Con Garibaldi alle porte di Roma
Part 11
La presenza del Generale rianima i suoi. Menotti, Canzio, Ricciotti, Bennici, Bezzi, Missori e tanti altri hanno raccolto quanta gente han potuto: con essa irrompono sulla prateria. Al grido: “Garibaldi! Garibaldi!„ è una maraviglia di carica vittoriosa, la più bella che io abbia veduto mai. Paga per tutti il reggimento degli zuavi, che si era fatto avanti il primo, e che è scompigliato, sbarattato, disfatto dalla ondata irruente. Più in là, verso il colmo di una collina, vediamo fuggire a spron battuto uno stuolo di cavalieri luccicanti al sole; forse il generale nemico, che era venuto innanzi col suo brillante stato maggiore, credendo vinta per lui la giornata. Giuochi di fortuna! Che sia nostra davvero? Fu allora, per l’appunto, che un illustre amico, ritornando dalla sua carica vittoriosa, mi passò accanto co! suo bel sorriso costante sul labbro, e mi lasciò cadere questa frase:
— Ti ho detto tre ore fa che si cominciava male; vedrai che finisce bene. — Ah, foss’egli stato profeta! Ma tutto diceva di sì, in quel momento felice. Mentana era liberata; Vigna Santucci ripresa. Per tutto il campo erano feriti sparsi, alcuni dei quali, al passar dei soldati con le baionette spianate, gridavano: _ne nous tuez pas_.
Furono tutti rispettati, lo affermo con giuramento. E poichè sono a parlare di me, lasciatemi vantare; è la debolezza del soldato, quando racconta. Di quei feriti ne raccolsi uno, i cui occhi si erano fissati ne’ miei, con una espressione dolorosa e supplichevole; e lo feci trasportare sulle braccia di due commilitoni miei, all’ambulanza della vicina chiesuola. Era un caporale; così almeno mi parve, da un nastro giallo che gli girava a staffa sul dosso della manica: aveva delicati i lineamenti del volto, di tipo schiettamente francese, quantunque i basettini fossero neri, e neri i capelli, un po’ radi sulla fronte. Mi sorrise malinconico, in atto di ringraziamento, ed io m’interessai vivamente a lui, accompagnandolo un tratto, fino al pendio ella collina. Quanto gli sarà giovato il mio piccolo aiuto? Aveva una palla in petto e il pallore della morte sul volto. Pensai alla sua gioventù; pensai a sua madre. Ah, povere madri, in tempo di guerra! povere madri, se in quei momenti un’idea non le sostenesse, e non le affidasse una speranza lontana! Ed ancora pensai che insieme con soldati francesi, otto anni prima, avevamo fatta una guerra fortunata; che con altri zuavi avevamo barattate fraternamente le spoglie, per ballare insieme sulle piazze dei borghi di Lombardia, da Gorgonzola a Treviglio, da Coccaglio a Brescia, da Ponte San Marco a Desenzano. Perchè così mutati in otto anni gli spiriti? E ancora non sapevo che dietro a questi francesi, arruolati nell’esercito pontificio, venivano a masse compatte, girando largo dietro le colline, i francesi dell’esercito imperiale, per entrare in azione sulla nostra sinistra, mentre noi vittoriosi di un’ora, in quella vittoria avendo messo tutte le forze nostre, non avremmo avuto più nulla da opporre, più nulla!
Fu quello che avvenne. Procedevano i nostri su Vigna Santucci, quando sulla sinistra, e quasi dietro a noi, cogliendoci di rovescio, apparvero nuovi battaglioni sui poggi; non avvertiti sulle prime, creduti amici alla riscossa. Ma qualche fucilata ci avvertì dell’esser loro; i cannocchiali, puntati da quella banda, non lasciarono più dubbio; si riconoscevano anzi, ai pantaloni rossi, i soldati dell’esercito imperiale. Fu allora necessario dar dietro, far conversione a sinistra, per opporci al nuovo pericolo, così perdendo i frutti della carica vittoriosa. Ma qui ben presto occorreva uno di quei fenomeni tanto frequenti in guerra, e presso tutti gli eserciti. Mentre le prime schiere facendo fronte al nuovo nemico resistevano virilmente, e già cominciavano a tenerlo in rispetto, le ultime schiere ingrandendosi il pericolo, non vedendosi forse sostenute alle spalle, si lasciarono cogliere da un improvviso sgomento, si ritirarono a scompiglio verso la chiesuola dell’ambulanza, all’estremità del paese. Invano gli ufficiali con le sciabole in aria tentano di fermare quella valanga della paura. Invano il Generale, accorrendo, tenta di rianimare quel branco di fuggiaschi; invano li rimprovera con aspre parole. — Prima di scappare, voltatevi almeno a vedere chi v’insegue, vigliacchi! — grida egli furente. Ma invano, ho detto e ripetuto: costoro fuggono, fuggono, fuggono, lasciando tutto scoperto il terreno e con esso il lato sinistro del paese, con forse cinquecento uomini tagliati fuori nel suo abitato.
Tra la chiesuola dell’ambulanza e la collina di sinistra, donde i nostri pezzi senza munizioni son costretti a tacere, la strada verso Monterotondo si fa alquanto più stretta. Una carretta d’artiglieria, rimasta là a caso, fa un po’ d’impedimento al passaggio. Garibaldi si è fermato là, col cavallo; non ci sarebbe dunque, modo di passare. E nondimeno la fiumana dei fuggenti riesce a dilagare intorno a lui, scavalcando e magari rompendo le siepi. Ogni buon volere è impossibile, superato e travolto ogni ostacolo; grande fortuna se quella paura potrà rallentarsi più indietro, essere ravviata, trasformata ancora in eroismo. Garibaldi tenta ancora questo miracolo, mentre lo seguono i suoi ufficiali, in parte appiedati. Vedo Menotti, a cui è stato ucciso il cavallo, ferito egli stesso alla coscia, venire in giù, torbido nel viso, colla sua rivoltina nel pugno. Quello almeno va al passo, come piace al De Roa. Anch’egli dopo qualche istante si ferma, volendo opporre qualche manipolo di volenterosi all’avanzar del nemico. Si esce dalle siepi, si formano quadriglie, si riprende la fucilata. Dalla parte nostra son due brandelli di compagnie: le altre due, o i brandelli delle altre due, rimasero al maggiore Burlando entro Mentana. Su noi il nemico vien lento, ma senza esitanza; facendo le quadriglie, fermandosi una a sparare, poi l’altra venendo innanzi a coprirla, e così via: regolarità di movimenti che ammazza!
E ancora bisogna indietreggiare. Oramai si fa il colpo di fuoco per l’onore, non più per la speranza di vincere. Ad un certo punto c’è da saltare una ripa; si casca gli uni sugli altri; io sotto a parecchi, e temo, al dolore acuto che provo, di essermi spezzata una gamba. Non è niente; sono un po’ indolenzito, ed anche ferito, poichè sono caduto sul filo della sciabola, che tenevo impugnata colla sinistra, sotto la guardia. La mia Sitibonda si è abbeverata finalmente di sangue, e del mio. I commilitoni mi rialzano da terra; riconosco Ettore Ballerà, Luigi Domenico Canessa, un Arduino. Essi mi sollevano, mi trasportano un po’ sulle braccia fraterne, fino a tanto non mi cessa il dolore. Il Canessa s’incarica di portare anche la mia sciabola: gliel’ho poi regalata, come cinque ore prima avevo regalata la mia rivoltina al tenente Graffigna, che non aveva nulla, per insegna di comando, neanche un bastone, Fortuna diversa delle armi! La rivoltina passò ai Pontificii, poichè l’amico Graffigna, rimasto in Mentana, fu fatto prigioniero la mattina seguente. La spada andò tre anni dopo in Francia, ma libera, in difesa di quella generosa nazione, nel piccolo e glorioso esercito dei Vosgi.
Seguitiamo a ritirarci, con le quadriglie francesi a cinquanta passi da noi, al fragore dei loro _chassepots_ che fanno veramente prodigi. Guai se quella gente dilaga, giungendo prima di noi a Monterotondo, che è in vista oramai! Ma no; ecco Garibaldi ancora, Garibaldi con un centinaio di uomini, alla riscossa. È gente nuova, o avanzo della vecchia, ch’egli è riuscito a rianimare pur ora? Mi par di sentire, giungendo ad afferrar la spianata, ch’egli ha trovate e prese con sè le due compagnie lasciate di guardia alle carceri. Chiunque siano, ben vengano. Si avanzano con le baionette spianate; un po’ balenanti, mi pare, e Garibaldi non vuole trepidazioni in quel momento supremo. Lo vede ancora, fiammeggiante cavaliere, nella luce sanguigna del tramonto; ritto in sella, battendo a colpi ripetuti il fianco del suo cavallo alto e bianco, con una striscia di cuoio, all’americana; risoluto di arrestare ad ogni costo un nemico che la fortuna aveva fatto insolente. E percuotendo il cavallo, scendeva dalla spianata, gridando con voce vibrata:
— Venite a morire con me! Venite a morire con me! Avete paura di venire a morire con me?
Alcune parole genovesi, augurali, e non di fortuna, accompagnavano la frase italiana; ma la voce si abbassava di un tono, dicendole; mentre era scandito, accentato con fiera progressione il “con me„ ferma l’intonazione e accennante un disperato proposito. L’uomo era solenne, e solenne il momento. E tutti allora i reduci sfiniti, i cadenti spettatori della scena terribile, si strinsero ai fianchi di quel cavallo, confondendosi con quelle due compagnie, travolgendole, precipitandosi con lui nella strada. La carica della disperazione ottiene l’intento; il nemico si arresta, si ritira, facendo fuoco di dietro alle siepi. Garibaldi vorrebbe proseguire; ma a qual pro? A che gli servirebbero, fin dove, quei dugento uomini che porta in mezzo alle schiere nemiche?
L’occhio vigile di Stefano Canzio ha precorso il pericolo. L’animoso ufficiale coglie il momento opportuno del nemico arrestato, si gitta alla testa del cavallo e ne afferra le redini, gridando con voce di amoroso rimprovero, ma donde trapelano tutte le collere addensate da un’ora:
— Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per chi?
Ho veduto, ho sentito: il ripetuto “per chi?„ fu quello che vinse l’animo di Garibaldi, serbando il suo cuore, il suo braccio, il suo nome, alla gloria di una sublime vendetta.
XV.
Triste partenza. Il convoglio miracoloso. Contrasti della vita.
Non facilmente s’era piegato l’eroe. Aveva data in giro un’occhiata leonina; aveva abbassate le ciglia, forse mormorando quel maraviglioso “avete ragione„ in cui soleva sfolgorare la sua bella modestia, chiudendo molte discussioni e mostrando il lavoro interiore che si faceva rapidamente nel suo nobile spirito; poi aveva dato ancora uno sguardo lungo e profondo in quella penombra della strada contornata di siepi, onde balenavano i lampi della moschetteria contro lui invulnerabile. Nè, ritiratosi lentamente di là, avrebbe voluto cedere il campo. Non erano ancora di là da Mentana, sulla strada di Tivoli, i tre battaglioni mandati la sera innanzi ad occupare Sant’Angelo? Perchè non si erano mossi? perchè non erano accorsi al cannone? e perchè, finalmente, non avrebbero potuto attaccare nella notte, aiutando così a ripigliar l’offensiva?
Un giovane e bravo ufficiale, il capitano Giacomo Vivaldi Pasqua, si offerse all’incarico di andarli ad avvertire. Aveva il miglior cavallo del piccolo esercito; per una via laterale nei campi, se ancora non c’erano dilagati i nemici, poteva giungere in mezz’ora a Sant’Angelo. Detto fatto, mise il cavallo a galoppo dietro la cascina Villerma: fortunato, passò sulla destra del nemico, salutato dalle fucilate innocue d’una compagnia che il suo passaggio aveva sorpresa: era giunto dal comandante dei tre battaglioni, sì, ma trovando che quelle forze erano state divise, accantonate per compagnie nei casolari sparsi, non pure di Sant’Angelo, ma di Monticelli, e perfino di Palombara. Ci sarebbero volute ore ed ore, a raccogliere quella gente; e neanche, dopo tanti esempi dolorosi, era da sperare che si potesse venirne a capo.
La sera intanto è venuta; segue la notte, scura per il cielo nuvoloso, e dei tre battaglioni invocati non si ha nuova nè canzone. Ad ora tarda, dopo avere inutilmente specolato dalla torre del castello Piombino, Garibaldi si arrende alla evidenza delle cose, ai consigli di tutti i suoi ufficiali, e comanda la ritirata.
Ne avemmo notizia anche noi, avanzi dei due battaglioni genovesi, che ci eravamo raccapezzati alla meglio, nel trambusto del momento, e stavamo pensando per l’appunto a mandare qualcheduno di noi per chiedere istruzioni al comando. Ci avviammo allora alla piazza maggiore del paese, dov’era tuttavia la carrozza del Generale, che per aiuto nostro riuscì a passare da porta Pia, allora allora asserragliata di botti. Nella carrozza non era Garibaldi, per altro; c’era Alberto Mario, sottocapo di stato maggiore, il capitano Adamoli e il padre di lui, vecchio patriota, venuto proprio quel giorno ad abbracciare il figliuolo; finalmente ci avevo preso posto io, per cortesia di Alberto. I miei commilitoni genovesi venivano intorno; furono essi che disfecero la barricata, o almeno quel tanto che fosse necessario per lasciar passare la carrozza.
La discesa fu triste; non parlava nessuno. Sulla pianura, oltrepassata di poco la stazione della strada ferrata, raggiungemmo una cavalcata ugualmente taciturna, avviata come noi al confine.
— Generale, siamo qua; — disse Alberto Mario, alzandosi in piedi; — vuol salire?
— No, grazie; — rispose la voce di Garibaldi da quel gruppo di cavalieri ammantellati; — andate pure, vi seguiamo.
La carrozza procedette più lenta, per non disgiungersi da lui; ed anche per non istancar troppo i soldati che seguivano a piedi, ma che, dopo tutto, il freddo della notte faceva più svelti alla corsa. Giunti a Passo Corese, smontammo ad una casetta alcuni passi distante dal confine. Bevetti colà poche gocce d’acqua; le prime, dopo tante ore di fatica. E passammo il ponte, accolti fraternamente dai granatieri del colonnello Caravà, che ci offersero quanto avevano. Ringraziammo, non accettando nulla: tanto poteva più l’amarezza che la fame. Sapemmo allora che nella giornata i soldati dell’esercito regolare avevano disarmato via via duemila volontarii, ripassanti il confine.
— A che ora? — domandai all’ufficiale che ci dava la notizia.
— Fra le due e le quattro; — mi rispose.
Molte cose si spiegavano allora. Aveva ragione l’ufficiale pessimista, che due giorni innanzi, nel palazzo Piombino, alla tavola del Generale, aveva detta così crudamente la sua opinione su tanta parte delle nostre forze in campagna. Se quei duemila fossero rimasti nelle file, sarebbero giunti in azione al momento opportuno di slanciar le riserve. Erano alla coda, forse ancora a Monterotondo, udendo il fuoco d’inferno che si faceva a Mentana; avevano pensato ai casi loro, e risoluto di conservarsi per giorni migliori. Ottima gente! e non essi soltanto, che se n’erano andati, ma anche le molte migliaia che se n’erano rimaste a casa! Intesi allora anche meglio la forza di un ragionamento del mio amico Stefano Canzio. “Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per chi?„ Del resto, chi sa? forse è bene che le cose andassero allora così. Ci vuol filosofia, nelle cose del mondo: la filosofia insegna a sopportare molte noie; e si sopportano più facilmente le cose che non è dato cangiare.
_Durum; sed levius fit patientia_ _Quidquid corrigere est nefas._
Ah, ecco da capo Orazio? Ma sì, lettori umanissimi; e Orazio dovrebbe annunciarci vicino il Pietramellara. Il mio buon Ludovico era là, padrone della strada ferrata, facendo da capostazione. Mi vide, mi abbracciò, senza tanti discorsi mi condusse al marciapiede d’asfalto, e mi ficcò in un compartimento di prima classe, dove c’era già un ufficiale inferraiolato, in atteggiamento di riposo. Credetti che l’amico mi mettesse là dentro al caldo, perchè schiacciassi un sonnellino; ma no, faceva dell’altro, l’amico. Dopo due o tre minuti spesi a dar ordini, venne ancora a salutarmi, a darmi il buon viaggio; chiuse egli stesso lo sportello, accostò un fischietto alle labbra e ne cavò un suono acuto; la macchina rispose sbuffando, il treno si mosse crocchiando, e volò via in direzione di Terni. Com’era andata? Evidentemente, ero capitato là nel momento buono. Ad ogni modo, quella partenza improvvisata mi parve un prodigio; ed oggi ancora, quando ci penso, mi par di sognare.
Il mio compagno di viaggio, che riconobbi tosto al fioco lume della lampada, era Augusto Tironi, veneziano. Venezia e Genova, già fiere rivali (la solita storia che bisogna dire quando i due nomi si associano) viaggiarono di buon accordo fino a Terni. Ma si fecero poche parole, quella notte; l’amico era ferito al braccio, e quantunque la ferita non fosse grave, gli pizzicava un po’ troppo: del resto non era momento da discorsi allegri. Gaio compagno in altri tempi, il Tironi; sempre ricco di belle fantasie, pronto sempre alla celia. Rammento di lui un aneddoto, e lo metto qui, in mancanza di una conversazione che tra noi in quel momento necessariamente languiva.
Un giorno, Garibaldi, era in viaggio nel Veneto. A Lendinara, se ben ricordo, o in altro paese vicino, era stato accolto col suo seguito nella casa del sindaco. Da un pezzo erano là, e non si parlava mai di andare a pranzo, nè si vedevano i segni precursori d’una chiamata a tavola. Gli ufficiali incominciavano a mormorare; qualcheduno accennava già di voler uscire, per andare a trovare un’osteria.
— Lasciate fare a me, — disse Augusto Tironi, — parlo io al padron di casa; voglio esplorarne l’animo. —
L’idea parve temeraria ai compagni. Il sindaco non aveva accennato di voler dare da pranzo; poteva benissimo non averci pensato e non aver provveduto; nel qual caso una domanda importuna poteva turbargli lo spinto.
— Ma con garbo, veh! — dissero dunque al Tironi. — Pensa che siamo i suoi ospiti.
— Non dubitate, conosco le leggi.
E si mosse, andando in traccia del padrone di casa. Il sindaco, che andava e veniva per le stanze, fece un sorriso amabile a quel gran giovanotto dalle spalle quadre, dalla carnagione bianca e dai capelli rossi, che pareva balzato fuori da un quadro di Paolo Veronese.
— Signor sindaco — incominciò allora il Tironi, rispondendo alla muta interrogazione che gli faceva quell’altro con gli occhi, —
.... e l’ora s’appressava Che il cibo ne solea essere addotto, E per suo sogno ciascun dubitava.
— Oh, non dubiti, non dubiti! — si affrettò a rispondere il sindaco. — È stata colpa della cuoca, che non ha saputo calcolar giusto, preparando per tanti; fra cinque minuti si dà in tavola. —
Mi separai da quel simpatico ufficiale alla stazione di Terni, avendo sentito che in un carro di merci, che doveva esser aggiunto al treno, erano tre compagni genovesi, feriti a Monterotondo. Andato con loro nella paglia, ebbi la fortuna di esser utile, telegrafando ad un illustre chirurgo d’una grande città, per la quale dovevamo passare. L’insigne uomo venne infatti ad aspettarci alla stazione; visitò i tre feriti, diede consigli da pari suo e conforto di buone speranze.
A quella stazione erano accorsi anche due amici artisti, che mi strapparono dal treno e mi condussero in città. D’uno tra essi indossai gli abiti, lasciando per una sera le mie spoglie soldatesche; e poco dopo, vedete stranezza! in una poltrona, a teatro, assistevo alla rappresentazione di un’opera in musica. Mai l’arte dei suoni mi parve più bella; mai ebbi dalle sette note una commozione più viva.
In Francia, lo ha detto un francese, _tout finit par des chansons_. Io, in Italia, finivo la mia piccola odissea con una orecchiata di musica eccellente. La vita è piena di tali contrasti. Ed io vedevo tanta gente allegra, a teatro! tante belle dame sorridenti nella mezza luce dei palchetti ai cavalieri galanti, dai guanti grigi perlati e dai candidi petti di porcellana! Niente di nuovo, niente di grave era accaduto in Italia. Per chi volevate farvi ammazzare, Generale? per chi?
FINE.
INDICE.
PAG. I. Come si esce da Genova. Gerolamo Costa e Giovan Battista Parodi. Dalla “bella Ninin„ 4 II. Da Quarto a Firenze. L’entrata alla Tappa. Nella Galleria degli Uffizî 14 III. Ludovico di Pietramellara. Si rimonta ai Vespri Siciliani. Calessata musicale 26 IV. Da Firenze a Terni. Formiche ed uomini. Cose antiche e moderne 38 V. Trecento uomini sulle braccia. La cascata delle Marmore. Poesia d’un viaggiatore e prosa d’un cicerone 49 VI. Da Terni a Rieti, e da Rieti a Condigliano. L’_eureka_ dello stomaco. Le spose Sabine 62 VII. La bella gigantessa. Fermate ed ansie di Torricella. Giungono i fucili e passa Garibaldi 75 VIII. Carabinieri Genovesi e Carabinieri Reali. Il passo difficile e l’augurio del doganiere. Ricordo di Pietro Cossa 87 IX. Da Nerola e Montelibretti. La talpa e il ministro di Falconara. Ci siamo 99 X. La gran notte di Monterotondo. Ritratti garibaldini. Il capitano Uziel 111 XI. Un fraticello domenicano. I casi sacri di Fornonuovo. Da Fidene alla Cecchina 124 XII. Sul monte Sacro. Favola antica e storia moderna. La mia bella giornata 134 XIII. Da capo a Monterotondo. I trecento di Leonida. Digiuno d’Ognissanti 145 XIV. In cammino per Tivoli. Lo scontro fatale. Momento epico 155 XV. Triste partenza. Il convoglio miracoloso. Contrasti della vita 166
NOTE:
[1] Due bravi amici morti; il primo a Buenos-Ayres, dove era andato ad esercitare la sua arte salutare, ottenendovi buon nome; il secondo a Digione, combattendo da valoroso nel 1871.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.