Part 13
L’errore principale che commisero le classi superiori della società al tempo del così detto Rinascimento e che noi continuiamo a commettere dopo d’allora, non risiede tanto nell’aver l’uomo cessato di pregiare il senso dell’arte religiosa, quanto piuttosto nell’avere stabilito al posto dell’arte religiosa scomparsa un’arte indifferente che non ha per fine che il semplice divertimento e non merita punto d’essere tanto stimata e incoraggiata.
Uno dei Padri della Chiesa diceva che la peggior disgrazia per gli uomini non è quella di non conoscere Dio ma di aver messo al posto di Dio ciò che non è Dio. Per l’arte siamo nello stesso caso. La peggior disgrazia delle classi superiori del nostro tempo non è il mancare d’un’arte religiosa, ma che al posto elevato dove non meritava d’essere collocata che questa sola arte, sola importante e degna d’essere incoraggiata, hanno innalzato un’arte indifferente, o anche più di sovente funesta, che obbedisce al fine di divertire alcuni uomini, ed è per ciò stesso contraria al principio cristiano dell’unione universale, che forma il fondo della coscienza religiosa del nostro tempo.
Senza dubbio, l’arte che soddisferebbe alle aspirazioni religiose del nostro tempo non potrebbe aver nulla di comune colle qualità d’arte delle età passate; ma questa differenza non toglie che l’ideale dell’arte religiosa del nostro tempo sia perfettamente chiaro e definito per chiunque riflette e non s’allontana di proposito dalla verità. Nelle età anteriori, quando la coscienza religiosa non univa ancora che un gruppo solo d’uomini — i cittadini ebrei, ateniesi, o romani — i sentimenti espressi dall’arte di quei tempi scaturivano dal desiderio di potenza, di grandezza, di gloria propria di ciascuno di quei gruppi, e l’arte poteva anche assumere come eroi degli uomini che adoperavano per il bene del loro gruppo la violenza o l’astuzia (Ulisse, Ercole, e in generale gli eroi antichi). Al contrario la coscienza religiosa del nostro tempo non ammette dei gruppi separati tra gli uomini, ma esige l’unione di tutti gli uomini senza eccezione, e sopra tutte le altre virtù colloca l’amor fraterno dell’umanità intiera; perciò i sentimenti che deve esprimere l’arte del nostro tempo non solo non possono coincidere con quelli delle arti anteriori, ma si trovano per forza in opposizione con quelli.
E se finora un’arte cristiana, ma veramente cristiana, non s’è mai potuta stabilire, ciò dipende per l’appunto da questo: che il concetto religioso cristiano non è stato uno di quei piccoli passi avanti, quali ne fa di continuo il genere umano, ma bensì una rivoluzione enorme, destinata a modificare da cima a fondo, presto o tardi, il modo di vivere degli uomini e i loro sentimenti. Il concetto cristiano ha dato una direzione differente e nuova a tutti i sentimenti dell’umanità; quindi doveva pure di necessità modificare totalmente la materia e il significato dell’arte. Ai Greci fu possibile trar partito dall’arte dei Persiani, e ai Romani da quella dei Greci, come pure agli Ebrei da quella degli Egiziani, essendo identica la base dei loro ideali. Infatti l’ideale dei Persiani era la grandezza e la prosperità dei Persiani; quello dei Greci la grandezza e la prosperità dei Greci. Così una stessa arte si poteva trasportare in un nuovo ambiente e adattarsi ad altre nazioni. Ma l’ideale cristiano al contrario ha modificato, anzi rovesciato tutti gli altri di modo che come si dice nel Vangelo: “Ciò che era grande nel cospetto degli uomini, è diventato piccolo nel cospetto di Dio.„ Quest’ideale non fu più riposto nella potenza, come era quello degli Egiziani, e nemmeno nella ricchezza, come quello dei Fenici, o nella bellezza, come quello dei Greci, ma nell’umiltà, nella rassegnazione, nell’amore. L’eroe, oramai, non fu più il ricco, ma Lazzaro il mendicante. Maria l’Egiziaca parve degna d’essere ammirata non all’epoca della sua bellezza, ma in quella del suo pentimento. Non si celebrò come virtù l’ammassare ricchezze, ma il rinunciare ad esse. E l’oggetto supremo dell’arte non fu più la glorificazione della riuscita, ma la rappresentazione d’un’anima umana, così riboccante d’amore che rendeva possibile al martire di compiangere e d’amare i suoi persecutori.
E così si spiega perchè il mondo cristiano duri tanta fatica a svincolarsi dall’arte pagana a cui s’è avvezzo. Il contenuto dell’arte religiosa cristiana è per gli uomini cosa tanto nuova, tanto differente dal contenuto dell’arte anteriore, che essi provano di leggeri l’impressione che codest’arte cristiana sia la negazione dell’arte, e s’aggrappano disperatamente al loro antico ideale artistico. Ma d’altro lato codesto concetto critico, oramai non derivando più dalla nostra coscienza religiosa, ha perduto per noi ogni significato, talchè, per amore o per forza, siamo costretti a staccarcene.
L’essenza della coscienza cristiana sta in ciò che ogni uomo riconosce la sua discendenza divina, e come corollario di questa discendenza l’unione di tutti gli uomini con Dio e tra di loro, secondochè è scritto nel Vangelo (S. Giov., XVII, 21), e ne risulta che la sola vera materia dell’arte cristiana debbono essere tutti i sentimenti atti a effettuare l’unione degli uomini con Dio e tra di loro.
Queste parole _l’unione degli uomini con Dio e tra di loro_, per quanto possano sembrare oscure a menti offuscate da preconcetti, hanno un senso perfettamente chiaro. Significano che l’unione cristiana, contrariamente alla unione parziale e esclusiva di alcuni uomini, unisce tra di loro tutti gli uomini senza eccezione. Ora è proprietà essenziale dell’arte, di ogni arte, quella d’unire gli uomini tra loro. Ogni arte ha per effetto che gli uomini che ricevono il sentimento trasmesso dall’artista si trovano per questo fatto uniti, prima coll’artista stesso, e poi con tutti gli altri uomini che ricevono la medesima impressione. Ma l’arte non cristiana unendo tra di loro alcuni uomini, per ciò appunto isola codesti uomini dal resto dell’umanità, di modo che questa unione parziale è spesso causa d’allontanamento rispetto ad altri uomini. L’arte cristiana al contrario è quella che unisce tutti gli uomini senza eccezione. E può ottenere questo fine in due modi: o evocando in tutti gli uomini la coscienza della loro parentela con Dio e tra di loro; oppure anche evocando in tutti gli uomini uno stesso sentimento, per semplice che sia, purchè non sia contrario al Cristianesimo e possa estendersi a tutti gli uomini senza eccezioni. Solo questi due ordini di sentimenti possono formare al nostro tempo la materia dell’arte _buona_, quanto al contenuto.
Pertanto oggigiorno ci possono essere due specie d’arte cristiana: 1.º l’arte che esprime dei sentimenti derivati dal nostro concetto religioso, cioè dal concetto della nostra parentela con Dio e cogli altri uomini; 2.º l’arte che esprime dei sentimenti accessibili a tutti gli uomini del mondo intero. La prima di queste due forme è quella dell’arte _religiosa_ nel senso stretto del vocabolo: la seconda quella dell’arte _universale_.
L’arte religiosa poi si può dividere in due specie: un’arte superiore e un’arte inferiore. L’arte religiosa superiore è quella che esprime direttamente e immediatamente dei sentimenti derivati dall’amor di Dio e dall’amor del prossimo; l’arte religiosa inferiore è quella che esprime dei sentimenti di malcontento, di delusione, di disprezzo per tutto ciò che è contrario all’amor di Dio e del prossimo.
E l’arte universale alla sua volta si può dividere in arte superiore accessibile a tutti gli uomini sempre e dappertutto, e in arte inferiore accessibile solamente a tutti gli uomini d’una certa nazione e d’una certa epoca.
La prima delle due grandi forme dell’arte, quella dell’arte religiosa, superiore o inferiore, si manifesta sopratutto nelle lettere, e talvolta pure nella pittura e nella scultura; la seconda forma, quella dell’arte universale, esprimente sentimenti accessibili a tutti, può concretarsi nelle lettere, nella pittura, nella scultura, nella danza, nell’architettura, ma particolarmente nella musica.
Chè se ora mi chiedeste di designare nell’arte moderna dei modelli di ciascuna di queste forme dell’arte, e in primo luogo dei modelli dell’arte religiosa, sia superiore sia inferiore, indicherò di preferenza tra i contemporanei Vittore Hugo coi suoi _Miserables_ e _Pauvres gens_; indicherò ancora tutti i romanzi e tutte le novelle di Carlo Dickens, le _Due Città_, le _Campane del Natale_, ecc.; indicherò la _Capanna dello zio Tom_, e le opere del Dostojevsky, sovratutto la sua _Casa dei morti_, e _Adam Bede_ di Giorgio Eliot.
Nella pittura contemporanea, strano a dirsi, esistono appena opere d’arte di questa fatta, che rendano il sentimento cristiano dell’amor di Dio e del prossimo; o quelle che se ne trovano, appartengono in genere a pittori mediocri. Ci sono bensì in gran quantità dei quadri di scene del Vangelo; ma non sono che rappresentazioni storiche, ricostituite con più o meno di particolari; nessuna esprime, nè potrebbe esprimere, il sentimento religioso che manca ai loro autori. C’è pure un buon dato di quadri che rendono i sentimenti personali di certi pittori. Ma dei quadri che esaltino la rinunzia a sè stessi e la carità cristiana non ne conosco. È molto che di quando in quando si trovi nell’opera di qualche pittore secondario, un quadro che esprima sentimenti di bontà e di compassione. Altri quadri, d’un genere prossimo, ci rappresentano con simpatia e rispetto la vita dei lavoratori. Così per esempio l’_Angelus_ del Millet, o il suo _Homme à la houe_; tali ancora certi dipinti di Jules Breton, del Lhermitte, del Defregger, ecc. Potrei pure citare qualche quadro appartenente fino a un certo segno all’arte religiosa inferiore, vale a dire eccitante in noi l’odio per ciò che è contrario all’amor di Dio e del prossimo; per esempio il _Tribunale_ del pittore Gay. Ma anche questi quadri sono rarissimi. La cura della tecnica e della bellezza il più delle volte offusca nei pittori il sentimento. Per esempio il celebre quadro del Gérôme, _Pollice verso_, non esprime punto l’orrore del soggetto che rappresenta, ma piuttosto il piacere provato dall’artista nel dipingere un bello spettacolo.
Ma stenterei ancora di più a designare nell’arte contemporanea dei modelli della seconda forma dell’arte, quella che esprime dei sentimenti accessibili a tutti gli uomini, o anche solo a un popolo intiero. Si trovano bene delle opere che, per la natura degli argomenti, potrebbero essere classificate in questa categoria: per esempio il _Don Chisciotte_, le commedie di Molière, il _Pickwick Club_ del Dickens, i racconti di Gogol, di Puschkin, alcuni del Maupassant, ed anche i romanzi di Dumas padre; ma tutte queste opere esprimono dei sentimenti così individuali, e lasciano tanto posto alle particolarità dei tempi e dei luoghi, e sopratutto hanno un fondo così povero, che non sono accessibili se non agli uomini d’un’epoca molto ristretta, e non possono sostenere il confronto coi capolavori dell’arte universale d’una volta. Prendete, per esempio, la storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe. Dei fratelli di Giuseppe che lo vendono a mercatanti per gelosia del favore che egli gode presso il padre; la moglie di Putiphar che vuol sedurre Giuseppe; questi che perdona i fratelli e il resto: eccovi dei sentimenti accessibili al contadino russo, al chinese, all’africano, al bambino e al vegliardo, al letterato e all’illetterato; e tutto ciò è scritto con tanta sobrietà, senza particolari inutili, che potete trasportare il racconto in qualunque altro ambiente senza che perda nulla della sua chiarezza e del suo patetico. Come sono diversi i sentimenti di Don Chisciotte, o degli eroi di Molière, benchè Molière sia l’artista più universale, e perciò il più grande dell’arte moderna! E quanto sono ancora più diversi i sentimenti di Pickwic o degli eroi di Gogol! Essi sono d’uno stampo così speciale, che per dar loro tutto il risalto, gli autori dovettero sopraccaricarli di particolari di tempo e di luogo. E questa sovrabbondanza di particolari li rende inaccessibili a tutti coloro che vivono in un ambiente diverso da quello descritto dall’autore.
L’autore della storia di Giuseppe non ha creduto necessario descriverci minutamente, come si farebbe ora, la veste insanguinata di Giuseppe, o il vestire di Giacobbe e la casa che egli abitava, o l’acconciatura della moglie di Putiphar. I sentimenti espressi in questo racconto sono così forti, che tutti i particolari di quel genere sembrerebbero superflui e nocerebbero alla loro espressione. L’autore non ha conservato che i tratti indispensabili, come per esempio quando ci dice che Giuseppe, trovando i suoi fratelli, andò in una camera vicina per piangere. Ed è in virtù di quest’assenza di particolari inutili che il racconto è accessibile a tutti gli uomini, che commuove gli uomini di tutte le nazioni, di tutte le età, di tutte le condizioni, che è giunto sino a noi attraverso ai secoli e sopravviverà a noi delle migliaia d’anni. Provatevi al contrario a spogliare dei particolari accessorii i migliori romanzi del nostro tempo e vedrete quello che ne resterà!
Insomma nella letteratura moderna non è quasi possibile trovare qualche opera che soddisfi pienamente alle condizioni dell’universalità. E le poche opere che, per il loro contenuto, potrebbero soddisfare a questa condizione, per lo più sono guaste da quello che si chiama il _realismo_, e che si potrebbe piuttosto chiamare il _provincialismo_ dell’arte.
Lo stesso avviene nella musica e per le stesse ragioni. In seguito all’impoverimento del fondo, cioè dei sentimenti, le melodie dei musicisti moderni presentano un vuoto desolante. Per rinforzare l’impressione di siffatte melodie così vuote, i musicisti s’ingegnano di sopraccaricarle con un mondo d’armonie e di modulazioni complicate, che sono intelligibili solo a una piccola cerchia d’iniziati, a una certa scuola musicale. La melodia, ogni melodia, è libera e può essere intesa da tutti; ma quando si trova vincolata con una certa armonia, non è più accessibile che agli uomini famigliarizzati con questa armonia; essa diventa estranea non solo agli uomini delle altre nazioni, ma anche a tutti quelli fra i compaesani dell’autore che non sono avvezzi come lui a certe forme dello svolgimento musicale.
All’infuori delle marcie e delle danze, che esprimono dei sentimenti inferiori, ma veramente comuni alla massa degli uomini, il numero delle opere rispondenti alla nostra definizione dell’arte universale è grandemente ristretto. Citerò, per esempio, la celebre _Aria_ di Bach, il _Notturno in mi bemolle maggiore_ di Chopin, e una decina di passi scelti nelle opere di Haydn, di Mozart, di Weber, di Beethoven, e di Chopin.[16]
Anche nella pittura si offre il medesimo fenomeno, e al pari dei letterati e dei musicisti, i pittori suppliscono alla povertà del sentimento colla profusione degli accessorii, restringendo così il significato delle loro opere. Tuttavia è molto maggiore nella pittura che nelle altre arti il numero delle opere che soddisfanno alle condizioni dell’universalità, cioè che esprimono dei sentimenti comuni a tutti gli uomini. Ritratti, paesaggi, pittura di genere, potrei addurre una quantità d’opere di pittori moderni, e anche contemporanei, che esprimono dei sentimenti tali che tutti gli uomini sono in grado di capirli.
Riassumendo, non ci sono che due sorta d’arte cristiana, cioè d’arte che oggi si debba considerare come buona; e tutto il resto, tutte le opere che non entrano in queste due categorie, devono essere considerate come arte cattiva che non solo non merita d’essere incoraggiata, ma merita al contrario d’essere condannata e disprezzata, avendo per effetto non già di unire, ma di separare gli uomini. Nelle lettere questo è il caso dei drammi, dei romanzi, delle poesie che esprimono dei sentimenti esclusivi, proprii alla sola classe dei ricchi e degli oziosi, dei sentimenti d’onore aristocratico, di pessimismo, di corruzione e di pervertimento dell’anima risultante dall’amore sessuale. In pittura si dovrebbero tener per cattive tutte le opere che rappresentano i piaceri e i divertimenti della vita ricca e oziosa, e anche tutte le opere simboliste, nelle quali il significato del simbolo non è accessibile che a un piccolo numero di persone, e sovrattutto le opere rappresentanti dei soggetti voluttuosi, tutte quelle nudità scandalose che oggidì riempiono i musei e le esposizioni. E alla stessa categoria d’opere cattive e condannabili appartiene tutta la musica del nostro tempo, musica che non esprime se non dei sentimenti esclusivi, e non è accessibile che ad uomini di gusto depravato. Tutta la nostra musica d’opera e di camera, cominciando da Beethoven, la musica di Schumann, di Berlioz, di Liszt, di Wagner, tutta intesa a esprimere dei sentimenti che non possono capire se non quelli che coltivarono in sè stessi una sensibilità nervosa di genere morboso, tutta questa musica, salvo rare eccezioni, partecipa dell’arte che si deve considerare come cattiva.
— Come!, si griderà, la nona sinfonia entra nella categoria dell’arte cattiva?
— Certamente! risponderò io. Tutto ciò che ho scritto e che s’è finito di leggere, l’ho scritto solo per giungere a stabilire un criterio chiaro e ragionevole, che ci concedesse di giudicare il valore delle opere d’arte. E ora questo criterio mi prova nel modo più lampante che la nona sinfonia del Beethoven non è una buona opera d’arte. D’altro lato intendo che ciò paia strano e sorprendente ad uomini allevati nell’adorazione di certe opere e dei loro autori. Ma non dovrei io perciò inchinarmi alla verità, quale me l’indica la mia ragione?
La nona sinfonia del Beethoven è riputata una delle più grandi opere d’arte. Per rendermi conto del come stia la cosa, mi propongo prima di tutto il seguente quesito: quest’opera esprime essa un sentimento religioso d’ordine superiore? E rispondo subito con una denegazione, perchè in nessun caso la musica saprebbe esprimere dei sentimenti simili. Mi domando di nuovo: quest’opera se non può appartenere alla categoria superiore dell’arte religiosa, possiede almeno la seconda qualità dell’arte vera del nostro tempo, cioè quella d’unire tutti gli uomini in un medesimo sentimento? E anche questa volta non posso rispondere che negativamente; perchè in primo luogo non vedo che i sentimenti espressi da questa sinfonia possano in alcuna guisa unire gli uomini che non siano stati specialmente educati e preparati a subire quell’_ipnotizzazione_ artificiale; e poi non giungo a rappresentarmi una folla d’uomini normalmente costituiti che possa capire qualche cosa in quest’opera enorme e complicata, salvo dei brevi passi annegati in un oceano d’incomprensibilità. E così, per amore o per forza, debbo conchiudere che questo lavoro appartiene a ciò che è per me l’arte cattiva. Per un caso singolare, la poesia dello Schiller introdotta nell’ultima parte della sinfonia, enuncia, se non chiaramente, almeno espressamente questo pensiero: che il sentimento (Schiller veramente non parla che del sentimento della gioia) unisce tutti gli uomini e genera in essi l’amore. Ma oltrechè questi versi non sono cantati che alla fine della sinfonia, la musica della sinfonia intiera non corrisponde affatto al pensiero espresso dallo Schiller, poichè è una musica affatto particolarista, che non contenta tutti gli uomini, ma solo alcuni uomini cui essa contribuisce così a isolare dal resto dell’umanità.
Tale è, a mio giudizio, il modo in cui si deve procedere per sapere se un’opera che è creduta opera d’arte è veramente un’opera d’arte oppure ne è la semplice contraffazione; e per sapere in seguito se un’opera d’arte vera è buona o cattiva, quanto al suo contenuto, cioè merita d’essere incoraggiata, o non merita che d’essere disprezzata. Ed è solo procedendo così che avremo la possibilità di discernere, per entro la massa delle pretese opere d’arte del nostro tempo, le poche opere che costituiscono realmente per l’anima un alimento reale, importante, necessario, mentre tutto il resto non è che arte inutile o nociva, o anche una semplice contraffazione dell’arte. È solo procedendo così che saremo in grado di evitare le conseguenze perniciose dell’arte cattiva, e di godere di quegli effetti benefici, indispensabili per la nostra vita spirituale, che risultano dall’arte vera e buona e che costituiscono il suo fine.
CAPITOLO XVI.
Le conseguenze del cattivo funzionamento dell’arte.
L’arte è uno dei due organi del progresso umano. Per mezzo della parola l’uomo scambia il suo pensiero, per mezzo dell’arte scambia i suoi sentimenti con tutti gli uomini non solo del suo tempo, ma pure delle generazioni passate e future. Ed è nella natura dell’uomo di servirsi di questi due organi, talchè il pervertimento dell’uno dei due non può mancare di recar con sè delle conseguenze funeste per la società in cui avviene.
Le conseguenze di questo pervertimento possono essere di due sorta: cioè dapprima l’incapacità della società a compiere gli atti che si dovevano compiere per mezzo dell’organo pervertito; secondo, un cattivo funzionamento dell’organo pervertito. Ora entrambe queste conseguenze si sono prodotte nella nostra società. Essendo pervertito l’organo dell’arte, la società delle classi superiori fu privata di tutte le operazioni che quest’organo doveva compiere. Diffondendosi tra di noi in proporzioni enormi delle contraffazioni dell’arte destinate unicamente a divertire e a distrarre gli uomini, e insieme con esse, delle opere più artistiche, ma di un’arte particolare, esclusiva, inutile o nociva, — esse hanno atrofizzato o snaturato nella maggior parte degli uomini della nostra società la facoltà di sentire il contagio delle vere opere d’arte; e per conseguenza la nostra società s’è trovata impedita di provare quei sentimenti superiori, verso i quali sempre tendeva l’umanità, e che sola l’arte poteva trasmettere agli uomini.
Tutto ciò che s’è fatto di buono nell’arte, tutto ciò resta estraneo a una società privata del mezzo di essere commossa dall’arte; e in luogo di ciò questa società ammira delle contraffazioni menzognere, oppure un’arte inutile e vana, che essa si compiace di credere molto importante. Gli uomini del nostro tempo e della nostra società ammirano nella poesia i Baudelaire, i Verlaine, i Moréas, gli Ibsen e i Maeterlinck; nella pittura i Manet, i Monet, i Puvis de Chavannes, i Burne-Jones, i Boecklin e gli Stück; nella musica i Wagner, i Liszt e i Riccardo Strauss; ma l’arte vera, non dico la più elevata, ma persino la più semplice, essi sono assolutamente incapaci di capirla.
E ne risulta che nelle nostre classi superiori, private così della facoltà di subire il contagio delle opere d’arte, gli uomini crescono, sono allevati e vivono senza subire l’azione dell’arte atta a raddolcire e migliorare; e da ciò viene quest’altro risultato fatale che non solo essi non si avviano verso il bene e verso la perfezione, ma al contrario, con tutto lo sviluppo della loro pretesa civiltà, diventano sempre più selvaggi, più grossolani e più induriti di cuore.
Tale è la conseguenza del mancare nella nostra società quella funzione che deve esser compiuta dall’arte, come organo indispensabile. Ma le conseguenze che derivano dal cattivo funzionare di quest’organo sono ancora più funeste; e sono molte.