Part 1
DANTE E GLI EBREI
*STUDIO* DI FLAMINIO SERVI
[stemma Giovanni Pane]
CASALE TIPOGRAFIA GIOVANNI PANE 1893
PER LE NOZZE FELICI
del Giovine egregio
*RAG. ERNESTO ARTOM*
Colla distinta Signorina
*MARIETTA PAVIA*
QUESTO BREVE STUDIO
SOPRA
*DANTE E GLI EBREI*
L'AUTORE OGNI BENE AUSPICANDO O. D. C.
_XVII AGOSTO 1893_
DUE PAROLE AL LETTORE
Un sonettuccio, un'epigrafe, due versi qualunque, in occasione di nozze, son cose omai di niun pregio che si leggon per divertimento tra un bicchiere e l'altro e che lascian quasi sempre il tempo che trovano.
Io ho voluto — o almeno creduto — fare qualche cosa di più duraturo nella gioia di due famiglie che sono tra le più illustri di questa Comunità israelitica, ripubblicando con molte aggiunte e correzioni alcune idee che videro la luce in un periodico letterario di Roma [1] e un'appendice sopra una mia conghiettura che prova, seppur ce ne fosse bisogno, come l'Immanuele frequentasse la casa di Dante... per qualche cosa di meglio che non fosse l'Inferno, e riportando i due famosi sonetti scritti per la morte del divino poeta, il primo da Bosone da Gubbio e l'altro colle stesse rime di risposta che fece il nostro Immanuele.
I letterati giudicheranno del mio lavoruccio che ha, se non altro, il pregio dell'attualità, perchè l'amicizia sincera di un ingegno sovrano come Dante con un ebreo nel medio evo — amicizia su cui non cade più il minimo dubbio — è prova del cuor nobile di lui e della malvagità di quanti odiano o disprezzano gl'israeliti senza una ragione al mondo.
Ma l'Italia fu sempre la terra de' forti propositi e delle magnanime imprese e l'Italia che venera l'Alighieri come il sommo tra i suoi poeti, ha imparato da lui ad inspirarsi ai dettami della fratellanza e dell'amore. E gliene va data somma lode.
Ad ogni modo il nostro studio non tornerà discaro a quanti vogliono l'affetto tra i professanti le varie religioni, nè spiacerà ai cultori delle belle lettere che in ogni accenno al poema dantesco trovan materia gradita di studii severi e di serie riflessioni.
_Casale, 17 Agosto 1893._
[1] L'_Istruzione_ — anno III, num. 10, 11, 12, e IV, num. 4.
DANTE E GLI EBREI
Vagliami il lungo studio e 'l grande amore.
I.
È più di un quarto di secolo — e non canzono — che scrissi in varii periodici sull'amicizia di Dante col poeta ebreo Immanuele Romano, e quelle note e quelle, dirò così, rivelazioni hanno avuto non è guari una debole eco nelle parole che il Del Balzo ha pubblicato a pag. 309, 315, 316 [2] del suo bel lavoro sul sommo poeta di cui gli amanti della letteratura italiana, specie i puri dantofili, debbono serbargli gratitudine.
Quelle note che in un libro di tant'importanza accennano ai miei lavori di circa sei lustri fa, — chi lo direbbe? — hanno risvegliato in me, non più giovine, e assorto in mille e diverse occupazioni che dalla italiana letteratura mi distolgono con grande mio rincrescimento, hanno risvegliato in me (i toscani a queste ripetizioni ci son avvezzi) il prurito di trattare diffusamente di questa benedetta amicizia tra due grandi poeti, di religione diversa, che vivevano sei secoli fa e che possono dare una bella e meritata lezione a quegli antisemiti da strapazzo che crescono come i funghi, lontani per fortuna dalla nostra cara Italia.
Dell'amicizia di Dante coll'Immanuele, di quanto il divino Poeta attinse dalla Bibbia, della stima ch'avea degli ebrei e dei punti di contatto che hanno i due poemi (l'_Inferno_ e il _Paradiso_ dell'Immanuele e la Divina Commedia di Dante) eccomi pertanto in questa pubblicazione a favellare il più brevemente che possibile mi sia. Per fare lavoro completo ci vorrebbe un grosso volume. Ma oggi si vuol tutto in fretta e furia. E le cose lunghe diventan serpi. Sbrighiamoci dunque, . . . e voi lettori carissimi abbiate un po' di pazienza, che vedremo di non annoiarvi di soverchio.
II.
Chi era Immanuele Romano? E quando nacque?
Ecco due domande a cui la risposta pare facilissima — dopo tutto quanto se n'è scritto — e che è, per chi va coi piedi di piombo (ed ogni buona critica dovrebbe andarci), tutt'altro che facile.
Immanuele Romano, figlio di Salomone, della famiglia Sironea o Sifronite (piccola differenza di filologia genealogica) che poi è lo stesso, sortì da natura ingegno svegliato, bizzarro, fantastico come tutti i poeti. Nelle sue composizioni poetiche intitolate _Mechabbèrod_ non volle freno. Scrisse collo stile satirico, fu erotico al massimo grado, adoperò la sferza con sarcasmi e frivolezze, fu lirico, epico, drammatico senza esser volgare.
Per dipingerlo in una pennellata ci vorrebbe un Raffaello, e noi perciò non ci pensiamo nemmeno; lo vedremo un po' per volta e ne faremo la conoscenza secondo il caso si presenterà.
Ei nacque in Roma secondo i più nel 1265, proprio l'anno in cui nacque Dante. Altri, non sappiamo con quale fondamento, lo voglion nato chi nel 1262, chi nel 1272 [3].
Questo però a noi poco importa, e si bisticcino a loro piacere i critici; per avere una certezza non ci son che i registri della Com. isr. di Roma; seppure di quei tempi, tanto bersagliati, si son conservati registri [4].
Quello che ci preme rilevare è l'amicizia vera, indiscutibile, ammessa omai da tutti gli scrittori — da Cino da Pistoia al Carducci nostro — che legava i due poeti, amicizia che ebbe luogo, secondo la pensiamo noi, in questo modo.
III.
Dante, chi dice verso il 300, e chi nel 302, fu mandato dalla Signoria di Firenze ambasciatore in Roma per indurre il Pontefice Bonifacio VIII alla concordia. Ma non fu compreso, e non trovando che trame insidiose e dai dolori dei partiti politici accasciato, il suo miglior tempo passava coi letterati e fra questi il nostro Immanuel che per le sue bizzarrie non meno che per l'ingegno svegliato aveva in Roma la nomea di poeta originale.
Conosciutisi, strinsero amicizia e ne' colloqui frequenti il poeta ebreo andava frammischiando voci ebraiche e delle bibliche idee lo innamorava.
Poeti ambedue, ambedue desiderosi di flagellare i vizii del secolo, i turbolenti moti politici, le gare di partito, che travagliavano allora — più che oggi assai — l'Italia nostra, andavano l'un l'altro consigliandosi come innalzare l'animo dei contemporanei alla ricerca del vero e del bello, come indirizzare le menti ad uscire da « quella selva selvaggia ed aspra e forte ».
E vennero ambedue a questa determinazione: flagellare il vizio, esaltare la virtù, col descrivere le pene dell'inferno, i premii e le gioie del paradiso, ed ecco Dante immaginare [5] la Divina Commedia, e Immanuele le _Mecaberod_, raccolta di poesie ebraiche che hanno come Appendice una lunga e stupenda descrizione dell'Inferno e del Paradiso.
IV.
Chi abbia suggerito la prima idea dell'opera immortale in tanta lontananza e oscurità di tempi non è molto agevole rintracciare.
Il D.r Paur scrittore critico tedesco [6] si diffonde lungamente sulla questione e conclude che senza essere plagiario Immanuel nella descrizione dell'Inferno ha imitato Dante.
Ma questo non appare affatto alla lettura dell'opera del poeta ebreo [7]. E noi fermamente crediamo che all'Alighieri il concetto di una gita ai regni bui e le fiere che rappresentano popoli e nazioni e cento altre immagini disseminate nella Divina Commedia siano state ispirate, consigliate, diremmo quasi dettate dall'amico suo Immanuel prima nelle intime e fraterne conversazioni, poscia per corrispondenza epistolare.
V.
Se dovessimo dire tutto quanto nella Divina Commedia è attinto dalla Bibbia non la finiremmo così presto.
Il primo verso allude al concetto de' Salmi, che l'umana vita è in media di anni 70 (Salmi XC, v. 10) e già nel suo Convito, come osserva giustamente il Camerini « Dante stabilisce che il mezzo della vita degli uomini _perfettamente maturati è nel trentacinquesimo anno_. Di tale mezza età dee qui intendersi ed egli deve averla scelta per questo viaggio, allusivamente alle parole del Re Ezechia » (Isaia 38 v. 10).
L'immagine delle tre fiere, anima e vita del primo Canto dell'_Inferno_, è completamente biblica.
Stando al De Benedetti [8], l'Alighieri avrebbe attinto da Geremia. « Dante, egli scrive a pag. 22, è arrestato in suo cammino da tre fiere, una lonza, un leone ed una lupa nelle quali gl'interpreti videro nel senso morale, lussuria (altri invidia), superbia e avarizia, impedimenti a virtù, e nel politico Fiorenza guelfa, Francia, la Curia romana. Or quelle fiere sono indicate da Geremia (cap. V, v. 6) quali strumenti del gastigo divino, contro i grandi che avevano rotto il giogo ».
Più fedele dipintura trovasi, secondo noi, in Daniele, cap. 7, in Daniele che come Dante, raffigurò in tre fiere tre nazioni diverse. Perfino nei particolari l'orsa e la lupa di Dante è copiata dal profeta ebreo il quale la dipinge con tre costole in bocca fra i denti e che le venisse gridato (v. 5): « _Sorgi e mangia molta carne_ ». E Dante: « _Che mai non empie la bramosa voglia E dopo il pasto ha più fame che pria_ ».
Le tre fiere rappresentanti tre nazioni trovano dunque perfetto riscontro nelle sacre carte e da esse — non altrove — attinse Dante il suo concetto allegorico. Il poeta finse una visione veramente profetica, sovrannaturale, una visione al tutto biblica: « Tanto era pien di sonno in su quel punto » egli scrive in sul principio, proprio come i profeti della Bibbia che al momento del vaticinio erano presi da sonno profondo, poi le tre fiere di cui dicemmo, poi l'apparizione di Virgilio come a Daniele stesso e ad altri profeti si presentò ora un uomo d'altissimo ingegno, ora un essere immortale a squarciare i veli del futuro.
In tutte parti impera e quivi regge, Quivi è la sua cittade e l'alto seggio o felice colui cui ivi elegge!
sono frasi de' Salmi (103 v. 19; 65 v. 5).
_Come persona che per forza è desta_ è in Zaccaria cap. 4, v. 1; il _colà dove si puote ciò che si vuole_ è pure nei Salmi (115 v. 4); _il sette volte cerchiato d'alte mura_ è imitazione delle mura di Gerico e via dicendo.
E come mai non ravvisare la conoscenza di qualche frase ebraica nel famoso verso composto tutto di parole ebraiche:
Pape Satan, pape Satan aleppe? פה פה שטן פה פה שטן אלוף
Il Paggi lo traduce e con ragione così: « Qui qui Satan, qui qui Satan è principe » nè altra cosa voglion significar quelle parole leggendole con qualche lieve alterazione. Pluto con tale esclamazione volea vietare ai poeti il passar oltre senza il permesso superiore di messer Satanasso.
Ora è egli possibile che Dante sapesse tanto dell'ebraica lingua (ed altri esempii daremo tra breve) senza che l'amico Immanuel glie l'avesse suggerito? Può egli immaginarsi che Immanuel abbia imitato Dante o non diremo piuttosto che le cose sian procedute tutto al contrario? Questa gloria al poeta ebreo (di Dante tanto amico che Bosone da Gubbio nel sonetto (V. Appendice II): « Due lumi son di nuovo spenti al mondo » scriveva annunciando all'Immanuel la morte dell'Alighieri « Et pianga dunque Manuel Giudeo ») niuno glie la potrà mai contrastare e non è entusiasmo che ci fa velo all'intelletto [9], ma secondo noi conghiettura critica che tra le mille può tenere suo posto.
VI.
E non è solo ne' numerosi esempii che si potrebbero alla Divina Commedia attingere che ben chiara si manifesta l'influenza de' confronti biblici e talmudici fatti coll'Immanuel dal nostro sommo italiano [10], ma perfino dirò così, nello aver in molti punti modificate le proprie opinioni e accostatosi ad un alto grado di stima verso gli ebrei che per quei tempi sarebbe davvero incredibile, ove non si ammettesse l'ascendente che esercitava sull'animo suo l'amico carissimo ch'era ebreo e d'esser tale ovunque e sempre si vantava.
Così mentre il cristianesimo inesorabile rifiuta il Paradiso a chi non è battezzato, credenza che riporta anche Dante (_Inferno_ c. IV, v. 35), nel Paradiso (canto XIX, v. 70-78) torna direbbesi a resipiscenza e fa capire (con molt'arte sì, ma lo fa capire) che non c'è colpa quando non si crede, stupenda professione di libertà di coscienza per chi viveva nel medio evo. Ma il genio s'impone anche nei tempi più barbari e s'inspira a giustizia e divina il futuro. Riportiamo quelle belle parole:
. . . . Un uom nasce alla riva Dell'Indo, e quivi non è chi ragioni Di Cristo, nè chi legga, nè chi scriva,
E tutti i suoi voleri e atti, buoni Sono _quanto ragione umana vede_, Senza peccato in vita od in sermoni.
Muore non battezzato, e senza fede; Ov'è questa giustizia che 'l condanna _Ov'è la colpa sua sed'ei non crede?_
Del potere temporale dei Papi, si sa qual concetto avesse l'Alighieri, ma non a tutti è nota la fonte a cui attinse ed è la Bibbia. Leggasi al canto XVI del _Purgatorio_ i versi
Ed or discerno perchè dal retaggio Li figli di Levì furono esenti.
I Leviti infatti, lo dice chiaramente il _Pentateuco_ in più luoghi (V. _Num._ XVIII, v. 20; Deut. X, 9), dovendo occuparsi esclusivamente del servizio del culto, non potevano possedere e nella distribuzione della terra promessa non ebbero infatti parte alcuna.
Il canto XXVI del _Paradiso_ è pieno d'immagini non solo, ma di cognizioni bibliche e giudaiche. Basterà il verso 134 che va letto
J. s'appellava in terra il sommo bene.
Afferma il Lampredi (V. il Comento del Costa), secondo un codice da lui veduto in Napoli « che Dante con quell'J. volle significare il nome ebraico _Jehovah_ con cui era invocato il nome di Dio, e fece uso della sola iniziale J. per denotare che la predetta sacrosanta parola non si poteva scrivere interamente non che proferire dai profani ». Proprio come si legge nella _Misnà_ e nel Talmud.
Ora come si può concepire che senza l'aiuto d'Immanuel, Dante conoscesse certe cose? E come spiegare il tanto bistrattato verso
Rafèl mai amech zabi almi
che trovasi nell'_Inferno_ canto XXXI, se non si ricorre all'ebraica lingua o meglio alla talmudica, ch'è un misto di ebraico e caldaico, come adoperò spesso anche l'Immanuele nelle _Mechaberod_? E quello che è più interessante — lo diremo alla moderna — è l'osservare come il poeta cristiano pur volendo adoprar parole suggeritegli di certo dal poeta ebreo, poco pratico com'era nel trascriverle, si trovò come un pesce fuor d'acqua e ne storpiò più d'una, siccome fatto avea nel _Pape Satan_.
Leggete infatti come volete il verso « _Rafèl mai amech zabi almi_ » e ci troverete sempre una sillaba di meno. Ma non ce la troverete più se lo leggete come vuole l'ebraico: _Refa el mai amech zebai almi_, e che vale — come giustamente osserva l'amico nostro Jona — « Lascia o Dio! Perchè annientare la mia potenza nel mio mondo? » esclamazione di Nembrotte il superbo, accasciato in veder la sua potestà ridotta ad un bel nulla.
In questo modesto studio non facciamo (e il lettore deve averlo capito) un commento filologico, nè possiamo quindi dar tutte le ragioni che militano in favor nostro, ragioni che stringeremo in una sola, anzi in due: È egli possibile che Dante abbia messo insieme quelle parole, come vogliono molti, per non dir niente? O è possibile che siano siriache od arabiche, mentre Nembrotte — e tanto meno Dante — non conoscean quelle lingue, e l'ebraico, Nembrotte certo conosceva e coll'aiuto d'Immanuele potea conoscer un tantino anche Dante? [11].
VII.
E qui vorremmo sfiorare appena il soggetto sulle idee che il divino poeta nutriva intorno agli ebrei. Se non che la tela è lunga nè basta un opuscoletto a svolgerla anche in tutta fretta.
Che concetto avesse Dante degli antichi israeliti non è facil cosa il provare, perchè taluni mette a cielo, altri piomba nell'inferno. E — siamo logici — ben a ragione. Quelli che mal oprarono doveano essere puniti, ebrei o cristiani non importa; quelli che fecero bene dovean pur avere il premio meritato.
Vediamo quindi Beatrice, la sua diletta Beatrice, sedersi coll'_antica Rachele_ (Inferno, canto II, v. 102); vediamo starsi fra i beati Adamo, Abele, Noè, Abramo, Isacco, Giacobbe co' figli, Moisè, Davide _ed altri molti_, come dice nel canto IV, v. 55-61; e ci vediamo perfino Raab
Perch'ella favorò la prima gloria Di Josuè in sulla terra santa. _(Canto IX)._
Ci troviamo al canto XII il profeta Natan, e ci troviamo (canto XVIII) Giosuè e l'alto Maccabeo.
Parlando di Salomone (canto X), egli dice colla stessa frase della Bibbia (Re I, cap. 3, v. 12):
Entro v'è l'alta luce, u' sì profondo Saver fu messo che, se 'l vero è vero A veder tanto non surse il secondo.
Nè si scorda il nostro gentile poeta delle donne bibliche. Otre Rachele, come detto abbiamo, pone il poeta nel più alto seggio in Paradiso (canto XXXII, v. 10-11) _Sara_, _Rebecca_, _Judith e colei_
Che fu bisava al cantar che per doglia Del fallo disse: _Miserere mei_
cioè Ruth bisavola di Davide, autore del salmo LI che incomincia _Miserere_.
Nè voglio andar oltre in citazioni che seccherebbero il lettore, solo mi permetto domandare: C'è in tutta la Divina Commedia — come qualche spirito partigiano potrebbe supporre — una sola frase, una sola parola che suoni disprezzo, odio agli ebrei? No, e no. Dante amava troppo il suo Immanuele per potere — cristiano convinto com'era — sfogare la bile che allora nutrivano le teste piccine — e ce ne son purtroppo anche adesso — contro di essi. Egli non espresse mai un concetto che potesse in qualsivoglia modo ferirne la suscettibilità. Dante — lo si può dire altamente — amava gli ebrei, nè di odiarli aveva ragione alcuna.
Ci si vorrà chiuder la bocca col verso (_Paradiso_, XXXII, v. 132) in cui li chiama:
La gente ingrata, mobile e ritrosa?
Ma qui, come osserva a proposito l'Andreoli, Dante non fa che ripetere i rimproveri dello stesso Dio ai tempi di Mosè
Quel duca sotto cui visse di manna
il popolo ebreo.
Qui Dante narra, non giudica.
O ci si verrà fuori colla terzina famosa
Se mala cupidigia altro vi grida Uomini siate e non pecore matte Sì che il Giudeo tra voi, di voi non rida? (_Parad_. c. V, v. 79-81).
Davvero che si cascherebbe dalle nuvole. O qual maggior lode volete per gli ebrei? Sono dessi che riderebbero — secondo afferma il poeta — ove la mala cupidigia spingesse i cristiani ad opere men che oneste. E chi ride è segno che opera rettamente, avvegnachè non può beffarsi d'altrui chi è macchiato della stessa pece.
E qui, voglio avventurare un'ipotesi — badate, non dico altro che ipotesi — nuova, originale certo. Che Dante nel Giudeo abbia voluto indicare non già gli ebrei in generale, — come credono tutti — ma solo l'amico suo Immanuele, che appunto con quel nome era chiamato, siccome ne fa fede il già citato Bosone da Gubbio nel suo celebre sonetto ove scrive: « _Et pianga dunque Manoel Giudeo_? »
Non è, ci pare, tra le cose impossibili. Immanuele, spirito sarcastico e bizzarro [12] viveva volentieri tra gli amici suoi cristiani e non conosceva cupidigia. Anzi — e lo nota fra gli altri il Tedesco [13] — per la sua generosità e buona fede, da condizione agiata divenne povero, e perseguitato dai nemici della sua fama dovette esulare dalla sua patria e andare ramingo per le itale contrade.
A lui appunto Dante avrà pensato, a lui forse per antonomasia riferì il verso: _Sì che 'l Giudeo tra voi di voi non rida_.
Ma sia da riferirsi al solo Immanuele, sia agli ebrei in generale, maggior lode ad essi non poteva uscire dalla bocca di Dante che voleva i costumi de' cristiani irreprensibili, che avea per mira in tutti gli scritti suoi — ed in ispecie nell'immortale poema — l'umano perfezionamento, la civiltà nel più alto significato di questa parola di cui tanto ora si abusa e che tanto è in mille modi bistrattata.
VIII.
Vogliamo ora dare un'idea dell'_Inferno_ e Paradiso dell'Immanuel: il quale finge di aver avuto per guida nel suo viaggio simbolico un dottissimo amico suo ch'ei chiama Daniele. I critici sono quasi tutti d'accordo (e diciamo _quasi_ perchè proprio _tutti_ sarebbe un miracolo e la critica non ci avrebbe allora più nulla a che fare) nello affermare che questo Daniele lodato da Immanuele sia Dante e nessun altro [14], e che non l'abbia voluto chiaramente nominare per evitare gli strali dei più scrupolosi che non avrebbero potuto credere al grande onore fatto dal poeta ebreo ad uno d'altra fede quantunque esimio. Ed oltre tutte le ragioni addotte, ve n'ha una dirò così filologica che non fu, per quanto sappiamo, avvertita fin qui. _Dani-el_ in ebraico può valere: Il mio _Dan_ (Dante) è divino, o più precisamente: il mio divino Dante, il divino poeta a me carissimo [15].
Ma fosse o no Dante la sua guida all'inferno o al Paradiso, certo che lui mette tra i beati là dove scrive:
Nel quinto trono di maggior ricchezza Siede un poeta che non ha rivali; Ebbe d'opre magnanime vaghezza
Infelice chi punse co' suoi strali E beato colui cui fu cortese; Chi nella polve e chi fra gl'immortali.
Per lui d'amor fur le donzelle accese, E la potenza de' suoi franchi detti Talor sul trono i re tremanti rese [16].
Chi non vede in questa pittura — diremo col Tedesco — il ritratto del fiero Ghibellino?
L'inferno dell'Immanuele è uno scheletro, dirò così, di quello di Dante nella Divina Commedia, e questa è prova novella che la prima idea fosse gettata dal poeta ebreo, idea che venne poi allargata, rimpolpata, compiuta.
Finge Immanuel trovarsi in uno stato d'angoscia da non dirsi.
Con pianti e con sospir pien di spavento
rivolge le luci al cielo ed ecco — come a Dante si appare Virgilio — a lui appare un uomo avvolto in fulgente ammanto che gli dice:
. . . .L'affanno del cuor sgombra Perchè muto ristai? Perchè sì vano E funesto timor il sen t'ingombra? Quindi soavemente la sua mano Alla mia pose, e aggiunsemi: Per trarti Io venni in loco eterno, dall'umano.
E così questo Daniel [17] — che come abbiam detto per la maggiore parte de' critici non è che Dante trasfigurato — accompagna il poeta ebreo
. . . . . . . . nei sereni Eterni campi e negli eterni fochi
soggiungendo:
Vuolsi così nel ciel: sarò tua scorta Nei maledetti e ne' beati lochi;
O nell'abisso ove ogni luce è morta O nella sfera più soave e lieta Ove ai beati eterna gioia è pôrta.
L'inferno dell'Immanuele non ha tanti cerchi, nè tante bolge, nè tanti mostri, come quello di Dante, ma non mancano certo nuovi tormenti e nuovi tormentati, non manca
. . . . di diavoli una schiera Che nell'abisso i peccator spingea . . . .
E pruni e sterpi sparsi in ogni dove Erano accesi per doppiar le pene Con vive fiamme e con faville nuove.
Gl'increduli, i lussuriosi, gli avari, gl'iracondi, gl'ipocriti, tutti i viziosi trovano loco in questo baratro così stupendamente descritto, e vi sono satire così pungenti e flagelli così tremendi per certuni che furono dell'Autore nemici, da uguagliar, se non sorpassare, le sferzate di Dante ai suoi contemporanei avversarii.
L'Alighieri fece un poema; l'Immanuele un canto o meglio diremo due; ma nell'_Inferno_ del poeta ebreo c'è in miniatura, in embrione quello che c'è nei 34 canti della prima cantica, ma dall'inferno passando a riveder le stelle, ci troviamo subito al Paradiso, perchè gli dice il sommo duce:
Lasciar tu devi la città del pianto Ed in luogo salir dove vedrai I fior del cielo, e udrai dei giusti il canto.
IX.