia nei luoghi ove gli è concessa ogni potestà.
È in Romagna una generazione d’uomini vile, oscura, di rotta e scellerata vita, usa all’ozio, al bagordo, alle risse da taverne, che si grida devota al papa, al suo governo, alla fede, alla religione, e con questo vanto si tiene sciolta d’ogni freno, d’ogni legge, stima lecita ogni violenza (forse la stima meritoria) purchè sia contro uomini che professino altre opinioni delle sue; lo che, come ognun vede, è lo stesso che dire contro chiunque le sia odioso o nemico.
Questa mala razza, profittando del continuo terrore che è ne’ governanti, si combina in conventicole oscure, e vi prepara supposte congiure, delazioni, e, peggio, vendette ed assassinii.
La città ed il borgo di Faenza son divisi da miserabile ed inveterato odio cittadinesco, avanzo probabilmente d’antico parteggiare. Ai disusati e vecchi nomi di parte son sottentrati oggidì quelli di liberali per la città, di papalini pel borgo. Popolato questo d’uomini di bestial ferocia, pronti alle risse ed al sangue, è il luogo che può dirsi principal officina di violenze, principal nido di quella scellerata genìa che, e quivi, ed a sua imitazione nell’altre città di Romagna, provoca, batte, ferisce e talvolta uccide, e sempre a man salva, coloro ch’ella dice liberali, o frammassoni, o carbonari.
Infiniti casi ne son accaduti dal 31 in qua, e ne vanno accadendo alla giornata. Nel 31, nel tempo dell’occupazione austriaca, è avvenuto che, trovandosi a notte avanzata pacifici cittadini per le strade, tornando a casa da qualche veglia, s’imbattevano in frotte di que’ mascalzoni, che prima con parole li offendevano, poi con mazze li battevano o con coltelli li ferivano; e più volte sono stati repressi, sgridati e minacciati dagli stessi ufficiali austriaci, che, quantunque stranieri, quantunque nemici nostri, o ministri, se non altro, di potenza a noi nemica, pur sentivano indignazione di siffatte enormità e della scellerata connivenza del governo, non potean patire di veder trattati a quel modo uomini tranquilli e disarmati, e li accompagnavano per puro moto di umanità finchè li vedessero riparati e fuor di pericolo dietro gli usci delle loro case.
In Francia, all’epoca del _Terrore_, furono uomini simili a costoro i Marsigliesi, e furon la vergogna di quell’ordine di cose, la macchia della bandiera tricolore, l’onta della causa della libertà; ma eran tempi di transizione tra estremi opposti, tempi di ebbrezza, di scatenamento universale: eppure chi oserebbe scusare le ingiustizie, le violenze d’allora? Chi a quelle memorie non sente destarsi in cuore affetto pietoso per le vittime, sdegno ed abominio contro i manigoldi?
Ma nella nostra età, oggi, ora mentre scrivo, pensare che tuttociò accade o può accadere, non in paese sciolto d’ogni freno ed in piena rivoluzione, ma in paese retto in nome di Colui del quale sta scritto, che amò gli uomini sino a dar la vita per loro; in nome di quella legge che comanda di perdonar al fratello sette volte settanta, vale a dire sempre; pensare che ciò non sia favola, sogno o esagerazione di parti, ma cosa per disgrazia dell’umanità e della religione vera pur troppo e reale, è tal idea che la mente umana non la sostiene, è idea che ti farebbe dubitar della luce del sole, e ti mette in cuore vera desolazione.
Simile all’uomo presso ad annegarsi, che s’afferra a qualunque, benchè debol virgulto, m’appiglio all’idea che il pontefice non sappia quello che in suo nome si commette. Che non lo sappia? È egli possibile? Ripugno ad entrare in questa questione; ma se egli lo ignora, ben lo sanno i suoi ministri, o alcuni almeno de’ suoi ministri. Le parole degne di cotali sciagurati, io mi vergogno pronunciarle, nè voglio imbrattarne la mia penna, perciò non aggiungo sillaba, e li lascio all’esecrazione degli uomini onesti di tutti i partiti e di tutte le nazioni.
Usciamo di queste abominazioni: ma, pur troppo, mi tocca ad entrare in cose non meno turpi, comunque non di così sozza lordura.
Parlo de’ giudizi, dell’inquisizione politica affidata a Commissioni straordinarie, non vincolate da nessun ordine legale di processura, e con illimitata autorità nelle condanne. In codesti tribunali, veri _coupe-gorge_, come dicono i Francesi, tenuti per scellerati da tutte le nazioni civili, perchè la loro stessa natura, la loro essenza medesima è certo segno dello scopo al quale son destinati di servire, cioè d’istrumenti alle vendette d’un principe, e non alla giustizia; in questi tribunali, dico, gli stessi uomini sono insieme accusatori e giudici; non v’è libertà nella difesa, e neppure nella scelta del difensore, dato dai tribunali, e preso tra le persone a lui devote; i processi oscuri, occulti, composti nell’interesse dell’accusa; i costituti ingannevoli, suggestivi e pieni d’artificio, ed impiegata la tortura morale, e si potrebbe dire anco la materiale; indefinita ed arbitraria la classificazione delle colpe, per la qual cosa vengono spesso puniti, come delitti di lesa maestà, l’opinione, il pensiero, gli affetti dell’animo sfuggiti in qualche parola, in qualche scritto imprudente, e castigati con pene che passano ogni idea di proporzione e di giustizia, anche ammessa la reità dell’accusato.
A considerare la mansuetudine de’ tribunali delle nazioni civili, di Francia, Inghilterra, Belgio, ne’ casi di stato, la loro scrupolosa e direi timida premura pel reo, onde non gravarlo oltre l’onesto (e si noti che se si mostrassero più severi, n’avrebbero forse motivo, per essere in quegli ordini di principato meno oppressione pei sudditi e più vie legali onde ottener giustizia ove si tengan gravati), a vedere, verbigrazia, Luigi Napoleone rimandato sciolto dopo l’impresa di Strasburgo; dopo quella di Boulogne, chiuso soltanto in carcere, dove se fosse nato suddito del papa, non vi sarebbero stati bastanti patiboli per ammazzarlo; veder in Francia ed in Inghilterra soltanto esiliati, o rinchiusi come pazzi, uomini che aveano tentato uccidere il re o la regina, e pensare da chi sono retti codesti stati, e da chi è retto lo stato romano, pensare che a quelli si dà taccia o d’eresia, o d’irreligione, che si tengono quegli ordini per tristi e pervertitori dell’umana società, che si predican questi come gli ottimi, i santi; a veder le opere, gli effetti degli uni e degli altri, vacillerebbe l’umana ragione se Iddio per sua misericordia non avesse posto nel cuor dell’uomo la facoltà di conoscere ed amare la verità e la giustizia, e di detestare la menzogna e l’iniquità.
Le turpitudini e gli assassinamenti di cotali Commissioni si rassomigliano, e sono pari in tutti i tempi ed in tutti i luoghi dove vengono adoperate; perchè le medesime cause producono per tutto e sempre i medesimi effetti, e perciò oramai di comune consenso delle persone oneste sono tenute istrumento soltanto di violenza e di vendetta.
L’esperienza ha mostrato che i ribaldi i quali accettano di sedervi, o sappiano la mente di chi li ha posti a quell’ufficio o l’indovinino, cercano e voglion colpevoli, e non innocenti; sanno che ad ogni condanna salgono in grado presso il governo, mentre l’assolvere gli farebbe calare; sanno che i più saldi gradini della scala de’ premii, degli onori sono per loro i corpi delle vittime, innocenti o colpevoli, poco importa. Il mondo è pieno, grazie alla stampa, delle infamie che si commettono da costoro; i nomi de’ più famosi, quali furono in Lombardia il Salvotti ed il Zaiotti, stanno affissi ad esecrazione universale, e ad esempio de’ posteri sulla nuova via che segue l’uman genere verso un migliore stato di giustizia e di diritto, come le membra de’ malfattori si affiggevano un tempo sulle strade a terrore ed esempio delle moltitudini. Ed ancora s’hanno a vedere Commissioni speciali? E l’Italia avrà dunque il tristo vanto d’esser l’ultima ad usarle?
Combattere ed infamare cotali scelleratezze sarebbe per avventura cosa vana e superflua in ogni paese civile, ma non lo è pur troppo in Italia, e giova, ad estirpazione totale di cotal peste (onde se ne vergognino, se non altro, quelli che se ne vorrebbero valere), entrar nel doloroso racconto de’ fatti di codeste Commissioni, e a questo effetto narrare i casi di Romagna sin dal 43.
Io, che fo professione sopra ogni altra cosa di scrupolosa veracità; io, che per aver vittoria di ogni più turpe iniquità, non la graverei della minima delle calunnie, se dovessi ancor salvare il mondo con essa, racconterò cose che non ho vedute, e delle quali perciò non ho la certezza materiale; ma cose al tempo stesso che a ragion di critica tengo per vere, e che sono tenute per tali da tutti. Se poi, cionnonostante, m’accadesse di accusar ingiustamente o un privato o lo stesso governo, ecco ciò che dichiaro onde serva di regola a chi si tenesse gravato dalle mie parole. L’ultimo, il più umile e debole degli uomini, ove mi mostrasse ch’io l’ho accusato ingiustamente, avrà da me convenevole riparazione all’onor suo, e nel disdire le parole dette, certo involontariamente, contro di lui, lo ringrazierò d’avermi dato occasione d’adempiere ad un dovere d’equità: ma il più potente, il primo de’ viventi, ove l’avessi giustamente accusato, tenterebbe invano di farmi disdire d’una sola delle mie parole.
Io spero non essere, con questa dichiarazione dell’animo mio, uscito de’ termini di quella modestia che mi si conviene, e prego il lettore vi conosca soltanto il desiderio e la volontà d’esser franco, leale e giusto coi nemici, come cogli amici.
Nella state e nell’autunno del 1843, essendo la Romagna in condizioni analoghe alle presenti, le crescenti vessazioni doganali aggiuntesi a tutte le altre provocazioni del governo, diedero occasione a qualche tumulto nella provincia bolognese. Piccoli mercanti ed artefici del popolo minuto, uniti ad alcuni contrabbandieri, stretti e perseguitati più del solito dai gabellieri, si buttarono alla montagna, e vi vennero più volte alle mani colle guardie di finanza: nè questi disordini erano altro che una vana ed impotente resistenza di povera gente a chi le turbava i suoi più o meno legali guadagni. In Bologna cittadini di ogni grado compativano a que’ moti, conoscendoli frutto de’ mali ordini delle gabelle, nè agitazione veruna si destava nella città. Ma ciò non faceva pei ministri della polizia. Arte vecchia di costoro in ogni paese è il supporre ed anche suscitare dimostrazioni avverse al governo, per farvi i loro profitti; a questo effetto dipinsero ai loro rettori gli accaduti disordini quali moti politici, ed incominciarono tosto persecuzioni, visite nelle case, imprigionamenti, senza colpa effettiva o competenti indizi, e quindi fuga di molti popolani, i quali dubitando di non venir carcerati, si rifuggirono ai monti, accostandosi a quei primi: e di costoro e d’altri esuli di più antica data si venne ingrossando quella banda, che sempre più divenne argomento agli uomini di polizia onde spaventare l’imbecillità dei governanti e spingerli a radunare a furia le scellerate Commissioni speciali. Accresciuti perciò i sospetti e i terrori nell’universale, e conoscendosi alcuni arditi e generosi uomini delle prime famiglie della città, e da molto tempo tenuti d’occhio o perseguitati dal governo, in urgentissimo pericolo delle libertà o della vita, e nella necessità di scampare ad ogni modo, piuttosto che provvedere alla loro salute soltanto esiliandosi volontariamente, preferirono riunirsi a quegli sventurati loro concittadini, che la nequizia de’ governanti stava per ridurre all’ultimo estremo, soccorrerli coll’avere, colla persona e co’ consigli, e, facendosi loro guide, sottrarli alla galera od al patibolo.
In Bologna intanto la Commissione condannava moltissimi a lunghe prigionie: sette od otto ammazzava. De’ modi tenuti per conoscere i colpevoli poco o nulla è noto, perchè oscuri e segreti i processi e le difese.
È fama che di molte di quelle vittime non fosse certo il reato. Certissimo poi che la pena fu ad ogni modo arbitraria ed esorbitante.
Il colonnello de’ carabinieri, Freddi, uomo in Romagna odiatissimo, che la voce pubblica dice fosse stato processato prima del 31, e tornato poi in grado a’ governanti col secondarne le violenze, era anche nel 43 anima e capo della Commissione di Bologna. Esso ed i suoi pari fecero in quell’occasione grossi guadagni, predicati dal governo quali mantenitori e vindici dell’ordine, delle leggi e de’ diritti sovrani, e colmati di onori e di premii. Ma questa messe era per durar poco. Veniva meno, era per cessare la loro bisogna, ed i profitti per conseguenza. La città era ormai tranquilla, e le Romagne non avean dato segno che mostrasse unione o corrispondenza cogli umori del Bolognese. La Commissione si vedeva alla vigilia d’essere disciolta.
La provincia o legazione di Forlì, sottoposta al cardinal Gizi, al quale ci gode l’animo render quell’omaggio che merita la sua umanità e la nobiltà del cuore, che rifugge da ogni lordura di polizia, ne impedisce le provocazioni ed ogn’altra ribalderia, non offriva campo atto alla Commissione. I temperati modi del cardinale tenevano la legazione incolpabile e tranquilla.
In Ravenna, invece, il cardinal legato Massimi, principe romano, che nell’universale avea nota di superbia e rigidità, e s’era concitato contro odio inestimabile de’ cittadini, inquietandoli con persecuzioni più aperte e continue, con vessazioni e castighi arbitrari, col mostrarsi disprezzatore de’ popoli, in Ravenna, dico, pareva alla Commissione poter più comodamente ed a man salva esercitare le sue ribalderie, ed aver aiuto e favore dal cardinale, facile ad ire e vendette implacabili ed a stupidi terrori.
Commosso il popolo con atti ingiusti e violenti, e posta ad acerbe prove la sua pazienza, accadde un fatto che nessuna provocazione può certo rendere scusabile, ma che, dall’altro canto, non può recar meraviglia, l’uccisione d’uno Svizzero e d’un carabiniere[3], fatto segno per le dette violenze all’odio universale; e questi omicidii dettero modo alla Commissione d’estendere le sue operazioni anco sull’infelice Romagna.
S’immaginarono corrispondenze ed analogie tra i moti del 43 in Bologna, e questo fatto accaduto del 45 in Ravenna; si sognaron trame e congiure estese a varie città delle Legazioni, moltiplicando al tempo stesso le carcerazioni a caso e senza motivo ragionevole in Rimini, in Ravenna e nelle terre della Romagnuola. La supposta opinione dell’inquisito era bastante cagione d’imprigionarlo, e ciò appare dalle infinite liberazioni che, dopo mesi e mesi e talvolta anni di carcere, accadono di persone dall’istessa Commissione riconosciute a forza innocenti.
I tormenti corporali, la strettezza d’ogni agio, le carceri insalubri, le sorprese morali, i modi nefandi da essa usati per ottener confessioni o rivelazioni, sono dolorosa ed orribile istoria, della quale può aver idea chi ha letto i libri di Pellico o di Andryane: gli scellerati si rassomiglian per tutto. Si può argomentare le crudeltà e nequizie esercitate dalle Commissioni, nei segreti delle carceri e de’ tribunali, da quella usata ai prigionieri politici in pieno giorno ed al cospetto de’ popoli l’estate scorsa.
Ne’ giorni e nell’ore più bruciate, sulle polverose strade della Romagna, fu veduta venir lentamente una lunga fila di carrette guardate da carabinieri e birri, sulle quali eran legati gl’inquisiti politici che la Commissione faceva passare da un carcere all’altro. Non eran costoro uomini avvezzi a cotale strazio, eran persone civili, di ogni stato, d’ogni età, agli occhi stessi del governo forse innocenti la maggior parte; e può immaginarsi con che cuore fosser veduti attraversar a quel modo le città, sudici, impolverati, arsi dal sole, legati e trattati come ladri di strada. A chi usa cotali modi credendo incuter terrore, e ciò nel popolo che ha la fortezza e lo spirito del Romagnuolo, può ben dirsi che Iddio ha tolta la mente ed ottenebrata la vista!
Ma tutte le dette nefandità furono inutili ad ottenere lo scopo che si voleva dalla Commissione. Le torture, le circuizioni, le domande suggestive, le promesse d’impunità furon tentate tutte, e tutte indarno, contro poveri popolani, i quali non per virtù, chè non avevano in che mostrarla, ma per non avere nè saper che dire, tagliarono ogni via alla Commissione di continuare il processo.
Disperati i giudici di poter far profitto veruno con que’ disgraziati, correvano spesso dalle carceri al cardinale (così narra chi era a quel tempo in Romagna), mostrandogli l’impossibilità di metter insieme tanto da poterne far uscire con qualche color d’onestà una condanna, ed il cardinale ad eccitarli a spendere, ad usar ogn’arte, far ogni prova per trovar modo e cagione di castigo; e finalmente, non potendosi trovare nè congiure, nè colpe politiche, si compose sopra apparenti analogie di fatti lontani co’ presenti, di incerte deposizioni di testimoni ignoti, confondendo insieme contrabbando e cose di stato, un processo, dal quale la Commissione prese motivo di condannare due alla morte, e moltissimi a venti, quindici, dieci anni di galera.
Un nobile e generoso atto venne a consolare l’universale nel lutto di queste dolorose vicende, se tanta lode è dovuta all’adempimento d’uno stretto dovere.
È costume delle Commissioni affidar sempre le difese de’ rei a persona di loro fiducia, ed in questi ultimi casi ne fu dato il carico ad Ulisse Pantoli, avvocato di Forlì, di nota fede al governo, che si stimava avrebbe prestato mano alle intenzioni del tribunale. Ma nell’animo onesto dell’avvocato potè più l’aperta verità e la giustizia, che lo spirito di parte o l’amor del guadagno, e si fece caldo e diligentissimo difensore di quegli sventurati, sino a distruggere del tutto con salde ed evidenti prove l’accusa. L’onorata e virtuosa temerità di quest’uomo dabbene generò contro esso nell’animo del cardinale e de’ giudici odio fierissimo, che si fe’ palese con perquisizioni, sottrazioni violente di carte provanti l’innocenza degli accusati, ed in ultimo gli fu data Ravenna per carcere finchè la sentenza tornasse ratificata da Roma. Liberato alla fine, si dice sarà sospeso dall’ufficio, che ha in patria, di supplente al giusdicente civile, e dall’esercizio della sua professione[4].
Sarà stanco oramai il lettore di sentire tante ribalderie, com’io sono stanco e nauseato di scriverle, ma un ultimo fatto mi rimane a narrare, ed egli ed io comportiamone il fastidio, chè sapere si deve ormai la verità.
Uno de’ prigionieri, accusato d’aver avuta mano nell’uccisione del carabiniere, si trovava per caso in villa la notte nella quale accadde l’omicidio, e dormì in un’istessa camera con un frate francescano cercante.
A prova della sua innocenza invocò a testimonio il frate, che affermò la cosa esser vera, e ne ebbe un’acerba riprensione, e, richiamato a Roma, la carcere in convento.
La cosa più probabile in tutto ciò è, che quella povera gente fosse innocente; e, secondo ogni apparenza, i fatti del carabiniere e dello Svizzero furono effetti di privata vendetta; delitti senza complicità estesa, nè ramificazioni di trame, commessi da pochi già sottrattisi alla forza del governo; e che il cardinale e la Commissione abbiano iniquamente rapiti alle loro famiglie, mandati in galera, od ammazzati molti poveri popolani, e con loro qualche cittadino di più alto stato, o innocenti del tutto, o meritevoli almeno (e su ciò non v’è dubbio) di castighi cento volte men gravi, empiendo le dette famiglie e le città di squallore e di lutto, movendo per tutto spaventi, fughe e volontari esilii, spargendo semi che frutteranno pur troppo, prima o poi, messe inenarrabile di vendetta.
In tal condizione erano le Legazioni, quando nella state del presente anno, tutta quella turba infelice d’esuli, fuggita di mano alla Commissione, raccoltasi entro i confini della repubblica di San Marino, che siede sull’Apennino a cavaliere della pianura e del mare, conobbe che neppur quel luogo era per lei stanza sicura. Codesta radunata di gente era composta di molti Riminesi campati dalle persecuzioni della sacra Consulta, di fuggiaschi dalla bassa Romagna, travagliata a quel tempo dalla Commissione, e stava per ingrossarsi di Dio sa quanti altri delle circostanti province, minacciate tutte dallo stesso flagello, se non che il cardinal Gizi, del quale abbiam già fatto noto l’animo virtuoso e prudente, ricusò espressamente d’ammettere siffatta abbominazione in Forlì, ove era la sede del suo governo, per la qual cosa era voce che avesse a stabilirsi invece nella città di Rimini.
Gli esuli di San Marino trovavansi ogni dì a maggiori strette, scarsi di denaro e d’ogni aiuto; lo scampo in Toscana, distanti com’erano dal suo confine, si mostrava di troppa spesa e di grave difficoltà.
Non cessavano al tempo stesso le istanze e le minaccie del governo pontificio alla piccola repubblica, affinchè consegnasse quelli che s’erano commessi alla sua fede, mostrandosi risoluto invaderne lo stato se persistesse nell’aver compassione di quegli sventurati, e nel rispettare i santi diritti dell’ospitalità e dell’asilo.
Non trovando dunque altro modo d’uscir di quella rete, ovvero nutrendo pure speranza che da una prova coll’armi sortisse qualche effetto d’importanza, ordinarono tra loro fosse da muoversi in massa verso Rimini, ove la scarsa truppa pontificia, poco amica al governo per le narrate cagioni, non avrebbe forse voluto far testa, e gli amici, parenti e concittadini li avrebbero aiutati.
Nel dare per certi i fatti che narro, non intendo rendermi egualmente mallevadore delle intenzioni e de’ disegni, e per questa seconda parte riferisco semplicemente le opinioni di coloro che, quantunque non presenti a que’ casi, giudicano senza passione, e conoscono lo stato delle faccende d’allora.