Colei che non si deve amare: romanzo

Part 3

Chapter 33,727 wordsPublic domain

Pigramente l’Eugenia slacciò i bottoni che le tenevan la camicia su la spalla, ed appoggiatasi contro la sponda del letto perchè non scivolasse interamente, se la lasciò cadere fino alla cintola. Il corpo ne sbocciò fuori come una pannocchia dal cartoccio.

Ora le sue reni profonde, poco arcate, larghe, apparvero intere a chi guardava. E i fianchi troppo robusti apparvero, e di scorcio la tondezza del ventre, il dondolìo di quei due seni grandi, un po’ cascanti, quasi sciupati. Con le due braccia incipriate se li accarezzò lentamente, poi li contenne, sollevandoli, non nei palmi delle mani ma sui polsi e su gli avambracci. Rideva e guardava l’amica, tra sfacciata e confusa.

— Un po’ troppo?... — interrogò.

— Forse... — disse l’altra. E risero.

— Tu, meno assai...

— Sì... — Ma per pudore si rannicchiò nel lenzuolo.

Tuttavia la curiosità di quel discorso e di quella vista la pungeva.

— Mi hanno detto che si può dimagrirli, e indurirli... Sono un po’ molli...

— Ah, sì?...

— Tocca...

— Ma no... — fece, con un riso, la più timida.

— E perchè?

Ella sporse la mano, toccò quasi con timore, in fretta, l’uno, l’altro, le punte, poi ritrasse la mano come scottata.

Allora l’Eugenia aperse pian piano, dal basso, la camicia da notte, e vi si cacciò dentro come in una fodera, raccolse dallo scendiletto quella che aveva lasciata cadere, la buttò sopra una seggiola, e piano piano, facendo scricchiolare le molle, si distese a giacere.

Si volsero l’una verso l’altra, sotto i lenzuoli, e risero.

— Tu non pensi mai?... — fece l’Eugenia; poi s’interruppe.

— A cosa?

— Al desiderio di avere un marito...

— Oh... sì...

Poco dopo spensero il lume.

V

Quando, il giorno seguente, Arrigo rivide l’Eugenia, l’avvolse tutta in uno sguardo lento, iroso, lascivo, di cui la fanciulla si sentì turbata. Egli la rivedeva com’era la notte innanzi, ritta e nuda, con le due braccia ricolme de’ seni gonfi. Ed aveva subitamente concepito sopra di lei un pensiero avido, che non gli si staccava dal cervello. Cominciò a farlesi attorno, carezzevole, audace, prendendole qualche volta una mano, se la sorprendeva in una stanza o nel giardino, sola. Ed ella si faceva rossa, cercava di schermirsi con una sorridente ritrosia, bruciando insieme dal desiderio ch’egli osasse ancor più. Tutti i romanzi d’amore letti con tanto fuoco le risalivan ora nella fantasia. Il suo calmo e pudico desiderio aveva qualche momento di perdizione.

Una volta, in un angolo buio, Arrigo la baciò; e vi era in quel suo bacio tanta violenza torbida che la fanciulla se ne sentì come sopraffatta. Anche a lei l’estate metteva nelle calde vene un male indefinibile. Ora lo seguiva, lo cercava, temendo ch’egli se ne avvedesse, temendo che quella sua bella e rossa bocca le potesse dare un bacio più forte, il più forte bacio... Sentiva nascere il peccato in sè con uno sfinimento ch’era come una morte voluttuosa. E cominciò dalle piccole colpe, con lui, ch’era un maestro lento e paziente, un tentatore pieno di temerità.

Seppero l’odore dell’erba calda, dietro i cespugli, la mollezza della riva del fiume, e s’incamminarono sotto il sole, per la strada polverosa, verso il bosco taciturno. Poi, una sera, egli le disse per le scale:

— Vieni da me.

Ella attese, attese; attese che l’amica dormisse, che il campanile suonasse nella notte un’ora inoltrata, che la luna compisse un mezzo giro per la camera, che tutti i mobili avessero scricchiolato nel silenzio, facendola sussultare... si volse, si rivolse nel letto, volle, non volle, fredda, sudata, attenta, paurosa, tesa come una corda vibrátile... poi scese piano piano, tutta tremando, a piedi scalzi... — e v’andò.

. . . . . . .

— Mi sposerai?

— Certo.

Egli aveva le labbra odorose d’altri baci, soavi e selvagge come un ricco miele.

Allora ella gli parlò dell’avvenire, d’una casa che avrebbero, intima e tranquilla, d’una fedeltà indissolubile, d’un amore senza fine. Ed egli nel cuore cinico ne rise, perch’era di quelli che feriscono senza conoscere il male che fanno.

Venivano al sabato sera il Riotti e il del Ferrante insieme; ripartivano col primo treno del lunedì. Eran gite, la domenica, scampagnate per i colli, merende nei boschi, sorbetti variopinti e fette di cocomero, la sera.

Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava, con l’organo di Barberia infaticabile... Il Riotti e donna Grazia, una domenica sera, fecero un giro di polca insieme: egli n’ebbe male alla schiena per una settimana, ella ne ringiovanì. Paolo andò a caccia di grilli, e ne trovò uno che cantava — come cantava! — tutta notte, sul poggiolo. La piccola Anna Laura colse frutte nei frutteti, e montò sopra l’asinello di un vicino, e finì con rotolare in un fossato, senza farsi male, però. Ma sgualcì l’abitino che portava, il suo più bello.

E Stefano pagò le spese, rimanendo curvo tutta la settimana a metter lenti negli occhiali. Ed i roseti apersero tutte le rose e le stracciarono fiocco a fiocco, lembo a lembo, come ventagli di carta; e le more, lungo i fossi, tra i dirupi, cominciarono a vaiare; ed il grillo del poggiolo scappò via, quando la luna finì... E l’Eugenia rimase incinta, quando la luna finì.

Si ballava, sotto i padiglioni, si ballava...

VI

Ritornarono tutti alle contigue botteghe, tra lenti e fiale, ognuno alle proprie abitudini quotidiane. L’anno interrotto ricominciò. Fuori divampava un autunno più rosso dell’estate, ma nessuno pensava ormai a lamentarsi del caldo, poich’era trascorso il tempo della villeggiatura. La sola che non riuscisse a togliersi la vampa di dosso, era quella povera Eugenia, che ciondolava di qua e di là, da un angolo all’altro, da una seggiola all’altra, come un’anima senza pace.

Incinta!... incinta!... Questa parola viscida, oscura, funesta, le si divincolava intorno come un viluppo di serpi, la mordeva nel ventre, che le pareva crescesse a vista d’occhio, le attanagliava i seni, dolorosi di trafitture, le serrava la gola dandole un’impressione soffocante di nausea, le passava dal cervello alle calcagna come una lunga fredda lama. Intorno a lei non danzavano più che tanaglie di medici, rivoli di sangue, rotoli di fasce, teste implumi e bavose di bambinelli appena sgusciati fuori. Non osava più guardare in faccia il suo padre maestoso, nè guardare alcuno; le pareva che tutti protessero leggerle nelle pupille dilatate il suo materno segreto.

«Mi sposerai?» — «Certo.» Aveva detto: «Certo.» Ma ora non la guardava quasi più, era diventato ruvido, la maltrattava, sopra tutto dal giorno in cui la ragazza, presa dal terrore, gli aveva confessata quella terribile verità. Per poco egli non erale piombato addosso coi pugni serrati; poi lo aveva udito profferire una bestemmia fra i denti, e l’aveva guardata, fissata, un attimo, implacabilmente, con gli occhi pieni d’odio.

— Non c’è più che un mezzo... — aveva ella tentato di dirgli fra i singhiozzi e le lacrime.

— Quale?

— Confessare tutto e sposarci súbito.

— Ah?... ti pare! — fece Arrigo, duramente. — Ci penserò.

E volse le spalle mettendosi a fischiettare.

«Sposarla? Nemmeno se cadesse il mondo, quella grassa dagli occhi di lumaca! Toh!... ci aveva pensato seriamente, lei! E con qual candore veniva a dirglielo!... In ogni modo era una seccatura.»

Accese una sigaretta e se ne andò a trovare la Mercedes. Quella brava ragazza doveva esser pratica di queste cose. La Mercedes a quell’ora — erano le tre — si stava mettendo il busto. Bisognava stringere molto i legacci, e per aiutarla era venuta la padrona di casa, o meglio l’affittacamere, una donna ch’era stata in altri tempi desiderabile assai, ed ora, tenendo pigione, faceva insieme l’usuraia la mezzana e la domestica delle sue clienti. Non vedeva di buon occhio Arrigo, perchè, con quella praticaccia che si prende nel mestiere, aveva súbito compreso come ci fosse in lui piuttosto la stoffa del mantenuto che del mantenitore. Ma quella Mercedes era una testa calda e metteva l’interesse in seconda linea. Glielo diceva spesso, nello stringerle il busto: «Peccato! con un corpo ed un viso come il tuo!...» Ma quella rispondeva seccata:

— Mamma Gilda, lasciami stare.

Arrigo entrò, come in camera sua, buttando il cappello sul letto ancor disfatto; l’altra gli corse addosso e si mise a baciarlo, mentre Mamma Gilda le veniva dietro coi due capi dei legacci fra le dita:

— Se non stai ferma, benedetta!...

— Ora, tanto, me lo levo il busto! — disse lei, tirando un baffetto d’Arrigo.

— No, no, stringete, stringete, mamma Gilda! — egli rispose.

— Perchè?... — fece la Mercedes, malcontenta, e guardandolo con civetteria.

— Non ho tempo.

— Ve’, il moscardino! — esclamò la vecchia, che in fondo in fondo, per antica memoria, venerava gli uomini i quali hanno tempo sempre. — Una volta, corbézzoli! non me lo sarei lasciato dire.

— Mamma Gilda, m’è accaduto un guaio; navigo in pessime acque... — fece Arrigo.

— Già... — rispose l’altra con sogghigno, — capisco!... Ma, se si tratta di quattrini, è meglio che tu ti rivolga al tuo banchiere. Qui non facciamo credito.

— Be’, Mamma Gilda, cosa ne sai tu? cosa c’entri tu? — fece la Mercedes, mentre Arrigo fissava la vecchia con uno sdegno taciturno.

— Pífferi! So che c’è voluto un bel tempo a mettere fuor dai piedi quella buona lana di Giannotto, ed ora non vorrei che t’invischiassi con quest’altro, mo’!...

Arrigo tuttavia si mise a ridere:

— Che quattrini! che quattrini!... Per tua norma io non chiedo mai nulla a nessuno, e con le donne faccio quel po’ che posso.

— Molto poco... — notò affabilmente la vecchia.

Ma la Mercedes, anche per orgoglio proprio, volle proteggerlo e disse a Mamma Gilda:

— Ti ho pagata finora o no?

— Non dico...

— Ti devo qualcosa forse?

— Cento cinquanta lire.

— Per quelle hai la cambiale, che non è scaduta finora. Ti devo altro?

— Il mese, dopodomani. E se aspetti che te lo paghi lui, stiamo fresche!

— Dopodomani non è oggi; e insomma vattene perchè mi secchi!

— Ah, basta!... non parlo più! — ella disse, cacciandosi le mani entro le tasche del grembiule di percalle e facendovi suonare un gran mazzo di chiavi. Ma non se ne andò. Era curiosa, pettegola, bisticciosa, petulante, avida, e però il cuore, sotto quei novanta chili di carne flaccida, era rimasto un buon cuore di vecchia prostituta che nelle sue discepole riviveva la storia del proprio passato, senza riuscire a nascondere un senso d’invincibile maternità.

— Sentiamo, — ella fece autorevolmente, — cosa c’è di nuovo allora?

La Mercedes, in busto e mutande, si mise a sedere, con le gambe accavallate, sul bracciuolo della poltrona dov’era il giovine.

— Ho fatta una sciocchezza, — egli disse, battendole col palmo sul nudo della coscia; — una sciocchezza grave.

— Cos’hai fatto? — interrogò la Mercedes, mentre l’altra sogghignava.

— In campagna... — diss’egli a mezza voce; — sapete... come accade spesso nelle case di campagna...

— Ha un bel dire, ma quel muso li viene a batter cassa! — interruppe la vecchia con un cipiglio infernale.

— Al diavolo! — interruppe Arrigo levandosi. — Ho resa incinta una ragazza!

— Eh?

— Eh?!... — esclamarono tutt’e due.

Ma la vecchia ne aveva tante udite in vita sua che non se ne stupì a lungo.

— Peuh!... — fece, — roba di villeggiatura! Sarà una sninfia, di quelle che si dànno sull’erba, come le cavallette.

— Già!... la figlia d’un amico di casa, — egli precisò.

La Mercedes cominciò a smaniare di gelosia.

— Ah, benissimo! La figlia d’un amico di casa?... Una specie di signorina dunque! E me lo vieni anche a dire! Incinta!... Benissimo! E perchè mi scrivevi allora quel mucchio di lettere piene d’imposture?... Sei un farabutto!

Mamma Gilda si mise ad aizzarla:

— Vedi cosa ti combina quel sudicione?

Arrigo aveva già fatta l’abitudine al frasario dell’affittacamere e non se ne risentì. Poi gli premeva che l’aiutassero, almeno d’un consiglio, ed era venuto per questo. Cercò di rabbonire la Mercedes, che girava minacciosa per la camera sbatacchiando il copribusto e buttando in aria tutto quanto le capitava sottomano.

— Capirai, è stato uno scherzo...

— Già, e adesso sposala!

— E’ appunto quello che lei vuole.

— Ah, sì? È quello che lei vuole?... Ma chi è? Spiegati presto! Quanti anni ha? Come si chiama? Cosa fa? Dove sta? Era vergine poi?

— Sì, vergine, vergine.

— Peuh!... — grugnì la vecchia, incredula.

— Se te lo dico io...

— Già, loro credono di capire, loro!... — E fece uno di quei grandi sorrisi, pieni di buon senso, che racchiudono tutta l’esperienza d’una vita.

Arrigo raccontò la storia, in fretta e su per giù, cambiando il nome e l’indirizzo tanto per precauzione. Non voleva certo sposarla, chè anzi l’avrebbe strozzata più volontieri... «... ma, in un modo o nell’altro, bisogna pur rimediare, ti sembra? Se no entra di mezzo il padre, uno di quei padri terribili che fanno venire la pelle d’oca al solo pensarvi...»

Rimasero un poco in silenzio, quand’ebbe così concluso, tutt’e tre.

Mamma Gilda, rifletteva, carezzandosi piano piano il ridoppio del mento, com’era suo costume. Poi s’aggiustò il grembiule sui fianchi:

— Bene, — disse. — Metti fuori un biglietto da cinquecento, e la cosa si accomoderà, forse...

— Come? — domandò Arrigo, senza badare al prezzo.

— Tu non ci pensare; queste sono cose da sbrigarsi fra donne. Conduci qua la ragazza e combineremo.

— Qua?

— S’intende. Certe operazioni è meglio farle in casa propria, mio bel signorino! Però bisogna che ci parliamo chiaro. Queste cinquecento lire le hai o non le hai?

— ... naturalmente.

— Naturalmente cosa? Le hai o no?

— Per ora no.

— Allora amen!

— Ma le troverò.

— Contante! contante! e anticipato! Non vorrei mica ridurmi a pagar io la levatrice e rischiar la galera per te, senza nemmeno guadagnare un soldo! Pifferi! Quando le hai, vieni da mamma Gilda. Ma sieno cinque tutte intere. Se manca un centesimo non se ne fa niente.

— Le troverò. Solo vorrei dire una cosa. Vorrei domandare se il risultato è certo e se c’è molto pericolo.

— Senti, bellezza, di sicuro al mondo non c’è niente. Quello che posso dirti è che io, in persona — e vedi che sto benissimo — ne ho sopportati cinque o sei; quanto poi alla Mercedes....

— Io, niente! neanche uno!

— Come neanche uno? E quello del tenente, l’anno scorso?....

Arrigo la squadrò di traverso, con la faccia buia.

VII

Un po’ con le buone, un po’ con le brusche, Arrigo persuase l’Eugenia a recarsi da mamma Gilda. La Mercedes concedeva la camera, ma non voleva nemmeno vederla in faccia quella svergognata! E poi arrossiscono, le signorine!... E parlan male delle ragazze libere, le signorine!... Quanto ad Arrigo poi, non credesse neanche per sogno di finire la cosa in quel modo. Non appena l’altra si fosse liberata, farebbero conti e patti chiari. Perchè, se a lui piaceva passare il tempo con le ragazze così dette oneste, lei non ci avrebbe messo nè due nè quattro a tornarsene con Giannotto, il quale già le correva appresso di bel nuovo ed era, se non altro, una persona molto più delicata.

Intanto diede lei stessa le duecento lire che gli mancavano per pagar mamma Gilda; ossia non le diede, poichè non le aveva, ma firmò un’altra cambiale. Ad Arrigo mamma Gilda non faceva credito neppure di cinque lire. Se l’intendessero poi fra loro....

L’Eugenia venne due volte; così pallida, così spaurita, che mamma Gilda dovette súbito cominciare con somministrarle un bicchierino di cordiale. Trovò che aveva una brutta faccia ed un corpo di poco avvenire, ma per intanto non fece obbiezioni. Tutte le donne, a qualsiasi classe appartengano e per quanto sia grande la distanza che le divide, sentono sempre l’una verso l’altra quella specie di sororale pietà che nasce in loro dall’esser tutte parimenti esposte agli stessi pericoli ed agli stessi dolori. All’Eugenia mamma Gilda ispirò tanta fiducia, che d’un tratto si mise a piangere contro la sua spalla, credendola forse una suora di carità.

L’altra, colei che sapeva l’arte, era una megera inanellata e adorna di capelli finti, con un fare untuoso, cauto, la bocca melliflua, le mani calzate di mezzi guanti in filo di Scozia; carezzava l’Eugenia chiamandola «piccina» e dicendole molte cose amorevoli a bassa voce.

Poichè Arrigo le impacciava senz’alcuna utilità, lo mandaron via, e dissero a lei, dopo averla sottomessa a qualche preparativo, di tornare, ma sola, il giorno seguente.

Egli tuttavia non si fidava, e l’accompagnò anche il giorno appresso. Rimase ad aspettarla in istrada, seduto al tavolino d’un caffè ch’era nelle vicinanze. Il cuore gli batteva con celerità, fosse paura o rimorso. Che ore interminabili! Ma cosa facevano lassù? Finalmente vide scendere la megera; le andò incontro e volle interrogarla.

— Tutto bene, tutto bene, — questa rispose in fretta. — Ma è meglio che non ci facciamo notare. Occorre prudenza... A rivederla.

E con un bel sorriso della sua bocca molle come un’ostrica, filò via rasente il muro. Mezz’ora dopo scese l’Eugenia, tutta curva, sbiancata come un cencio, un po’ barcollante.

Egli accorse:

— Dunque?

Soffriva, era tutta contratta, non rispose.

Involontariamente si teneva le mani sul ventre e si mordeva il labbro smorto; a un certo punto si appoggiò con tutto il peso della persona contro il braccio di lui, come nella vertigine di uno svenimento. Erano sempre su la soglia della casa; egli fece venire una vettura e vi sospinse l’Eugenia.

— Dunque? raccontami... Non puoi parlare?

Ella scosse il capo.

— Soffri?

— Sì, molto, — disse fievolmente.

— Ma non è tutto finito?

— Finito, ma...

— Cosa?

— Una emorragia, credo...

— Non cessa?

— No. E dolori, così forti, così forti!... Vorrei urlare...

Dette in uno scroscio di lacrime, nascondendo la faccia contro la sua spalla.

— Povera me, ho paura!...

— Vedrai, non sarà nulla. Un poco di pazienza: i dolori passeranno.

Ogni scossa della vettura le traeva un piccolo grido; era così contraffatta da non potersi più riconoscere; stava china sul grembo straziato come per soffocarne gli spasimi. Egli era turbato, e per mostrarle un poco d’amore le mise un braccio intorno alla cintura. Non aveva busto, la gonna era mezzo sganciata sotto il corto mantello: egli sentì che ad ogni tratto sussultava, come se un acerbo dolore, nel grembo, la martellasse. Allora la baciò sul collo, dove i capelli schiacciati e sciolti serbavano l’impronta del cuscino su cui s’era dibattuta; fu carezzevole per darle coraggio, per farla guarire con un poco di persuasione.

Giunti presso la casa comune, si divisero; ella, trascinandosi a fatica, salì nelle sue stanze; ma non potendo più reggere ai dolori si mise in letto. Egli rincasò pure, attendendo la sera. Una indefinibile paura gli opprimeva il cuore; passò venti volte nella corte per spiare dalle finestre nella casa del farmacista: ogni tanto lo vedeva seduto presso l’uscio a leggere il giornale, ogni tanto in bottega a vendere medicine.

Era già tardi, stavano già pranzando, ed Arrigo sperava ormai che tutto finisse bene, quando il Riotti entrò come un pazzo mettendosi a gridare:

— Venite! venite! Donna Grazia, vi prego!... l’Eugenia, l’Eugenia...

— Che c’è!

— L’Eugenia muore! Correte!

Donna Grazia corse di sopra, gli altri si adunaron nella bottega del farmacista, chi per le scale, chi a pian terreno. Solo Arrigo rimase fuori, nella corte, pavido come la morte.

Si trovò che l’Eugenia era sul letto, svenuta, con le coltri gettate all’indietro, madide di sangue; e dappertutto ne gocciolava: sangue, sangue.

Paolo andò a telefonare per un medico, Stefano si mise ad empire catinelle d’acqua, sua moglie a far compresse. Le diedero aceto a fiutare, le aspersero la fronte, le strofinarono le tempie, senza che nemmeno si movesse. Il Riotti si dimenava disperato, voleva far mille cose, ma non poteva più guidare i proprii atti.

— Cos’è mai? cos’è mai?... S’è messa in letto senza dirmi nulla. Salvatela, donna Grazia, per l’amore di Dio! Toccatele il cuore, fate che rinvenga almeno! Che parli! — E piangeva.

Sopraggiunse il medico, un amico del Riotti, un vecchio. Allontanò tutti dal letto, si chinò su la svenuta, guardò, guardò meglio... poi volse gli occhi intorno, con stupore.

— Ma cos’è — gemeva il padre. — Dimmi se c’è pericolo...

— Mándali via, — disse questi laconico, segnando i due estranei. I del Ferrante si ritrassero e chiusero l’uscio.

— Un aborto, — fece il medico.

— Eh! Sei pazzo?

— Emorragìa in seguito a procurato aborto, — ribadì chiaramente il medico. E con quella pacatezza dell’uomo solito a lenire il male altrui, comunque sia generato, si mise a prodigarle i rimedi e le cure necessarie.

Ma ciò che il Riotti fece, non è a potersi dire. Prese colui per le spalle, scotendolo, gridò che se n’andasse, ch’era fuor di senno quella sera; poi si diede a girare per la camera, in piccoli cerchi, urtando contro i mobili. Donna Grazia socchiuse la porta e scivolò dentro; si mise ad aiutare il medico, il quale finalmente, non potendo altro ottenere dal Riotti, gl’intimò che tacesse o l’avrebbe cacciato a forza, poichè, se il vicinato udiva quelle voci, egli avrebbe dovuto denunziar la cosa.

La ragazza ora stralunava gli occhi e rinveniva lentamente; il fiotto di sangue cominciava con lasciarsi frenare. Ma ella vaneggiava, e qualche frase rotta le uscì dalla bocca. Disse molte cose incomprensibili, poi un nome distinto, ch’era quello di Arrigo, le suonò su le labbra. E lo chiamava, e quel nome tornava in tutte le frasi del suo delirio, quel nome che raccontava il suo grande peccato.

Ma quando scesero a cercare di lui, egli non v’era più. Era scomparso, fuggito, e nella corte i vicini bisbigliavano già una storia, guardando quella finestra del mezzanino dietro la quale passavan ombre.

VIII

Per una quindicina di giorni egli non si fece più vedere; visse allo sbaraglio, coi pochi soldi che aveva in tasca e nessuno cercò di lui. Per due settimane l’Eugenia rimase in letto, fuor di pericolo ma tuttavia malata. La faccenda venne in chiaro fra le due famiglie, poichè la ragazza stessa l’aveva raccontata fra singhiozzi e lagrime, senza ometterne alcun particolare, e sopra tutto invocando a propria difesa quella promessa di matrimonio che s’eran scambiata fra loro. Il Riotti, sbolliti i primi furori e perduta l’irruenta sua verbosità, era rimasto accasciato, rotto in due, come un uomo che avesse ricevuto sul capo un gran colpo di mazza.

Nella camera della figlia non entrava più. Sul principio aveva parlato d’ucciderla, di rinnegarla, di metterla sul marciapiede come una ragazza perduta, ma non ne fece nulla ed infine si convinse che il meglio fosse tacere per non dar esca al pettegolezzo che già infuriava nel vicinato.

Dunque raccontarono che la ragazza avesse un’enterite, e chi la curava era Donna Grazia, con la sua figlia maggiore. Cercavano entrambe, coi propri sacrifizi, di sminuire agli occhi del farmacista l’inaudita colpa di Arrigo.

Ma il pover’uomo s’era chiuso in un silenzio di mutolo e viveva meccanicamente fra il banco della sua farmacia e la poltrona della saletta contigua. Buona ventura fu se non diede qualche veleno in cambio d’innocue polverine. Mangiava quel tanto che gli bastasse a non morir di fame, leggeva come prima il giornale, ma senza più capirvi nulla, e non v’era caso, lui tanto ciarliero, di udirlo scambiare una mezza parola coi clienti che andavano e venivano da mattina a sera.