Part 1
DEGLI
ULTIMI CASI
DI ROMAGNA
DI MASSIMO D’AZEGLIO
Verba utilia quaesivi. _Eccl. XII._
VENEZIA COI TIPI DI LORENZO GATTEI EDIT. LIBRAJO 1848.
A CESARE BALBO
_Ti dono questo mio scritto, non perchè intenda che l’autorità del tuo nome abbia a farsi scudo a tutte le opinioni ch’egli esprime ma perchè so esser tu ed io concordi sulla più importante, su quella della nostra indipendenza; perchè so esser tu convinto, come io lo sono, della necessità di soffocare in Italia ogni favilla di discordia con larghe e reciproche concessioni sulle opinioni di minor conto, purchè da tutti si dia mano alla grand’opera della nostra nazionale rigenerazione; della necessità di discutere liberamente e senza mistero le cose nostre, discussione alla quale hai degnamente aperto il campo pel primo, e te ne è dovuto il vanto; perchè finalmente mi legano a te stretti vincoli di sangue e di lunga ed immacolata amicizia, e vincoli ancor più stretti, anzi i maggiori che possano stringere due cuori, quelli d’un eguale ed ardente amore di patria, e del desiderio di porre le forze e la vita per la sua liberazione._
M. A.
Sui moti di Rimini del settembre scorso (1846) pochissimi, e forse que’ soli che si trovarono al fatto, hanno saputa la verità: ed in Italia, ove le corrispondenze particolari non osano, ed i pubblici fogli non vogliono dirla, non può essere altrimenti. Stando alle loro notizie, copiate dai fogli stranieri, e sparse così in tutta Europa, poche centinaia di disperati, guidati da un uomo condannato a dieci anni di galera, hanno turbata la pace pubblica, e rovesciata in Rimini l’autorità pontificia: poscia, spargendosi in piccole bande per l’Apennino, e fuggendo dinanzi alle baionette svizzere, in pochi giorni sono stati del tutto dissipati, e lasciando la città, hanno commesso disordini e ruberie, riportando taccia di perturbatori, ladri e codardi.
Io stimo intempestivo e dannoso il moto di Rimini, come stimerò sempre intempestivi e dannosi siffatti moti parziali, ed aggiungerò a fronte alta, che li stimo perciò biasimevoli, non avendo diritto una ristrettissima minorità di farsi giudice se sia o no opportuno spinger la propria nazione nella gran lotta dell’indipendenza, non avendo diritto di giocar su un tiro di dadi la sostanza, la quiete, la libertà, la vita di un numero incalcolabile de’ suoi concittadini, e, quel che più importa, l’onore e le sorti future della intera nazione. Io disapprovo dunque il moto di Rimini; e questo scritto cadrà probabilmente in mano di molti che di tal disapprovazione potrebbero rendermi larga testimonianza, essendosi per tutta Italia sparsa molti mesi innanzi la voce prepararsi un moto in Romagna, ed avendo io cento volte ripetuto tenerla per cosa inconsiderata e dannosa.
Ma se ho creduto e credo che i suoi autori non abbiano posto mente a quel che v’era d’impossibile, d’intempestivo, perciò d’ingiusto, nella loro impresa, ciò non vuol dire che s’abbiano a tenere per ladri e codardi, come hanno ripetuto i fogli italiani e stranieri; ed ora che sono vinti, ora che sono parte ricacciati in esilio, parte chiusi in carcere e sottoposti a giudici che non dirò prevaricatori, non avendo il diritto d’accusar chicchessia senza chiare prove, ma che dirò esposti a molte tentazioni di prevaricare, non piaccia a Dio che in tutta Italia non sia chi alzi la voce per la verità, per dirla imparzialmente ai vinti, come ai vincitori.
Il nasconderla o tacerla, sarebbe oggimai vano, puerile e forse peggio.
I casi di Romagna, per quanto di poco momento, sono pur sempre un episodio della questione dell’indipendenza italiana, questione che tanto più fervidamente viene agitata nel segreto de’ cuori e de’ colloqui, quanto più severamente le è vietato palesarsi in liberi discorsi ed in libere dimostrazioni: questione che ogni giorno più si estende, accendendosi anche in quella parte del popolo italiano, che, mal osservata, sembra inerte e senza pensier di sè stessa: questione che deve necessariamente agitare ogni nazione cui sia stata rapita la celeste eredità, lasciatale dal padre comune di tutti gli uomini, l’indipendenza: questione, finalmente, che può paragonarsi ad una gran mina scavata sotto l’intera Penisola, alla quale non s’ha diritto dar fuoco senza il consenso e l’approvazione dei più, tanto meno poi per desiderii o patimenti parziali; ma questione generale, necessaria, giusta, e che tutti giustamente e virtuosamente abbiam diritto di trattare.
Ora, nascondere la verità su questa questione sarebbe vano, come dicemmo, e puerile. Tutti i governi, tutte le polizie italiane sanno, quanto lo sappiam tutti, che essa si discute, si agita, è in tutti i cuori, su tutte le lingue, e nessuno certamente riuscirebbe a dar loro ad intendere che non ci si pensa. Lo stesso s’ha da dire della polizia dell’Austria e de’ suoi uomini di Stato, i quali debbono bensì pel loro ufficio adoprarsi a danno anche dell’Italia, onde mantener validi i legami che uniscono le varie parti dell’Impero tendenti a dissolversi, e sono perciò politicamente da tenersi come nemici; ma che comprendono essi stessi non esser possibile che la cosa stia altrimenti, ed hanno poi, ne siam certi, mente troppo elevata (co’ nemici s’ha a spinger la giustizia sino allo scrupolo) per osar condannare la tendenza dello spirito italiano, e non rendergli anzi quell’omaggio che vorrebbero fosse reso a loro, se si trovassero nelle nostre circostanze.
Se sarebbe puerile il creder di nascondere le nostre tendenze, le nostre speranze; il volerle poi tacere, il non osar parlarne moderatamente, e saviamente sì, ma liberamente ed a viso aperto, sarebbe peggio, sarebbe oramai viltà.
Ma i governi? le polizie? le Commissioni? mi si potrà rispondere.
Prima di tutto non vedo che a chi ha osato stampare liberamente le sue opinioni sulle sorti presenti e future d’Italia (e gl’invidierei questo vanto se gli fossi freddo amico), pubblicandole col suo nome in fronte, sia stato torto un capello. Cesare Balbo è testimonio vivente che io affermo la verità, e Niccolini ed altri vivono liberi e tranquilli.
L’epoca de’ tiranni è molto lontana da noi. Il duca Valentino, Bernabò Visconti, Pierluigi Farnese non sarebbero più possibili. Chi volesse rinnovarli cadrebbe percosso dalla possente mano di quella che è oramai la vera dominatrice del mondo, de’ principi come de’ popoli, l’opinione. Il dir tirannici i governi attuali d’Italia è fanciullaggine alfieriana, come è fanciullaggine di poeta cesareo chiamar ladro chiunque si muove per desiderio d’indipendenza.
I principi italiani, dovendo camminare tra due impossibili, o almeno tra due estremi difficilissimi, e guidati quasi esclusivamente dall’istinto della conservazione, non sono ne’ loro atti pubblici quali si potrebbero desiderare; ma nel loro privato sono generalmente uomini di temperato costume ed illuminati, ed al più potranno tagliar la via degl’impieghi a chi scrivesse anche con moderazione e verità cose che a loro non fosser grate, o non paressero opportune: ma certamente non lo faranno nè imprigionare, nè impiccare; ed i libri, comunque poi siano, non chiameranno sicuramente nelle parti d’Italia non soggette all’Austria, le baionette tedesche.
Poi se tutto ciò non bastasse o non fosse vero, concediamo pure vi sia pericolo a parlar liberamente, pubblicamente e moderatamente degli affari nostri in casa nostra. Dirò allora che questo pericolo si deve incontrare dall’uomo virtuoso e d’onore pel proprio paese, come incontrerebbe quello della mitraglia quando la necessità o l’utile della patria lo domandasse. Dirò che il pericolo che s’incontra per la giustizia non deve trattenere dall’adempierla. Dirò che il coraggio civile non è inferiore al valor militare, a quello delle congiure e delle sommosse, ed è talora più opportuno, più applicabile a tutte le circostanze, meno incolpabile dalla malevoglienza: che, quantunque tanto più utile quanto maggiore è il numero di coloro che lo mostrano, può tuttavia mostrarsi anche isolatamente ed individualmente, ed il difetto del numero è allora compensato dall’esempio: allora, se non altro, si giuoca la posta d’un solo, non quella di tutti o di molti, senza aver avuto missione o consenso per arrischiarla. Dirò, finalmente, che, se una nazione non si cura della sua indipendenza, non deve muover nè rivoluzioni nè lamenti: se se ne cura, la desidera e la cerca, deve saperla meritare: e si merita non con iscosse parziali, intempestive, inconsiderate, che possono assomigliarsi all’atto rabbioso d’una fiera che s’ostini a insanguinarsi il muso battendolo invano contro i ferri della sua gabbia, più che alla generosa temerità di esseri ragionevoli che si mettano ponderatamente ad impresa pericolosa sì, ma non senza speranza di buona riuscita.
Si merita col mostrare che quella prepotente forza che ha potuto materialmente sottomettere la nazione, non ne ha sottomesso la volontà, chè in ciò soltanto consisterebbe la vera degradazione.
Si merita col mostrar virilmente, utilmente e tenacemente questa volontà sempre ed in tutti i modi possibili.
Si merita col saper a tempo patire e sopportare con operosa rassegnazione, ed a tempo osare con opportunità e con giudizio.
Si merita col pertinace studio d’ogni individuo per dotar sè stesso della maggior forza morale possibile.
Si merita, finalmente, colla virtù degli opportuni, de’ lunghi, de’ grandi sacrifizii. E noi Italiani possiamo forse alzar la fronte, metterci la mano al petto, e dire a Dio ed agli uomini: Ce la siam meritata?
Prima di prendere a dimostrare le mie proposizioni, cioè essere il moto di Rimini stato intempestivo, dannoso, e perciò biasimevole, sento il bisogno di dichiarare che mi è costato assai aggiungere quest’ultimo aggettivo, e non mi ci sono indotto se non dopo stretto esame e lunga ponderazione.
L’alzar la voce per dir parole di biasimo ad uomini miei concittadini, che credo bensì indotti in errore, ma contro i quali son ben lontano dal muover le turpi accuse de’ fogli officiali, e che anzi hanno il merito incontrastabile d’aver praticata la difficil virtù del sacrificio, ed esposta la vita e quanto l’uomo ha di più caro per ciò ch’essi stimavano giovevole alla patria, il contristarli ora che la loro condizione, già assai dolorosa, s’è fatto peggiore, ora che soffrono, ora che vivono del duro pane de’ vinti e degli sbanditi, mi costa un vero sforzo, essendo nella natura mia sentirmi sempre più inclinato a favorire il vinto, che il vincitore, e stimando non esservi al mondo atto più vile ed abbietto di quello di lanciare il sasso a chi fugge. Ma sento nella mia coscienza non commettere, con questo scritto, atto che somigli a cotale viltà. Sento che mi muove soltanto il desiderio di dire ciò che credo utile alla causa comune; di dire il vero con tutta la moderata ed imparziale libertà di cui è capace l’animo mio. Sento di non essere ora, come la Dio grazia non sono stato mai, adulatore a persona, nè ai governi, ai quali non domando oro, onori od impieghi, nè ai miei concittadini, dei quali, Dio lo sa, desidero, sopra ogni cosa al mondo, la benevolenza e la stima, ma purchè non mi costi, non dirò una menzogna, un’adulazione, ma neppure una reticenza, trattandosi d’opinioni.
Risoluto ad esporle, perchè credo utile alla patria, non il mio povero ingegno, ma il fatto di tener vivo un’aperta e moderata discussione; perchè stimo sia per me debito d’onore mettermi francamente per quella via, pericolosa o no, nella quale conforto ad entrare, parlerò senza riguardo di persone: ho però voluto dir prima che sacrifico questi riguardi alla verità ed all’utile della causa italiana, ma li sacrifico col rammarico che si prova quando il dovere v’impone rimproverare o contristare persona che si stimi e che s’ami.
Ora, ritornando al mio assunto, dico che l’opportunità è la massima delle condizioni in tutte le cose umane; nelle cose di stato poi è tutto. Per decidere dell’opportunità d’un atto convien prima aver concepito chiaramente lo scopo al quale si tende, gli ostacoli che gli si oppongono, i mezzi onde superarli.
Lo scopo degl’Italiani in tutti i loro moti dal 1820 in qua, se ne togliamo i fatti del 21, è stato il sottrarsi ad abusi e patimenti locali, e ciò isolatamente, senza molto pensiero de’ loro vicini parimenti Italiani; e se in alcuni di codesti moti traspariva il desiderio di riordinar meglio l’intera nazione, di spingere a scopo comune le forze comuni, questo desiderio s’è sempre mostrato, per dir così, in seconda fila, e si è poi fatto tacere del tutto appena si è temuto potesse far pericolare l’impresa, che più premeva, tutta u vantaggio locale.
E gl’Italiani hanno avuto quello che meritavano pel loro egoismo e per la miseria dei loro disegni.
Lo scopo dell’ultimo moto, come degli antecedenti, tutto parziale e, per dir così, provinciale, come sia stato ottenuto, lo possiamo vedere: e le cose sono andate come dovevano necessariamente andare, ed anzi come si è meritato che andassero.
Ed il consigliare gl’Italiani a mettere in prima fila la causa della nazione. In seconda quella delle singole parti di essa, non è soltanto consigliare a disegni più generosi de’ passati; è indicare un calcolo di puro interesse, è indicare la sola via che possa, presto o tardi, condurci ad ottenere prima il bene di tutti, poi, per necessaria conseguenza, il bene d’ognuno.
E perchè è la sola utile, la sola buona? Perchè è la via della giustizia, d’una giustizia talmente ammessa, talmente incontrastata, talmente consentanea all’opinione di tutto il mondo, che, seguendola, si può incontrar forse sventure e patimenti, ma non vergogna nè avvilimento maggiore. Anzi i patimenti e le sventure sofferte per la giustizia, per la difesa d’un santo diritto, ottengono l’omaggio ed il rispetto dell’opinione universale, ritemprano il carattere delle nazioni, e le rendono capaci e meritevoli di sorti migliori.
Questa via è la migliore, perchè riunisce la maggior forza col riunire il maggior numero di volontà. Si potrà, di fatti, esser di diversa opinione in Italia sul miglior modo di riordinare i singoli stati e sulle forme del reggimento (e questa diversità emerge naturalmente dalla disuguaglianza de’ gradi del soffrire), ma da Trapani a Susa s’interroghi ogni Italiano se è utile all’Italia liberarsi dal dominio e dall’influenza straniera, e nessuno, vivaddio, risponderà se non affermativamente, nessuno ricuserà porre l’ingegno o la mano a questo fine. Persino i nostri principi, se altrimenti dicessero, mentirebbero alla loro coscienza, all’onore della loro dignità: tra le straniere nazioni i popoli indipendenti mentirebbero al loro principio, i popoli servi alle loro speranze, ai loro desiderii più cari.
Nel secolo in cui la schiavitù dell’individuo è oggetto d’abominio universale, in cui le nazioni più potenti e civili tanto s’adoprano per cancellarne dal mondo la macchia, nel secolo in cui si crede ingiusto che l’uomo tenga incatenata la volontà, l’azione d’un altr’uomo, le diriga al proprio utile, profitti della sua fatica, senza lasciargli altro che la vita ed il più ristretto necessario per sostenerla, chi potrà affermare che sia giusto da nazione a nazione quello che è tenuto ingiusto da individuo ad individuo? Chi potrà negare all’Italia sola quella nazionalità alla quale tendono tutte le razze, tutte le lingue che vivono sparse sulla superficie del globo?
Per non essere entrati francamente e generosamente in questa via, gl’Italiani sono stati e sono tuttavia, più che compatiti, derisi.
E considerando attentamente le condizioni attuali d’Italia e d’Europa, si conosce se era possibile che in questo momento una mossa d’armi ottenesse vittoria.
Mentre non le idee generose e d’onor nazionale, non le idee di giustizia, ma lo studio del miglior impiego de’ capitali, decidono in tutto il mondo della pace e della guerra, mentre il re Luigi Filippo si mostra mantenitore ad ogni costo in Europa di quella pace che crede utile alla Francia, si vorrà credere che per tenerezza dell’Italia rinunci al suo sistema, metta in forse le questioni per lui più vitali, vietando all’Austria di scagliar sull’Italia duecentomila soldati e duecento pezzi di cannone? E gli agitatori di Rimini, di tutto lo stato, di tutta l’Italia, che cos’hanno da opporle? Contro venti pezzi in batteria, non dico più, voglion esser palle e non chiacchiere. E se la Francia non arresta gli eserciti dell’Austria, li arresterà la Russia? Sua rivale, lo concedo, per la dominazione delle razze slave dell’Europa orientale, ma prima, e più di tutto, nemica per principio e per gelosia della mal compressa Polonia, d’ogni moto nazionale, di ogni idea di liberazione ottenuto col mezzo di moti popolari.
Gli arresterà la Prussia, anch’essa, è vero, rivale dell’Austria nell’influenza sulla nazionalità germanica, ma anch’essa gelosa del suo brano dì Polonia, ed avversa perciò a favorire quel principio che, ammesso, dovrebbe turbargliene il possesso?
Gli arresterà l’Inghilterra, antica alleata dell’Austria, e giunta a quell’apice di potenza e ricchezza, dal quale per una gran guerra europea potrebbe soltanto discendere?
Chi adunque impedirà all’Austria di soffocare in Italia la prima favilla d’un incendio che minaccia null’altro che la sua esistenza?
Se poi i fautori del moto di Rimini dicessero, come hanno detto in altri casi consimili: _Se non ci avessero lasciati soli, se gli altri Italiani tutti in massa si fosser levati?_
Rispondo: che per chi si mette a cose di stato, la qualità più necessaria è avere il senso pratico, veder il mondo, gli uomini come sono realmente, e non come forse dovrebbero essere; nè può dopo la mala riuscita scusare il suo errore col dire: _e se avessero fatto.... ed avrebbero dovuto far questo o quest’altro_. Chè gli accusati potrebbero rispondere: _non ci avete interrogati se volevamo o credevamo opportuno cooperare all’impresa, e non avendovelo perciò promesso, non avete diritto di farci rimproveri_.
Ma, anche consultati, gl’Italiani in massa avrebbero ricusato di levarsi in armi, perchè nella massa, tanto più in Italia, esiste quel senso pratico che talvolta non si trova negl’individui: chi è guidato da questo senso sa che gli uomini dotati di educazione, e principalmente d’educazione politica, posson talvolta muoversi per patimenti, desiderii o bisogni morali, ma costoro son dappertutto il minor numero, e tanto più in Italia. Il numero maggiore privi d’educazione civile, e non avendo il primo principio della politica (ed in tale stato sono le masse tra noi), non si muove che per bisogni, desiderii, patimenti materiali, e conviene sieno grandi ed insopportabili; chè ai piccoli e sopportabili è avvezzo, usato com’è dallo stato della società a sostentarne con virile rassegnazione i pesi più gravi.
Ora, tanto generosa a’ suoi figli è la natura nella terra italiana, che giammai la dappocaggine o la malignità degli uomini è bastata a disperderne o consumarne i doni del tutto. Ed una delle cagioni delle lunghe servitù d’Italia è forse, che la nostra terra ha potuto sempre saziare ad un tempo l’ingorda avidità del vincitore straniero e la fame dell’indigeno vinto. Il volgo italiano, a fronte di tante altre nazioni, ignora, si può dire, la miseria, ignora la fame: e la fame è la più potente tra le agitatrici de’ popoli.
Ma, soffrisse il doppio di quel che soffre, il senso del vero e del positivo, sempre più pratico nel popolo, che ne’ signori, perchè il popolo è più strettamente e continuamente alle mani cogli ostacoli della vita, e s’avvezza a giudicarne meglio; questo senso, dico, mostrerebbe al nostro la difficoltà, dovrei dire la impossibilità di dar mano a moti simili a quello di Rimini.
Egli conosce che l’accordo di levarsi in pochi è inutile; di levarsi in molti impossibile. E sarebbe strano certamente se nella patria di Machiavelli, ov’egli proclamava non eseguibile la congiura di poche diecine d’uomini, si tenesse eseguibile quella di migliaia e migliaia.
E se il popolo italiano non istudia la politica, non legge gazzette, non sa d’equilibrio e d’interessi europei, sa poi tuttavia che, quand’anche riuscisse a sottrarsi al giogo del suo governo locale, non avrebbe fatto nulla, e gli toccherebbe combattere, disordinato ed inerme, contro l’Austria, disciplinata ed armata.
Ma alla nostra destra, alla nostra sinistra, mi si potrà rispondere, la Spagna e la Grecia non ci mostrarono forse quello che può un popolo contro il dominio straniero?
A me sembra invece che queste due nazioni abbiano mostrato appunto quello che non può il popolo, quando non è che popolo, e non ha nè esercito, nè tesoro, nè buoni ordini.
Cominciam dalla Spagna.
La sollevazione di Madrid del 2 di maggio 1808 fu il primo grido d’indegnazione che gettò la nazione contro la mostruosa violenza che volea usarle Napoleone. Di pari indegnazione arse l’intera Penisola, che si coprì di _guerillas_; ma se togliamo la giornata di Baylen e la sua famosa capitolazione, dovuta più all’avarizia del general Dupont, che alla perizia degli Spagnuoli, se leviamo l’assedio di Saragozza, di Girona e Tarragona, gli Spagnuoli giammai poteron far testa all’aquile di Napoleone. Ed eran pur già prima riuniti in corpo di nazione, buono o cattivo, avean pure esercito e materiale di guerra, eran soccorsi dall’oro dell’Inghilterra, dai suoi soldati, e li guidava il duca di Wellington.
E se Napoleone non commetteva l’errore di aver due guerre ad un tempo, accese alle due estremità del suo impero: se la Provvidenza non mandava l’angiolo sterminatore a sorprendere il suo esercito nelle steppe della Russia, cosa sarebbe divenuta la Spagna, anche aiutata dagl’Inglesi?
E dove sono gl’Inglesi, dov’è il duca di Wellington dell’Italia?
E per maggior prova, quando il popolo spagnuolo non ebbe più nè l’uno nè gli altri; quando ebbe solo a dirla con una nazione grande, ordinata e non occupata altrove, come andarono le cose?
Il duca d’Angoulême corse la Spagna dai Pirenei al Trocadero, come un soldato viaggia col foglio di via, e tutto fu finito.
E la differenza corsa tra queste due guerre serve poi di nuova prova all’altra mia proposizione: essere la causa dell’indipendenza tanto più potente a riunire e render forte un popolo, che non la causa delle istituzioni e della libertà. Per l’indipendenza gli Spagnuoli, riuniti in una sola volontà, travagliarono per cinque anni Napoleone nel colmo della sua potenza. Per le nuove istituzioni, divisi ed inerti, si diedero, dopo un mese, a discrezione d’un duca d’Angoulême.
Poichè parliamo di Spagna e di _guerillas_, risponderò anche a chi dicesse: che in Italia si avrebbero ad usare, che il paese montuoso vi sembra atto, ec., ec. Chi così la pensa, sappia che non è _guerillero_ nè capo di _guerilla_ chi vuole, e dove e quando lo vuole. La _guerilla_ in Ispagna ha combattuto co’ Romani prima, poi coi Goti e coi Mori, e, se parve spenta sotto i discendenti di Carlo V e di Filippo V, ha mostrato sotto Napoleone che nel riposo non avea perduta la mano del tutto; onde si deve riconoscere che è nella natura stessa dello Spagnuolo, e, come ora si dice, una sua _specialità_. La _guerilla_, anche in Ispagna, non si scosta mai dal proprio paese, e quando se ne scosta perde ogni forza; e si potè vedere nell’impresa tentata da don Carlos contro Madrid. La _guerilla_ vuol larghi tratti di paese spopolato e senza strade, ove non possan le truppe regolari, le artiglierie, i cavalli correr facilmente e raggiungerla, ed è sempre, per dir così, l’espressione armata dell’opinione di quello nel quale opera; e così essendo, trova pane, ricovero, aiuto, avvisi, protezione per tutto, purchè, ben inteso, stia sempre tra chi la conosce e pensa come lei.
Basta questo semplice ritratto della _guerilla_, o debbo aggiungere altre parole per mostrare che in Italia è impossibile?