Con Garibaldi alle porte di Roma
Part 10
Io pensavo ai bei stratagemmi dei fuochi notturni con cui s’ingannano gli eserciti moderni, come s’ingannavano gli antichi, e cercavo di ricomporre nella mia memoria il quadro dei sarmenti accesi a Casilino, nella guerra tra Cartaginesi e Romani. Ma chi li aveva accesi? Annibale, o Fabio Massimo? Lì per lì, non sapevo. Ma altri pensieri vennero a distornarmi piacevolmente da quella ricerca erudita ed infruttuosa. Pensai di fatti che la mia bella giornata l’avevo avuta, ed intiera. Le tenebre regnavano intorno a noi, tanto più fitte nello sfondo della scena, quanto più vivi sul primo piano rosseggiavano i fuochi. Ma la giornata era stata singolarmente luminosa: rivedevo la campagna pianeggiante di là dall’Aniene, seminata d’illustri rovine, l’acquedotto Claudio, San Giovanni Laterano con la sua ordinanza aerea di statue, la cupola di San Pietro col suo globo d’oro, monte Mario coi suoi negri lancieri in vedetta, tutta la prospettiva della eterna città circonfusa d’una rosea luce vaporosa, traente all’oro, come nelle glorie dei quadri antichi. Giornata inutile ad altri, che misurano ogni cosa dagli effetti ottenuti; ma non inutile a me, che l’avevo goduta! E pensai che fosse stata fatta unicamente per me; ne fui grato a Garibaldi; gliene sarò grato fin ch’io viva, perchè veramente fu la prima e sarà certamente l’ultima giornata bella della mia vita; con lui, davanti a lui, senza folle importune a levarmene la vista; vicino a lui nel pericolo lungo, nel pericolo dimenticato tra i lieti ragionamenti, che mi parvero pregustazione dei colloquii d’Eliso; vicino a lui nella speranza, infine, e nel pieno gaudio dell’essere. Viva Garibaldi! e il monte Sacro abbia il più sacro dei miei ricordi, per lui.
XIII.
Da capo a Monterotondo. I trecento di Leonida. Digiuno d’Ognissanti.
Sono le undici di sera: “tutto tace il bosco intorno„; anzi, non il bosco, poichè bosco non c’è, ma la macchia nana a ponente della Cecchina. Ci mettiamo in cammino, silenziosi, marciando tutta la notte, guidandoci come possiamo, col far mentalmente alla rovescia quella sequela di giri e diagonali che avevamo già percorsa nella notte antecedente. Fortunati abbastanza, vediamo sull’alba l’eminenza di Castel Giubileo. Non isfuggirò l’occasione d’un bisticcio, dicendovi che per conto mio ci arrivai giubilando. Il maggiore, invece, era di cattivissimo umore, vedendo troppi fucili abbandonati sulla strada, e non bastando i nostri uomini a caricarseli tutti sulle spalle. Che diavolo era avvenuto? Sapemmo più tardi che intiere compagnie, nel ritorno, facevano getto delle armi, gridando di non voler più combattere per una bandiera regia. Donde avessero cavata la notizia, che la bandiera fosse regia, io veramente non so: bandiera, per verità, non ce n’era nessuna: si voleva giungere a Roma, ecco tutto, e alla scelta della bandiera ci pensasse poi il buon popolo Quirite. Altri, per contro, anche prima della marcia al monte Sacro, avevano lasciato il campo, immaginando che la bandiera fosse rossa. Anche questi avevano il torto; ma con una apparenza di ragione, argomentando dal fatto che l’impresa di Garibaldi era stata sconfessata dal governo italiano, e più chiaramente, più solennemente, da un recentissimo proclama reale. Così noi, poveri reduci della vana dimostrazione armata, avevamo il male, il malanno e l’uscio addosso.
Alquanto più giù di Castel Giubileo, ritto a cavallo sul binario della strada ferrata trovammo Garibaldi. Fu lieto di vederci, e volle da noi le notizie del nostro esodo. Tutto bene, salvo un piccolo incidente. La sera innanzi, alla prima partenza dal monte Sacro, avevamo fatti avvertire i compagni che stavano dentro il casal dei Pazzi. Ci avevano risposto che sarebbero venuti tra poco, volendo finire un’infornata di pane. Noi ci eravamo contentati della risposta; più tardi, ed al buio, credendo che fossero con noi, ci eravamo avviati senza di loro, avvedendoci solo al mattino della loro mancanza dalle file.
Mentre il Generale mostrava di addolorarsi del fatto, si sentirono grida in lontananza; e giù dalla collina, a gran furia, si videro calare tre uomini! Erano i tre nostri compagni; uno di essi il tenente Pozzo, che per tal modo ebbe la fortuna di dare al Generale i più freschi ragguagli, le più recenti notizie, che meglio non avrebbe potuto fare il telegrafo. I tre genovesi si erano dimenticati nella stanza del forno: solo un po’ prima dell’alba li aveva turbati un suono di cannonate. Usciti all’aperto avevano veduto il campo vuoto, i fuochi già presso a spegnersi e presi di mira da una pioggia di granate, che venivano dalla campagna oltre l’Aniene. Non erano stati a pensarci più che tanto; avevano preso il largo, guidandosi a lume di naso, come noi altri, e via via più spediti, con l’ali alle calcagna, erano venuti a salvezza.
— Bravi! — disse Garibaldi. — E così, stando là dentro, con tanta farina, avrete fatti i taglierini.
— Eh, magari li avessimo fatti! capirà, Generale....
— Capisco; — interruppe il Generale, ridendo; — capisco che a voi altri, genovesi, ci vorrebbe un’osteria ogni mezzo chilometro. —
Si rise tutti, ricevendo la nostra patente. Era una gentilezza, del resto; tale la faceva il tono bonario, tale la confermava il sorriso amorevole. Ma per verità, se in qualche altra campagna avevamo gradita la frasca, in quella, pur troppo, non c’era stato modo di gradirla, poichè non s’era neanche veduta. Garibaldi, per contro, scherzava volentieri coi genovesi; e volentieri, nelle ore quiete, passando davanti al loro accampamento, accettava due cucchiaiate di minestrone. Era genovese anche lui: nato a Nizza, sì; ma la madre era di Loano, e originaria di Cogoleto; il padre di Chiavari, e i suoi vecchi erano stati genovesi e chiavaresi a vicenda, nel giro di parecchie generazioni, secondo portavano le ragioni del commercio, o i casi della repubblica. La Liguria è tutta Genova, a questo modo; e Genova, nel corso di otto secoli, si è sparpagliata un po’ da per tutto, tra il Varo e la Magra.
Arrivati noi della retroguardia, non c’era da aspettar più nessuno. Il Generale fece togliere da un casotto della strada ferrata una botte di vino, che c’era stata messa in custodia, e ordinò che ne fosse spillato a tutti; liberalità molto opportuna, dalla quale argomentai che su quella strada, per allora, non si sarebbe più ritornati. Dopo di che, avanti ragazzi, e via, alla volta di Monterotondo. Il grosso dell’esercito era salito al paese; noi rimanemmo alla stazione, occupando un casolare abbandonato e stendendo subito i nostri avamposti verso Fornonuovo.
Era il primo di novembre, il dì d’Ognissanti. Non avevamo viveri, nè potevamo sperarne. Si scoperse una cavolaia: lavorandoci attorno per tagliarne, si vide che lasciavamo il meglio in terra; non erano cavoli semplici, ma cavoli rape. Allora si scavò, in cambio di tagliare, e fu portato in cucina tutto il raccolto del campo. Il Tevere diede l’acqua; un paiuolo dimenticato servì a far bollire quella verdura, in due o tre riprese. Ad ognuno toccò il suo tallo; poca cosa, ed insipida, poichè non avevamo sale da mettere in pentola. Ma non fu male che la porzione riuscisse scarsa, e lo sentimmo presto a certi dolori di stomaco; effetto del paiuolo di rame, che non era stagnato.
Noi eravamo in quelle bellezze, quando dall’avamposto fu dato un allarme. Accorremmo: niente di grave; anzi, una buona sorte per noi. Si avanzava, dopo aver passato il Tevere sulla barcaccia che era in quei pressi, una compagnia d’armati; volontarii, e genovesi, che proprio cascavano a noi, come la manna agli ebrei nel deserto. Li comandava un capitano Valle, di Sestri Ponente, ed erano in gran parte doganieri, bella gente, e bene armata. Il maggiore Burlando offerse loro d’incorporarli: accettarono, formando la quarta compagnia del battaglione.
Una guida, frattanto, veniva da Monterotondo a cercare di noi. Menotti ci voleva alloggiati in paese, e proprio nel castello Piombino. Andammo subito; ma tanto cresciuti di numero, con tant’altra gente già allogata nelle vaste sale del palazzo barberiniano, ci sentivamo a disagio. Chiedemmo allora, e facilmente ottenemmo dal nostro buon colonnello, di andare ad alloggio nella nostra cascina Villerma. Il vecchio castaldo che la teneva ci rivide volentieri, sebbene non fossimo gli ospiti più desiderabili del mondo. Ma già, se non eravamo noi, potevano esser altri; meglio adunque noi altri, visi ed umori conosciuti, come di suoi figliuoli. Buon vecchierello sorridente! Non aveva nient’altro da darci che paglia; ma quella paglia, son per dire che gli veniva proprio dal cuore. E poi, quando c’è la salute, c’è tutto.
Ma ora, che si fa? Qualcheduno deve andare a prender lingua, a scrutare i cuori e le reni, se gli riesce. Vado io, esploratore e diplomatico da strapazzo; tanto, avrò occasione di vedere gli amici. Ne vedo moltissimi, al primo piano del castello, nell’anticamera di Garibaldi, e passo un’ora chiacchierando con tutti, mentre si aspetta il Generale, che è salito sulla torre del castello, a specolar la campagna. Egli non scende che sull’imbrunire; mi vede e m’invita a cena. Accetto col gesto, e accetterei con la voce, se il colonnello Basso, segretario di Garibaldi, non mi facesse cenno con gli occhi e col capo. Non lo intendo, ma sto zitto; intanto il Generale si avvia, e l’amico Basso trova il modo di bisbigliarmi all’orecchio: — vieni pure, ma non accettar di mangiare con lui: non ha che una frittata di due ova. Seguo il consiglio del colonnello e i passi del Generale nella sala da pranzo; siedo a tavola, ma non per mangiare, avendo (oh generosa bugia!) pranzato dianzi alla cascina Villerma.
Anche a stomaco vuoto, è quella una deliziosa serata. Il Generale è di buon umore; ragiona di cento cose cogli amici che assistono al suo modestissimo pasto. Tra essi è il Negretti, il famoso ottico italiano, stabilito a Londra, ma venuto anche lui a fare la campagna dell’Agro romano. È uno dei pochi che abbiano la camicia rossa. Io, non lo dimentichiamo, ho da tre ore una sciabola, la mia Sitibonda del ’66, che m’ha portata quel giorno un amico da Genova, insieme con la mia vecchia divisa grigia e la mantellina nera di carabiniere genovese.
Garibaldi è di buon umore, ho detto; confida ancora. Tre giorni prima aveva settemila uomini; non ne ha più che cinquemila, oggi; ma saranno tutti buoni? È il dubbio di parecchi, nella comitiva: il modo tumultuario con cui sono stati accettati e avviati dalle diverse città, la poca o nessuna conoscenza che hanno gli ufficiali di tanta gente nuova, raccolta a Terni e avviata in fretta al confine, ritorna spesso e volentieri sul tappeto, anzi sulla tovaglia. Si squaglieranno a poco a poco, dice un pessimista.
— Ebbene, — conchiuse Garibaldi, — quando saremo in trecento, faremo come Leonìda. —
Egli pronunziava Leonìda, con l’accento sulla penultima. L’ho già notato altrove, ed ho anche soggiunto: “L’eroe di Sparta avrebbe amato udirsi chiamare in quella forma da lui. Chi sa? ora, nel regno delle ombre, o delle luci, ragionano insieme, dopo uno di quei baci elisii, intravveduti dal genio di Dante.„ Aggiungo ora, per confessione della nostra miseria, che se egli era capace di fare come Leonida, ci sarebbero voluti trecento Spartani, e risoluti al sacrificio, per fargli compagnia. Ma la storia non si ripete. Del resto, quarantott’ore dopo, su poco più di duemila combattenti, furono cinquecento che gli caddero intorno a Mentana. Come lezione all’Italia d’allora, non fu poi tanto male.
Quella sera, uscii tardi dal castello Piombino. Era buio pesto, nelle scale, tutte piene zeppe di soldati dormenti; ed io, nel discendere, incespicai una diecina di volte, urtando di qua e di là, facendo attaccar moccoli, che pur troppo non valsero a rischiararmi la discesa. Ma un cerino si accese improvvisamente nell’androne; a quella luce riconobbi un amico, celebre avvocato bolognese, già deputato alla Costituente romana, allora deputato di Forlì al Parlamento italiano, Oreste Regnoli. Egli giungeva allora allora a Monterotondo, e si volgeva al quartier generale per aver notizie del campo dei Genovesi, e ritrovarci un suo giovane amico. Non poteva capitar meglio; il suo valoroso amico diciottenne l’avevo io nella mia compagnia, vivo e sano.
— Venite con me, amico Regnoli, — gli dissi. — Tra quindici minuti potrete vederlo. —
Si uscì insieme a rivedere le stelle: passata la piccola spianata davanti al castello, e un certo portone di villa che mi ha sempre avuto l’aria di un arco di trionfo, entrammo in un vigneto; giungemmo al settimo filare, voltammo a sinistra, e trovato un sentiero campestre, ci avviammo diritti al piazzale della cascina Villerma. Anche là, nel portone e su per una scaletta che metteva al piano superiore della casa, pestammo piedi e stinchi allungati, facendo attaccar moccoli d’ogni misura. Ma questi erano di fabbrica paesana; accidenti in chiave di casa. Altri dovevo sentirne lassù, nel quartierino, dov’erano gli amici in molta libertà, più che in maniche di camicia, quando giunsi in mezzo a loro ed annunziai una visita, e di un deputato per giunta. Ma riconobbero il Regnoli, un amico, quasi un concittadino, e la mia imprudenza fu subito perdonata.
Gli amici avevano fatto un po’ di baldoria; erano riusciti a rifarsi del cavol rapa. Fumavano, allora, avendo trovato non so più come una buetta di tabacco; ma poc’anzi avevano cenato, facendo perfino la minestra, gli epuloni! La zuppiera si vedeva ancora sul desco, ma vuota. Han sempre torto, gli assentì.
— Ma non avete dunque anima? — gridai.
— Chi se lo immaginava? — risposero. — Tu eri in _gaudeamus_, al quartier generale. —
Avevano ragione a rider di me. La burla era feroce: la mandai giù per tutta cena. E così finì il primo giorno del mese di novembre.
Il giorno due fu di calma per il corpo, d’ansietà per lo spirito. Che cosa si farà ora? che cosa non si farà? Chi ne diceva una e chi un’altra. Si pensava ancora a tutti quelli che avevano ripresa la via del confine, quali per la bandiera che non era rossa, quali per il proclama reale che ci metteva al bando, o giù di lì, ma i più perchè avevano fiutata la impossibilità del vincere e non gradivano la prospettiva di marce e contromarce, di stenti e di privazioni, in una guerra di bande. Quanto a noi, conchiudevamo filosoficamente tutti i nostri almanacchi: ci penserà il Generale; noi altri obbediremo, come si è fatto finora.
Ma che cosa pensava egli di fare, specie dopo il proclama accennato, che sicuramente sarebbe stato seguito da atti di polizia, che avrebbero tagliati i nervi ai comitati nostri e impedito ogni invio di munizioni al confine? Io non lo sapevo; nè fo conto di metter qui le mie povere induzioni d’allora. Solo mi pareva d’intendere che egli, non avendo potuto penetrare in Roma senza il consenso armato della popolazione, non avendo potuto accogliere sotto il proprio comando i due corpi lontani, dell’Acerbi a Viterbo, del Nicotera a Valmontone, volesse aspettare in armi, per qualche settimana ancora, lo svolgersi degli eventi, facendo base in qualche altro luogo, non più a Monterotondo, ma a Tivoli, sulle montagne dell’Aquilano. L’accenno a Tivoli lo avevo avuto quella sera, difatti, udendo che un colonnello doveva andare con tre battaglioni tra Monticelli e Sant’Angelo, che erano per l’appunto sulla strada di Tivoli: mi confermava il sospetto l’invio d’un battaglione, con Marziano Ciotti, ad occupare l’incontro della strada di Tivoli con la Salara: finalmente, ad ora tarda, seppi che a Tivoli doveva andare la mattina seguente il colonnello Pianciani; senza gente, per altro, con due soli ufficiali, romano a romani.
— E andiamo a Tivoli; — pensai, — vedrò la villa di Orazio, o il luogo dov’era situata, poichè _etiam periere ruinæ_. Peccato che non abbiamo più con noi Ludovico di Pietramellara. Vorrebbero esser odi a tutto spiano. —
Venne la mattina del tre, e fu ordinata la marcia. Ma a me si ordinava anche di andar giudice al tribunale militare nel palazzo Piombino. A che pro’ una seduta di tribunale, se si era tutti per muoverci? Avrete tempo, mi dissero allo stato maggiore; non si parte che alle undici. E sia; eccoci in tribunale, anzi _pro tribunali_. Presiede questa volta il maggiore Guerzoni; è avvocato fiscale il maggiore Suliotti. Sbrighiamo le nostre faccende; i processi son chiari; si tratta di qualche prepotenza in casa di privati, e le condanne son pronte: come poi le faremo eseguire, non avendo sicurezza di mantenere un nostro sistema carcerario, non so. Alle undici abbiamo finito; va ognuno pei fatti suoi; io raggiungo il mio battaglione, uscito dalla cascina Villerma e già in ordine di marcia sulla spianata del castello.
XIV.
In cammino per Tivoli. Lo scontro fatale. Momento epico.
Racconterò io la giornata di Mentana? No, davvero. Brevemente, a sommi capi, in iscorcio, l’ho già fatto in altre pagine: distesamente non saprei, non potrei, non vorrei, dovendo lasciare un simile ufficio a narratori più autorevoli in materia, e meglio forniti di tutte le opportune notizie dei varii corpi impegnati. Ed anzi, volentieri mi fermerei qui, se non pensassi che le mie son note personali, di cose vedute, di sensazioni provate. In questa misura, adunque, e con queste restrizioni necessarie, accogliete il poco che io vi dirò, per compire la storia dei miei venti giorni di viaggio, che furono poi ventiquattro. Ma i rotti non contano, si danno per il buon peso.
L’ordine del giorno porta che noi del secondo battaglione genovese marceremo in avanguardia, e il primo battaglione in fiancheggiatori. Con noi è un battaglione di Milanesi, comandato dal colonnello Missori. Così disposti ci mettiamo in cammino, e dopo forse mezz’ora giungiamo alle prime case di Mentana, accolti dall’inno: “_Si schiudon le tombe_„ suonato dalla fanfara della colonna Frigésy. Quella musica piace poco; ad un illustre amico mio, che passa in quel punto a cavallo, non piace niente affatto. Per lui, essa è di mal augurio, non avendo avuto il battesimo del fuoco. Infatti, conosciuta dai volontarii quando già era finita la campagna del ’59, non fu suonata in Sicilia, nè sul Volturno, nè in Tirolo; non si è udita mai, se non nelle città, nei teatri, sulle piazze. Garibaldi, poi, ama meglio la Marsigliese, a cui vengon subito appresso, nelle sue simpatie, il “_Fratelli d’Italia_„ e più un inno del Rossetti: “_Minaccioso l’arcangel di guerra_„ che i suoi legionarii cantavano nel ’49, a Roma e a Velletri. Ma basti di ciò; anche l’inno: “_Si schiudon le tombe_„ ha avuto il suo battesimo a Mentana; triste, se vogliamo, ma solenne, e non è più il caso di tornarci su, poichè il sacramento è indelebile.
Io m’ero accostato a Mentana senza sospetto. L’andata pacifica del Pianciani a Tivoli mi prometteva una marcia tranquilla: nè il mio ragionamento interiore poteva esser turbato dal fatto dei fiancheggiatori, essendo costume d’ogni esercito in marcia, su territorio conteso, di aver fiancheggiatori e avanguardia. Noi, dopo tutto, facevamo una marcia di fianco, pericolosa sempre la parte sua, richiedente diligenza somma e celerità singolare. La diligenza si usava: la celerità veniva di costa. Ma le parole dell’amico, che mi era passato accanto, seguendo il Generale, mi avevano reso pensieroso. Esposi i miei dubbi al maggiore; e il maggiore si contentò di rispondermi:
— Ma che? credevi proprio che andassimo a nozze?
Eppure, guardate, l’aspetto della cosa era quello. Mentana era in festa, sul nostro passaggio, e tutto ci sorrideva dintorno. Già, per sè stessa, Mentana è una borgata simpatica, con case basse e pulite, fiancheggianti una via romanamente lastricata, che va serpeggiando per una insenatura di monte. Sulla nostra sinistra, passata una chiesina campestre, il monte fa una conca dietro la fila delle case, abbastanza vasta per accogliere senza danno della prospettiva due o tre grossi pagliai, e per istendersi in una lunga prateria che va fuori del paese verso una piccola eminenza, su cui è murata una casa padronale, la casa della Vigna Santucci. Sulla destra, e dietro all’altra fila di case, il monte si rompe in greppi, vallette e burroni, che portano al Tevere l’acqua di otto o dieci rigagnoli. In capo al paese e sulla sinistra, la fila delle case s’innesta in un vecchio castello con negri torrioni, tra i quali, dalla parte di Tivoli, si stende la cortina sormontata da un largo terrazzo, donde una frotta di donne sventola le pezzuole, i fazzoletti, gridando il buon viaggio a noi che passiamo spediti. Salutiamo le donne, salutiamo Mentana, salutiamo l’antica Nomentum di cui essa è l’erede, e tiriamo di lungo. Abbiamo fatto a mala pena un centinaio di passi, e vediamo accorrere verso di noi un biroccino, e sul biroccino una donna. Allarghiamo le file per lasciarla passare. È rossa in volto, ha negli occhi il terrore; e passa, gittandoci una frase:
— _Ce so’ lì papalini, ce so’!_ —
— Ah, davvero? — Il maggiore si volta a me, per darmi un’occhiata; e l’occhiata significa: — che cosa ti dicevo io?
Ancora un centinaio di passi, e sentiamo una fucilata. Sì dubita di aver male inteso; ed eccone una seconda, che conferma la prima. I fiancheggiatori, sulla nostra diritta, hanno dunque incontrato il nemico? O il nemico ha tirato su Garibaldi, che cavalca sempre alla testa delle sue avanguardie? Affrettiamo il passo, ci mettiamo alla corsa. Ad una svolta della strada vediamo Garibaldi e il suo stato maggiore che salgono una collina, afferrando il colmo, dov’è la casa di Vigna Santucci. Noi, genovesi e milanesi, guidati dal Guerzoni che accorre con ordini del Generale, coroniamo un’eminenza a sinistra, facendo fronte ad un’altra, donde ci viene la fucilata, e che riusciamo ad occupare, ma senza poterla tenere lungamente, tanta è la forza che abbiamo di contro. Ci vien fatto nondimeno di sostenerci saldamente due ore sulla collina primamente occupata, stendendoci anche a coprire la Vigna Santucci; opponendo scarsi fuochi ma risoluti alla fitta grandinata onde ci bersaglia il nemico. Ma lassù, tra Vigna Santucci e Romitorio (questo nome mi è rimasto nella mente accompagnato all’immagine della eminenza sulla nostra diritta) non siamo che tre battaglioni distesi in catena. La nostra linea, già interrotta dalla strada maestra, ha presto altre soluzioni di continuità, che non possono essere colmate. Le teste di colonna di Merlotti e del Frigésy hanno da far fronte a sinistra, donde, precedendo coperti alla lontana, si sono avanzati altri battaglioni nemici, tentando di avvilupparci. E dura aspramente la lotta; una lotta in cui Garibaldi, Menotti, Ricciotti, Stefano Canzio, personalmente s’impegnano contro zuavi, antiboini e cacciatori esteri. Intanto, sopra una collina di destra si è riusciti a portare la nostra artiglieria: i due pezzi guadagnati a Monterotondo, che sono un obice e un cannone rigato da otto, ma che avranno tra tutt’e due a mala pena una trentina di cariche. Facendo volata sul paesello, la nostra artiglieria incomincia a sfolgorare le colonne nemiche irrompenti a sinistra. Di là quattro pezzi in batteria prendono tosto a rispondere. Le riserve pontificie, girando la posizione, mirano a pigliarci di fianco; alcune eminenze importanti san prese, perdute, riprese, perdute ancora. Nel paese di Mentana, presso il castello, facciamo le barricate, lasciandoci il maggiore Federico Salomone con la sua gente e con mezza compagnia dei nostri. Garibaldi stesso, che è da per tutto, accorre a vedere come si tenga quel passo. Ricordo che in quel punto, volendo egli affacciarsi, gli si pianta davanti il capitano Carlino Nicotera, con la mano al morso del cavallo, gridando: “Generale, fatemi fucilare, ma non andrete più avanti.„ E lui a sorridere: sulle prime pareva disposto a contentarlo; indi proseguì allo scoperto, dove grandinava più fitto; stette un momento a dar ordini, poi voltò il cavallo e corse sulla sinistra, dove noi io seguimmo, verso i pagliai. Colà si era molto avanzato, troppo avanzato, il nemico.