Part 7
Così difendeva sè stesso contro la voce accusatrice della coscienza, contro i rimproveri che a lui pareva di udire dalla povera morta. Ed inoltre, sarebbe valso lui, povero vecchio, ad opporsi alla volontà del giovane, così tenace, così inflessibile?
Però non osava chieder di lui a coloro dei suoi compaesani che saper potevano ciò che avveniva nel castello; anzi li evitava, quasi temesse di apprendere da un istante all’altro una terribile nuova. Partiva di buon mattino pel suo poderetto ove attendeva macchinalmente ad alcuni lavori, e tornava a tarda sera nella sua casetta, quando già il paesello dormiva. Cinque o sei giorni dopo l’arrivo dei Francesi, una sera nell’avvicinarsi alla porta della sua casetta vide un’ombra seduta sui gradini della porta, e nella quale riconobbe la vecchia Geltrude.
— Ma ti pare prudenza — disse lui — l’andare attorno a quest’ora, a rischio d’esser presa per una spia dei superstiti delle bande?
— È vero, è vero, ma non ho saputo resistere alla curiosità — rispose la vecchia. — Mi dovrai raccontare tutto, tutto.
Egli intanto aveva aperto l’uscio ed era entrato nella casetta, seguito dalla vecchia che, come al solito, sedette al focolare mentre Carmine accendeva la lucernetta.
— Dunque conta, conta; muoio dalla voglia di sapere che ti ha detto. Immagino la gioia, immagino la sorpresa?!
— Io non ti capisco, quanto è vero Dio — rispose Carmine che si era dato a preparare la cena.
— O che vuoi far misteri con me, con me che ho sempre voluto un gran bene a quel bel giovinetto, che quando ho saputo che la fortuna si era ricordata di lui ne ho gioito con tutta l’anima mia? Pel mio interesse tu credi? Già, tu credi che io voglia diminuito il censo del molino, perchè sul molino gravita un censo che appartiene al duca di Fagnano! Non dico che se me ne sgravasse in parte io non gliene sarei grata, ma... Carmine l’ascoltava intontito.
— Parli di Riccardo? — chiese infine.
— Già, del giovane che chiamano Riccardo e che ora si chiama il duca di Fagnano.
— Ma tu sei pazza, sei pazza! Come ti salta in testa di parlare di fortuna mentre quel poveretto forse si alzerà dalla paglia su cui giace ferito per andare al patibolo?
— Tu che dici, tu che dici? O che il padre lo permetterebbe, il padre che è un pezzo grosso e che comanda su tutti, anche sui soldati?
— Il padre?
— Già, il padre, il vero duca di Fagnano. Tu sai leggere e non hai letto dunque la carta scritta che hanno messo ovunque e in cui si dice che i Francesi sono gente venuta qui per fare il bene di noi altri, per dare a tutti pane e companatico, per affrancarci dalla schiavitù e tante altre belle parole che non ho compreso ma che neanche ha compreso chi mi leggeva quella carta che è stata pure affissa alla porta del mio molino?
— Aspetta... io non mi raccapezzo... Che ci entra quella carta con la sorte del povero Riccardo?
— Ma dunque tu non l’hai letta? Ma dunque tu non sai nulla? Ma dunque tu non sai che è tornato, è tornato?!
— Chi, chi è tornato? — gridò Carmine cui incominciava a balenane il vero.
— Il duca, il vero duca di Fagnano, il marito della baronessa di Pietrasanta, il padre di Riccardo che fu a te affidato dalla madre moribonda con una lettera per darla al padre se caso mai fosse tornato!
— Non è possibile, non è possibile! — balbettò Carmine lasciandosi cadere sulla panca del focolare per l’emozione.
— Non è possibile? Ma se non si parla di altro da ieri nel paese! In quella carta dunque sta detto proprio così: «Io son tornato nella casa dei miei padri, dopo tante tristi vicende; son tornato per rassicurarvi, per incoraggiarvi a riprendere il vostro lavoro» ed è firmato con tanto di lettere, come dicono, Tommaso... non si chiama Tommaso il duca, il caro duca che fuggì dalle carceri e andò in Francia?... Tommaso, duca di Fagnano.
— E dove han messo una tale carta, dove? — chiese lui, anelante, sconvolto.
— Dove? Mentre ti aspettavo ne ho vista una sulla porta dirimpetto alla tua.
Egli scattò in piedi, prese la lucernetta, si precipitò alla porta ed uscì.
— Ma non ne sapeva nulla, non ne sapeva nulla? — esclamò la vecchia. — Ho fatto bene dunque a venire, ho fatto bene, altrimenti chi sa quando quel vecchio rimbambito l’avrebbe saputo. Glielo farà sapere poi al duca, e il censo del molino mi dovrà esser tolto. Me lo merito un premio, me lo merito...
In questo sopraggiunse Carmine. Era trasfigurato, balbettava parole sconnesse, le labbra gli tremavano, gli tremavano le mani e le ginocchia...
— Hai visto, hai visto? Non avevo ragione? — esclamò Geltrude.
— Sì, sì, sarà salvo... sarà salvo... Ma che dirà, che dirà il padre trovando il figliuolo tra i suoi nemici?
Sedette; pure, nel suo viso la gioia lottava con la preoccupazione.
— Non se la prenderà con me, con me che non ebbi cura di lui, che non seppi tenerlo lontano dai facinorosi?
— Ma ti pare mo’ — diceva Geltrude per consolarlo — che nella gioia di aver ritrovato il figlio possa pensare a queste cose? E sarebbe questa la sua riconoscenza? Infine, tu facesti per lui di là di quanto potevi. Lo tenesti financo a scuola; ti toglievi il pane di bocca per darlo a lui: gli compravi i libri... Che avresti potuto far di più se fosse stato un tuo figliuolo? Potevi tu, vecchio, opporti alla volontà sua che quando dice no o sì, neanche il diavolo potrebbe rimuoverlo? Eppure non aveva guadagnato di belle vesti di belle armi, di bei cavalli facendo quel mestiere? Non era lui il capo della banda? Tu questo dovrai dire al duca. Vuoi che ti accompagni? Parlerò io invece tua, e le saprò ben dire le ragioni perchè, via, dovrà sentirsi ben lusingato che suo figlio fosse capo anzichè coda, come mi sentirei lusingata io...
— Ma quelli lì non la pensano come noi! — gemette il povero uomo. — Vedrai, vedrai quanti rimproveri mi farà e se, in fin dei conti, non cadranno su me tutti i guai! Perchè io non comprendo quale sarà il cuore di quel pover uomo allorchè saprà che il figlio suo era a capo di una banda... brigantesca, perchè è questa, questa la qualifica che i Francesi danno alle bande, ed è inutile illudersi, inutile. Il figlio del duca di Fagnano capo di una comitiva di...? Ah, Geltrude, tu non puoi intendere che dolore sarà per suo padre! Come dice la carta? L’ho letta or ora e l’ho tutta innanzi agli occhi: Che inesorabilmente saranno puniti i colpevoli e non si farà alcun male agl’innocenti. Ora, chi più colpevole, agli occhi dei Francesi, di lui, di Riccardo? Chi ha ucciso più soldati? E a quelli lì per ogni loro soldato ferito, non bastano a vendetta venti vite delle nostre! Ah, Geltrude, Geltrude, io nel leggere il nome del duca Tommaso di Fagnano a piè di quella carta ero per morire dalla gioia; ma ora, ora, dopo aver bene riflettuto, mi sento morire dallo spavento!
— Scusa sai, ma io non lo comprendo un tale spavento — rispose lei. — Io capirei, sì, che tu ne morissi dalla gioia, ma dallo spavento!...
— Perchè tu — proruppe lui — non intendi, non intendi! Un padre che ritrova il figlio suo a capo di gente macchiata di ogni delitto, via, non illudiamoci... macchiata di ogni delitto, quando poi tal padre è un nobile, uno dei primi nobili del Regno, e vien qui per punire coloro che hanno messo a subbuglio queste contrade, alle quali poi non so che debba importare se il governo sia borbonico o francese! Ho inteso dire che altra volta fu spagnuolo, un’altra aragonese, un’altra angioino; ma noi, povera gente, fummo sempre angariati, e se ne verrà un altro che invece d’una bandiera bianca, come quella dei Borboni, ne farà sventolare una di tre colori, come quella dei Francesi, sarà lo stesso per noi, credi a me, lo stesso; e sai che ci avremo guadagnato? che il re invece di chiamarsi Ferdinando si chiamerà Carmine come me, o Francesco Antonio come il fu tuo padre, e sarà detto grande, leale, munifico, magnanimo nè più nè meno come l’altro che si chiamava Carlo, Ferdinando o Francesco!
— Questo è vero: chi è nato incudine...
— E tutti i governi, tutti, anche quelli, anzi specialmente quelli che sdilinguono pei dolori e le miserie del povero popolo, sono martelli che battono su noi martelli tanto più forti, per quanto ostentano di aver pietà di noi!
— Ma insomma che pensi di fare? — chiese Geltrude a cui pareva che il povero uomo avesse dato di volta.
— Non lo so, te lo giuro, non lo so. Andar da quel povero vecchio... che credo sia divenuto vecchio almeno quanto me... son trent’anni oramai!... andar da quel povero vecchio e dirgli: il tuo figliuolo è il capo di coloro che tu cerchi per far tagliar loro la testa: il tuo figliuolo mostra con le sue ferite quanto ostinata fu la sua resistenza: il tuo figliuolo fu colui che fece strage dei tuoi soldati: il tuo figliuolo è fra i primi di coloro che tu dovrai condannare a morte... che vuoi ti dica? non so risolvermi a farlo, perchè so che darei un gran dolore, un mortale dolore a quel povero vecchio, senza forse salvar la vita di quel povero Riccardo!
— Ah — scoppiò lei che non ne poteva più. — E dunque per un tale scrupolo vorresti lasciar morire quel povero giovane? Dunque per un tale scrupolo vorresti che un padre lasciasse tagliar la testa al suo figliuolo, e per giunta ne pronunziasse lui la sentenza? E non temi tu che se il duca un giorno venisse a sapere che per causa tua fece condannare il figlio alle forche, il proprio figlio, intendi? avrebbe il diritto di punir te che gli facesti commettere un tale orrore?
— È anche vero questo, anche vero! — balbettò Carmine.
— Del resto, il tuo sacrosanto dovere è di attenere la promessa che facesti a quella moribonda. Tu non devi preoccuparti d’altro. Perciò dimani ti presenterai al duca, gli dirai chi sei; se egli non ti riconosce gli consegnerai la lettera della sua povera sposa; gli dirai infine che il figlio suo è tra i feriti, e te ne tornerai qui tranquillo e contento d’aver fatto il tuo dovere.
— Sì, ma — disse Carmine tuttora perplesso — io poi dovrei anche parlarne a Pietro il Toro...
— Mettigli il sale sulla coda a Pietro il Toro! Non è tra i feriti e non fu trovato tra i morti. Chissà con quelle gambe storte quante miglia avrà fatto! Ma La lettera fu data o non fu data a te? E dunque tu devi consegnarla a chi è diretta.
— Mi hai convinto, mi hai convinto... Eppoi, è forse questo l’unico mezzo per salvar la vita a quel povero giovane. Ti ringrazio, Geltrude, d’esser venuta, ti ringrazio!
— E si dice poi che noialtre femmine non sappiamo dar dei consigli! Senza di me chissà quando tu avresti saputo che il duca era tornato, e chi sa se saresti stato in tempo per salvar dalla morte il povero Riccardo... Ora, in compenso dammi da cena e concedimi il solito cantuccio sulla panca del focolare...
— Non dormirò questa notte, non dormirò — borbottava Carmine. — Chi se l’aspettava! Chi l’avrebbe creduto? Dopo trent’anni, nè più nè meno, trent’anni!
II.
Si era in breve divulgata la nuova che due compagnie di soldati avevano posto quartiere intorno al castello, e molti rivenduglioli, rassicurati dalla voce sparsa che la più severa disciplina, cosa veramente incredibile, le teneva a freno, eran venuti dalla città e dai dintorni per esercitare le loro piccole industrie; anzi un furbo contadino, sicuro di fare ottimi affari, aveva in una casetta in fondo allo spiazzo del castello messo una tavernuola in cui vendeva del buon vino e pane e companatico con gran contento dei soldati che convenivano in essa a far la partita. Sicchè, in certe ore del giorno specialmente, la tavernucola risuonava di voci e di canti ed era ingombra di una folla di soldati che avevan trovato assai buono il vino di Cicco il cantiniere, il quale aveva un suo metodo speciale per mutar l’acqua della vicina fonte nel liquore sacro a Bacco, e sapeva anche renderlo piacevole al gusto e non tanto dannoso al cervello.
E a poco a poco si erano andati addomesticando anche i contadini del dintorno, i quali cominciavano a farsi intendere dai Francesi e ad intenderli. Ne era nata una specie di lingua convenzionale che sentiva del dialetto paesano e dell’_argot_ soldatesco. Nè gli ufficiali mal vedevano quella dimestichezza dalla quale potevano trarre preziose notizie intorno agli intenti dei superstiti delle due bande, i quali, a quel che si diceva, avevano in animo di raccogliersi per ripigliare la lotta.
Otto giorni dopo il memorabile assalto al castello, in sull’imbrunire, nella taverna di massaro Cicco erano riuniti alcuni sottufficiali francesi che, seduti intorno a una tavola unta e bisunta, trincavano allegramente il vinello che il tavernaio mesceva in certe caraffe da una botticella dietro il bancone.
— Beh — disse un giovanotto — la vita qui non sarebbe poi tanto sgradevole: buon vino, buona carne, buoni formaggi; manca però qualcosa...
— Manca sempre qualcosa alla piena felicità dell’uomo! — sentenziò un caporale.
— Sta a vedere l’importanza d’una tale _qualcosa_. Io per esempio farei a meno della carne morta, ma non so fare a meno della carne viva...
— Te lo dico io il rimedio — disse un sergente — l’acqua ghiacciata della fontana qui presso...
— Oppure un altro... Si contempla per un pezzo fisso la luna e... e... e si può fare a meno anche della carne viva...
— O amici, amici miei, non direste così se per un mese foste stati a Garropoli, a Gimigliamo, a Marcellinara! Ah, miei cari, colà gli uomini tutti briganti: le femmine bocconi da re... o da briganti! Che bellezza, con quei corpetti rossi fiammanti, quelle camicie bianche qual neve, che lascian vedere certe nevi calde e palpitanti... Non vi nascondo che ci era da rischiar la pelle talvolta; alcuni nostri commilitoni che nel seguirle avevano sperato di passar la notte fra quelle braccia morbide e gagliarde, si trovarono poi fra le braccia villose dei mariti e degli amanti e al mattino furono visti giacenti fra le erbe con un buco in petto! Ma vi so dire io che ne vale la pena. Una sola volta si muore, infine, e noi ogni giorno rischiamo di morire per molto, ma molto meno!
— Per la gloria! — disse solennemente un baffuto brigadiere dei volteggiatori.
— Ah, sì, la gloria! Vorrei un po’ sapere chi si ricorda più di tanti nostri poveri commilitoni che l’altro giorno seppellimmo laggiù! Avesse almeno la gloria un bel viso, un colmo petto, degli opulenti fianchi....
— Taci, tu bestemmii — esclamò il brigadiere. — Alle Piramidi, a Marengo essa camminava innanzi e ci additava la via tra un mucchio di morti e di feriti, fra un nembo di fuoco e di fumo, e il rombo e lo scoppiar della mitraglia.
Tutti zittirono; ma dopo un istante di silenzio, poichè pareva che le parole del vecchio soldato avessero in qualche modo raffreddato il buon umore, un caporale gridò:
— Ah, comprendo cos’è: manca il vino! Su, del vino, vecchio tavernaio!
Massaro Cicco dormicchiava dietro il bancone; a quel grido si scosse, si alzò e poco dopo fece ritorno con altre carafe piene e le posò sulla tavola.
Ma il giovanotto, cui l’ebbrezza aveva sciolto lo scilinguagnolo, non volle arrendersi.
— Sì, non dico: la gloria è una gran bella cosa e noi siamo per essa qui; ma le femmine di Gimigliano e di Marcellinara... sono pure da non disprezzarsi, e di uso più immediato della gloria. È vero però che quanto più gli anni passano meno si apprezzano, e il nostro glorioso brigadiere è già in quegli anni che....
— Che non impediscono di rompere il muso ad uno sbarbatello come te — gridò il brigadiere.
— Andiamo, andiamo, si vien qui per divertirsi — gridarono gli altri, alcuni dei quali si erano alzati per interporsi. — Sapete che il capitano ha minacciato di far chiudere la cantina se vi faremo chiasso? Diavolo, siamo dei bravi soldati, dei buoni amici, e dobbiamo guastarci il sangue per un’inezia?
— Per me non serbo rancore — disse il sergentino — ma non voglio che mi si disprezzino le belle femmine di Gimigliano e di Marcellinara, ecco...
— Io non ho inteso disprezzare chi non ho mai visto — disse alla sua volta il brigadiere.
Anche a lui lucevano gli occhietti come al sergentino. Non erano del tutto ubbriachi ma poco vi mancava.
— Orsù — disse alzandosi un caporale — risolvo io la questione: facciamo un brindisi alla gloria e un altro alle belle femmine di Gimigliano.
— Sì, bravo, bene: alla gloria e alle belle femmine!
— Di Gimigliano e di Marcellinara... — aggiunse il sergentino con l’ostinatezza propria degli ubbriachi.
— Come vuoi: di Gimigliano e di Marcellinara.
I volti erano arrossati, gli occhi lucenti; le lingue incominciavano a confondersi.
La porta si aprì spinta da una mano. Al rumore tutti si rivolsero. Videro sull’uscio un povero vecchio sciancato e controfatto che si sforzava di salire il gradino che metteva nella taverna. Dietro a lui, una giovane donna dalle vesti diverse da quelle che usavano le contadine di quel dintorno, cercava di sorreggerlo e di spingerlo nella taverna.
Il vecchio entrò: appoggiava la tozza e bassa persona ad un ramo d’albero dispogliato delle fronde; un cappellaccio gli copriva il capo canuto e una bisaccia che pareva ben ricolma gli pendeva a cavalcioni dell’omero.
— Andiamo, via, nonno — disse la giovane donna — che questa buona gente permetterà che ci riposiamo qui per questa notte, e ce lo permetterà anche il fondachiere quando saprà che abbiamo di che pagare l’alloggio e la cena.
— Non ne posso più, non ne posso più! — gemeva il vecchio. Poi volgendo il capo lentamente verso il gruppo dei bevitori con voce fioca e piagnucolosa disse:
— Permettete, bravi soldati, che segga in un cantuccio. Mi trascino da stamane, sorretto da questa povera figliuola che si tiene in piedi per miracolo.
— Ma sicuro, ma sicuro: sedete, buon vecchio — risposero a coro i sottufficiali.
Ma nel dir ciò nessuno badava al vecchio, intesi com’erano ad ammirare la giovane donna, la cui bellezza era degna dello stupore che aveva destato. Alta, slanciata, il bel viso di un sano pallore si delineava tra i lembi d’una bianca tovagliuola che, appuntata ai neri riccioluti capelli, le scendeva per le spalle. Un corpetto scarlatto ne stringeva il busto ricolmo, dal quale uscivan fuori i pizzi della camicia lasciando discoperto il sommo del seno ed il collo rotondo e pastoso: una gonnelletta verde, il colore che indica la nubilanza, scendeva fino ai garretti sottili, lasciando vedere un piedino calzato di leggiere scarpette.
— Ah! — disse il sergentino con gli occhi più degli altri accesi — eccovene una, eccovene una... La riconosco alle vesti, la riconosco...
A queste parole la donna si era fatta indietro e aveva messo la mano nel corpetto con un atto rapido e con un viso che aveva avuto una strana espressione d’ira e insieme di ardimento. Anche il vecchio si era sollevato con una energia che sarebbe parsa ben singolare a chi l’avesse notata; ma ella si rimise d’un subito e chinò la testa in atto pudicamente timido. Il vecchio riprese a tentennare il capo, allorchè il sergentino continuò:
— È una ragazza di Gimigliano, la riconosco alle vesti, e vi so dire anche che è zitella dal color verde della gonna. Ora ditemi voi se non avevo ragione io! Questa qui è la bella fra le belle, il sole fra gli astri, la rosa fra i fiori. Che ne dici brigadiere La Harpe?
Il brigadiere La Harpe non si era mosso dal suo posto: guardava con occhi imbambolati la giovane donna, lisciandosi i grossi baffi.
— Dico... dico che ho visto al Cairo delle odalische... le schiave dei Mammalucchi... ne trovammo alcune sotto le tende, dopo la battaglia... Questa qui è assai più bella. Sì, ma la gloria è una bella cosa, anche come le odalische de’ Mammalucchi, e... questa qui...
— Il brigadiere è ito — disse il caporale all’orecchio del sergentino. — Quando incomincia a parlare di Mammalucchi vuol dire che ci vuol poco per andar giù, sotto la tavola. Domani il capitano gli darà i soliti due giorni di consegna per lasciargli il tempo di digerire la sbornia.
Intanto la giovane donna pareva tutta intenta ad aver cura del vecchio nonno. Gli aveva tolto la bisaccia per mettergliela vicino, gli aveva fatto stendere le gambe su un’altra sedia, con disinvoltura incurante dei sottufficiali che avevano dimenticato i colmi bicchieri per seguire lei con gli occhi che andavano accendendosi vieppiù.
Solo massaro Cicco, nè si era mosso dal suo banco nè aveva fatto alcun gesto di meraviglia. Ella gli si avvicinò:
— Un po’ di vino, un po’ di pane e di formaggio pel nonno, e per me due uova. Resteremo qui questa notte; se avete dove alloggiarci vi staremo anche dimani e forse diman l’altro, perchè il nonno, poveretto, ha bisogno di due o tre giorni di riposo. Ecco, pagatevi l’alloggio e il vitto.
— Non posso darvi — disse il fondachiere — che un po’ di paglia, lì in fondo fra le due botti.
— Ci contenteremo — rispose la donna. — Quando non si ha di meglio... si sta almeno al coperto.
Pareva affatto incurante di tutti quei soldati, fra i quali erano anche alcuni di età matura, che la contemplavano con occhi accesi. Avevan cessato dal bere e dal discorrere, mentre ella andava attorno svelta e tranquilla come se fosse stata a casa sua, ed accudiva al suo vecchio nonno, che mangiucchiava il pane ed il formaggio, con premura affettuosa.
— E sono tutte così, tutte così? — disse il caporale al sergente senza cessar dal contemplare la giovane donna.
— Son tutte belle — rispose il sergente — però questa qui ne è il fiore. Si vede che è ancora ingenua, mentre le altre, quelle che ho conosciuto io, darebbero cento punti al diavolo...
— Andiamo, su, da bere — bofonchiò il brigadiere La Harpe. — Una femminuccia vi ha imbecilliti? Cantiniere, un altro di quei tuoi boccali... come li chiami?... ah, sì un’altra carafa... Pago io, pago io, e s’intuoni la Marsigliese... E voglio che questa bella ragazza beva con noi alla salute dell’Imperatore e dei soldati francesi.
Massaro Cicco aveva posto sulla tavola un’altra carafa ed era tornato al suo banco. Il brigadiere mescè del vino in un bicchiere e volgendosi alla ragazza che in quel mentre affettava il pane pel nonno:
— Ehi là, vieni qui... devi bere con noi, hai inteso? e se questi citrulli ti guardano come se non avessero mai visto della grazia di Dio, non sia detto che il vecchio La Harpe, veterano delle Piramidi e di Marengo, non sappia l’obbligo suo con le donnette...
— Grazie — rispose lei. — Non bevo vino.
— Corpo di una mitraglia, non bevi vino?! E che bevi dunque alla gloria dell’Imperatore e della Francia? Ma io voglio che tu beva, intendi? E quando il brigadiere La Harpe vuole una cosa...
Si era alzato, e mal reggendosi in piedi si avvicinò alla donna che smettendo l’aria dimessa si volse agli altri.
— Dite al vostro camerata che mi lasci tranquilla, altrimenti gli farò ben io digerire la sbornia.
— Ha ragione — esclamò il sergentino — se il vino non le piace!... Capperi, con che tono parla! Via, brigadiere, bevilo tu per lei cotesto bicchiere...
— No, no: deve bere, deve bere alla salute dell’Imperatore, altrimenti crederò che sia una nemica della Francia.
— Via — disse il vecchio — bevi Margherita; questo bravo militare crede di farci cosa grata. Lo so che non hai mai bevuto del vino, ma un sacrificio lo puoi fare...
— E voglio che beva tutta... tutta la carafa! — gridò l’ubbriaco.
— Questo è troppo! — esclamarono alcuni.
— No, deve bere — urlarono altri. — È un’offesa alla Francia e all’Imperatore.
Si erano tutti alzati e gridavano a coro, mentre lei pareva si frenasse a stento. Il vecchio si era alzato anch’esso, ma nello scompiglio nessuno si era accorto che le gambe non gli tremavano più e che la testa non più tentennava.
— Voi siete ubbriachi tutti — gridò il sergentino — avete capito? ubbriachi tutti. Io ne farò rapporto al capitano...
— Qui il capitano non c’entra... si tratta della gloria dell’Imperatore e della Francia — urlarono gli ubbriachi.