Danza macàbra

Part 1

Chapter 13,370 wordsPublic domain

CAMILLO ANTONA-TRAVERSI

DANZA MACÀBRA

COMMEDIA IN QUATTRO ATTI

MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1895.

TIPOGRAFIA MILITARE _(Via Marsili N. 4)_

AL CHIARO PROFESSORE

G. P. ZULIANI

_Amico e maestro dilettissimo,_

_Firenze, 25 gennaio 1894._

Intitolando al chiaro nome di Lei questa mia commedia, io pago un debito antico e per me sacro.

Chè di tutte le cose belle e buone che sono sulla terra, l'amicizia — intesa e praticata come la intendevano e praticavano gli antichi romani — è la più alta, la più gentile, la più sacra! oso anche dire la più vera.

E Lei è stato sempre per me un amico, un fratello.

De' molti e salutari suoi consigli ho fatto in ogni tempo tesoro: e se ho potuto dare al teatro italiano qualche commedia non del tutto infelice, a Lei, a Lei solo, lo devo.

Confessandomene in pubblico, adempio un dolcissimo dovere; e dandole il caro nome di maestro, dirò solo, e a mala pena, ciò che il cuore mi detta.

Da Lei ho imparato ad amar l'arte sul serio: da Lei mi son venute le prime norme dello scrivere per il teatro: dalla lettura delle sue dottissime critiche l'insegnamento più utile e più salutare.

S'abbia, dunque, con la povera offerta di questa mia _Danza macàbra_ — che la buona critica italiana ha giudicata degna figliuola delle _Rozeno_ —, tutto il mio cuore e tutta la mia ineffabile gratitudine.

Con affetto di discepolo, di amico, di fratello m'è soprammodo caro dichiararmi

Affezionatissimo

CAMILLO ANTONA-TRAVERSI.

_Al cortese che mi legge,_

Bologna, 1.º decembre '93.

Dimorando in Roma, dove passo i migliori mesi dell'anno, ho assistito, in questa _fine di secolo_, a molte tragiche vicende; ma nessuna di esse ha tanto commosso la mia fantasia, quanto lo sfasciarsi delle colossali _fortune_ delle principesche famiglie romane.

Qual immensa rovina: qual crollo formidabile di tutto un passato storicamente importante: quale sfacelo doloroso e terribile delle maggiori glorie avite, delle più nobili tradizioni, delle più colossali ricchezze, della vetusta opera di tanti secoli!

Chi, or sono pochi mesi, con la mente e il cuore pieni degli storici ricordi delle maggiori famiglie del superbo Patriziato romano, si raggirava — muto e silenzioso — per le sale ampie e solenni de' lor palazzi, un giorno così sfolgoreggianti di una folle ricchezza, non dubbia testimonianza di un fasto, ch'ebbe i più grandi splendori; e, oggi, deserti d'ogni arazzo, d'ogni tappeto, d'ogni mobile, d'ogni oggetto di lusso, d'ogni quadro, d'ogni vaso antico, d'ogni stemma nobiliare, d'ogni segno della grandezza di un tempo; non isfuggiva, certo, a un senso di sacro terrore e d'incommensurabile pietà.

Perchè si può essere, fin che si vuole, figli di questi giorni, così densi di nobili aspirazioni verso un _presente_ più umano, più civile, più sociale, più vicino alla religione predicata da Cristo, e riaccostantesi assai più a' veri fini della natura e del consorzio civile; ma non è possibile, per chi serbi almeno la scorza d'uomo, non sentirsi profondamente commosso dinanzi alla maestosa rovina di tanti secoli di nobiltà, di ricchezza e di gloria!

Certo la caduta del grande Patriziato romano è uno de' più benefici effetti del tempo che è il nostro. Quando una casta — sia pur storicamente gloriosa — ha percorso il ciclo assegnatole nel tempo, è legge salutare e naturale che si consumi e perisca; rinnovellandosi sotto altra forma, con altri aspetti; dando vita a nuove usanze, a nuove idee, a nuovo e assai più confacente decoro.

Il crollo di tutto un passato di dispotismo, d'ingiustizia, di sfida a ogni benessere umano e civile, di prepotenza, di assolutismo, d'ignoranza e di superstizione volgare, non può non riempire di giubilo ogni anima assetata dell'eterno Vero: ogni cuore anelante a quella morale e sociale rigenerazione della impoverita e sofferente Umanità. Ma, ripeto, l'artista e l'uomo di cuore non possono, al tempo stesso, vedere sparire, senza un senso di dolorosa mestizia e di sincero rimpianto, tutti i tesori artistici che, per tanti secoli, formarono il maggiore e miglior ornamento di tanta gente secolarmente grande e superba.

Portare sulla scena una di queste storiche famiglie romane: mettere i Vecchi di fronte a' Giovani: colpire gli uni e gli altri in ciò che era, sino a poco tempo fa, il lor più nobile retaggio; e in pieno petto: rappresentarli ne' loro stessi vizj: dipingerli, qual sono, per la maggior parte ignoranti, giocatori, scavezzacolli, sfaccendati, filibustieri: coglierli nelle non possedute virtù pubbliche e private: mostrare come i Giovani siano stati travolti dalla Borghesia, dalla quale si fecero afferrare senza preparazione di sorta alcuna: mettere a nudo la miseria intellettuale, la fastosa prosopopea, le meretricie debolezze, i vizj delle lor dame: fare, in una parola, che si distruggano per forza propria, anzichè per il nuovo impulso de' tempi novissimi; e non isfuggire insieme a quel giusto senso di commiserazione che pur devono e non possono non destare, parve a me, confesso, argomento de' più importanti per un commediografo moderno.

Innamorato di un tal argomento: raccolti in Roma tutti i documenti necessarj: studiate, da vicino, le cagioni di tanta aristocratica e imperversante rovina, m'accinsi animoso all'opera; non senza dubitare — confesso qui candidamente — delle povere mie forze e dell'ingegno poverissimo.

Il lavoro, da quando nacque nella mia mente, e si tradusse sulla carta, andò soggetto a innumerevoli trasformazioni. A mano a mano che davo vita a' personaggi da me studiati nella vita, m'imbattevo in difficoltà tecniche, non facilmente superabili. Si può voler essere _veristi_ fin che si vuole sulla scena; e dichiarar guerra aperta a ogni _convenzione_, a ogni _mezzuccio_ volgare: si può essere, come io sono, sacerdote della dea Verità; tendere al _Vero umano_ semplicemente; ma non è possibile sfuggire del tutto alle dure pretensioni e alle fatali strettoje sceniche: di qui, solo di qui, difficoltà senza numero, che solo coloro i quali hanno scritto almeno una volta per il teatro, possono intender di leggieri.

In tanto, il mio ottimo Cesare Rossi — che, dopo il successo delle mie _Rozeno_, da Lui e da' bravi attori della sua _Compagnia_ portate trionfalmente per i maggiori teatri d'Italia, aveva riposto in me e nell'arte mia la più cieca fiducia — non mi dava tregua; e mi tempestava di lettere e di amichevoli sollecitazioni. E, come lui, così i suoi attori, miei carissimi amici, interpreti assai degni delle mie povere, ma sincere, commedie. Io, afflitto anche da una grave malattia d'occhi, cagionata dal soverchio lavoro notturno, facevo orecchi di mercante; e non cessavo, in tanto, dall'accarezzare e fermar meglio nella mente i personaggi, cui vagheggiavo toglier dalla vita per trasportare, senza ipocrisia e non senza coraggio civile, sopra la scena.

Io promisi, almeno per quanto è consentito alla volontà umana, di consegnare all'illustre Attore la mia _Danza macàbra_ perchè la rappresentasse, nel mese di ottobre, al teatro _Alfieri_ di Torino. E, detto fatto, mantenni la parola data.

Questa volta — grazie al cielo e al buon successo continuato delle _Rozeno_ — non ebbi a soffrir davvero, nè ad aspettare più d'un anno, per vedere questa mia _Danza_ brillare, od oscurarsi, all'incerto lume della ribalta.

Uso a mantenere la mia parola, da Bologna, dov'era in cura de' miei poveri occhi, mandai il _copione_ della _Danza_ a Torino: e una cara lettera di Cesare Rossi m'avvertì che la _commedia_ sarebbe stata messa subito in prova e studiata con gran diligenza e infinito amore.

«Il tuo lavoro — mi scriveva l'illustre Attore — pare a me, e a' miei Compagni, superiore per _tecnica_ e _pensiero_ alle Rozeno: resta solo a vedere se avrà, per il pubblico, la stessa _teatralità_. Te lo metto subito _in prova_, e ti aspetto a Torino.»

Non avevo fatto leggere a nessun amico, e a nessun critico, la mia _Danza_: e ciò non per sentimento d'immodestia o soverchia fiducia nelle mie forze; sì bene perchè intimamente persuaso che qualunque suggerimento, o consiglio, se da me trovato giusto, m'avrebbe costretto a mancare alla parola data, e alla _andata in iscena_ a Torino; che i giornali avevano già annunziata.

Ebbi solo la ventura d'incontrare a Bologna, di passaggio, un amico carissimo, l'egregio prof. Zuliani, il ben noto e stimato critico dell'_Italie_ e del _Diritto_; che già tanto conforto mi aveva dato quando scrissi le _Rozeno_. Lo pregai di volermi dare un'ora sola del suo tempo: ciò ch'egli fece con la solita tradizionale bontà. Udita che ebbe la mia _Danza_, m'abbracciò e confortò a spedirla, senz'altro, a Cesare Rossi. E io, lieto e rassicurato, conoscendo il grande valore e la sincerità dell'amico mio, feci così com'egli mi disse.[1]

[1] Una _seconda lettura_ della mia _Danza_, feci, a dir vero, pochi giorni dopo, ad alcuni amici e a diversi attori delle _Compagnie_ Emanuel e Vitaliani nello storico caffè dell'_Arena del Sole_. Il mio bravo POMPEO SANSONI così ne parla in una corrispondenza da lui mandata allo _Scaramuccia_ (Firenze, 27 novembre, anno XXV, n.º 13):

«Il caffè dell'Arena del Sole, accoglie in ogni tempo, personalità drammatiche. Comici, artisti critici, qui convengono tutti; e non c'è attore o autore che, giungendo a Bologna, non si senta attirato verso l'antico ritrovo intellettuale. Si discute d'arte, di commedie nuove, di attrici; e si maligna qualche volta anche un poco!

«Volete trovare il simpatico autore delle _Rozeno_? Cercatelo al _Caffè dell'Arena_, e lo vedrete subito fra un monte di lettere e giornali — lavoratore infaticabile. Alcuni lo guardano trepidanti. Sono impiegati postali, che veggono crescere smisuratamente il monte delle lettere e de' giornali, sul tavolo del Professore.

«Fu in una saletta di questo Caffè, che, poche sere prima della rappresentazione, il Traversi lesse, a un nucleo di amici, attori e giornalisti, la sua _Danza Macàbra_.

«La lettura di una commedia riesce molte volte nojosa, spesso insopportabile. L'autore legge male, o mette troppo calore ne' momenti culminanti, o riesce monotono nelle scene d'assieme, che non vengono in tutto comprese. Ma letto il primo atto di _Danza Macàbra_, impostato maestrevolmente, con mano sicura da chi conosce tutte le esigenze della scena e del pubblico; breve, efficace; con una esposizione di caratteri studiati e cólti nella vita; que' pochi che ascoltavano la lettura — fra cui ricordo Pasqualino Ruta, Cesare Dondini, G. C. Galvani, E. Baccani, Ausilio Levi, A. Colonnello, A. Colarelli, la intelligentissima Maria Rosa Guidantonj — cominciarono a prestare quella intensa attenzione, che solo può essere destata da una vera opera d'arte. E tutti ci convincemmo che la commedia del Traversi non era delle solite a base di effetti volgari; ma lavoro fortemente pensato, che presentava in tutte le sue parti un insieme armonico, dal quale scaturivano potentissime le scene drammatiche salienti e i caratteri si svolgevano umanamente veri, senza incertezze; animando il quadro che l'autore ci aveva messo dinanzi con vivacità di coloriti e potenza di aziono.

«E così, uditane la lettura, a _Danza Macàbra_ pronosticammo un successo.»

Dopo quindici giorni di _prove intelligenti_ e _assidue_ sul vasto palcoscenico dell'_Alfieri_ — prove che, se pur ce ne fosse stato bisogno, mi fecero capir meglio di quanta bontà e di quanto zelo siano animati i nostri Attori — andammo in iscena, dinanzi al pubblico delle _grandi occasioni_, la sera del 14 ottobre.

L'aspettativa era molta; perchè il fine e spassionato pubblico torinese, non che la critica, che in quella città è maestra di cortesia e di sapere, aspettavano da me, se non certo un capolavoro (ben altro ingegno e ben altra coltura ci vorrebbero!), un lavoro almeno dagl'intendimenti moderni e sociali.

La mia buona stella, e la squisita bontà del gran pubblico torinese, accorso in folla al teatro _Alfieri_, non che la somma valentia de' miei interpreti, fecero sì che il successo si determinasse sino dal _primo atto_; e si accalorasse a mano a mano che l'azione, negli atti seguenti, si disegnava nettamente.

Il secondo atto piacque; e, come il primo, mi procacciò varie _chiamate_ al proscenio. Ma il grande successo, quello che fa venire le lacrime agli occhi e ti fa benedire al pubblico e all'arte, si determinò al calare della tela sull'atto terzo.

Non dimenticherò mai di aver visto quella folla, che poche ore prima paventavo tanto, sollevarsi in piedi e applaudirmi con tale assordante rumore e tale scrosciar di battimani, da commuovermi sino alle lacrime.

Come fu benedetta per me quell'ora, quel momento indimenticabile! Come mi sentii, in quell'istante, felice, pienamente felice! Come avrei voluto ringraziare tutti quegli spettatori a uno a uno, e dir loro quanto mi sentivo grato e commosso!

Il _quarto atto_ coronò il lieto successo di tutto il lavoro, e mi procacciò altre numerose _chiamate_ alla ribalta.

La battaglia era, dunque, vinta; interamente vinta. Il pubblico di Torino aveva, d'un tratto, afferrato l'intimo intendimento del mio lavoro; e aveva, con maravigliosa prontezza, colmato le lacune e riempiti i vuoti.

Io era, ripeto, come poche volte m'avvenne nella vita, felice, interamente felice!

La mattina di poi, i valorosi Cauda, della _Gazzetta di Torino_; Abbate, della _Gazzetta del Popolo_; Vittorio Banzatti, della _Gazzetta Piemontese_; Domenico Lanza, della _Gazzetta della domenica_ confermavano, non solo il successo completo, ma lo ravvaloravano con le loro buone osservazioni critiche, mettendo in rilievo così i pregj, come i difetti dell'opera.

Le repliche furono _nove_, e sempre più liete.

Ma avrebbe un altro gran pubblico italiano apposto il suggello della propria firma al successo torinese? Ecco il dubbio che mi travagliava, e sminuiva la mia legittima contentezza.

Alla distanza di un sol mese, venne il giudizio de' Veneziani: un altro gran pubblico, noto per la severità e imparzialità sua: che giudica a teatro secondo il proprio sentire, e non si lascia dominare, nè persuadere, da' successi teatrali delle altre città; antico e fedele custode della gloriosa tradizione goldoniana. E fu un giudizio anche più entusiastico di quello datomi da' Torinesi. M'ebbi, al _Goldoni_, numerosissime _chiamate_, e ricordo ancora lo scrosciare degli applausi unanimi che echeggiarono e risonarono per ben otto volte nell'ampia sala dello storico teatro.

Le repliche, anche a Venezia, si seguirono con crescente successo; e, ciò che più giova, con piena e sincera soddisfazione de' Veneziani.

Gli egregj critici Toni (_Munaro_) della Venezia, Ricchetti dell'_Adriatico_, Mazzacolin dell'_Arte drammatica_, scrissero, sulla mia Danza, articoli magistrali, assai lusinghieri per la commedia, per l'autore, e per gl'interpreti.

A giudizio così de' critici di Torino, come di Venezia, io, senza far torto agli altri nostri Attori, non troverò, facilmente, chi possa e sappia incarnare il mio _Principe Lanfranchi_, come Cesare Rossi. E, di vero, sin dal primo comparire in sulla scena del magnifico Attore, il pubblico capì di avere dinanzi a sè un Principe romano autentico. L'atteggiamento aristocratico della persona; l'abito elegante e severo; la _truccatura_ felicissima, nell'aristocratica semplicità sua; il modo tutto signorile di porgere; la misurata e non istudiata commozione nelle scene capitali del _terzo_ e del _quarto_ atto, arrivarono a ciò che, in gergo teatrale, dicesi una vera e propria _creazione_.

Anche questa volta, dunque, come per le _Rozeno_, m'ebbi nel sommo nostro Attore, non già un interprete, sì bene un vero e proprio collaboratore.

Teresina Mariani, che m'ha sempre portato fortuna, e condotto sempre con l'arte sua alla vittoria — ricordo, a chi nol sappia, che l'ebbi a prima interprete nel _Matrimonio d'Alberto_, ne' _Cugini_, ne' _Tordi e fringuelli_, e, da ultimo, nelle _Rozeno_, da lei a dirittura create — fu una _Duchessa Silvia_ quale non avrei certo potuto sperare nè più efficace, nè più calda, nè più vera. Ebbe — specie nelle due scene finali del _secondo_ e del _terzo atto_, e nella gran-scena del _quarto_ col vecchio Principe — slanci, inflessioni di voce, impeti di sincerità e di passione, da trascinare il difficile pubblico veneziano e torinese a un applauso caldo, sincero, spontaneo.

Anche questa volta vado dunque debitore a questa Gentile, che in pochi anni ha percorso luminosamente sì grande cammino nella spinosa via dell'arte sua, le maggiori e più durevoli soddisfazioni.

Devo anche — è giustizia riconoscere — buona parte degli unanimi applausi avuti, all'arte semplice, sobria, efficace, corretta di Carlo Rosaspina; che incarnò l'_Ingegnere Salvetti_ con quelle doti che fanno di lui uno de' nostri primissimi attori. Nelle scene finali del _primo_ e _secondo atto_, e in tutto l'_atto terzo_ — fatica speciale del _primo attore_ — ebbe momenti d'impeto, di passione, di sincerità da meritarsi gli applausi più entusiastici.

Vittorio Zampieri fu, come sempre, efficacissimo, e — ciò che più giova nella _Danza_ — singolarmente efficace. Il Tombari; N. Masi; U. Piperno; la gentile coppia Guasti; le brave signorine Annita Bergonzio e Maria Volante; gli egregj Mugnaini e Cantinelli; il sempre misurato e valoroso Colombari, recitarono da que' bravi attori che sono, e diedero non piccolo rilievo alle mie scene.

Difficilmente, confesso, troverò degl'interpreti più coscienziosi e più amici dell'Autore.

A tutti i miei affettuosi e sinceri ringraziamenti.

E, ora, alla mia _Danza_ un augurio paterno: — possa essa, con simili o con altri non meno valorosi interpreti, _danzare_, per lunghi anni, sulle maggiori o minori scene d'Italia! —

Sia anche questo il tuo augurio, o caro amico lettore!

CAMILLO ANTONA-TRAVERSI

TEATRO ALFIERI TORINO Mercoledì 14 ottobre 1893 — ore 20 e mezzo

La Drammatica Compagnia della CITTÀ DI TORINO

diretta dal

Comm. CESARE ROSSI

darà la

=DANZA MACÀBRA=

Commedia nuovissima in 4 atti di

CAMILLO ANTONA-TRAVERSI

_Personaggi_

Principe Lanfranchi =C. Rossi= Maurizio, duca di Colle-Verde, suo figlio _V. Zampieri_ Donna Silvia, moglie del duca _T. Mariani_ Fabrizio, secondo figlio del principe _U. Piperno_ Gustavo, marchese di Pietrascarpa _N. Masi_ Donna Elena, sua moglie, nipote del principe _A. Bergonzio_ Riccardo Salvetti, ingegnere _C. Rosaspina_ Tommaso Gaspari, amministratore di casa Lanfranchi _A. Colombari_ Vittorio, giovane impiegato _A. Guasti_ Emma, sua fidanzata _E. Guasti_ Fausto Moretti, costruttore _A. Tombari_ Madamigella Esther, governante in casa Lanfranc _M. Volante_ Commendator Ottaviani, deputato _A. Mugnaini_ Gabriella, sua moglie _C. Bella_ Conte Sereni, deputato _P. Cantinelli_ Enrichetto, figlio di Maurizio e di Silv _C. Rosaspina_ Giacomo _L. Bergonzio_ Ambrogio _G. Bergonzio_ Usciere _E. Faggioli_

L'azione ha luogo a Roma — Tempo presente.

NOTABENE

Dal secondo al terzo atto passano dieci mesi.

DANZA MACÀBRA

PERSONAGGI

Principe LANFRANCHI. MAURIZIO, Duca di Colle-Verde, suo figlio. Donna SILVIA, moglie del Duca. FABRIZIO, secondo figlio del Principe. GUSTAVO, Marchese di Pietrascarpa. Donna ELENA, nipote del Principe, moglie di Gustavo. RICCARDO SALVETTI, ingegnere. TOMMASO GASPARI, amministratore di casa Lanfranchi. VITTORIO ARDITI, giovane impiegato. EMMA, sua fidanzata. FAUSTO MORETTI, costruttore. Comm. OTTAVI, Deputato. GABRIELLA, sua moglie. Mad.a ESTHER, governante in casa Lanfranchi. Conte SERENI, deputato. ENRICHETTO, figlio di Maurizio e di Silvia. GIACOMO, servo in casa Lanfranchi. AMBROGIO, servo in casa Lanfranchi. Usciere. Due Signori.

L'azione ha luogo in Roma.

Tempo presente.

_N. B. Dal secondo al terzo atto passano dieci mesi._

_ATTO PRIMO_

Gran salone di ricevimento nel palazzo Lanfranchi. — Architettura del _Rinascimento_. — Nel fondo, a destra dello spettatore, porta altissima, formata di quattro colonne di marmo, e capitello di marmo, che comunica in una Galleria di quadri.

A sinistra, un camino artistico, anch'esso di marmo.

Al di sopra, in modo da coprire tutta la parete, grande arazzo. — Porte laterali. — Grandi portiere. — Mobili artistici e di lusso. — Lampadari di Venezia, con candele, e lampade a olio colorate. — Fiori. — Quadri.

Tra i mobili del fondo, in un angolo, un piccolo porta liquori con bottiglie e bicchieri.

Le poltrone, e i sofà devono esser disposti in modo da consentire a' personaggi di formare i gruppi.

SCENA I.

_All'alzare della tela, =Giacomo= e =Ambrogio= stanno accendendo le candele e i lumi del Salone e della Galleria. — =Tommaso=, in frak e cravatta bianca, entra dalla destra dello spettatore, seguito da =Vittorio= che ha in mano lettere e carte._

TOMM. _(ai servi)_ Accendete da per tutto... anche la Galleria... _(a Vittorio)_ Vediamo... ho altro da dirle?... _(pensa)_ Ah, sì!... _(levando di tasca una carta)_ Bisogna spedire questo telegramma... e poi... poi non c'è più nulla!... Può andare a dormire.... _(ridendo)_ e questo è l'ultimo ordine che le do!...

VITT. L'ultimo!?

TOMM. Sì!... Il Principe aderisce al desiderio da lei manifestato... e la impiega negli Ufficj della Società per il quartiere Lanfranchi....

VITT. _(con gioja)_ Davvero!? —

TOMM. Lui stesso... gliene darà domani la lieta notizia.

VITT. _(con espansione)_ Che lei, signor Tommaso ha voluto anticiparmi?.... Grazie!...

TOMM. _(sempre ironico)_ È proprio contento di lasciarmi... di sottrarsi al mio giogo?!...

VITT. _(con sollecitudine)_ Le rincresce?!

TOMM. Di perderla?!... Oh, no!... Anzi mi fa piacere....

VITT. _(maravigliato)_ Come!?

TOMM. Non per lei... che, in fondo, è un bravo ragazzo...; ma perchè posso così impiegare un giovinetto intelligente... attivo... un vero lavoratore... che mi sta molto a cuore....

VITT. Allora....

TOMM. Tutti contenti... e buona fortuna!... _(lo saluta con la mano)_.

VITT. Oh, non mi congedo!

TOMM. Perchè?

VITT. Dovrò vederla ancora, signor Tommaso, parecchie volte in questi giorni.... La signora Duchessa mi ha dato una quantità di commissioni....

TOMM. Quali?

VITT. Oh, le solite!... Una lista di famiglie povere da visitare... per riferire, poi, sul vero stato... e sulle vere cause della loro miseria....

TOMM. _(di cattivo umore)_ Dia a me... ci penserò io!

VITT. Non vorrei che la signora Duchessa....

TOMM. _(imperioso)_ Ho detto che ci penso io!

VITT. Preme tanto alla signora Duchessa... e lei, signor Tommaso, è così occupato!

TOMM. Dia qui!... Se lei deve stare al banco... è chiaro che non può correre la città per fare inchieste sul vero stato de' mendicanti....

VITT. _(consegnandogli la carta)_ Ha ragione... eccole la nota....

TOMM. Vada subito alla posta... altrimenti, troverà chiuso.

VITT. Vado.... _(via a destra)_.

AMB. e Giac. _(si avvicinano a Tommaso)_.

TOMM. _(leggendo la nota rivolto a' servi)_ I soliti accattoni!

AMB. e Giac. _(lo ascoltano ridendo e approvando)_ Già!...