Capitan Riccardo

Part 9

Chapter 93,895 wordsPublic domain

In verità, gli rincresceva di morire, di morire proprio sul limitare di quel mondo che l’amore o il capriccio di una regina gli aveva fatto intravedere. Se non fosse caduto in quella immane lotta che ricordava con fierezza, e che aveva destato l’ammirazione anche dei nemici, i quali ben s’intendevano di valore, un ben altro avvenire gli si sarebbe schiuso dinanzi: egli avrebbe lasciato quei luoghi, non sarebbe stato più il capo di una banda, che, se non per l’intento, per le persone onde era composta e quantunque delle meno feroci, per la rovina che apportava, più che di partigiani era una banda di masnadieri. Il suo cuore, la mente, il suo braccio sarebbero consacrati ad un’alta e nobile impresa che aveva intraveduto nelle parole regali: egli avrebbe fatto ammenda di tutto il passato del quale la sua coscienza non era punto soddisfatta.

Cosa strana: l’amore per lui della Regina non entrava per nulla nel suo rammarico: quantunque il ricordo delle ebbrezze godute dovesse accendergli il sangue, egli restava freddo a tal ricordo. Se sotto l’influenza dello sguardo di lei, se a contatto di quella sfolgorante bellezza cui gli anni invece di attenuarlo ne avevano acuito il fascino; se le torride carezze che ne facevano un’amante formidabile lo sconvolgevano, onde quelle due notti di amore erano state per lui un delirio; lontano da lui, quella donna non era più l’amante, ma era pur sempre la Regina. Inoltre, se interrogando bene l’anima sua egli doveva convenire che non sentimento d’amore era il suo, perchè, senza volerlo, il pensiero vagheggiava un’altra immagine e ci era nel profondo del suo cuore una tenerezza che gli faceva mormorare un altro nome, pure sentiva di esser legato indissolubilmente alla sorte di quella augusta donna, fatta segno a tanto odio, cui si attribuivano tante colpe e tanti delitti. Non avrebbe saputo dire qual fosse il suo sentimento per lei, ma se avesse avuto cento vite, cento vite avrebbe dato pel trionfo di lei. Non per sè gli dispiaceva di morire: infine, aveva vissuto abbastanza, e povero e miserabile trovatello, aveva un grado datogli da un re, aveva goduto gioie sovrumane dategli da una regina: non per quella tenerezza che gli empiva l’animo, talvolta, di malinconia, perchè se una donna regale aveva avuto per lui baci e carezze, la giovinetta dell’anima sua era più in alto assai che nel suo pensiero, ed egli sapeva bene che neanche con lo sguardo giunger poteva a tanta altitudine. La morte dunque per lui sarebbe stata la fine di un sogno che non avrebbe potuto divenir mai una realtà. Ma gli doleva di morire perchè sarebbe venuto meno alla promessa che aveva fatto di esser lui il cuore fedele, l’anima devota necessaria ai disegni dell’augusta donna.

Superstizioso come tutte le nature primitive era giunto a convincersi esser lui indispensabile al trionfo della Regina. Non gliel’aveva detto che ogni sua speranza era riposta in lui? Non gli aveva fatto giurare che se fosse uscito vivo dalla mischia l’avrebbe raggiunta in Sicilia, disposto ad ubbidirle ciecamente? Il cuore fedele, l’anima devota necessaria al gran disegno era lui, che fra poco sarebbe caduto colpito a morte come un vile e nefando malfattore! Morto lui, chi, chi mai l’augusta donna avrebbe trovato disposto a sacrificarlesi?

Era in questi pensieri quando udì un cigolar di catenacci: poco dopo la porticina di ferro si aprì e un sergente entrò seguito da alcuni soldati.

— Ho l’ordine di condurvi innanzi al Commissario civile — disse il sergente.

Egli si era alzato dal suo giaciglio, punto sorpreso dalle parole del soldato.

— Che vuole da me? — rispose sorridendo — Che io denunci i nomi dei miei compagni? Che io faccia la spia insomma? Potrebbero ben risparmiarmi e risparmiarvi tanti fastidi, che io non dirò nulla neanche se mi facessero a brani.

— Io non so altro — rispose il sergente — che debbo condurvi innanzi al Commissario coi polsi stretti nei ferri.

In così dire mostrava una catenella.

— Sentite, camerata — disse capitan Riccardo — so bene che voi eseguite un ordine, ma... guardatemi bene in viso... Sono io capace di dare una parola e di venir meno alla parola data? Ci è qualcosa che ci accomuna, ed è il valore: ed un valoroso non è mai un mentitore. Io so come voi vi battete, voi non ignorate come io mi batto, voi quindi dovete stimarmi come io vi stimo. Mi inganno forse? Se militassi nelle vostre file non mi credereste degno di stringermi la mano?

— Non dico di no — rispose il sergente che aveva nel viso una profonda cicatrice — Non dico di no: vi siete battuto come un soldato francese; ma io non capisco a che mirano le vostre parole.

— Mirano ad ottenere che quella catena, che mani leali use a maneggiar la sciabola ed il fucile mal saprebbero maneggiare, non disonorino i polsi di chi ha combattuto da leale e valoroso soldato. Io vi do la mia parola d’onore che lungo il tragitto da questa carcere alla dimora del Commissario civile nulla farò per evadere, soccorso o non soccorso, come dicevano i cavalieri antichi. Ve ne do la mia parola d’onore, ripeto.

Il sergente fissò lo sguardo in viso al prigioniero; stette un pezzo pensoso ed incerto, poi scagliando lungi da sè la catenella esclamò:

— Ebbene, sì. Ne avrò forse per dieci giorni di consegna ma non sia detto che un soldato francese abbia dubitato della parola d’onore di un prode, col quale ha scambiato colpi mortali. Perchè fui io che vi atterrai col calcio del fucile.

— Che mi ha tenuto per tre giorni col capo intronato.

— E che per buona fortuna dei miei camerati vi ho messo fuori combattimento. Orsù — disse il sergente volto ai suoi soldati — andate via. Accompagnerò io solo il prigioniero.

— Grazie, sergente — rispose capitan Riccardo — Ed ora vi prego di un altro servigio: che siate voi a comandare il fuoco quando dovrò essere fucilato.

— Come il più anziano tocca a me tale incarico. In ogni modo ve lo prometto.

Il prigioniero si era alzato e attendeva a ricomporsi. Quantunque le ferite gli dolessero, pure dissimulava il dolore con grande meraviglia del sergente che pochi giorni prima lo aveva visto col corpo tagliuzzato e sanguinante disteso su quel giaciglio.

— Che bravi soldati, che bravi soldati sarebbero mai! — mormorò — degni della vecchia Guardia.

Uscirono entrambi dalla prigione e passarono tra i soldati stupiti, ma che pure non osavano biasimare il vecchio sergente, che era il più stimato del reggimento. Il giovane, seguìto dal suo custode, sali l’ampia scala del castello, finchè giunsero all’anticamera del primo piano ove era l’alloggio del Commissario civile.

Seduto su una delle panche lungo le pareti, capitan Riccardo vide un uomo nel quale riconobbe Carmine.

Diedero entrambi un grido di gioia e si slanciarono l’uno nelle braccia dell’altro.

— Libero, sei tu libero? — diceva Carmine, ingannato dal veder senza legami il giovane — Lo dicevo io, lo dicevo. Ma come è avvenuto? Dunque il Commissario civile...

— Ho dato la mia parola d’onore a questo buon sergente — rispose Riccardo — che non avrei tentato di evadere. Ma è pur troppo vero che io son prigioniero e che forse... non vedrò il sole discendere dietro le spalle dei nostri monti. Questa è la guerra, caro Carmine, e bisogna pur rassegnarsi.

— Tu che dici? Tu che dici? — esclamò il buon uomo — tu lo vedrai ancora per molti e molti anni non solo morire, ma nascere il nostro sole. Tu dunque ignori?... Ma già, come puoi saperlo? che cosa intendevi dire con quelle parole? Che ti fucileranno forse? Fucilar te? E chi ne dovrebbe dar l’ordine, il Commissario civile? Lui!... Via, lascia che mi sbellichi dalle risa...

E il vecchio si diede a ridere così sonoramente che il giovane, temendo avesse dato di volta pel dolore, lo guardava impietosito.

— Tu mi credi pazzo? — disse Carmine quando si riebbe. — Non sono pazzo, no, e lo vedrai, lo vedrai. Ma, a proposito dimmi che n’è di Pietro il Toro e dove potrei trovarlo.

— Io, però — disse il sergente — non posso più oltre permettere un tale colloquio. Se ho assentito a condurre qui il prigioniero senza ceppi...

Il vecchio Carmine lo guardò con un sorriso di compatimento sulle labbra.

— Voi avete creduto di far cosa biasimevole anche se il vostro cuore l’approvava — disse voltosi al sergente. — Ma di questa buona azione voi avrete un premio, ve lo dico io, avrete un premio. Dunque, dove potrei trovare quella testa matta di Pietro il Toro?

— Che vuoi che ne sappia io? — rispose Riccardo. — Io so che fra poche ore... povero zio Carmine, sarò in un luogo donde non si fa più ritorno.

In questo la porta si aprì e un valletto comparve.

— Ci è qui un paesano che ha chiesto un’udienza?

— Sono io — disse Carmine avanzandosi e facendo un segno con la mano a Riccardo, come se volesse fargli intendere che quell’udienza chiesta ed ottenuta spiegar doveva il mistero delle sue parole.

— Il Commissario civile vi aspetta — disse il valletto. — Che il prigioniero attenda qui per esser chiamato.

Riccardo ben sentiva che qualche cosa di grave vi era in quel mistero; che il vecchio Carmine era lì per lui; che quella sicurezza, quella gioia nascondevano un mistero che gli sarebbe presto spiegato. Ma rinunciava a indovinarlo, e quindi sedette per aspettare la sua volta, come aveva detto l’usciere.

— Ah, mi aspetta, mi aspetta! — esclamò Carmine che pareva fuori di sè dalla gioia. — Eccomi, eccomi...

Poi voltosi a Riccardo:

— Ce ne andremo insieme a braccetto dopo che anche tu avrai parlato col Commissario civile che bacierà in terra per ringraziare il Cielo. Ce ne andremo insieme a braccetto... se però tu... quando saprai, e sarà fra poco, non sdegnerai la mia compagnia!

Ciò detto si precipitò verso l’uscio, mentre Riccardo, che non aveva nulla compreso delle parole di Carmine, lo guardava stupito.

— Quel povero vecchio è matto! — disse il sergente sedendo presso il prigioniero.

Il duca di Fagnano sedeva innanzi un ampio scrittoio e teneva gli occhi fissi alla porta con una grande curiosità, aspettando che comparisse colui che gli aveva scritto di aver gravi cose da comunicargli e che si riferivano al tempo in cui il duca, evaso dalle carceri, era tornato nel villaggio. Ciò era bastato per fargli sorgere nell’animo una speranza vaga, strana, alla quale sicuramente avrebbe tenuto dietro una delusione.

Che cosa aveva fatto lui prima di prendere la via dell’esilio? Era tornato nel villaggio a rischio di essere ripreso, si era abboccato con quella povera creatura che era stata svegliata a mezzo della notte dal noto fischio di lui, aveva ottenuto che ella, nel delirio della gioia per rivederlo vivo e libero, assentisse a seguirlo di notte nella chiesa per la celebrazione del matrimonio; aveva pregato il parroco, si era provvisto di due testimoni. Poi, appena le nozze celebrate, era andato via, chè già si sapeva cercato dagli uomini del Governo. Che doveva dirgli dunque colui che gli ricordava quell’epoca della sua vita? In nome di chi veniva se lei era morta, uccisa dal dolore, morta col pegno del loro amore che portava nelle viscere?

Carmine entrò pallido e ansante dall’emozione, ma non seppe dir parola nel trovarsi dinanzi a quel nobile vecchio, nel quale aveva riconosciuto il giovane mite e pensoso di un tempo. Il vecchio duca lo guardava, sforzandosi di ricordare, ma pareva che ogni ricordo fosse dileguato in lui, onde ruppe il silenzio per dirgli:

— Siete voi che avete chiesto un’udienza per ricordarmi cose assai gravi concernenti un triste periodo della mia vita?

— Non mi riconoscete, Eccellenza, non mi riconoscete? — balbettò Carmine, il quale aveva sperato che il duca al primo vederlo gli movesse incontro con le braccia aperte.

— No — rispose il duca continuando a fissarlo.

— Ma io sono Carmine... Carmine, intendete Eccellenza? Colui che quella notte, con Pietro il Toro vi fece da testimone....

Il duca non lo lasciò proseguire; si alzò di botto, e sopraffatto dall’emozione si avvicinò al vecchio, gli mise le mani sugli omeri, e come il ricordo si andava in lui ridestando, il viso esprimeva una gioia profonda.

— Sì, sì — disse infine con voce soffocata — ti riconosco ora, ti riconosco!

In così dire gli occhi gli si velarono di lagrime. Non era solo a ricordare quella poveretta, l’unico dolce e grande amore della sua vita! Quell’uomo al certo avrebbe potuto parlargli di lei, ne aveva forse raccolto le ultime parole, veniva forse a compiere l’estremo volere della moribonda. Quell’uomo lo rannodava al suo amore, ne rendeva più viva la memoria, e a lui pareva che l’ombra della infelice Rachele si delineasse innanzi a’ suoi occhi e gli sorridesse.

— Parla, parla — soggiunse. — È lei che ti manda, non è vero, è lei?

Il vecchio assentì col capo non potendo profferir parola.

— Vieni, vieni, siedi qui, presso a me — disse il duca costringendo a seguirlo. — Credevo che la morte avesse mietuto tutti coloro che avevan preso parte a quel triste dramma della mia vita. Tu mi dirai dove l’han sepolta, tu mi dirai quali furono le ultime sue parole, tu mi dirai come scorsero i tristi giorni di quella martire.

— Io vi dirò — disse Carmine con voce rotta, quantunque si fosse alquanto riavuto — che ne fu del figlio che ella mise al mondo e che mi confidò prima di morire.

Il duca di Fagnano a queste parole vacillò come se stesse per venir meno, e balbettò guardando con occhi smarriti il vecchio Carmine:

— Un figlio?... mio figlio, mio figlio!... Morto anch’esso, non è vero? morto anch’esso!...

— Ei vive, ei vive! — esclamò Carmine con occhio sfavillante.

— Che hai tu detto, che hai tu detto? — gridò il duca, divenendo pallido e precipitandosi sul vecchio.

— Ho detto che vostro figlio vive, vive, ed è qui, qui, a pochi passi da voi.

— Ma non m’inganni tu, non m’inganni? Mio figlio vive ed è a pochi passi da me, il figlio di Rachele! Dio mio, Dio mio, ma è un sogno questo, è un sogno?!

— Ecco — continuò il vecchio, porgendo al duca una lettera, la cui carta giallognola e i caratteri dell’indirizzo sbiaditi attestavano che da gran tempo era stata scritta — ecco la lettera che ella mi consegnò col bambino.

Il duca prese con mano tremante la lettera che Carmine gli porgeva, l’aperse si diede a leggerla, mentre copiose le lagrime gli sgorgavano dagli occhi.

— Dov’è mio figlio, dov’è mio figlio? — proruppe di un tratto, acceso in volto da pallido che era, così che Carmine ne fu spaventato. Aveva compreso di aver commesso una grande imprudenza col rivelargli così di botto tutta intera la verità, egli che il giorno innanzi aveva avuto tanti scrupoli.

— Ma — rispose con voce incerta — bisogna che vi narri... bisogna che sappiate...

— Poi poi mi narrerai ciò che debbo sapere... Adesso voglio veder mio figlio, intendi? mio figlio!

Soffocava dalla gioia. Tutto un miraggio di felicità domestica gli si spiegava dinanzi. Un figlio era il premio ineffabile ai tanti dolori da lui sofferti, era la felicità degli anni che ancora gli restavano da vivere. Non solo la casa, non solo le terre, non solo il titolo degli avi aveva ricuperato, ma la provvidenza gli aveva serbato anche una famiglia il cui ceppo sarebbe stato il figliuol suo. Tutta la sua vita era stata un isolamento al quale scarso compenso offrivano gl’ideali politici da lui vagheggiati per la libertà dei popoli. Non era più solo adesso, e tutta la felicità sognata nella giovinezza allorchè aveva legato al suo destino una povera creatura, tornava a sorridergli ineffabilmente.

— Hai detto che è a pochi passi da me... È fuori dunque nell’anticamera?! — gridò come se di un tratto gli fosse balenato il vero.

E si precipitò verso l’uscio; con agilità giovanile aperse la porta e guardò.

— L’ho fatta grossa, l’ho fatta grossa! — mormorava Carmine che era rimasto come intontito.

All’apparire del Commissario civile il sergente si era alzato e con lui si era alzato il prigioniero.

Il sergente si avanzò e piantandosi militarmente innanzi al Commissario che senza badargli volgeva intorno ansioso lo sguardo disse:

— Che Vostra Eccellenza mi perdoni... So di aver contravvenuto alla consegna nel condurre qui libero e sciolto il capo della banda... ma egli è un valoroso, come Vostra Eccellenza sa, e mi ha dato la sua parola d’onore che non tenterà di fuggire. Se ho mancato gli è che non so fare il carceriere, non avendo fatto in vita mia che il soldato.

— Ma — disse il Commissario che frugava con lo sguardo per gli angoli dell’anticamera tra sorpreso e deluso per non veder colui che si aspettava — non era qui con voi anche... un giovane?

— No, nessun altro, fuor di me e del prigioniero che fa onore alla sua parola, e perciò se ho mancato merito che la pena sia lieve.

Solo allora il Commissario si accorse di capitan Riccardo che si era tenuto in disparte senza iattanza e senza umiltà. Quantunque lacero nelle vesti che ancora serbavano le tracce del sangue rappreso, l’aspetto ne era pur sempre nobile e bello.

— Oh! — fece il duca trasalendo, chè nel viso del prigioniero rivedeva i tratti di un altro viso, quello di una soave creatura che era stata l’unico amore della sua vita.

— A prescindere — continuò il vecchio sergente — che gli ho promesso di essere io, proprio io, a comandare il fuoco allorchè...

Il duca di Fagnano era pallido come un morto. Nello sguardo che figgeva sul prigioniero ci era tanta densità di pensiero, un così complesso sentimento di gioia, di trepidanza, di dolore che il giovane se ne sentì turbato. Non era lo sguardo severo e indagatore del giudice, non quello ardente d’odio del nemico, non lo sguardo compassionevole di chi deplora il fatto inesorabile che condanna a morte una giovane vita: ci era negli occhi di quell’arbitro del destino di lui un complesso di sentimenti che lo sorprese.

Il duca di Fagnano, senza rispondere al sergente, del quale forse non aveva compreso le parole, si rivolse al prigioniero e gli disse facendosi da parte:

— Entrate.

Capitan Riccardo entrò. Sapeva bene che sarebbe uscito da quella stanza per muovere al luogo dell’estremo supplizio; però il suo contegno, senza cessare d’esser fiero, era tranquillo e franco. Quando vide Carmine che dal mezzo della stanza in cui fin allora si era tenuto immobile aspettando gli eventi, gli moveva incontro con le braccia aperte, sorrise.

— Coraggio — gli disse con voce sommessa. — Dovevi esserci preparato alla mia sorte. So bene che mi fucileranno, perchè per dare un esempio...

— Ma no, ma no! — balbettava il vecchio, quantunque non ben sicuro.

I suoi occhi cercavano quelli del duca di Fagnano che alla sua volta fissava Carmine come per interrogarlo.

— È lui, proprio lui! — proruppe Carmine rispondendo allo sguardo interrogativo del duca, il quale con uno sforzo supremo s’impose di essere calmo.

— Lasciateci soli — disse poi con voce di cui mal dissimulava il tremore.

Il vecchio si liberò dalle braccia di Riccardo: cercò di sorridere per rassicurarlo; fece un inchino al duca ed uscì dalla stanza richiudendo dietro a sè la porta.

Quale tempesta di affetti e di sentimenti si agitasse nel cuore del duca di Fagnano nessuno avrebbe saputo dire; pure si teneva calmo e severo, mentre Riccardo dritto in piedi aspettava che gli rivolgesse la parola.

Il duca sedette innanzi allo scrittoio sforzandosi di assumere un contegno grave e raccolto, ma suo malgrado non sapeva distoglier gli occhi dal giovane, il quale non poteva spiegarsi perchè il suo giudice lo guardasse così senza rivolgergli alcuna dimanda.

La sua natura franca ed espansiva prese il sopravvento e fu lui pel primo a rompere il silenzio.

— Se Vostra Eccellenza — disse — vuol risparmiare il suo tempo, non m’interroghi su cose che potrebbero compromettere gli amici che mi furono larghi di soccorso e di aiuti: io nulla direi perchè ne ho dimenticati i nomi. Del resto, non tenterò punto di scolparmi, pur sapendo quale sia la mia sorte. Ho combattuto i Francesi perchè li reputo nemici non solo del mio Re e della mia Regina, ma anche della patria mia, e se dovessi sopravvivere, lo dichiaro, tornerei a combatterli. Dunque è inutile perderci in vane parole. Io fo il mio dovere tacendo, lei faccia il suo condannando.

Ci era tanta fierezza e tanta nobiltà nelle parole del giovane e nel suo aspetto maschio e risoluto che il duca ne sussultò di gioia.

— Dunque — disse con voce velata dalla commozione — voi non negate di avere assoldato della gente, di aver tenuto la campagna, di aver combattuto contro i soldati di S. M. l’Imperatore, venuti qui per liberarvi dal giogo dei vostri re e per far di voi un popolo di liberi e d’indipendenti?

— Lo ripeto, Eccellenza, che io nulla nego. Se ho ucciso ho corso il rischio d’essere ucciso; se ho ferito, ho corso il rischio d’esser ferito. Non ho nè rubato, nè assassinato: ho combattuto lealmente, cuore contro cuore, petto contro petto, i nemici del mio paese.

— Gli amici, volete dire! — rispose il duca.

Ma la voce ne era incerta, l’aspetto preoccupato, e il prigioniero non sapeva spiegarsi quel contegno che non era punto quello di un giudice. Si sarebbe detto che il colpevole fosse quel vecchio che tremava visibilmente e che aveva negli occhi un pensiero che a stenti giungeva a dissimulare.

— Oh, — rispose il giovane — amici! Li avete visti voi nelle nostre città nei nostri villaggi, come intendano essi la loro libertà, la loro fratellanza, li avete visti? Avete visto le donne insidiate, i padri, i mariti, i fratelli derisi o puniti con la prigionia, con le battiture, con la morte se osavano opporsi alle turpitudini commesse in nome di cotesta libertà? Amici! Ma noi non abbiamo mutato che padroni, e vi assicuro che non si è punto guadagnato nel cambio. Almeno il Re era un padrone datoci da Dio; questi son padroni impostici dalla forza che portano la ruina ovunque mettono il piede.

— Siete ben ardito! — mormorò il duca. — Il vostro è un linguaggio che...

— Il mio è il linguaggio — interruppe il giovane — di colui chè si sa presso a morire... Ma che avete signore? Voi impallidite... voi venite meno... Perchè mi guardate così, perchè mi guardate così?

Invero il duca, pur non distaccando gli occhi dal giovane, si era abbandonato sulla sedia così livido in viso, così tremante, da giustificare il grido e lo spavento del prigioniero che si era chinato su lui per sorreggerlo. Pure, con uno sforzo di volontà giunse a riaversi, si risollevò e con voce commossa, per quanto cercasse di dissimulare la commozione, gli disse:

— Sedete qui... vicino a me.

Capitan Riccardo lo guardò come trasognato. Non giungeva a spiegarsi il mistero che intravedeva nello strano contegno di colui che esser doveva il suo giudice; pure sedette, col viso di chi si attenda una spiegazione.

— Conoscete da molto tempo il vecchio che era qui quando voi siete entrato? — gli chiese il duca guardandolo fissamente.

— Carmine! — esclamò il giovane — Carmine, il mio benefattore, colui che pur essendo poverissimo spezzò con me il suo pane, divise con me il suo tugurio? Se lo conosco! Ma io, che nulla debbo a chicchessia, io che fui abbandonato fra gli sterpi d’un bosco da mia madre, io che forse per un brutale capriccio fui messo al mondo da un uomo senza cuore, a cui importava poco che il figlio suo divenisse pasto delle fiere o, perchè nato dal vizio, si desse al vizio per finire sulla forca o fucilato come sarà fra breve, non ebbi carezze che da quel vecchio, non ebbi pane, non ebbi vesti, non ebbi buoni consigli che da quel vecchio, che giunse a vendere i suoi poveri arredi per pagare il maestro che m’insegnò a leggere, che vendè l’unico ricordo lasciatogli da sua madre, un anellino d’oro, per pagare le medicine quando fui malato!