Dedica - Scarabocchio Le Commedie, vol. 1
Part 2
_È bensì vero che lo stesso Giustinopolitano si lascia poi sfuggire che cotesti comici, quali «inimici di ogni politica civile et d'ogni nobile conversatione» debbono essere cacciati da ogni bene ordinata città come la «vera origine della corruttione de' costumi et male creanze», e che Ottaviano Garzoni, poco più tardi, non dubita di asserire che appunto «per cagion di costoro giace sepolta nel fango l'arte comica!»_ (all'autore che si è mosso credendo che il signore arrivato all'impertinenza abbia come di regola finito) _Aspetti che non ho finito!_ (l'autore incrocia sul petto le braccia rassegnato quanto alla lettura d'una tragedia) _Non è soltanto in Italia che c'è il mal vezzo di pigliarsela con noi dopo di avere esaurito, bene inteso, ogni arte per avermi dalla loro. Giusto nel tempo in cui lo Shakspeare rincarava la dose della botta dantesca contro il Pubblico, il maggior genio letterario della Spagna, Cervantes, quello in cui si riflette più limpida, arguta ed originale la vita della sua epoca — vede che non gli nego giustizia — asserisce, per fare la terna, che il Pubblico «non sente entusiasmo che per le stravaganze», e che dopo di averlo studiato intus et in cute «non sa ancora se sia più sciocco o più ignorante». Nè meno grave è il carico che gli si fa in Francia riguardo al Molière, il suo maggior scrittore. Il quale avrebbe avuto dalla sua, e basterebbe, il Re che aveva dello spirito anche per gli altri, Corneille e Racine, due Regine, il Principe di Condé, La Fontaine e La Chapelle, non la borghesia di cui è pure alla stretta dei conti il poeta, e meno che mai il popolo indifferente e qualche volta ostile, quasi che il Pubblico d'allora non fosse ancora la Corte e l'aristocrazia, quasi che potesse dirsi ed essere Pubblico l'orda di mascalzoni che avrebbe fatto Dio sa quale sacrilego insulto alla salma istessa dell'autore del «Tartufe» quando la vedova non gli avesse gettato nelle canne ingorde l'offa di un sacco di quattrini! Da Molière vengo dritto al Goldoni: così non dirà che mi faccio commodo di citare soltanto degli ignoti o dei guastamestieri: da Plauto, Terenzio, Orazio agli inventori santificati del mistero; da Dante a Macchiavelli il cui prologo della «Mandragola» dimostra il pochissimo conto in cui tiene il Pubblico; da Shakspeare a Cervantes, a Molière, a Goldoni. Ebbene il Goldoni, anima serena e sole di ottimismo, ebbe a dire che si gusta di più «Arlecchino finto principe» che non le commedie più fine, argute ed eleganti. Poco dopo Goldoni, ma assai meno discreto e cortese, il Goethe dice in Alemagna: «Bisogna guardarli da vicino questi Mecenati: o freddi, o rozzi, o disattenti, o svogliati e sempre vaghi di novità soltanto; vera ciurmaglia fluttuante, più cupida di vedere che di sentire, che si può abbagliare e non mai soddisfare, per cui è proprio un delitto l'incommodare le muse! Basta esaminarli da vicino, dico, per sentir subito venir meno ogni inspirazione e sentirsi spinti verso un abisso di volgarità!». Il Giove olimpico ha parlato così schietto che non monta sapere quanto si dicesse poco prima in Francia sull'argomento da Voltaire, Rousseau e Diderot; vediamo piuttosto se quell'altro astro splendentissimo del nostro firmamento che è il Manzoni abbia fulminato il Pubblico che non si vergognava di fischiargli l'«Adelchi» ed il «Carmagnola». Il Manzoni si contenta di dire con calma antica che il Pubblico non ha criterio: se un lavoro gli pare cattivo, non ha misura nel buttarlo a terra; se invece non sa farci un appunto, se ne sbriga con un «gh'è minga mal», aspettando che dai compari dell'autore gli si dia in mano un verdetto bell'e fatto. In fondo il giudizio non è meno acre dell'invettiva del Goethe. Intanto, mentre Lord Byron afferma che «nessun uomo di animo delicato e gentile può commettersi all'arbitrio d'una folla di spettatori», altri meno illustri e più arroganti affermano che questa è «sempre essenzialmente ipocrita, poichè rigorista fino all'assurdo colla prosa, tollera ogni più sconcio laidume in versi; perchè mentre pretende che la commedia rispetti le convenienze e le convenzioni sociali, corre nei teatrucoli dove l'arte si fa compiacente mezzana d'ogni foja e sguaiataggine». Sthendal e Berlioz colgono ogni occasione per dirla «vaga soltanto di scipitaggini e di platealità». Dumas figlio pubblicò pochi anni sono che «non si va al teatro se non dove si fa più chiasso e c'è maggior possibilità di stordirsi»; che «agli spettatori si può domandar tutto, meno l'attenzione», e che dessi «non chiedono all'arte che la sensazione di un momento». Altri loro appunta di correre, novelle pecore di Panurgo, dove picchia più forte la gran cassa, e altri invece rimprovera loro «di arrivare sempre troppo tardi, magari alla fine del primo atto, di chiacchierare mentre si recita, di ridere più allo sboccato che all'arguto e di sottolineare col meno onesto cachinno ogni scellerata allusione, salvo poi a pigliare, appena calato il sipario, la prima maschera di Catone da strapazzo che loro capiti sotto la mano, per disapprovare..... se stessi». Finalmente...._ (respiro unanime dell'autore, della stampa e del pubblico) _a dare il resto del carlino e a darlo proprio al Pubblico italiano, ecco messer Hans De Bülow, scrittore musicale, concertista e battista in Italia di quel Messia che chiamò i nostri più ammirati maestri compositori da chitarra... averne noi e loro! Questi non potendo comportare la leggerezza con cui il Pubblico aveva accolto «la morte per lo Czar» del povero Glinka, dette in ciampanelle, non ricordò che lo stesso Pubblico non s'era dimostrato più riguardoso colla «Gazza ladra», la «Norma» ed il «Mefistofele», e gli scaraventò di botto tre micidiali imputazioni, accusando prima l'aristocrazia di «preferire, incurante d'ogni buona cosa paesana, alla divina musica del linguaggio nazionale il francese più sgrammaticato, cupida soltanto di vaudevilles e di operette come d'ogni altra frivolezza pur che straniera»; quindi scagionando la borghesia d'ogni responsabilità coll'affermarla «troppo povera e pigra per essere colta», e infine sentenziando «la plebe non essere bramosa che di scandali»... L'invidia essendo nel cuore italiano tanto potente quanto deve essere umiliante la coscienza della nostra impotenza, l'esito di ogni componimento teatrale dipende dal campanilismo o da una camorra, o dall'intonazione che si assumerà di dare al verdetto del Pubblico quel biricchino di ogni età e condizione che secondo il tedesco insatanassato sarebbe una delle maledizioni «di cui l'Italia ha il triste privilegio...» Nient'altro, e festa. Ultima, una Regina di spirito e di bellezza — e ne ho serbato la sentenza in fondo — Elisabetta di Rumenia, dice che «il Pubblico è come il mare» — meno male che il paragone è lusinghiero — «porta e sostiene l'arte e gli artisti» — ci si rende giustizia finalmente! — «per poi inghiottirli»..... Tombola! Ma io sarei indiscreto se non concludessi subito....._
TUTTI GLI ALTRI: — (in cuore) _Sissignore._
QUEL SIGNORE: — _..... e concludo che mentre questi, fra scrittori ed attori, mi manda a scuola di garbo e discrezione, quell'altro mi accusa di applaudire soltanto quando non capisco; quegli di fare della politica, che come si sa è una porcheria poco pulita dappertutto, e di farla in teatro; questo qua, e m'ha l'aria di essere un vecchio comico, assicura che ho così poco criterio d'arte da bastare, per farmi salire all'entusiasmo, un passaggio repentino dal pianto dirotto alla risata più sgangherata — una cosa fra le tante che non si vedono che sulla scena — o il crescendo d'apostrofi a prova di polmoni, non importa se contro ogni verosimiglianza di situazione e di ambiente; Tizio dice che sono un tardigrado dalla pelle d'ippopotamo, col cervello privo di discernimento e il cuore con tanto di pelo; Caio che se non sappiamo essere che un sinedrio meticoloso coi valorosi ed un bimbo di anime senza entusiasmo coi genj, gli inetti ed i mediocrissimi sono sempre sicuri della nostra indulgenza più larga. Così tirati i conti, il Pubblico che si chiama inclito e colto sui cartelloni, finchè non ha pagato il suo biglietto, appena è in teatro se non è la «mala bestia», è l'«orbetto» o, alla meno peggio il «grand'asino!»._
_E con questo voglio dire che se in ogni tempo scrittori ed attori hanno sempre cercato con ogni artifizio il nostro concorso e il nostro suffragio, hanno sempre finito col morderci la mano, sia che la stendessimo larga di applausi e di corone, o che la ritraessimo sdegnosa. Mecenati noi? Non ci mancherebbe altro per crescere la burletta!_ (s'inchina al Pubblico, volgendo sdegnoso le spalle all'autore, e aspettando un applauso per sedere: il Pubblico intontito sta per applaudire; ma l'autore s'inchina al signore in atto di tanto ossequio e gratitudine che l'effetto della filippica si sbianca in una clamorosa risata).
L'AUTORE: — _Mille grazie sentitissime._ (al Pubblico) _Plinio il giovane consiglia come il migliore dei mezzi per acquistare la grazia di un Mecenate quello di spiattellargli intera la verità; ma davvero io non sarei arrivato neanche ad un terzo della correntina che ha fatto prendere al signore l'onesta premura di tener Vostra Altezza informata di tutte le bestemmie che hanno fatto profferire contro di Lei la stizza o la disperazione. So benissimo che per lo più le dediche non hanno altro scopo che trovare un Cireneo per le gravi spese della stampa; che servono assai più che alla lode del Mecenate al gonfiamento dell'autore, e qualche volta, fra una confidenza ed un'insinuazione, alla stroncatura dei rivali; che se n'è fatte d'ogni risma e colore, agli amici ed ai nemici, ai vivi ed ai morti, a Domineddio come a messer Belzebù, ai Sovrani dispensieri delle grazie come a Mastro Impicca..._
QUEL SIGNORE: — (interrompendo come per un fatto personale) _Domando la parola!_
L'AUTORE: — (avvezzo) _Parli, ma non più d'un'ora._
IL PUBBLICO: — (atterrito) _No! Basta! Alla porta!_
QUEL SIGNORE: — (piglia due cappelli e poi la porta).
UNA VOCE: — (mentre si ride) _Lo metta in commedia._
L'AUTORE: — _Mette il conto? — Signore belle e gentili, signori cortesi e discreti, nulla può essere tanto vilipeso quanto quegli di cui s'invoca più ardentemente il favore: testimonj le donne e gli Dei. Ma nè io ho mai cercato con arti vili il vostro suffragio, nè vi ho morso la mano quando si ritraeva da me sdegnosa; no, neanche nei momenti nuovissimi in cui viene a meno ogni più sottile speranza di arrivare in porto, mi sono mai sognato di affibbiarvi la responsabilità del naufragio._
_E qui bisogna che vi dica in confidenza che se voi conosceste quei momenti accogliereste con un sorriso pietoso gli sfoghi di chi vorrebbe aver l'aria di disprezzarvi perchè si sente privo della vostra grazia, dopo di aver cercato di meritarla o sperato almeno di ottenerla comecchessia; direste con noi: oh quanto è difficile quest'arte quando si propone di soddisfare ad un tempo la folla, il bel mondo ed i pensatori! quante debolezze non ispiega e scusa nei suoi cultori la sua incessante ed infinita esigenza!_
_E davvero si ha un bel conoscere il palco scenico con tutti i suoi spedienti dell'ottica e della meccanica, le botole e le trappole, le scalette ed i corridoj, da quello che striscia giù sotto le tavole fino al buco del rammentatore a quello che s'arrampica lassù al balconcino dei siparista, le stanghe che attraversano il cammino e le cantinelle che pendono sul capo minacciose, le mille cordicelle pioventi dal pajuolo come le fila d'una tela di ragno a reggere e governare tutto il leggero edifizio di carta che un fischio come una favilla possono mandar per aria in una mutazione di scena od in una fiammata; si ha un bell'aver passato sopra queste tavole delle mezze giornate nel lavoro struggente del mettere in iscena, averle attraversate in tutti i versi di giorno e di notte, e più d'una volta, di sera, a sipario alzato ed a teatro pieno ed abbagliante, col sorriso sulle labbra ed il cappello in mano, senza inciampare, riconoscente e dignitoso, si ha un bel possedere il segreto del far ridere e del far piangere che è il segreto dell'arte o l'arte medesima, un bel conoscere quasi di persona il Pubblico e quale la sua corda da far vibrare più sonora e quale convenga meglio lasciar muta; quale la sua passione, la moda, la debolezza od il capriccio del momento; in quale tono si sia più sicuri e in qual altro meno; si ha un bell'avere appreso gli artifizi e le malizie e i tratti di genio di tutti quelli che vi hanno preceduto..... Eppure ecco che ad un tratto, dove meno lo si supponeva, le tavole traballano sotto i piedi; ecco che con tutto il congegno intellettuale e manuale della scena vi viene meno il favore del Pubblico!_
_Da quel momento, Altezza, non capite più nulla, non sapete più nè dove siate, nè quello che vi facciate: la gola arsa e serrata come nel pugno d'un manigoldo, lo sguardo che sfugge l'altrui sguardo come se si avesse commesso un delitto, il passo vacillante come se si fosse ubriaco di vino cattivo, andate innanzi fra le stonazioni e le papere più assurde, gli sbadigli più sganasciati, le tossi più ribelli, le ammirazioni più ironiche, come si va in mezzo ad una tempesta alpina, di notte, senza guida e senza lanterna, sopra un ghiacciaio irto di creste e di crepacci, quando i lampi vi spalancano il pericolo senza farvelo cansare._
_Da quel momento non c'è più testa di bulletta in cui non s'inciampi, non quinta o capretta in cui non si dia del naso: sentite che state per cadere dinnanzi ad un bel migliaio di persone, a quel fiore dell'intelligenza e del buon gusto che la cortesia dei giornali ha invitato alla festa. Festa, sì giusto; ma di quelle orrende che finiscono con un sacrifizio umano, il vostro. Allora pensate con terrore che questo sacrifizio vi ucciderà tutto intero, peggio associerà il vostro nome al ridicolo. Ma che nome, che passato? Tutta un'illusione come la vostra pretesa intuizione teatrale. Guardate quel servo di scena che aspettava col fine della commedia il vostro trionfo e la mancia, nella prima quinta, di rimpetto a voi; quel servo dalla faccia scialba e lo sguardo ebete, che v'ha sempre fatto ridere per il contrasto della sua livrea troppo ampia e gallonata colle scarpaccie e le calze bucate sui magri stinchi, ora vi fa paura. Non vi sorride più; vi guarda come un uomo che lo ha tradito. E quel bisbiglio che v'arriva dal fondo della platea come lo distinguete in ogni sua interlocuzione attraverso al dialogo fra gli attori? Dicono di sicuro: senti che spropositi! Che sciocchezze pretensiose! Neanche il senso comune! Fischiarlo? Legnate! E lasciarlo morto sul tiro! Allora il vostro pensiero corre in un lampo la rassegna dei vostri successi incontrastati, quasi in appello per l'ultima difesa..... Ahimè, dessi non pajono più a voi stesso che un effetto di combinazioni passeggere. E non ne avrete più mai; siete finito e finito in un fiasco scandaloso. Ma perchè ve ne state qui a masticarvi l'anima in questo spasimo di berlina? Tanto non c'è miracolo di caso o d'arte che vi possa salvare; via, via subito, per la scaletta del palco scenico. No, non potete più fuggire: dovete morire qui, dopo un'agonia che vi lascia comprendere che la vostra morte sarà senza dignità e pudore, ridicola. Giù! Giù! gridano. Bisogna che caschiate giù, di peso, tal quale un sacco di cocci, tal quale un pagliaccio da circo atterrato da una formidabile pedata; giù dinnanzi a tutto il Pubblico, giù proprio a quella scena dove gli attori vi dicevano che sareste salito sul carrettino trionfale; giù lungo e disteso in mezzo ad un'immensa saettata di risa e di fischi di quella stessa folla che v'ha tante volte applaudito, che v'ha detto tante volte che i vostri lavori erano belli ed onesti; come se nato per così dire di voi medesimo non aveste costrutto voi senza duca o maestro e pietra su pietra questo piccolo ma sudato edifizio della vostra riputazione a furia di volere e di studiare, come se invece di essere alla peggio un povero mattoide, foste una forca di borsaiuolo colto in sul fatto dai carabinieri!_
_E voi, disperato, vorreste uscire sulla scena a dire al pubblico: questa non è una giustizia, è un insulto, una vigliaccheria, perchè io non merito di essere insultato personalmente, direttamente, pubblicamente! E per insultare me paralizzate l'attore e gl'impedite di essere il mio interprete e vendicatore? Siete anche sciocchi; sì, vili e sciocchi, e chi se l'ha a male, venga su che l'aspetto!....._
_Ebbene a me queste sparate neroniane non mi sono neanche passate per il capo. Ho sentito anch'io, e come! la mazzolata fra capo e collo, le fischiate trapassarmi acutissime gli orecchi e il cuore; ma poi passato il primo intontimento, appena uscivo all'aria e potevo, rimasto solo coi miei pensieri, fare nel nuovo e tardo e pur non inutile rigore della mia coscienza il lungo e minuto esame del mio peccato, io, senza dissimularmi gli sguardi di ironica pietà, i me ne duole ipocriti, le spallucciate ed i pettegolezzi che avrei dovuto sorbirmi dalla marmaglia farisaica che sta attorno al teatro, non solo non me la pigliavo più con voi, non solo non vi mandavo più l'usato semplicissimo accidente, ma a poco a poco finivo per meravigliarmi che foste stato così longanime, finivo per andarmene a casa, a letto, e per addormentarmi, sul mattino, certo non lieto nè tranquillo, ma senza rancore, anzi convinto e persuaso che se la malaugurata commedia invece che mia fosse stata vostra, io, parola d'onore, v'avrei fischiato molto di più!_
_Ad ogni modo la lezione non veniva nè invano nè senza appello, e così mentre posso dire di non essermi mai unito agli infallibili che soliti a pigliare il Pubblico sotto gamba lo coprono di vituperî tutte le volte che non dà loro del turibolo sotto il naso, non ho dimenticato che voi siete stato il primo a compatirmi, a darmi coraggio, e qualche volta, lo debbo dire? m'avete fatto così contento da compensare in tre ore ogni passato studio e travaglio._
_Oh non nego di avere qualche volta provato la tortura di vedere la drammatica così bella e nobile fatta trastullo di mestieranti e di gente senza gusto, e peggio forse di non trovare negli spettatori quei criterii sui quali lo scrittore possa dare una base sicura al suo lavoro! Ma tirati i conti, data la tara alle debolezze ed ai capricci d'un momento, sarebbe stoltezza il dimenticare che nel Pubblico italiano si può ancora trovare quella somma serenità che proviene dall'indiscusso pontificato di Virgilio e di Orazio, di Dante e di Boccaccio, di Ariosto e di Leonardo, di Allegri e di Rossini e di Verdi; serenità che procede tanto dalla temperanza della nostra filosofia quanto dalla bellezza delle donne, della terra e del mare, dalla mite temperie quanto dallo splendore del cielo, dal bisogno pacifico e continuo di bellezza, di espansione e di cordialità, e più ancora da quella larghezza nell'accettare ogni forma, pur che inspirata a verità, che deriva forse dal trovarsi l'Italia fra la Grecia che ci attira verso la seducente squisita bellezza delle sue arti, e l'Occidente che ci attrae verso l'osservazione e l'umanità....._
_Per questo voi siete, o Altezza, il migliore degli efficienti del nostro teatro, ed io vorrei, solo per fare più degna di voi questa pubblica dimostrazione di riconoscenza, che in me fosse pari alla volontà e l'ingegno e la fortuna._
_Vorrei avere uno di quegli ingegni pronti e vivaci che mentre hanno il privilegio di saper dare l'atteggiamento e la movenza ad ogni pensiero più alto, scintillano e fiammeggiano di spirito inesauribile nell'espressione della vita comune, e arrivano così a lumeggiare ogni movimento d'idee e di passioni..... Vorrei sopratutto aver il talento del cogliere il vero in sul fatto che hanno avuto quei maestroni di rispecchiature che sono Carlo Goldoni, Carlo Porta e Gioachino Belli. E s'intende che colla lingua meglio appropriata, semplice e spontanea, senza riboboli e leccature, evidente ed elegante, possederei il segreto prezioso di quella forma schiettamente nostrale che aggiunge tanto prestigio ad ogni lavoro, e che deve tornare in onore anche sulla scena vituperata da così lungo tradimento di traduttori: allora sì che il dialogo mi riescirebbe naturale, saporito e frizzante e sempre rispondente ai personaggi ed alle situazioni; allora sì che le mie favole avrebbero semplicità, vigore e rapidità precipitante di avvenimenti e i caratteri aggetterebbero vivi e parlanti; allora sì che le mie commedie potrebbero avere il vanto supremo di rappresentare nell'osservazione e nella satira tutta la vita del mio tempo!_
_Nè mi farebbero difetto i soggetti; non nei libri, ma guardando attorno a me nelle case e nelle chiese, nei tribunali e negli uffici, nei parlamenti e nelle caserme, nei palazzi e nei tuguri, per le vie e per le piazze, dappertutto dove si vive e si muore, dappertutto dove si ride e si piange; dal dramma tragico alla farsa; dagli eroi meravigliosi dell'amore e dai campioni della civiltà ai miserabili odiosi o ridicoli, impantanati nel vizio o nel delitto, poichè l'arte, fatta ora più intima e nello stesso tempo più vasta, può abbracciare tutto, purchè faccia passare tutto attraverso a quell'analisi spassionata ma severa in cui tendono a purificarsi la società, le leggi e la stessa filosofia religiosa. E guardando, mi avvedrei che nel trionfo fulgoreggiante della civiltà moderna più d'una voce si leva a sfrondarne gli allori ed a turbare i vincitori coll'imporre loro gravi, imprescindibili doveri; mi avvedrei che nella moltiforme lotta per l'esistenza ci sono delle anime in su e in giù da difendere; che nella bufera di negazione che imperversa, quasi che le vittorie della scienza svincolassero gli uomini dai doveri, ci sono anime da sorreggere, le anime semplici, pietose, ingenue, che paiono deboli perchè non sono ribelli e sono invece i più forti baluardi della società, le arche della virtù antica, i capisaldi della famiglia e della patria, gli eroi del dovere e dell'abnegazione: a costoro la gloria che si merita chi in tanto germogliare di sterili vanità, in tanta gara di ignobili ambizioni ci ritempra collo spettacolo della sua fede gagliarda e della sua calma forte e rassegnata contro ogni dolore: gloria! gloria!_
_Mi ricorderei che la miseria incolpevole, ultima forma della barbarie, è il problema insoluto d'una società che ha più indulgenza per il farabutto che ammirazione per il galantuomo: carità e giustizia!_
_E canzonerei allegramente la molta gente più avida di chimica che di filosofia, di voluttà che di gioie profonde; satireggerei acre il venusto sensualismo paganeggiante che ha l'apparenza di non essere entusiasta che per l'arte, e in fondo è fior d'egoismo feroce; sferzerei a sangue il sentimentalismo isterico che declama molto e non fa mai niente; staffilerei la gioventù pretensiosa e nulla, senza passioni e senza entusiasmi; morderei le donne belle dal cervello d'oca, la testa piena di cattivi romanzi ed il cuore vuoto, carne e non anima, carne destinata a far le spese della commedia dell'amore, la meglio rappresentata dagli uomini dopo la politica, che è quella in cui riescono anche quelli cui la teatrale fece cilecca, e mi divertirei, divertendo, collo smascherare gli ipocriti d'ogni altezza come d'ogni colore... E da tutta cotesta materia, or comica sino alla parodia sbardellata, or tragica fino alla terribilità, trarrei fuori la commedia, o limpida favola ridanciana o turbine violento di satira, ma sempre fermo nel voler far trionfare un'altra volta sulla scena la bellissima causa della verità, sempre senza dimenticare che il teatro deve anzitutto divertire, e, per questo, che il popolo, il creatore della commedia, quello che ha conservato viva l'Atellana attraverso ventiquattro secoli, è la fonte più abbondante e limpida di inspirazioni e di trovate, di scatti di passione e di impreveduto, di sentimento e di originalità: e così rammentando e più guardando, troverei....._