Colei che non si deve amare: romanzo

Part 4

Chapter 43,868 wordsPublic domain

Cinque o sei volte al giorno saliva le scale in punta di piedi per andar a mettere l’occhio fra le connessure dell’uscio e gettare uno sguardo verso il letto della figlia. Ma non voleva che lo vedessero, e solo qualchevolta, con un tono burbero, con una voce che aveva perdute tutte le sue belle tonalità, chiedeva a Donna Grazia come andasse la malata. Non osava più mostrarsi nella corte, per quel certo risolino che intravvedeva su la bocca di tutte le persone del vicinato, nè Stefano ardiva venirgli a parlare, sebbene quell’uomo gli facesse una gran pena ed egli sentisse, nella sua naturale onestà, di dovergli pur qualcosa. Ma una sera finalmente, preso il coraggio a due mani, l’occhialaio sporse il capo con timidezza nella retrobottega del farmacista.

Costui leggeva e fece le viste di non averlo veduto.

— Senti, Guglielmo... — incominciò Stefano. — Io non sono responsabile di quello che ha fatto e che farà in avvenire quel mio figlio disgraziato, ma sento il bisogno di venirti a chieder scusa e spero non ti scorderai che siamo vecchi amici.

Gli tremava una tale commozione nella voce, che il Riotti torse il naso dal giornale e lo sogguardò di sbieco.

— Meno chiacchiere! — inveì. — Non conosco più nessuno. Ma visto che sei qui, veniamo a patti chiari.

L’altro avanzò di qualche passo; si sentiva tuttavia così colpevole che non ardì sedersi e rimase in piedi davanti al Riotti come davanti un giudice.

— Punto primo: dov’è tuo figlio? — interrogò il farmacista.

Stefano aperse le braccia:

— Non so...

— Credo che lo sappiate benissimo, ma per prudenza lo teniate lontano.

— Ti prego di non supporre...

— Io suppongo, se mi permetti, anche di peggio! Suppongo sopra tutto che da gente onesta non possa nascere un delinquente di quel genere!

La risposta era ovvia, ma l’occhialaio non ne volle trar profitto. Fece on piccolo gesto di collera, piccolo, quasi nullo.

— Ma ora che la cosa è fatta, — seguitò il farmacista, — inutile recriminare. Quello che decido è semplice: fa uno stato a tuo figlio, mettilo in condizioni da vivere almeno decorosamente, e che si sposino al più presto.

— È quello appunto che ti volevo proporre.

— Però, intendiámoci... — l’altro soggiunse. — Si sposino e facciano quel che vogliono, siano felici o vadano a finire in malora, a me poco importa; ma in casa mia, nè lai nè lei, mai più!

— Via... — mormorò l’occhialaio.

— Quanto a noialtri, come se non ci conoscessimo neppure. Ognuno a casa propria. Perchè, dopo quanto accadde, non è possibile ch’io perdoni mai più.

— Via, Guglielmo, non essere ingiusto...

Ma il farmacista gli troncò la parola:

— Siamo intesi, e buona sera, — fece, mostrando vagamente l’uscio.

In vita sua non era mai stato così laconico. Stefano se ne andò; e visto che l’Eugenia era quasi guarita, persuase la moglie a non bazzicare più in casa del Riotti, poichè gli pareva che il farmacista esagerasse un poco ne’ suoi modi brutali.

Quando non gli rimase più il becco d’un quattrino nè il mezzo per trovarne, Arrigo fece ritorno al focolare paterno. Era pronto a lasciarsi rabbuffare nel peggior modo, era deciso a cacciarsi nell’uragano come un uomo perduto.

— Me ne sono andato per semplificare le cose, — ebbe la sfrontatezza di dire al padre, non appena lo vide. — Se fessi stato qui presente, chissà mai che pandemonio!

Donna Grazia, sventatamente, si lasciò sfuggire:

— Forse è stato meglio così. — Ma vide il marito lanciarle un’occhiataccia e non aggiunse altro.

Ad Arrigo furon risparmiati rimproveri e scene, poichè nessuno si sentiva il coraggio di lottare con lui; ma in breve lo misero al corrente delle decisioni ch’erano state prese.

— Sposerai l’Eugenia non appena col tuo lavoro ti sarai procurata la certezza di poter campare. È tempo che tu finisca di accumulare malanni.

— Ma, un momento... — fece Arrigo.

— Non devi discutere! — l’interruppe il padre, spiegando per la prima volta una certa energia. — Ti cercherò un impiego, e lo accetterai, qualunque esso sia, visto che non hai voluto continuare gli studî.

— Un impiego? — mormorò Arrigo.

— Sì, ed al più presto. Eravamo già d’accordo su questo punto prima della villeggiatura, dunque ti prego di non ribattere parola, perchè altrimenti fra me e te si viene ai ferri corti: io ti metto fuori di casa, senza un soldo in tasca, e vattene con Dio!

Arrigo piegò il capo, sembrandogli questa volta che si parlasse sul serio. Con quella prudenza calma e riflessiva ch’era innata in lui, pensò che a ribellarsi c’era tempo in séguito, e per intanto gli convenisse lasciar correre un po’ d’acqua sotto i ponti.

Per via d’amicizie il padre giunse a trovargli un posto d’apprendista in una piccola banca privata, e Arrigo, fattesi cucire due mezze maniche d’alpagà, si mise a frequentar ogni mattina l’ufficio, puntualmente, riuscendo persino a farsi benvolere, perch’era di pronto ingegno ed aveva una bella calligrafia.

Del resto egli non s’apparecchiava a vivere da mediocre nè da bottegaio; era vicino a compiere i vent’anni, andava incontro alla vita con imperiosi desiderii, una grande ambizione gli si era da qualche tempo accesa nell’animo: quella di volersi ad ogni modo arrampicare, con le mani, co’ piedi o co’ denti, per il dirupo scabroso della vita, finchè gli paresse d’esser giunto in un luogo ameno e dilettevole dove piantar le sue tende.

Non avrebbe sposata l’Eugenia; non voleva certo una farmacia per dote nè per eredità una bottega d’occhialaio; non in quel suburbio fuligginoso d’officine avrebbe consumata una vita oscura. Ben altro lo tentava, ben altre visioni accendevano le sue speranze giovanili. Vivere voleva; vivere con tutto il prestigio, con tutto lo splendore, con tutto il gaudio che può essere in questa parola. Purificarsi di quella borghesia che portava indosso come una veste non sua, mescersi tra quelli che invidiava, tra que’ giovini signori, arbitri d’eleganze, scialacquatori di ricchezze, amici di belle donne, frequentatori di saloni, di teatri, d’ippodromi, piccola signoria che regnava nella città con grande sfarzo e con grande millanteria.

Perchè intristirsi nelle oscure botteghe, quando tanta luce sfavillava nelle sale dei palazzi, nei ridotti dei teatri, nei gabinetti delle cene? Perchè schiantarsi al lavoro, per essere miserabili sempre, quando con un po’ di baldanza ed un po’ di fortuna si poteva in ogni caso tentare una più alta meta? Cosa gli mancava per questo? Non le maniere signorili nè la presenza piacevole, non la fredda e calma volontà che serve a riuscire nella vita, non la coscienza inesorabile che bandisce ogni scrupolo dinanzi allo splendore della meta, non il barbaro coraggio di rompere i vincoli che potessero impedirgli la sua libera via. Ma una cosa gli mancava: il denaro. E di questo si sarebbe impossessato con tutte l’arti e con tutte le frodi, poichè la vita valeva la pena d’essere vissuta e tutto il rimanente non era che sterile menzogna.

Questo egli pensava, allineando cifre nei registri del banchiere, sopra una scrivania carica di scartafacci, e guardando con la coda dell’occhio il lento volgersi delle sfere nell’orologio a pendolo.

Questo pensava la sera, curvo su l’archetto del suo violino; la notte, nelle profumate coltri di Mercedes la bruna.

Il Riotti non si era degnato ancora, o forse non aveva osato venirgli a parlare; le due famiglie vivevano in guerra taciturna, e, chiusa ciascuna dietro la sua trincera, stavan aspettando ii giorno di quelle nozze riparatrici. Ma non v’è cosa al mondo, per quanto grave paia, che il tempo e la naturale smemoratezza degli uomini non riescano a porre in dimenticanza.

Così l’Eugenia era guarita e s’era messa con soave pazienza a preparare il suo corredo da sposa. Quel repentino dramma non aveva lasciata una traccia gran che profonda nel suo placido cuore. Subiva in silenzio le diurne iracondie del padre, ma intanto s’era ben rimessa in carne, aveva ripreso il suo bel colore di pomo granato, le sue pantofole di lana, l’uncinetto instancabile, i romanzi d’amore.

Con una facilità sorprendente s’era dimenticata di non essere più vergine; era tornata la fanciullona laboriosa e quieta, che viveva nelle piccole stanze della sua casa come una tartaruga domestica, mangiando con appetito insaziabile e covando nel petto, come un tepido scaldino, il suo paziente amore.

Ma il Riotti bolliva. Non più dell’onta patita, non più del malanno che gli era capitato in casa, ma di quel divieto al quale s’era condannato da sè col mettere al bando i del Ferrante. E doveva rimanersene solo a rimasticar la sua collera! Che mai? Facevan gli offesi ora? Non sentivano dunque il bisogno di venirgli a dir qualcosa?

Il figliuol prodigo era tornato all’ovile. Oh, lo aveva ben intravveduto, e più d’una volta, per la finestra e per l’uscio; aveva inteso anche il miagolìo di quel suo maledetto violino! Egli s’era immaginato nei primi tempi di vederselo venir davanti, a ginocchi, sommesso a tutte le sue folgori, e chissà mai quante volte aveva elaborata nella mente la sua prima filippica. Invece quel silenzio lo tormentava più d’ogni altra cosa poichè di consueto la sua collera sbolliva nell’eruzione delle parole come quegli incendi che vanno tutti in fumo.

Quante volte non fu sul punto di varcar la soglia del vicino e mettersi a gridare improperi finchè ne avesse il cuore libero! Ma una inflessibile fierezza lo tratteneva e molti mesi passarono di coperte ostilità.

L’occhialaio, dal canto suo, si sentiva rimordere il cuore; gli pareva d’essere ingiusto verso quell’uomo così acerbamente colpito nell’orgoglio e nell’amore paterno per opera d’uno de’ suoi; ma d’altra parte aveva egli pure la sua propria fierezza e non sapeva risolversi a muovere il primo passo, dopo ch’egli lo aveva trattato da meno di un domestico. La colpa d’Arrigo era certo imperdonabile, ma, in fondo, che ce ne potevan loro? Per riparare al malanno, per mostrargli quanto ne fossero dolenti, non gli avevano forse curata la figlia come una figlia lor propria? Non avevan súbito consentito a quella riparazione, che infatti era doverosa? E, per tutto ringraziamento, lui lo aveva messo alla porta, lui s’era barricato nella sua bottega senza farsi rivedere più. Tuttavia come doveva sentirsi abbandonato e triste quel pover’uomo!...

Una sera finalmente, una sera che il buon Stefano soffriva d’emicrania, messo da parte il rancore prese una grande risoluzione: mandò il giovine di bottega in farmacia per comprare un grammo di migranina.

— Un grammo di migranina!... — aveva gridato il farmacista, scattando su dal banco. — Per chi? per il tuo padrone?

— Già, per il mio padrone.

— Ebbene, se lo venga a prender lui, se lo vuole. Se no crepi!

L’occhialaio v’andò, e si buttarono le braccia al collo.

IX

Finirono con cacciarlo via dalla banca, perchè s’era stancato in breve d’insudiciarsi le dita con l’inchiostro violetto senza guadagnare il becco d’un centesimo. Da un pezzo era divenuto sfaccendato e scontroso; giungeva la mattina in ritardo, con gli occhi pieni di sonno, per aver consumata la notte al giuoco od in fatiche d’amore. Diede Un giorno una rispostaccia al suo capo ufficio, che lo mise alla porta sui due piedi.

Il padre, a tale notizia, montò in furore, aggredendo Arrigo con tale veemenza di parole, come fino allora non aveva osato mai. Invecchiando, il suo carattere si inaspriva. Ma dovette arrendersi davanti ad una risposta ben recisa.

— Ho passato i ventun anno ormai, caro babbo. E ti prego di non scordare che ogni uomo ha il diritto, a una certa età, di vivere secondo le proprie inclinazioni. Puoi, se ti piace, sospendermi quel piccolo assegno mensile, che forse ti costa un sacrificio, e puoi anche mettermi fuori di casa, qualora tu lo voglia: ma devi lasciarmi intera la mia libertà, perchè, di questa, non intendo far sacrifizio a nessuno.

Il padre non seppe che dire; gli lasciò l’assegno, se lo tenne in casa, e parve non curarsi più di lui. Ma c’era l’altro, il Riotti, che aveva man mano riprese le vecchie abitudini e ficcava il naso in tutti gli affari de’ suoi vicini. Per un tacito accordo, egli ed Arrigo evitavano sempre di rivolgersi la parola, ed anche d’incontrarsi, quando potevano farne a meno. Ma ora che il giovinotto pareva prendersi a gabbo la faccenda del matrimonio, e di tutt’altro si curava che d’essere il fidanzato dell’Eugenia, il farmacista non seppe tacere più a lungo, ed una sera fece pregare padre e figlio di venire in bottega da lui. Era presente anche l’Eugenia, la quale si faceva rossa come fuoco non appena udiva pronunziare il nome d’Arrigo. Costui venne con la sigaretta in bocca, senza mostrare il minimo impaccio, senza parere affatto compreso della solennità con cui l’accolse il Riotti. Questi entrò súbito nell’argomento.

— Per mia norma vorrei conoscere il giorno che avreste fissato per il matrimonio, — disse con voce beffarda, fissando l’uno e l’altro con aria di provocazione.

— Caro amico, — Arrigo rispose con spavalderia, — credete forse che si prenda moglie come si beve un bicchier d’acqua? Ci vuol tempo a riflettere. Quanto al giorno, francamente, non vi ho per ora nemmeno pensato.

S’udì la seggiola che portava il peso del Riotti scricchiolare sinistramente.

— Di questo non dubitavo! — disse. — Ma è per potervi pensare insieme che vi ho pregati di venir qui.

— Mio caro e buon Riotti, — l’interruppe Arrigo, — lasciamo le pompe, i modi magnifici ed il tono d’accademia; discorriamo da buoni amici, con semplicità. Finora ho evitato di venirvi a parlare perchè mi sentivo in colpa verso di voi e non volevo sprecare molte parole inutili. Ho commesso una sciocchezza, ed ora che l’occasione si presenta, ve ne chiedo scusa; di tutto cuore ve ne chiedo scusa.

Obbligatissimo! — borbottò l’altro, un po’ sorpreso tuttavia.

— Ma, quando si è fatto il male, chiederne scusa non vuol dir nulla; bisogna ripararlo piuttosto, ed io sono pronto a farlo, se così vi piace. Solo vi pongo una domanda: Come posso io prender moglie? In che modo le darei da mangiare?

L’altro volle interromperlo.

— Lasciatemi finire, — seguitò Arrigo. — Voi sapete benissimo che non possiedo un soldo, nè il mezzo di guadagnarne, per ora. Soggiungerò io stesso, per non lasciarlo dire da voi, che non ho alcunissima voglia di lavorare, che son pieno di debiti fino al collo, che amo giuocare, andare a teatro, spendere, divertirmi con le donne... vivere insomma! Se vi riesce tuttavia di trovare in me la stoffa d’un marito, parola d’onore, ve ne sarò gratissimo!

Il Riotti fu percosso d’un tale stupore che non ebbe fiato per rispondergli e fissò l’occhialaio con uno sguardo smarrito.

— Dunque... — volle dire.

— Dunque, concludiamo, — fece Arrigo. — Ho abusato di vostra figlia, ed è naturale che ripari al malanno, sposandola. Solo non venite a parlarmi del giorno, del mese, e neanche dell’anno, perchè dall’oggi al domani non si conclude nulla di buono e di serio. Appena sarò in condizioni da poter prender moglie decorosamente mi ricorderò della promessa che ho data. Ma fino a quel tempo, vi prego di lasciarmi vivere in pace. Tanto più che, se io m’impegno a sposar l’Eugenia, l’Eugenia viceversa è liberissima di sposare chi vuol lei, qualora nel frattempo le cápiti un giovine che valga un po’ meglio di me.

— Ah, cáspita! — scoppiò a dire il farmacista, che aveva finalmente ritrovato l’uso della parola. — Cáspita! cáspita!... Questa è un po’ grossa!

— Vi ho parlato da galantuomo, signor Riotti, e spero che in séguito me ne terrete conto.

— Da birbante, hai parlato! da malandrino! da canaglia! Ah, no, per Dio! non credere d’aggiustarla così!

— Sentite, signor Riotti, — concluse Arrigo, — io son uomo di poche parole: quel che dico dico, e non c’è forza al mondo che sappia rimuovermi da una decisione presa. Inoltre non mi piace d’essere insultato nè di venire a male parole con uomini più vecchi di me. Per il che vi riconfermo quel che ho detto e vi auguro la buona sera.

Se ne uscì calmo calmo, accendendo un’altra sigaretta. Poco dopo l’occhialaio, riconosciuta vana ogni speranza di ragionare col farmacista, pensò che meglio fosse andarsene, e fece come lui.

Arrigo si diresse verso la solita bisca, ove da qualche tempo gli arrideva una straordinaria fortuna. Dopo aver pagate, come ogni altro giocatore, le spese del suo noviziato e maledetta l’ingiusta fortuna e trascorse ore insonni a ragionar col demone che dispone fortuitamente le carte sui ciechi tavolieri, dopo aver osservato col suo freddo spirito coloro che perdevano sempre e coloro che più spesso vincevano, egli era divenuto in breve uno di que’ freddi e cauti giocatori che sanno in fin de’ conti aver ragione anche dell’azzardo capriccioso, contrapponendo alle altrui debolezze la propria inflessibile virtù.

Non più le carte amava nè l’alea che tende i nervi e tien sospeso il respiro sopra il sorteggio d’un punto; ma s’era invece prefissa una nitida volontà di vincere, di afferrar nel suo pugno quel denaro che tanto gli era necessario per i suoi prossimi destini. Conosceva i suoi compagni di gioco, aveva esercitato sopra ognun d’essi un esame acuto, e quand’essi, eccitati o stanchi, nell’ore tarde rincorrevano il denaro perduto, egli, che tutta sera aveva temporeggiato, apriva sagacemente la sua battaglia senza lasciarsi vincere da alcuna ingordigia nè distogliere da alcuna pietà. Si era persuaso che al giuoco pure, come nell’altre contese della vita, la fortuna conta per molto ma il carattere fermo vale ancor più. E da qualche tempo la sorte lo compensava di aver fiducia in sè stesso più che in lei. Durante gli ultimi tempi aveva raggranellata una considerevole somma.

Allora donò al fratello Paolo tutta la sua guardaroba d’elegante suburbano e si fece rinnovare le squamme dai primi abbigliatori della città. Sapeva che sarti e calzolai creano la più immediata, forse la maggior distinzione fra uomo ed uomo, poichè, in questo mondo bizzarro, che vive d’apparenza e si pasce d’esteriorità, il prossimo fa sempre miglior viso al cerretano bene agghindato che non al galantuomo il qual non cura l’eleganza de’ suoi modi e del suo vestire.

Allora cominciarono a giungere nella modesta casa dell’occhialaio fattorini e commessi, che portavan pacchi enormi, ben ravvolti in una carta soffice, dalla ditta vistosa; le sorelle accorrevano a guardare con una curiosità mista d’invidia quelle meraviglie che il ricco fratello si comandava per i suoi diletti.

Con questi abiti nuovi, con queste camice fine, che la mamma non avrebbe osato affidare alla lor semplice lavandaia, con quelle scarpine lucide, odorose di buon cuoio, con que’ fazzoletti sottili come tele di ragno, con que’ capelli tirati a lustro, d’una forma un po’ eccentrica, e tutto quel lino e tutta quella seta e tutta quella buona materia delicata, rara, odorosa, — una specie di aureola s’involse intorno al primogenito. Ne furono tutti sorpresi, ed un poco anche il padre, quel buono semplice padre, che non poteva scordarsi d’aver concepita sopra il suo primogenito qualche speranza veramente ambiziosa.

— Ho vinto al giuoco, — questi raccontò, per spiegare ogni cosa. E siccome non era punto avaro, dispensò regali ad ognuno.

— Bada, — lo ammoniva il padre: — oggi si vince, domani...

— Domani si può vincere ancora.

E spiegò al padre che il giuoco è un affare, come ogni altro affare, dove il sangue freddo ha onestamente ragione dei nervi altrui. Poi sapeva, a tempo e luogo, essere carezzevole, persuadente; nella casa, nonostante i suoi continui malanni, si era sempre nutrita per lui una certa predilezione, ed ora, con quella coscienza pieghevole della gente borghese, finirono con pensare che in fondo, se gli riusciva di menar la vita del gran signore senza commettere alcunchè di male, non bisognava poi dargli torto nè condannarlo per partito preso. Faceva piacere a tutti vederlo uscire, attillato e azzimato come un damerino, sapere che alle volte pranzava nei ristoranti più cari e si metteva l’abito nero per andarsene a teatro in poltrona. Che buon profumo avevano, in quella retrobottega odorosa d’aglio, i suoi fazzoletti fini, quando se li toglieva di tasca! S’era cambiata la pettinatura, il taglio dei baffi, il modo di camminare, il modo di fumare la sigaretta, e pareva quasi che parlasse una lingua più forbita, che gettasse un riverbero d’eleganza su tutte le cose ch’erano intorno a lui. Questo era avvenuto rapidamente, in pochi mesi. Ognuno si sentiva quasi lusingato d’avere un vincolo di parentela con lui, e da quella trasformazione ognuno sperava di poter trarre un suo particolare vantaggio. Il padre avrebbe forse potuto in séguito risparmiare quell’assegno mensile che gli faceva un gran vuoto in cassa; la madre e le sorelle contavano di tempo in tempo su qualche regalo costoso; il fratello, quel buon Paolo sempliciotto e modesto, era il solo forse che in verità non sperasse nulla e che osservava tutte queste cose con un certo sdegno indifferente.

Il Riotti, che di lontano aguzzava l’occhio a tante novità, non osava dir nulla in modo aperto, ma obliquamente faceva certe sue grandi prediche velenose contro le bische, i nottambuli e le donne di malaffare.

Con la Mercedes era capitato un guaio. Buona ma gelosa, disinteressata ma piena d’amor proprio, come tutte le donne venali quando si dànno per amore, aveva tollerato, sì, che Arrigo rendesse incinta una ragazza per bene, perchè le signorine, via, quasi non contano, e tutto questo era stato, come diceva lui, uno scherzo... ma non poteva mai, mai, tollerare che le si facesse un torto con donne del suo mestiere, perchè in tal caso, oltre la gelosia, c’entrava lo scredito e c’erano in più le beffe.

Appunto era capitata lì, nel teatrucolo dov’ella cantava, una danzatrice Tunisina, la quale, sotto il pretesto di esibire certe figurazioni estetiche, si mostrava in scena sconciamente nuda, con un gran dimenìo d’anche formose, una bella curva di reni, una ricca plastica di poppe arrossate, sotto lo schermo di pochi veli. Fece chiasso; la sala per tutta la quindicina rigurgitò. E gente venne che per solito non bazzicava in quel teatro, gente che poteva, senza ledere il suo prestigio, dare una capatina in quei ritrovi equivoci, a brigate di cinque o sei, farvi un rumore indiavolato e poi andarsene via con un affettato sorriso di noia. Venivan taluni con le loro amanti, lucide di gioielli, ondose di piume, e le povere cortigianelle di quel teatro suburbano tutta sera stavano a rimirarle con occhi affascinati, quasi fosser idoli.

Miris la Tunisina eseguiva una danza del ventre in verità irritante, che poteva qualche strano miracolo anche sui noiati ammiratori delle danze di Salomè, ed aveva, come disse argutamente uno scultore allora in voga nei cenacoli cittadini, «le più belle ginocchia di maomettana che mai fosse stato lecito vedere sopra un altare della cristianità.»

Quando molti l’ebbero goduta, un uomo dabbene, calvo di cranio e ricco d’esperienza, che aveva una fonderia di metalli ed era qualcosa nelle cariche del Comune, la tolse dalla scena e se la fece sua. Sua, beninteso, come piace o come torna comodo a questi noleggiatori di donne, che si recano a trovarle prima del pranzo in vettura chiusa e vi tornan la sera, imbacuccati nella pelliccia, quando non devon accompagnare a teatro la consorte, ahimè, legittima. Consuman poco e pagan bene, lasciano forzatamente una grande libertà, sono la vera provvidenza delle donnine allegre e di tutti coloro che, per spender meno, accettano i ritagli di tempo e divengono «amanti del cuore.»

Miris fu la prima donna, forse l’unica donna, che Arrigo pagò. Ma era Tunisina, e gli parve con questo di umiliarsi meno. Se n’era fortemente incapricciato per quel sapore che aveva di lussuria esotica, ed una sera la condusse a cena. Fu male forse, perchè la Mercedes non meritava questo affronto. Ma egli sperò che la Mercedes nulla ne sapesse. Purtroppo invece non mancò il premuroso informatore.