Part 10
Il duca di Fagnano l’ascoltava visibilmente sopraffatto da emozioni diverse, quando il giovane s’arrestò, colpito da un triste pensiero. Perchè il suo giudice lo interrogava sul vecchio Carmine? credeva forse un complice? Quell’aria inesplicabile che avrebbe potuto dirsi più che di bontà, di interesse profondo per lui, nascondeva forse un tranello? Si voleva forse coinvolgere anche il suo benefattore nelle colpe che i nemici gli attribuivano, e per le quali sapeva bene che sarebbe stato punito con la morte?
— Però — aggiunse con risoluto accento — non fu lui ad indurmi a prendere le armi per difendere la causa del diritto e la indipendenza del mio paese. Egli avrebbe voluto far di me un contadino umile e tranquillo, pieghevole a tutte le schiavitù, anche a quella che ci si vuole imporre in nome della libertà e della uguaglianza! Fu il mio cuore di calabrese che a tanto m’indusse; fu il veder le nostre donne violate, le nostre chiese profanate, la brutalità soldatesca sbrigliata a danno della mia gente! E se questo non vi basta, fu il mio ardor giovanile insofferente d’una vita senz’aria e senza luce; fu l’anima mia anelante di riparare all’avversità del destino che mi fece nascere col marchio dell’onta di mia madre e dell’infamia di mio padre sulla fronte. Lo so, io sono per voi e per i vostri soldati un brigante di cui bisogna depurare la società offesa; pure, ho sempre combattuto a viso aperto, petto contro petto, cuore contro cuore, non meno lealmente e forse non meno valorosamente di coloro che il vostro Bonaparte ha fatto principi e baroni. Ed ora che v’ho detto ciò, signor Commissario, ordinate che mi si fucili.
— Figlio, figlio mio! — gridò il vecchio che aveva gli occhi gonfi di lagrime e gittandosi al collo del giovane.
Il quale era retrocesso come istupidito.
— Che dite, signore, che dite? — balbettava, non sapendo se dovesse sottrarsi ai baci, alle carezze di quel suo giudice che gli parve percosso da subita follia.
— Dico — gridava il duca tra i singhiozzi — dico che tu sei mio figlio, che nelle tue vene scorre il mio sangue, che la tua anima è parte della mia. Dico che negli occhi tuoi ritrovo la luce degli occhi di quell’angelo che fu tua madre. Tu non la vedi, ma ben la veggo io su noi che ci sorride beata perchè essa, essa ci ha ricondotto l’uno all’altro. Oh sì, sì, Dio, tu esisti, nella Provvidenza, nella Bontà, nella Misericordia infinita.
— Calmatevi, via — diceva il giovane, sempre più persuaso che il vecchio avesse dato di volta. — Forse una fortuita rassomiglianza con un vostro figliuolo vi fa dire parole assai strane. Io, ahimè, non sono che il capitan Riccardo.... potrei anche dire il colonnello Riccardo, capo di una delle bande che difesero il castello.... e mia madre... oh, mia madre avrebbe male scelto il momento di uscir dal sepolcro, se essa non è ancor viva, per sorridere al figliuolo che dovrà essere fucilato fra poco!
Il vecchio lo teneva ancora stretto fra le braccia mentre Riccardo parlava tentando con dolce violenza di liberarsene.
— Come, come dubitarne? — diceva il duca di Fagnano trasfigurato dalla gioia. — Tanta nobiltà di sentimenti, tanta fierezza di linguaggio, anco se nel tuo viso non riscontrassi i lineamenti della mia povera morta, ti direbbero mio figlio, ti direbbero figlio di lei. Tu mi credi folle, non è vero? Tu non puoi darti conto del mio linguaggio! Lo comprendo. Ma vedi, vedi le mie lagrime, guardami negli occhi.... È tuo padre, intendi? che ti parla così. Non io ti abbandonai, non lei povera creatura, ti abbandonò. Non mi credi tu, non mi credi? Ebbene, dimandane a Carmine, dimandane a un certo Pietro il Toro che devi ben conoscere. Tu sei mio figlio, mio figlio, capisci?
Riccardo infine comprese che quell’uomo, quel suo giudice volgeva proprio a lui le parole; lo guardò per un pezzo in silenzio, contenendosi quantunque sentisse il cervello in tumulto.
— Voi mio padre, voi? — disse infine — Ma chi siete voi, o signore, chi siete?
— Non te l’han detto? Non ti han detto che io sono il duca di Fagnano, il vero duca di Fagnano?
— Colui che fuggì in Francia, colui che si disse morto?
— Sì, sì, e che ora è tornato, è tornato, riconosciuto nei suoi dritti dal nuovo governo, investito del potere supremo.....
Il giovane rimaneva ancora incerto e perplesso. Era così strano quel che gli accadeva! Si guardava intorno come smemorato. Ricordava le parole che gli aveva rivolte il vecchio Carmine nell’anticamera, le quali gli confermavano la verità di quel che aveva inteso. Pure si credeva in preda ad un sogno, quantunque i suoi sensi testimoniassero della realtà. Cercò di riordinare le idee: si sciolse dolcemente dalle braccia che lo tenevano avvinto, e con uno sforzo supremo di volontà giunse a calmarsi, a riacquistar la padronanza di sè stesso.
— Perdonatemi — disse al duca che lo contemplava con un ineffabile sorriso di beatitudine, mentre calde lacrime continuavano a scorrergli dagli occhi. — Capite che.... non ero preparato a tale rivelazione. Se io sono vostro figlio, come dite, occorre che sappia.... che mi sia svelato il mistero. Finora ho pensato a mia madre.... a mio padre, con rammarico, se non con avversione. Non vi nascondo che mi struggevo dalla vergogna e che ogni donna, ogni uomo del mio paesello, del quale per l’età avrei potuto esser figlio, mi metteva nel cuore uno sgomento. Sono essi forse che mi abbandonarono, pensavo: sono essi che mi negarono il loro nome, che per preservarsi dall’onta o per sottrarsi ai fastidii della paternità, mi gittarono come un cane in un bosco, sperando che i lupi e le volpi mi divorassero. Capirete dunque signor..... signor duca, che mi occorre un po’ di tempo perchè mi abitui al pensiero che ho anche io un padre, che ebbi anche io una madre, che ho anche io un nome, io il trovatello, io il miserabile, io il bandito che fra poche ore avrò il petto forato dalle palle francesi!
— Figlio mio, figlio mio! — gemeva il vecchio, al quale le parole di Riccardo producevano un ineffabile dolore.
— Sedete, signor duca — disse il giovane con voce calma e severa — e narratemi la vostra storia, se ci è una storia da narrarmi.
Parve che le parti fossero invertite. Il giudice freddo, inesorabile era il giovine che sedette sulla seggiola lasciata vuota dal duca.
— Figlio mio, figlio mio, tu mi hai maledetto fin da quando incominciasti a crederti figlio della colpa; tu forse hai maledetto tua madre che fu la creatura più nobile come è ora l’angiolo più puro del cielo; eppure Dio sa, Dio sa se a te che io credevo morto in sul nascere, volava in ogni istante il mio pensiero, a te che accomunavo con quella povera santa che morì nel metterti al mondo. Ascoltami dunque, ascoltami e poi....
— Ma signor duca, prima di narrarmi la vostra storia ditemi se siete ben sicuro, ben sicuro intendete? che io sia... vostro figlio. Quali sono le prove che, se han convinto voi, dovranno convincere anche me? La parola del vecchio Carmine non basta: egli indotto dal suo amore per me, sapendomi prigioniero e sapendovi arbitro della mia vita e della mia morte, avrà potuto escogitare una tale menzogna per salvarmi.....
— No, no, cuor generoso, no, anima fiera e leale, il vecchio Carmine non ha mentito. Se non mel dicesse la tua meravigliosa somiglianza con tua madre, me lo dice la lettera di lei in cui dopo tanti anni trovo tutta l’anima sua. Non hai tu una medaglietta che ella nel separarsi da te ti mise al collo: Questa, sì, questa! — gridò il vecchio vedendo che Riccardo traeva dal petto la medaglia — questa che era un amuleto di mia nonna. Non hai tu sul braccio sinistro una voglia di fragola?
— È vero è vero! — mormorò Riccardo nel cui cervello turbinavano i pensieri.
— Non dubito punto io, non ho dubitato punto al primo vederti — continuò il duca vieppiù esaltandosi. — E il cuore, il mio cuore di padre non conta per nulla? Comprendo che il tuo, sdegnoso per tanti anni di coloro che ti misero al mondo per abbandonarti, non può così di un tratto accoglierne l’amore, ma il mio ha dato un balzo nel sentirti mio figlio. Mio figlio! Lascia che m’inebbri di questa parola, lascia che la ripeta nella esultanza così come l’ho ripetuta per tanti anni nel dolore!
Riccardo ascoltava, ma come chi fluttui in un’onda di pensieri e di sentimenti. Più volte innanzi a quel vecchio così ebbro di gioia, che lo contemplava con tanta profonda tenerezza, aveva inteso salirgli dalle viscere sulle labbra la parola padre pur essendo del tutto nuova per lui; e non rispondendo ancora alla sua convinzione non aveva osato proferirla. Ma le ultime parole di quel vecchio giunsero a commuoverlo; comprese che aveva bisogno di sentirsi dir padre, che, se anche ei s’ingannava, per pietà almeno avrebbe dovuto concedergli una tale gioia, e facendo uno sforzo:
— Padre mio — gli disse — padre mio...
Ma non potè continuare; il vecchio l’aveva preso di nuovo fra le braccia e l’andava baciando bagnandogli il volto di lagrime.
In questo fu picchiato leggermente alla porta.
Padre e figlio trasalirono. Il duca si drizzò. Il giovane anch’esso si era alzato e mentre il duca si avvicinava alla porta per aprirla, si era fatto nel mezzo della stanza, assumendo il contegno umile di chi si trovi in presenza del suo giudice.
— Che volete?; — disse il duca all’usciere che si vide dinnanzi nell’aprire la porta.
— Eccellenza, il Consiglio è raccolto da un pezzo... Se Vostra Eccellenza non ha finito d’interrogare il prigioniero...
— No — rispose il duca impallidendo. — Dite al Consiglio che mi occorre ancora un prosieguo d’istruzione; si sciolga quindi. Lo convocherò a suo tempo.
E rinchiuse la porta.
Padre e figlio si guardarono entrambi muti e pensosi.
Il giovane fu il primo a rompere il silenzio.
— Fate il vostro dovere, padre mio — disse con voce tranquilla. — Ero da gran tempo preparato alla sorte che mi aspetta. Sono un vinto, e poichè in questa guerra il vinto è già un condannato, son pronto a subire la morte che ho meritata.
— Morire tu, morire tu — gridò il duca — nel momento in cui ti ritrovo, nel momento in cui tanta luce sfolgora nell’anima mia? No, no, tu non morrai: otterrò la tua grazia dal Luogotenente generale, dall’Imperatore se occorre. Lo so, tu non sei colpevole che di aver usato le armi contro coloro che credevi nemici del tuo paese; nessun altro delitto macchia la tua coscienza. Hai combattuto come un soldato, non come un masnadiere. L’Imperatore ama i valorosi, e tu sei un valoroso...
Egli ascoltava con le braccia conserte ed un sorriso di dolore sulle labbra.
— Dimenticate — disse infine — il decreto del Luogotenente che non fa eccezione alcuna...
— Che importa a me, che importa? I Bonaparte mi debbono pur qualcosa. Senza di me e dei miei amici la Convenzione avrebbe condannato a morte colui che è oggi l’Imperatore dei francesi. Vita per vita dunque. Egli sa che ancor noi possiamo qualcosa, che gli antichi spiriti repubblicani non sono del tutto spenti. Ti manderò a lui: egli farà di te un colonnello, per farne poi un generale, un maresciallo di Francia. Ha buoni occhi, non dubitare. Un duca di Fagnano maresciallo dell’Impero vale quanto un umile borghesuccio di Ajaccio sovrano d’Europa. Ma non si parli più di questo: abbiamo tante tante altre cose da dirci! Non tornerai più nella tua prigione. Ti prenderò sotto la mia garanzia. Sai tu che io posso quel che voglio e che delle azioni mie non debbo dar conto che all’Imperatore?
Il vecchio sfavillava di gioia nel dir ciò: sì era avvicinato al prigioniero e lo veniva carezzando con mano febbrile, sollevandone i capelli per ammirarne l’ampia fronte, brancolando, per così dire, pel volto, pel petto, come se non gli bastasse la vista, l’udito, come se volesse rendersi saturo del figlio suo.
Questi però restava muto e pensoso, quasi la tenerezza in lui fosse combattuta da un pensiero funesto.
— Otterrò un decreto — disse il duca — col quale sarai riconosciuto per mio legittimo figlio, erede del mio nome e de’ miei beni.
Il giovane trasalì e scuotendo il capo rispose:
— No, padre mio, no... È troppo tardi!
— Che intendi dire, che intendi dire? — gridò il duca sconvolto da tali parole.
— Intendo dire, padre mio, che ad ognuno il destino traccia la sua vita: la mia è già segnata e bisogna che la percorra per intero. Da quel che ho compreso, fu il fratel vostro che usurpò i vostri beni e il vostro titolo... Egli ha una figliuola, pia, bella, soave come un angelo. Io non voglio che ella sia colpita, ella innocente e che ignora forse le colpe di suo padre. Eppoi, ci è un’altra ragione: io ho promesso, intendete? ho dato la mia parola d’onore di raggiungere in Sicilia la mia Regina. Se voi dunque come Commissario civile investito di pieni poteri, mi farete grazia della vita, io vi lascerò per andare dove il dovere mi chiama.
— Tu deliri, tu deliri, o io non ho compreso bene — proruppe il duca. — Andresti in Sicilia a raggiungere la tua Regina? Ma sai tu chi sia la donna alla quale, come dici, ti lega un giuramento? Sai tu che lei, lei soltanto è la causa di tanta strage e di tanta rovina? Sai tu che ha fatto versare torrenti di sangue, che si è macchiata dei più orrendi delitti, che il suo nome è esecrato e maledetto da tutta Europa? Sai tu che la ferocia di quella donna infernale non ha risparmiato nè la grazia e la fralezza femminile facendo condannare al capo Luigia Sanfelice, nè l’ingegno e la dottrina facendo decapitare Cirillo e Mario Pagano; sai che lasciò morire sul patibolo un fanciullo Emanuele de Deo; che in Rossi, Conforti, Ciaia, Vincenzo Russo, Scoti, Logoteta, uccise la poesia, la storia, la politica; che disonorò per mezzo della sua turpe amica Emma Lyonna, lord Nelson, costringendolo a tradire i patti della capitolazione e ad impiccare Francesco Caracciolo? E a una tal femmina, a un tal mostro hai tu dato la tua parola d’onore, tu duca di Fagnano, tu che anche reputandoti un povero trovatello hai combattuto come un cavaliere?
— Ho giurato, padre mio! — rispose Riccardo con voce calma e fredda.
— Hai giurato, dunque, di divenire l’istrumento delle infamie di quella infernale creatura, di lasciarti travolgere nell’abisso de’ suoi delitti, tu, il cui animo generoso si ribellava al pensiero di arrecar danno alla figlia di colui che la natura mi diede per fratello e che fu il mio Giuda! No, no, non sarà mai! Non ti ho ritrovato per darti a quella femmina nefanda: non ti ho ritrovato per saperti l’istrumento di una sozza creatura! Meglio, meglio se ti sapessi con le armi in pugno contro di me, tuo padre, che imbragato negli intrighi di lei a danno di un povero popolo per lunghi anni corrotto da’ suoi vizi, smunto dalla sua ingordigia, svenato dai suoi carnefici.
— Ho giurato! — ripetè il giovane, scuro in viso, con accento d’inflessibile risoluzione.
— Ebbene sì, hai giurato... Voglio ammettere che per un cieco sentimento d’onore ti senta legato dal tuo giuramento. Ma chi eri tu quando giurasti? Un povero soldato di ventura, senza nome, misero, oscuro, perseguitato dalla legge, colpevole di un delitto di Stato che si espia con la morte. Ora tu sei figlio del duca di Fagnano, erede del suo nome, destinato a far rigermogliare l’albero di una delle più antiche e nobili famiglie del Regno. Può il duca di Fagnano tener conto del giuramento prestato dal capitano Riccardo, condottiero d’una banda di ribelli?
Parve al vecchio che un tale argomento fosse inconfutabile; il volto era tornato a sfavillargli di gioia, e accostatosi al giovane, con paterna bonomia tra l’imbronciato e il carezzevole gli mise la mano sul capo.
Il giovane si sottrasse a quella carezza continuando nel contegno severo e triste.
— Ho inteso dire — rispose poi con un amaro sorriso — che voi altri repubblicani perseguitate a morte certi frati che si dicono gesuiti, che fanno professione d’ipocrisia, e che fanno delle restrizioni mentali e degli arzigogoli curialeschi un istrumento della loro politica. Io nell’ascoltarvi testè mi domandavo se era un gesuita che voleva far di me un fedifrago, di me vissuto finora all’aperto sui monti con la carabina in pugno e il coltello al fianco, pronto a mostrare il petto al nemico e col petto il cuore franco e leale. Se son da un’ora duca di Fagnano, sono da trent’anni l’uomo che deve tutto a sè stesso, e pel quale il suo onore, la sua fede valgono ben più di una duchea.
— È vero, è vero! — mormorò il duca colpito al cuore da quelle parole. — Ma fu la fatalità che fece di te un abbandonato e che ti travolse nel turbine di questa orribile guerra.
Poi, comprendendo che il suo linguaggio era stato troppo aspro, e che lui infine non poteva avere sull’animo di quel giovane, che poco innanzi vedeva in esso il suo giudice, autorità di padre; che anzi parlandogli in nome del suo grado e della sua nascita vieppiù ne acuiva il rancore, riprese:
— Perdonami, perdonami se parlai a te di cose che non puoi comprendere; perdonami se volli infrangere le tue illusioni. Non sai che in quest’ora l’anima mia è corsa a ritroso di trent’anni, e il mio amore per te è divampato come se per trent’anni lo avessi portato nel cuore! Rinuncia al tuo progetto: ho troppo, troppo sofferto: fui troppo troppo solo dal giorno in cui lasciai questi luoghi. Quella donna... no no, non la oltraggerò più oltre per non ridestare il tuo corruccio... quella donna, quella regina, troverà altri servi, altri devoti. I cuori dei potenti dimenticano, e già ti avrà dimenticato. È tuo padre che ti supplica, è tua madre... tua madre intendi? che sa quanto io ho sofferto, che ti prega con me. Rinuncia al tuo progetto. Cosa farei io qui solo, solo, mentre da un’ora mi vo’ immergendo nel dolce sogno di vederti in alto, in alto col nome, col grado, col lustro che ti spettano?...
Anche gli occhi del giovane eran velati di lagrime, pure si teneva immobile, e, come chiaro appariva, incrollabile nella sua risoluzione.
— Padre mio — disse infine — il destino ha tracciato a ciascuno di noi la sua via. Troppo tardi ci ha ricongiunti e ci ha ricongiunti per infierire vieppiù su voi, per infierire vieppiù su me. È inutile ostinarci a mutarlo. Voi... sì, lasciate che vel dica... voi non riconoscereste in me vostro figlio se io, lusingato da un avvenire di onori, di grandezza, mi lasciassi indurre a spergiurare. Il vostro, io lo comprendo, è stato un bel sogno, ma fa duopo rinunciarvi: così vuole il mio ed il vostro destino.
— Ebbene — gridò il duca esasperato, nascondendo con la collera il suo dolore nel dover riconoscere che ben giusta e movente da un alto principio di dignità era la inflessibile risoluzione del figliuolo — ebbene, io ti impedirò di compiere il tuo disegno. Sono io qui il giudice supremo: ti farò ricondurre in carcere, duplicherò, triplicherò le guardie, e finchè non ti piegherai al mio volere ti terrò prigioniero come il più vile dei malfattori.
— Fate, signor duca — rispose freddamente Riccardo inchinandosi dinanzi al suo giudice.
Il duca di Fagnano si diresse verso la porta: ivi giunto sostò e con le labbra tremanti, con gli occhi supplichevoli si rivolse al figliuolo. Il giovane non pareva punto esitante o commosso. Con le braccia conserte, il contegno severo e tranquillo aspettava.
Il duca comprese che sarebbe stato inutile lo insistere. Con un impeto di sdegno aprì la porta e gridò:
— Il sergente di guardia!
Il vecchio sergente si fece innanzi e si piantò, e dietro a lui si tenevano immobili alcuni soldati armati di fucili.
— Riconducete il prigioniero nel suo carcere — ordinò il duca con voce d’ira e d’angoscia.
Riccardo fece un passo innanzi, ma retrocedette allorchè vide che il sergente si apprestava a mettergli i ferri.
— Il capitano, mio camerata — disse il sergente — mi ha inflitto dieci giorni di carcere duro per aver trasgredito alla consegna. Bisogna dunque rassegnarsi... Posso solo permettere di non stringere troppo forte...
Il duca, pallido, sconvolto, si era appoggiato alla parete e pareva stesse per venir meno. Quando vide che Riccardo, dissimulando il suo turbamento porgeva i polsi ai ferri gridò:
— Dite al vostro capitano che ho ordinato io che il prigioniero fosse ricondotto libero e sciolto alla sua carcere.
Il sergente guardò il duca come intontito.
— Quando l’ordina lei — disse poi — posso anche chiedere che mi sia tolta la punizione che avevo meritato.
E voltosi al giovane:
— Andiamo dunque... e vi giuro che la promessa sarà mantenuta. Sceglierò io dodici buoni tiratori...
Il giovane mosse fra i soldati per andar via; in questo gli occhi del padre e del figlio s’incontrarono, ma il giovane si contenne e passò oltre.
Quando il vecchio duca fu solo, cadde di peso su una sedia e nascondendosi la testa fra le mani:
— Dio mio, Dio mio, — gemette — non ti erano bastati tanti anni di esilio, di solitudine, di dolore; non ti era bastata tutta una vita di strazî e di tormenti!...
IV.
Oramai si sapeva da tutti che il sergente de Chantel era innamorato cotto della bella ragazza che da quattro giorni alloggiava nella tavernola di Cicco. Lo si vedeva dritto, impalato nel mezzo della via mentre ella si teneva sull’uscio con fare sbadato; non pertanto non lasciava desiderare le occhiate al giovanotto, che la sera, quando non era di servizio, passava le ore di libertà concessegli dal regolamento militare, seduto nella cantina presso alla bellissima gimiglianese.
Quella mattina se ne stava addossato al muricciuolo di un orto che si estendeva dietro la bettola di massaro Cicco, e con gli occhi in alto aspettava che comparisse alla finestretta il florido e roseo volto della giovane donna. La quale infatti apparve, si guardò intorno, e poi fece un cenno al sergente che sussultò di gioia. Ella intanto si era ritratta; poco dopo una porticina sottostante alla finestretta si aperse e la giovane contadina sporse il capo invitando con un cenno il sergente ad andare a lei.
— Non fate rumore, non fate rumore — gli disse sottovoce — il nonno veglia. Se ci sorprendesse, sarebbe per voi e per me un grosso guaio.
Il sergente era entrato ed aveva cinto di un braccio la vita della ragazza che lasciava fare con un sorrisetto sornione tra labbro e labbro.
— Sapete che dobbiamo andar via! — disse poi con un sospiro. — Il fondachiere ci ha detto stamane che ha avuto ordine di sfrattarci. Voi non avete potuto trovarci un ricovero, è vero? non avete potuto?
— Ma sì, ma sì — rispose il sergente — un bugigattolo attiguo al corpo di guardia che ha due porte; l’una si apre nella campagna, l’altra nella saletta che precede la prigione.
— Perchè non me lo avete detto prima? — fece lei con ciera imbronciata.
— Perchè solo adesso ho potuto intendermela con un antico servo del castello che mi ha dato le chiavi dell’una e dell’altra... e se l’è fatto ben pagare; ma ora eccole, eccole, e non per uno ma per più giorni potrete star tranquilli e sicuri.
E in così dire mostrava con gioia fanciullesca due chiavi legate insieme.
Ella gliele strappò di mano con subito atto e le veniva girando e rigirando.
— Questa qui — disse lui mostrandone una — apre La porticina che dà sullo spiazzo dietro il castello; quest’altra la porta che dà nell’antisala della prigione.
L’aveva stretta alla vita e accostava sempre più il viso infiammato al viso di lei, mormorando:
— Questa notte, quando tuo nonno sarà in preda al sonno, lascerò aperta la porticina che dà nel corpo di guardia... Io sarò là solo, chè avrò cura d’ubbriacare i compagni, i quali andranno a dormire sull’intavolato della camera attigua. Hai compreso?
Già le sue labbra sfioravano quelle di lei che con un urto poderoso si liberò dal giovane, e guardandolo con occhi infiammati d’ira:
— Sai ch’io son buona a tirarti il collo come si fa ad un pollastro? — gli gridò.
Il sergentino, sbalordito, rimase senza parola chè non sapeva spiegarsi i subiti mutamenti di quella ragazza, il cui sguardo talvolta lo spaventava. Tornò ad accostarsi umile e dimesso, dicendo con voce piagnucolosa: