Dedica - Scarabocchio Le Commedie, vol. 1
Part 3
QUEL SIGNORE: — (dal lubbione lassù con un ruggito) _Un bel nulla!_
IL PUBBLICO: — (guardando all'insù fastidito) _Ancora?_
L'AUTORE: — (stanco quanto il pubblico) _E perchè di grazia?_
QUEL SIGNORE: — (trionfante) _Perchè l'Italia non ha come la Francia una società che possa fornire fatti e caratteri prettamente suoi._
L'AUTORE: — _Davvero e proprio sul serio? O la sua trovata è di seconda mano come tant'altre che si fanno riguardo al nostro teatro finchè non ne abbiamo una storia intera e provata? In questo caso non ne arrossisca: le fanfaluche, i sofismi e le cantonate d'ogni razza sull'argomento sono così comuni che fra i loro autori si contano nomi di scrittori superlativi, quale il Gravina che confuse tutti i comici del 500 e del 600 fra gli imitatori di Grecia e Roma, provando per tal modo di non avere letto i quattro migliori, Aretino, Macchiavelli, Cecchi e Porta. Muratori disse che nessun poeta comico portò maggior danno morale del Molière. L'abate Galiani, a provare dopo il Gravina ed il Muratori cotanto benemeriti delle nostre lettere, che si può anche essere un uomo di spirito e dirle grosse, scrisse che «Il burbero benefico» che aveva udito leggere dallo stesso Goldoni, è la più scipita cosa del mondo. E per farla corta Lei la conosce a fondo questa Italia meravigliosa tanto per la riproduzione del carattere antico, quanto per la sua inesauribilità nel crearne dei nuovi? E la Francia la conosce..... quanto l'Italia? Abbia pazienza; ma il nostro paese per costumi, attitudini ed espressione di sentimenti è meno diverso nelle sue Provincie di quello che non sia la nostra buona vicina dalla Moriana alla Brettagna, dal Giura alla Guascogna, dall'Alsazia e dalla Lorena a Marsiglia._
QUEL SIGNORE: — (rincarando) _E sia; ma è vano sperare intiero sulla scena l'uomo che fuori della scena intiero non è!_
L'AUTORE: — _L'ho già intesa da altri; è una bella frase che riempie la bocca; ma, scusi, erano intieri o già non decadevano i Greci d'Aristofane, i Romani di Plauto e di Terenzio? Non è appunto quando gli italiani erano più guasti che s'è scritta quella stupenda «Mandragola» che la fortuna — me lo lasci dire — ha voluto darmi il vanto di rimettere per il primo dopo più di tre secoli sulla scena col plauso concorde del Pubblico e della Critica? Non è appunto quando gli Italiani non credettero più a Savonarola che al Pontefice che sorsero i cinquecentisti e s'ebbe poco appresso la commedia dell'arte, meraviglia del mondo civile e privilegio d'un popolo d'improvvisatori? Ed erano intieri gli Spagnuoli del tempo di Calderon, gli Inglesi dello Shakspeare, i Francesi di Molière, gli Italiani di Goldoni? Se i poeti drammatici fossero grandi in ragione diretta della interezza dei loro concittadini e della conseguente grandezza della loro nazione, l'Inghilterra moderna signora dei mari e potente quanto Roma antica, non camperebbe teatralmente di raffazzonatori, e la Germania, dove un popolo immenso disciplinato dalla volontà disperata d'una patria ha saputo gittare ai piedi dell'ara della sua futura grandezza ogni tradizione ed orgoglio di Provincia, dove giganteggiano uomini tutti d'un pezzo come il Cancelliere di ferro, Moltke ed il vecchio Imperatore, avrebbe già numerato a decine i degni successori di Lessing, di Schiller e di Goethe. E badi che cotesti Inglesi e Tedeschi posseggono per soprammercato due lingue fra le tre parlate in tutto il mondo!_
QUEL SIGNORE: — (sempre più in via di scoperte) _Tutto questo non prova se non che veniamo dietro a tutti gli altri..._
L'AUTORE: — (compiendo il pensiero, ma a modo suo) _Nell'avere un giusto criterio di se stessi. Sì, abbiamo anche noi aristocrazie frivole, borghesie ridicole per la boria delle ricchezze e la supina indifferenza per ogni cosa che non soddisfi la vanità e l'interesse, e plebi, specialmente dove si campa di forestieri ch'è quanto dire di accattonaggio, stemprate e impotenti a sollevarsi dall'unica brama dei piaceri bestiali; ma, a guardarci bene e potendo far confronti, da noi la boria, la frivolezza e anche la bestialità sono sempre temperate da quella moderazione che è la vera forza del popolo italiano e che tanto più si sente e s'ammira quanto s'è più visto e studiato in casa loro gli stranieri. Grazie a questa moderazione in Italia ci si travaglia meno sconsolatamente per la soluzione dei problemi sociali, e se la smania dell'arrivare là dove spinge furiosa la cupidigia e l'ambizione è anche qui il più cocente tormento del nostro tempo, è meno che altrove vertiginosa e sfacciata. Così pure la cieca vanità per la nascita, il grado e la ricchezza è da noi sempre meno pretensiosa e soverchiante che in qualsivoglia paese, perchè aleggia tuttora nelle nostre classi privilegiate un soffio dell'antica semplicità democratica, e nelle infime un senso di gentilezza che educato potrebbe renderle superiori ai pregiudizi dell'invidia e farle scampare ai politicastri, due bei miracoli. Dia tempo al tempo, mio caro signore, e vedrà che questo popolo appena sarà disciplinato e sicuro del proprio valore, piglierà il suo posto e molto più in su di quanto lei creda ora, e non cesserà intanto di fornire all'osservatore tipi ammirabili e curiosi._
QUEL SIGNORE: — (con un sogghigno infernalissimo) _Insomma Lei ci vuole dare ad intendere che senza codesto suo disprezzo di se medesima l'Italia riacquisterebbe subito il primato nella drammatica!_
L'AUTORE: — (colle tasche piene) _Neanche per sogno, subito: ma mentre renderebbe il debito omaggio alle migliori composizioni d'ogni paese, sarebbe meno facile ammiratrice di ogni minuteria forestiera e più benigna e sollecita per gli scrittori che e nell'inspirazione e nella forma le rimangono fedeli._
QUEL SIGNORE: — (con uno scroscio) _Lei mi fa ridere..._
L'AUTORE: — _Troppo onore!_
QUEL SIGNORE: — _Voglio dire che mi fa pensare..._
L'AUTORE: — _Allora mi confonde addirittura!_
QUEL SIGNORE: — _Alle corte..._
L'AUTORE: — _Senza la sua bontà avrei finito da un pezzo._
QUEL SIGNORE: — _Infine voglio dire che sperare si possa raccogliere in un pensiero i migliori elementi fra autori ed attori, fare meglio pregiata dal pubblico la comicità da cui sgorga la satira, imporre agli scrittori della commedia lo studio della vita contemporanea, rendere insomma onesta, seria, stimata e compensata l'arte nostrale, è da matto, come lo sperare sopra un miracolo!_
L'AUTORE: — _Se ne fanno sempre!_
QUEL SIGNORE: — _E lei spera questo dal favore d'un Ministro?_
L'AUTORE: — _Manco per ombra!_
QUEL SIGNORE: — _Dall'accordo dei capicomici?_
L'AUTORE: — _Li conosco troppo._
QUEL SIGNORE: — _Forse da una società di autori?_
L'AUTORE: — _Che Dio ne scampi e liberi!_
QUEL SIGNORE: — _Allora spera nel dilettante?_
L'AUTORE: — _Vade retro!... Ecco, ripeto, chi può fare il solenne miracolo quando che il voglia: Sua Altezza Serenissima il Pubblico; il Pubblico che unico può essere il restauratore del teatro nazionale, ed a cui ho dedicato ossequente e riconoscente queste mie commedie per quello solo che possono valere in quanto si richiamano alle fonti vive ed originali della drammatica. Se poi Vostra Altezza troverà che l'ingegno corrisponde troppo di rado al desiderio di fare cosa degna di Voi, dei Capicomici che hanno avuto fede in me, degli Artisti che mi hanno interpretato accrescendomi, e dei Critici che mi hanno sostenuto, lasciatemi almeno la onesta lusinga che nulla sia in esse che venga meno alla dignità del galantuomo ed al dovere del buon cittadino._ (s'inchina e rientra nelle quinte; il pubblico, contento che la sia finita, applaude. Quel signore applaude anche lui, perchè osservato; ma se ne consola disapprovando coi vicini la chiusa, troppo discorde, dice, dai tempi nuovi...).
SCARABOCCHIO
COMMEDIA IN UN ATTO
rappresentata per la prima volta in Como dalla Compagnia drammatica di A. Monti la sera del 27 ottobre 1875
INTERLOCUTORI
GASPARE. CATERINA. BERNARDETTO.
La scena in un villaggio, oggigiorno.
ATTO UNICO
La dimora di Gaspare: una poverissima stanza al piano terreno in casa di Caterina. — Nel mezzo in fondo una porta che dà sopra la piazza: a destra dello spettatore una scala di sei o sette gradini che guida alle stanze di Caterina; a sinistra una finestra con inferriata, sul cui davanzale stanno alcuni vasi di fiori. — In fondo: a sinistra, una piccola fucina col suo mantice, la pila e l'incudine; a destra un armadio, e dietro la scala un lettuccio. — A filo di sipario: a sinistra, un banco da lavoro con una morsa, qualche utensile da armaiuolo ed una pistola a rivoltella. — A destra un tavolino ed una seggiola. — Attorno alla scena qualche seggiola di paglia. — È giorno.
SCENA I.
_All'alzarsi del sipario CATERINA appare sul pianerottolo della scala, in abito di ricca campagnuola._
CAT. — Gaspare? _(chinandosi verso il lettuccio, a voce meno alta)_ Dormite, Gasparino? _(scende la scala)_ Mi pareva di aver sentito rumore... ma vedo che non è ancora arrivato. Inaffiamogli intanto quei poveri fiori che n'avranno bisogno... _(va alla pila, vi attinge acqua con un ramaiuolo di ferro, e va ad inaffiare i fiori sulla finestra)_ Oh povera me, come glieli hanno conciati! Pieni di terriccio e di sassolini... E questo? Quasi svelto! E sì che c'è l'inferriata!.. Ma già per quei malestri ci vorrebbe altro che inferriate!... Io non so che gusto ci provino a fare tanti dispetti ad un povero disgraziato che non fa male a nessuno, anzi che farebbe molto bene, se lo potesse...
SCENA II.
_BERNARDETTO dalla destra. DETTA._
BERN. _(fuori di scena)_. — Caterina! Dov'è la più bella delle Caterine?
CAT. — Sono qui, Bernardetto; scendete.
BERN. _(entrando e fermandosi sul pianerottolo)_. — Ah! lo sospettava io!... Quando i vostri affari non vi trattengono di là, si può essere sicuri che siete sempre qui! _(scende e si avvicina al banco)_
CAT. — Ero venuta per inaffiare questi poveri fiori che Gaspare mi raccomandò tanto prima di partire.
BERN. — Già, già, i fiori!... _(prende in mano la pistola)_ Chi è il matto che gli ha affidato un'arme come questa?
CAT. _(volgendosi)_. — Per carità, è carica!
BERN. — Carica? _(riponendo in fretta la pistola sul banco)_ E lui lascia in casa una pistola a sei colpi carica?
CAT. — Egli stava per andarla a provare nell'orto, e me ne aveva avvertita, quando gli arrivò quella lettera che lo invitava a recarsi subito in città... Io che mi trovava qui...
BERN. — Per caso...
CAT. — Già, perchè non era di là, gliela lessi... e allora, addio pistola! Ora tremava, ora rideva, e intanto gli venivano giù certi goccioloni così... Poveretto, è da compatire: si tratta forse di conoscere i suoi parenti.
BERN. — Dio sa che roba, poichè hanno aspettato ventitrè anni a ricordarsi di lui!
CAT. — Chi può sapere se non c'è stata qualche fatalità di mezzo? Se dai sentimenti del figliuolo si potessero arguire quelli dei suoi genitori, io avrei ragione di sperare una bella riparazione... Ma Gaspare era tanto fuori di sè dalla gioia, che appena si fu un po' riavuto, infilò la meglio giacca, prese il bastone, e via! Ma ora che mi ricordo; se l'avete visto anche voi, quando attraversò la piazza seguito dai soliti monellacci, senza darsene per inteso, anzi ridendo, come non aveva mai fatto per lo innanzi!
BERN. — Si, io mi trovava al caffè cogli amici... I monelli, scimmiottando d'essere sciancati come lui e strombettando una marcia alla bersagliera, se lo presero in mezzo, e marche! lo avvolsero in un tale nuvolone di polvere che deve esser giunto alla città più infarinato d'un sacco in molino! Ah! ah! ah!
CAT. — Bernardetto, se mi volete bene, non fate così: quel ridere mi fa male!
BERN. — Come si fa a non ridere?
CAT. — Ma che colpa ha lui di essere così disgraziato? Se avessero avuto carità di lui quand'era piccino...
BERN. — Già... già... la solita storia: se uno è zoppo o sciancato, è sempre perchè lo tenevano in braccio soltanto da una parte: se è gobbo è sempre perchè lo lasciavano affondare troppo nella culla... Insomma, a sentirli loro, sarebbero tutti belli, se non fossero tutti brutti!
CAT. — Un bel merito avete voi di essere... diverso da lui!
BERN. — Un gran merito, poichè piaccio alla mia Caterina!
CAT. — Vanesio!
BERN. — Può essere; ma se fossi sciancato, sbilenco e rattrappito come lui, non mi sposereste.
CAT. — Se vi volessi bene, perchè no?
BERN. — Ma non mi guardereste neanche se fossi brutto come lui!
CAT. — Chi vi dice che Gaspare sia brutto?
BERN. — E non canzono!
CAT. — Lasciamo da parte la disgrazia di quella gamba...
BERN. — Obbligataccio! E non ne ha che due: se glie ne levate una!
CAT. — Di cera non è proprio brutto... Se si facesse tagliare i capelli come voi... la barba....
BERN. — La testa.
CAT. — Gli occhi sono dolci... Sicuro: l'avete obbligato a fuggir sempre, a cercar sempre di nascondersi! Ma se non ci fosse la disgrazia di quella gamba...
BERN. — Eh! gamba più, gamba meno, non importa!
CAT. — Sapete ciò che vorrei vedere io? Se Gaspare allevato come voi ed abituato ad essere rispettato, coll'ingegno che ha... — voi stesso avete detto che imparò prestissimo quel po' d'arte che sa dall'armaiuolo che fu qui di passaggio, ed io aggiungo che quando non ha paura di essere deriso, dice cose che vanno al cuore e non dicono gli altri — vorrei vedere, diceva, se non sarebbe...
BERN. — Uno scarabocchio?
CAT. — Chiamatelo com'è battezzato, ve l'ho già detto, _(passa a destra)_ altrimenti ci guastiamo.
BERN. — Dunque Gaspare, Gasparino, Gasparone! Ma voi convenite d'una cosa... _(la piglia a braccetto)_
CAT. — Sentiamo...
BERN. — Considerando, primo: che voi sola in tutto il paese lo chiamate Gaspare e non Scarabocchio come l'ha fatto mamma natura... lasciatemi dire; secondo: che seguitate a concedergli l'uso gratuito di questa stanza che con pochissima spesa potrebbe affittarsi come fior di bottega...
CAT. — Terzo: che quando non sono altrove sono sempre qui.....
BERN. — Si potrebbe concludere che la bella Caterina, se non capitava a tempo Bernardetto, avrebbe tollerato che lo sgorbio le facesse l'occhiolino di triglia!
CAT. — Lui? Oh poveretto, che non osa quasi guardarmi! Ma siete matto?
BERN. — A parte gli scherzi, appena ci siamo sposati, aria!
CAT. — Aria? E voi credete che io possa abbandonare nuovamente alla gente senza cuore perchè ne faccia il suo trastullo quello che mia madre buon'anima ha raccolto? Non ci pensate neanche: sarei una cattiva figliuola, una cattiva cristiana!
BERN. — Ebbene tenetevelo; ma non qui, laggiù in fondo all'orto sotto la tettoia... Vuol tanto bene alle bestie: terrà compagnia al ciuco.
CAT. — Bernardo, quando si ha la fortuna di esser nati sani, robusti, e fatti... via, in modo da essere contenti, si è come tenuti per dovere a fare meno dura la disgrazia degli altri; e voi potete odiare un disgraziato che è buono come il pane?
BERN. — Io lo odio? Neanche per sogno! Lo amo: mi fa ridere! Ma non voglio che mia moglie abbia sempre sott'occhio un coso disgraziato, disgraziatissimo, ma brutto e ridicolo.
CAT. — Bernardo, state ad ascoltarmi, mentre siamo sul discorso e siamo sempre in tempo...
BERN. — Io non lo sono più, poichè m'avete preso l'anima!
CAT. — Io voglio che mi promettiate una cosa, ma sul serio.
BERN. — Ma mille, Rinuccia mia! _(per abbracciarla)_
CAT. — Una sola e le mani a casa che farà due. Io vedo con dolore che avete l'abitudine di scherzare su tutto, di farvi beffa continua delle altrui debolezze, e peggio poi delle imperfezioni del corpo...
BERN. — Per chiasso! semplicemente per chiasso!
CAT. — Or bene, io sono donna, e perciò mi sento debole anch'io; e i vostri bei scherzi, le vostre famose burle mi dànno tutte una sensazione dolorosa come se fossero fatte a me. Voi lo sapete, quando ammazzarono il povero gatto di Gaspare io stetti tutto il giorno senza poter mangiare... Sarà una cosa ridicola; ma io domando se nel petto di chi fa queste belle prodezze possa battere un cuore per un sentimento gentile, un cuore che mi sappia, se il Signore mi volesse mandare una disgrazia, compatire e consolare.
BERN. — Caterina... via... sentite: appena sono vostro marito, delle farse non se ne fa più... (E speriamo bene che non se ne faccia a me).
CAT. — Appena sarete mio marito?.. E perchè non da questo momento?...
BERN. — Per affrettare quell'altro momento che non viene mai!
CAT. — Proprio da uomo di cuore e di onore me lo promettete?
BERN. — Di cuore e d'onore.
CAT. — Allora, quand'è così, vado a mettermi un velo, e andiamo subito colla zia da ser Agapito a combinare il giorno del matrimonio... Aspettatemi qui.
BERN. — Ah! la più cara di tutte le Caterine!
CAT. _(salendo la scala)_. — Ma badate, fine alle beffe, o finirete per farmi amare quelli che perseguitate.
BERN. — Inteso. _(le manda un bacio)_
CAT. — Dieci minuti e sono in ordine...
BERN. — Dieci ma non venti... _(indietreggia sino al banco per vederla allontanarsi)_
CAT. — Ma lasciate stare quella pistola...
BERN. — Non dubitate: mi sta troppo a cuore vivere con voi, e per voi... Uh cara!... Spicciatevi a sposarmi... o io ve la faccio a voi l'ultima burletta!
CAT. — Matto! _(via dalla destra)_
BERN. _(mandandole dei baci)_. — Matto! mattone! mattissimo! — Ah! Ah! Tu hai un bel dire, ma se Bernardetto è riuscito a far breccia nel tuo cuore, nel cuore d'una ragazza buona come il pane, bella come un fiore, e ciò che non guasta nulla nell'anno di poca grazia in cui mi trovo, ricca come un tesoro, è perchè sono un giovane allegro, che tutti i giorni ne sa inventare una per far dimenticare agli altri le tasse e a me... che non ho più da pagarne! Ma, a proposito, moriva dalla voglia di leggere la lettera che mi scrive dalla città l'amico Roberto... _(trae di tasca una lettera suggellata)_ anche lui della confraternita del buon umore. Ho fatto bene a tenermela in tasca, chè se Caterina si avvedeva della cosa! mandava a monte la farsa. Ma sentiamo come è andata. _(legge)_ «_Carissimo amico — Il tuo raccomandato mi è arrivato ieri sera mentre io mi trovava a cena alla Corona di Spagna, secondo le nostre intelligenze_ — Bravo! — _Sebbene non fosse prestabilito, ho avuto carità d'un povero diavolo che aveva fatto venticinque miglia a piedi, e gli ho fatto dare da cena_ — Benone! — _Quando ebbe mangiato e bevuto, gli ho fatto intendere con gran mistero che io era incaricato da persone che ad ogni costo volevano rimanere incognite, di fargli noto che se dichiarava di rinunziare per sempre alla ricerca dei suoi parenti, questi gli avrebbero fatto pagare per tutto il tempo della sua vita cinquecento lire al mese. Per far corto, ti dirò che il tuo imbecille è caduto pienamente nella ragna; ma che mi ci volle del buono e del bello per rimetterlo in istato di ritornare a casa colla diligenza, di cui gli ho pagato un posto perchè non avesse da cambiare i biglietti._ — Bravissimo; io non ci aveva pensato — _Anzi, a dirti tutta intiera la verità, sono stato lì lì per isvelargli la burla, tale e tanta è stata l'impressione che mi ha fatto il suo stato... A rivederci alle tue nozze e credimi, ecc._» Ma che impressione! Se tu sei di fibra tenera non sarai mai capace di condurre a fondo una bella burla coi fiocchi, amico mio! Ma già egli non riflette, come Caterina, che se il ridere è quello che distingue l'uomo dalle bestie, per far rider l'uomo necessariamente la natura ha dovuto inventare la classe benemerita degli uomini ridicoli! Che colpa ho io se quando vedo Scarabocchio mi dimentico subito che ci sono dei creditori? A proposito, ne ho uno che è gobbo... Un giorno, il giorno della sua festa, scrissi una circolare a nome suo a tutti i gobbi che c'è a tre miglia attorno, con invito a pranzo, adattando bene inteso i pretesti alle persone... Non ne mancò uno!... E io cogli amici in istrada a vederli arrivare all'ora fissata, picchiare, entrare, e poi uscire furibondi... Che risate! Ma di siffatte burle, ora non mi degno più: ora mi occupo delle mistificazioni colossali, machiavelliche, infernali! Ma per riuscire che potenza di calcolo! Che previdenza! Preveder tutto e non dare a veder nulla, conservando l'aria del più perfetto minchione di questo mondo, ma colla coscienza di fare anche onore più che non si pensi al paese... Sissignore, onore! perchè i forestieri che vengono a visitarci, vedendo che tutti ridono, scrivono a casa loro: gli abitanti di questo paese sono tutti di buon umore; dunque godono tutti buona salute, dunque hanno tutti quattrini in abbondanza, e governo e pappa a buon mercato; dunque questo è il paese più florido, felice e potente del mondo! _(chiasso di fuori, urli, fischi ed applausi; si sente mettere in fretta una chiave nella toppa della porta di mezzo)_ Fischiano! È lui! _(si nasconde dietro il fucinale)_
SCENA III.
_GASPARE dal fondo, con premura. Appena entrato si rivolge a parlare verso la strada, non tenendo fuori della porta che il capo. DETTO._
GASP. — Fischiate, figliuoli, fischiate pure; ma per l'ultima volta, poichè il vostro bel divertimento è finito per sempre! _(chiude in fretta la porta e va a sedere sopra la seggiola accosto al tavolo a destra)_ Miserabili quasi quanto me, e pur sì feroci nel deridermi! La colpa è anzitutto dei parenti che non vi dànno buon esempio, e poi delle autorità che tollerano, loro così permalose, che si insulti una creatura che non fa male a nessuno... Ma non pensiamo più al passato; l'avvenire è mio! che dico, il presente! Essa è in casa... ho sentito la sua voce dalla piazza... mai mi parve così dolce e cara! O povero me, come il sangue mi corre al capo! Sono sfinito dalla fatica e pure non riesco a calmarmi... Lo credo io! comincio ora a vivere!
BERN. _(che frattanto gli si è avvicinato sulla punta dei piedi non sentito e non visto, gli pone le mani sugli occhi standogli dietro)_
GASP. — Ah! — Chi è? — Siete voi, Caterina? _(toccando le mani di Bernardetto)_ No... Avete le mani troppo grosse voi! Siete Bernardetto.
BERN. — Bravo, hai indovinato.
GASP. — Bel merito! Siete suo cugino, siete sempre qui... E poi chi vi avanza nel fare delle burle?
BERN. — Te l'hai a male anche questa?
GASP. — Se non mi aveste mai fatto altra burla che questa!
BERN. — Ma ora sono finite per sempre, Gasparino mio.
GASP. — (Non mi chiama più Scarabocchio?) Perchè dite che sono finite?
BERN. — Perchè basta guardarti, si capisce subito che hai fatto un'eredità... che hai trovato un tesoro... insomma che c'è del nuovo in aria!
GASP. — E se anche fosse, non lo dirò a voi che me ne avete fatte tante!
BERN. — Ti ho fatto qualche burla, è vero; ma del male poi non te n'ho fatto punto.
GASP. — Non m'ha fatto del male! Sicuro che non mi avete preso a sassate, no; ma alle volte fa più male una parola che un sasso!
BERN. — Io t'ho chiamato Scarabocchio come gli altri... Gran che!
GASP. — Prima degli altri, e questo è peggio che una sassata!
BERN. — Prima o dopo, era per ischerzo... E se tu non eri così permaloso, la cosa cascava da sè; ma sì, tu andavi sulle furie!
GASP. — Non aveva ragione? Sono uno scarabocchio io? Ho questo difetto che non posso stendere la gamba come vorrei; ma quando io sto fermo sono alto come voi, e se sono seduto...
BERN. — Non sei più che un mezzo scarabocchio! Ma ritorniamo a bomba: tu vuoi fare dei misteri con me! ma sai a chi lo devi se sei contento? Lo devi a me solo.
GASP. — A voi? Impossibile!
BERN. — Perchè ho riso qualche volta di te, credi che io sia capace d'impedirti di migliorare la tua condizione?
GASP. — Voi potevate impedirmi?...
BERN. — Sicuro, tacendo! Ma sarei stato un fior di birbante, far del male a chi m'ha fatto tanto ridere!
GASP. — Bernardo, provatemi che io debbo a voi il mio avvenire ed io vi domanderò perdono in ginocchio del mio dubbio!
BERN. — Allora inginocchiati e subito, imbecille! _(trae di tasca due lettere; una è quella già letta; la rimette in tasca e legge l'altra)_ Questa... questa... «_Onorevole signor Bernardetto_». Ma prima di tutto guarda i timbri postali e la data. Tu non sai leggere; ma i numeri mi pare che li conosca...