Part 2
Un capo di _guerilla_ in Italia, dopo un mese, se non fosse preso, avrebbe la scelta tra il morir di fame, o il diventar capo d’assassini.
Ora veniamo alla Grecia, e poche parole basteranno, essendo tra i casi de’ due popoli grande analogia. Dall’epoca del Congresso di Vienna, il pensiero della Russia di rannodare a sè la razza greco-slava, diede animo a quanti volevano liberar la Grecia dal giogo ottomano. Scoppiò l’insurrezione, e durò la guerra sino al 1827: finì, si può dire, colla battaglia di Navarino. Questa battaglia, intendiamola bene, finì la guerra. E da chi fu combattuta? Dalle armate di Francia, Inghilterra e Russia, e non dai Greci.
E chi vede tra i possibili a favor dell’Italia una battaglia di Navarino? Ho scelto quest’ultimo fatto come il più importante, come quello che tutti li spiega, di tutti è la conseguenza, e taccio degli infiniti soccorsi d’uomini, di denari, d’ingegni europei che furon profusi in aiuto della causa dei Greci, i quali (si notino queste circostanze) avevano a combattere un nemico fiacco, male ordinato e da non potersi paragonare all’Austria per nessun verso; erano più del nostro popolo usi all’armi, indurati alla fatica, pronti a mettersi ad ogni ventura, e n’hanno dato gloriosa e mirabil prova nella lunga guerra che fu (e questo è di gran peso) non solo d’indipendenza, ma insieme guerra di religione. E la storia del mondo c’insegna, che nessuna più di questa riunisce la volontà, le forze, accende il furore d’una nazione e la rende invincibile.
E finalmente ambedue le nazioni suddette non posson paragonarsi all’italiano; ambedue già dapprima formavano, bene o male, corpo di nazione; ambedue soffrivano più assai della nostra; e certo non si trovano in Italia, neppur nelle Calabrie o nell’interno della Sicilia, tipi che somiglino al _guerillero_ spagnuolo ed al Palicaro od al Clefto Greco, perchè questi tipi si formano in uno stato più selvaggio, sotto giogo più duro e patimenti più atroci di quelli che abbia mai conosciuti il popolo in Italia, la quale meno calpestata o calpestata assai più, avrebbe forse potuto meglio riprender forza e riaversi.
Colle dette ragioni credo aver dimostrato che il moto di Rimini è stato intempestivo ed inutile: ed è lo stesso che averlo inoltre dimostrato dannoso. Si potrebbero tuttavia aggiungere molte altre riflessioni sulla questione presa sotto quest’ultimo aspetto, e dire:
Che se in Italia sono in copia nature d’uomini potenti ed ardite che non si perdono d’animo per la mala riuscita di quelle prove, ve ne sono eziandio moltissime che ne vengono abbattute, e si rassegnano poi a tener la causa italiana per ispacciata: simili a certi infermi che, dopo aver tentato molti modi di cura, si tengono per incurabili, mentre non tanto la perversità del male, quanto l’imperizia del medico è cagione che non possano riaversi.
Che siffatti moti, ed il volerli degli uni e il non volerli degli altri; le accuse, le recriminazioni, i dispetti e le quistioni che partoriscono tra uomini dissenzienti sui mezzi, consenzienti per lo scopo, seminano disunioni, sospetti, inimicizie ove più importerebbe non fosse se non concordia, fiducia ed amore scambievole.
Che i governi, insospettiti e tementi non si rinnovino tali disordini, e stimandoli fors’anche indizio di dio sa quali trame, quali macchinazioni generali e sotterranee, e nutrendo timori, credo io, assai più del bisogno, come sempre accade, ove si tratti di pericoli oscuri ed indefiniti; ogni dì più moltiplicano le difese, le precauzioni, le vessazioni di polizia, che pur tanto incagliano l’onesto esercizio delle facoltà mentali e materiali della nazione, il suo commercio, le transazioni, il suo generale sviluppo.
Che in questi inutili ed intempestivi sforzi si sprecano i più vitali elementi del popolo italiano, si perdono gli uomini più arditi, di maggior energia e di più potenti facoltà, i quali son costretti abbandonar la patria o vivervi sotto il peso d’un oltraggioso perdono, tenuti, per dir così, in quarantena, e ridotti alla più assoluta inoperosità.
Che queste miniature di rivoluzione, di grave momento nel ristretto cerchio ove succedono, e per coloro che ne sono attori, sono appena avvertite fuori d’Italia, presso le nazioni ove, per la piena libertà della parola e della stampa, si agitano apertamente le più importanti questioni politiche e sociali; ove è per conseguenza il supremo tribunale dell’opinione europea, l’officina, per dir così, d’onde viene sparsa per tutto il mondo. E Dio volesse non fossero avvertite, o fossero condannate e biasimate soltanto! ma sono derise, schernite. Servon di tèma a brevi articoli di giornale, pieni d’una compassione protettrice, di un ammonire sardonico, che ti fa dar di volta al sangue più di qualunque improperio: ed il lettore straniero sorride e passa; e l’opinione che di noi si sparge e si ferma è d’esser un popolo inetto, privo d’ogni idea, d’ogni educazione politica, incapace di disegni maturi e ponderati, incapace del lungo e pertinace lavoro, che conduce finalmente alla rigenerazione; incapace egualmente di soffrire e di combattere, e perciò degno della sua presente fortuna. E saremo dunque tanto caduti, che la miseria, le lagrime, il sangue italiano abbiano persino a dar materia di riso?
E non vorremo trovar modo una volta, che le nostre sventure déstino, come quelle della Polonia e dell’Irlanda, nostre sorelle (poste in condizioni, se non pari alle nostre, analoghe almeno alla nostra in molti punti), lo sdegno che i generosi provano contro chi opprime, l’antica ed onorevole pietà, che è conforto, speranza, e non oltraggio agli oppressi? E l’Irlanda, la Polonia perchè l’ottengono? Perchè soffrono più di noi, e più degnamente, più operosamente di noi. L’opinione, la simpatia, il voto della civiltà intera sta per loro, e sono pure oggidì i potenti alleati! E di noi? Di noi si ride.
Collo svolgere il filo del mio ragionamento, mi si presenta sempre più evidente la verità espressa nella prima pagina; l’opportunità esser tutto nelle cose di stato: e m’appare perciò pedantesca e superflua la divisione da me adottata, che intende provare successivamente e separatamente le mie proposizioni, mentre senz’avvedermene trovo che nel dimostrare inopportuno il moto di Rimini, l’ho insieme e perciò dimostrato dannoso e biasimevole.
Ciò nondimeno, poichè ho tenuta questa divisione, che non è per avventura del tutto inutile ad esporre più ordinatamente le mie idee, la manterrò sino al fine: ma al punto di volgermi alla coscienza di chi è stato cagione si versasse inutilmente il sangue italiano, al momento di chiedergliene ragione, m’accora, lo ripeto, il pensiero che questo mio scritto cadrà probabilmente in mano di quelli che scontano ora un errore di mente, non dico una colpa o un delitto, colla più amara delle umane miserie, l’esilio; che contristerà forse le pensose veglie dell’esule, di chi ha pur offerto in olocausto alla patria i tranquilli colloqui della città, del tetto nativo, le domestiche gioie, l’amor d’una madre, d’una sposa, dei figli; di chi s’è volontariamente spogliato di questi tesori, ed insiem colla vita li ha gettati nelle bilancie ove stanno in bilico le nostre sorti; di chi tende ora l’orecchio ad ogni vento che spiri dalla terra d’Italia, sperando in guiderdone di tanto sacrificio, gli porti almeno il suono d’una parola di conforto, di compianto, o forse di lode.
Ed io dovrò esser quello che invece gli faccia suonar all’orecchio, e più nel cuore, parole di biasimo?
Sì: lo stimo utile, lo stimo per me debito di onore, e più d’uno in Italia penserà ch’io ho ragione. Non ch’io abbia la presunzione di credermi l’interprete assoluto della verità; ma credo, e posso credere, d’aver diritto come ogn’altro di esporre il frutto delle mie riflessioni: credo utile eccitare la discussione, ed il mio più caldo desiderio sarebbe che un ingegno più elevato e sottile del mio rispondesse a questo scritto, ne additasse gli errori, indicasse migliori e più prudenti risoluzioni; io benedirei la mano che scrivesse e dimostrasse ch’io ho dato improvvidi consigli, a patto che ne suggerisse altri non avvertiti da me e più profittevoli alla causa italiana.
Credo l’avvenire gravido di diverse e grandi fortune per molte tra le nazioni europee, che Iddio per gli arcani suoi fini spinge ad una meta comune più o meno lontana, e credo possano assomigliarsi alle vergini evangeliche aspettanti lo sposo. Le prudenti, che avean saputo tenersi apparecchiate, vennero intromesse al convito; le stolte rimasero escluse e derise.
Onde non sia tale la nostra sorte, discutiamo le cose nostre, parliamone schiettamente, apertamente, con reciproca fiducia, senza pensieri di amor proprio, senza cura d’individui, d’opinioni, di parti. Cerchiamo la verità, diciamola senza pretendere aiutarla con esagerazioni d’odio o di amore, di calunnie o d’adulazione. Invece d’aiutarla, a codesto modo le daremmo impaccio, le torremmo vigore: chè la verità, figlia di Dio primogenita, è forte per sè stessa abbastanza, è forte quanto la sua origine celeste; e la causa della nostra indipendenza, vincitrice o vinta, sarà sempre gloriosa sotto la sua bandiera.
In nome di questa verità, io dico dunque che è fatto gravissimo, anzi è il fatto il più grave di quanti possa l’uomo intraprendere, quello di spingere la propria nazione nella sanguinosa via delle sommosse; perchè è il fatto nel quale è più difficile fissar precisamente il limite tra il giusto e l’ingiusto, tra l’utile ed il dannoso; è il fatto che può condurre egualmente a quanto v’è di generoso, di grande, di virtuoso al mondo, come può trascinare ai più fatali errori: che può esser la sorgente d’immensi beni, come d’immensi mali; d’immensa gloria, come d’immensa infamia; che, finalmente, può essere la salute d’un popolo o la sua totale rovina.
L’intraprenderlo di propria autorità, il porvi mano e dargli la mossa pel primo, può essere il sublime o dell’ardire o della temerità o della pazzia, ma è sempre atto tremendo per chi abbia in pregio la giustizia, la carità di patria, l’amore degli uomini, la fama propria e della propria nazione. Chi se ne fa autore, si fa arbitro al tempo stesso, come già dissi, delle volontà, dell’avere, della libertà, della vita d’un numero d’uomini, che nè egli nè alcun altro, se non Iddio, può prevedere e calcolare; e se ne fa arbitro per usare i più preziosi beni, la più gelosa proprietà de’ suoi concittadini ad eseguire i propri giudizi; se ne fa arbitro quasi sempre senza il loro consenso, senza diritto, senza essere stato a ciò eletto da loro. E se a questo fatto, invece d’esser uno, sono parecchi, ciò non muta lo stato della questione, salvo che la responsabilità l’avranno parecchi invece d’un solo.
Ora quello o quelli che si fanno arbitri delle cose altrui, senza averne avuto l’incarico da chi n’era giusto e legale possessore, sarà benedetto se le migliora, ma se le peggiora sarà maledetto, e giustamente: e non vale scusarsi colle intenzioni, che possono far perdonare l’imperizia di chi è posto ad un ufficio da altri, non di chi vi si pone da sè.
E per esser giusti, per non usar due pesi e due misure, quando noi popolo ci lagniamo dei principi assoluti e del modo col quale amministrano la cosa pubblica, che mai rispondiamo a quelli che per iscusarli dicono: _Hanno buone intenzioni; credono fare il bene?_ Rispondiamo: _L’intenzione non basta, e chi non sa fare, lasci fare a chi sa!_ E rispondiamo bene. Ma la verità è una sola, e se l’applichiamo ai principi, dobbiamo egualmente applicarla a chi fa ciò che essi fanno, benchè con modi e con fini diversi. E se si considera attentamente a quale delle due posizioni dia vantaggio questa diversità, troveremo che l’arbitrio de’ principi genera di rado le conseguenze calamitose che quasi sempre genera l’arbitrio de’ capi di sommosse. Ed i principi hanno inoltre una posizione data, e che non si sono scelta di loro propria elezione. Non essendo però mia intenzione d’adulare i principi, aggiungerò che stimo alla lunga il loro arbitrio di maggior danno ad un popolo: ma senza volere ora cercare chi de’ due più l’offenda ne’ suoi diritti, rimarrà sempre vera la mia proposizione, che chi guasta di proprio arbitrio gli affari altrui, non può scusarsi colla sola intenzione.
E che gli autori del moto di Rimini abbiano corso il rischio di guastare gli affari di moltissimi, e forse dell’intera nazione, di ritardare indefinitamente il suo progresso, di compromettere il suo avvenire, di tirarle addosso la tremenda calamità d’un’invasione, mi pare evidente dalle ragioni addotte fin qui. Piacque a Dio nella sua bontà di mantenere il senno, e non chiudere all’evidenza gli occhi dei più. Ma se la cosa fosse andata altrimenti, se tutte le sventure da me enumerate, e che nessuno può negare possibili, si fossero versate sulla già abbastanza infelice Italia, qual terribil giudizio pesava su chi n’era stato cagione? Lasciamo stare il ludibrio, il rimprovero dell’opinione universale; ma il rimprovero della coscienza, quale di quei cuori generosi, amanti della patria e pronti (l’hanno mostrato) a dar tutto per essa, quale, dico, avrebbe potuto sostenerlo senza spezzarsi?
Io ho parlato parole severe; ho parlato di rimorsi; perchè credo ufficio d’uomo che meriti un tal nome sapere a viso aperto rendere testimonianza a quelle verità che gli appaiono evidenti ed utili, dicendole non solo al potente che ti può nuocere (virtù, della quale è gran parte l’orgoglio, e perciò non difficile), ma al debole, al vinto, cui vorresti tender la mano, consolarlo, compiangerlo, invece di riprenderlo. Bensì conosco qual eloquente risposta potrebber fare alle mie parole gli uomini di Rimini, col solo esporre e mostrare al mondo le miserie che soffrivano e che soffrono le Romagne.
Ed a chi ti dice: _Io soffro troppo_, come aver coraggio di rispondere: _Tu non hai sofferto abbastanza?_ Essi hanno detto appunto: noi non possiamo sopportar più oltre; e sembrerà loro duro sentirsi dire da chi sopporta assai meno: Era dover vostro il soffrire ancora; ed a me che scrivo, non è men duro il pormi in apparenza tra coloro ai quali Cristo diceva:_ Oneratis homines oneribus quae portare non possunt, vos autem ne uno digito tangitis sarcinas_: ma voglio pur seguitare come ho cominciato, e dir il vero senza rispetti nè d’altri nè di me stesso: e domando se, col non voler sopportare, hanno trovato sollievo, o non piuttosto aggravati i loro mali?
Domando se stimano soffrir più che non soffre la Polonia? Lo sanno eglino che cosa soffre questa nobile e sventurata nazione? Che miserie soffre tacendo, orando, operando in tutti i modi che le son concessi, onde rigenerarsi prima alla virtù, alla giustizia, per esser poi rigenerata all’indipendenza ed alla libertà! Si specchino in que’ valorosi ed altrettanto disavventurati, che, immobili colle braccia intrecciate sul petto, vedono il loro popolo decimato dalla frusta del Cosacco, che lo caccia a frotte ne’ deserti gelati della Siberia; vedono oltraggiata la loro fede, profanate le loro chiese, sedotta la giovinezza, distrutto ogni viver civile; vedono coprirsi la loro terra di fortezze destinate a render più salde le loro catene. Eppur non si muovono, non danno mano all’armi, e non li trattiene il timor della morte (l’hanno mostrato se sien capaci di viltà), ma li trattiene il solo timore di dilatar le piaghe della patria ed accrescerne le sventure; e siccome sono stati al mondo esempio di virtù nel combattere, lo sono ora di altrettanta e maggior virtù nel soffrire. Evitando egualmente i due più funesti effetti della disperazione, il furor cieco e l’inerte rassegnazione, attendono taciti, pazienti ed operosi a rannodare il loro popolo, renderlo migliore e perciò più potente. I loro nobili, ravveduti ed ammoniti dal passato, tendon la mano al povero, al contadino, che opprimevano e sprezzavano: lo chiaman fratello, lo cercano ne’ suoi tugurii per portargli a consolazione del presente la speranza d’un miglior avvenire. Vizio e rovina di quei calpestati era l’abuso de’ liquori, coi quali dimenticavano per qualche ora ne’ sogni dell’ebbrezza le miserie della realtà: e la pigione delle taverne era una delle entrate dei nobili. Eppure v’hanno rinunciato, l’hanno chiuse, hanno ristrette le loro spese, onde il popolo non corrotto riprenda vigor morale e possa risorgere.... Questa è vera fortezza, vera carità di patria; queste son le vie che onorano, rendon venerabile anco la servitù, le ottengono il rispetto degli uomini, talvolta il loro aiuto e sempre la misericordia, la protezione di Dio.
Ma se gli autori del moto di Rimini non hanno tenuto queste vie, se il furore, l’intolleranza dei loro mali li ha trascinati ad atti che sono da giudicarsi intempestivi, e perciò dannosi e biasimevoli, s’avrà dunque, senza ammettere scusa, a pronunciar contro essi un’assoluta condanna?
A questo punto ringrazio Iddio, che è oramai adempiuto per me l’amaro assunto di contristare il vinto e lo sventurato, ed è venuto invece il momento di volgermi al vincitore, a chi non prova nè le angustie del carcere, nè le miserie dell’esilio, a chi è potente e gode d’ogni favore della fortuna, e sento oramai venirmi più sicura, più libera la parola.
Ma, prima di esaminare i modi tenuti dalla corte di Roma co’ suoi sudditi, e particolarmente co’ suoi sudditi di Romagna; prima d’entrare seco lei in discussione circa i suoi atti, vorrei sapere se la discussione è possibile, vale a dire se partiamo da basi tenute vere egualmente da ambe le parti; e per questo io domando se v’è un solo Decalogo, un solo Vangelo, una sola morale data egualmente a tutti gli uomini per norma delle loro azioni, o se invece vi sono due edizioni de’ suddetti codici, ad uso l’una de’ principi, l’altra de’ popoli, l’una dei governanti, degli uomini di stato, dei diplomatici, l’altra della moltitudine governata.
Dovendo necessariamente interpretare io la risposta, la suppongo consentanea alla dottrina professata in ogni tempo dalla corte di Roma; esservi cioè, una sola morale pe’ grandi come pe’ piccioli, pe’ forti come pe’ deboli, pe’ governanti come pei governati. Trovarci d’accordo su questo punto è pure assai, ma non è tutto. Un’altra cosa mi resta a sapere: e domando se a questa morale, a questa regola da seguirsi indistintamente da tutti i viventi, si può applicare l’assioma che ogni regola ha la sua eccezione, ovvero se le regole eterne della giustizia e dell’onestà sono le sole alle quali non abbia mai l’uomo nè ragione nè pretesto per disubbidire. Anche a questa domanda son costretto rispondere da me, interpretando la decisione della corte romana favorevole a quest’ultima opinione, che è necessaria conseguenza delle dottrine da lei insegnate.
Posti d’accordo su questi due punti, e partendo essa ed io da questo dato comune, che la morale è una sola, costringe egualmente tutti gli uomini alle sue leggi, e non ammette possibile nessun caso, nessun motivo di trasgredirla, la discussione divien possibile, e una cosa sola resta ad esaminare: quali conseguenze tragga la corte romana da queste premesse, e quali conseguenze ne ricavi, non dico io, chè non conto nulla, o non conto che per un solo, ma il raziocinio, l’opinione della civiltà universale.
O questa via di scoprire il vero è buona, anzi la sola buona, e non dà motivo di lagnanza a nessuna delle due parti contendenti, o bisognerà dire che la verità è una chimera, il cercarla un tempo perso.
Io dico dunque per prima cosa, che dalle suddette proposizioni emerge necessariamente la conseguenza, che l’antico argomento della ragion di stato, col quale si è voluto sin qui da moltissimi giustificare i governi di quegli atti che si sarebbero condannati e tenuti ingiusti in un privato, è argomento vano ed immorale; poichè o la giustizia è legge universale, ed il mentire, il mancar di fede dovrà condannarsi tanto in uno, come in molti individui, vale a dire nello stato e negli uomini che ne regolano le risoluzioni; ovvero bisognerà almeno trovar una regola che definisca qual numero d’individui riuniti è necessario per far che l’ingiusto divenga giusto, l’immorale divenga morale.
E l’addurre in favore della ragione di stato l’utile dell’universale è misero pretesto, non è ragione: o diversamente s’avrà a concedere che la giustizia ammetta casi d’eccezione, ed allora parimenti non sarebbe male dare una regola che insegnasse conoscere quali sono codesti casi.
Concederò che per l’utile dell’universale siano giusti per parte dello stato certi atti che dovrebbero esser tenuti ingiusti per parte di un privato; ma la difficoltà è soltanto apparente, e per iscioglierla dobbiamo distinguere la giustizia positiva dalla giustizia relativa.
È ingiusto, verbigrazia, l’uccidere, ma divien giusto ove sia in propria difesa: e questo è esempio di giustizia relativa.
Invece è ingiusto il mancar di fede, e lo è in tutti i casi, in tutte le occasioni possibili: e questa è giustizia positiva.
Così, scegliendo ad esempio il caso più comune, nel quale è concessa e tenuta giusta per lo stato un’apparente ingiustizia (e che per il privato sarebbe ingiustizia vera), il caso d’espropriazione forzata, consideriamo che in quest’atto sono da distinguere due casi; l’uno dell’espropriazione violenta, assoluta, senza compenso, che con una sola parola vien detta rapina, ed è caso d’ingiustizia positiva, e perciò non vien permessa nè all’individuo nè allo stato, il quale difatti, ove sia ben regolato, giammai la commette, e se toglie il suo ad un privato per utile pubblico, usa l’avere del pubblico a dargli un competente compenso.
Il secondo caso, questo appunto dell’espropriazione con compenso, non è più rapina, nè caso d’ingiustizia positiva, poichè non si toglie violentemente nulla al suo giusto possessore; e se gli si toglie parte del libero esercizio della sua volontà, che potrebbe essere di serbare ad ogni modo ciò che gli viene occupato, non gli si toglie pel principio che uno debba essere sacrificato ai più, che, per quanto abbia apparenza di giustizia, sarebbe cionnondimeno principio ingiusto; ma gli si toglie perchè, essendo questo suo sacrificio necessario all’esistenza o al bene almeno di quella società alla quale appartiene, che lo protegge e lo difende nei suoi diritti, egli vien realmente compensato con questi vantaggi della perdita d’una porzione della sua libertà. E siccome questi vantaggi può darli in compenso lo stato, e non il privato, è ingiusto occupare l’altrui violentemente per utile privato, è giusto occuparlo per utile dell’universale.
Con ciò mi par dimostrato che la distinzione di giustizia positiva e relativa può bensì usarsi per facilitare l’intelligenza della questione, ma che di fatto è distinzione inesatta; bastando il dire che l’ingiustizia è vietata e condannabile assolutamente, e che perciò nè la ragion di stato, nè l’utile pubblico, nè alcun altro motivo la può mai coonestare.
Queste idee sono talmente elementari, che al lettore farà meraviglia ch’io abbia voluto il disagio di scriverle; e certamente pare un sogno che s’abbia a prender la questione a questo modo e da questi principii, che sembrerebbe non bisognassero di dimostrazione, e s’avessero a tenere per sottintesi. Ma come fare altrimenti a voler entrare in discussione con chi, facendosi al mondo nuncio della buona novella, la rende poi cotanto trista a coloro che gli sono più immediatamente affidati da Dio? con chi è custode e banditore del divin Codice della giustizia, dell’amore e del perdono, e commette o permette almeno l’ingiustizia, muta l’amore in odio, e non ha perdonato giammai? con chi predica l’umiltà sul trono, la carità, chiudendo l’orecchio ad ogni reclamo, l’amor del prossimo colle inique commissioni militari? Se a costoro, vivaddio, si domanda: — Credete o non credete nella giustizia? Credete o no in quello che predicate? — non se lo possono aver per male, e nessuno al mondo lo potrà trovare strano.