Capitan Riccardo

Part 6

Chapter 63,888 wordsPublic domain

E gli si avventarono addosso; ma egli parava i colpi col braccio e feriva di punta e di taglio. Era bello ed orribile insieme con le vesti insanguinate, i capelli arsi dalle fiamme, le ciglia e i baffi bruciacchiati. L’aria pura gli aveva ridato nuove forze, ed or piegava sotto i soldati, or se ne svincolava ruggendo ed affannando. Però non tutti gli erano corsi addosso; molti se ne stavano in attesa innanzi la porta, sicuri che gli altri difensori sarebbero venuti fuori.

Il giovane intanto si sentiva venir meno; pur si reggeva in piedi opponendo una formidabile resistenza ai nemici, che, essendo la lotta a corpo a corpo, erano impediti dall’usar i fucili. Intanto il castello bruciava e per l’aria azzurreggiante del mattino si elevavano nembi di fumo misti a lingue stridenti di fiamme.

— Tenete fermo, tenete fermo! — urlarono alcune voci.

Vittoria, Pietro il Toro ed il Magaro piombarono sui soldati che non ressero a quell’urto. Credendo che quei tre fossero seguiti da un gran numero, essi retrocedettero verso il grosso delle soldatesche che già avevano sfondato la porta grande del castello e continuavano la lotta coi rimasti, mentre drappelli di soldati si erano dati ad inseguire per la campagna quelli tra i difensori che erano saltati dalle finestre o nella confusione avevano potuto attraversare le schiere dei Francesi.

Riccardo era caduto sfinito. Cogliendo quell’istante di tregua, ben comprendendo che i soldati sarebbero sopraggiunti in gran numero, Vittoria, Pietro il Toro ed il Magaro gli si erano chinati intorno.

— Ti ho cercato, ti ho cercato invano tra il fumo, tra le schioppettate — diceva la giovane donna, anch’essa pesta, contusa, ferita, con le vesti in brandelli, e tutta sangue nel viso, nel petto, nelle braccia. — Eri qui, dunque, a lottar solo, a tener fronte ai nemici tu solo?

— Sì, ma fuggite, fuggite... essi sopraggiungono... vi perdereste senza salvarmi!...

— Vi prenderò in braccio — disse Pietro il Toro.

— No, no, fuggite... Quanti ne son morti dei nostri?

— Tutti quelli che dovevano morire — rispose Vittoria con voce cupa. — Io non ti lascerò, ero io che dovevo morire, e in vece sei tu!... Vieni, andiamo, morremo insieme, almeno...

— Non mi reggo più in piedi — disse lui — ho le carni tagliuzzate dalle ferite... non posso sollevare le braccia... Quanti ne ho colpiti, quanti!... Sento ancora il loro grido di dolore... È giusto, è giusto che muoia anch’io!...

— Vieni con noi, richiama le tue forze — diceva lei che gli aveva sollevato la testa. — Il tuo solo nome basterà ad atterrire i nemici... Ho veduto il mucchio di coloro che uccidesti... Son lì, guardali... sono essi il tuo trofeo!... Vieni dunque, fuggiamo, per tornar poi a piombare sui nemici. Ti guarirò io, ti curerò io... la so la medicina...

— No, no, è inutile, non posso muovermi: piuttosto se potrete raccogliere i fuggiaschi e tentar con essi di liberarmi...

— Ed era questo che pensavo — proruppe il Magaro che si era tenuto fino allora in silenzio. — Ho visto subito che non si poteva muovere... Certo lo condurranno con loro in trionfo e noi potremo liberarlo, mentre ora saremmo sgozzati come tante pecore.

— È vero, sì, è vero — disse Pietro il Toro sollevandosi. — Per ora non gli faranno alcun male; è meglio dunque che noi ci mettiamo al sicuro per pensare al modo come ritoglierlo ai nemici. Io avevo le lagrime agli occhi, ma ora mi sono state asciugate dalla speranza. Andiamo, andiamo...

— Ebbene sì, andiamo. Ma ti giuro che se tu hai dato la vita per una donna, una donna darà la vita per te. Se non potrò salvarti, vedrai, saprò, morire!...

Ciò detto si chinò sul giovane e lo baciò in fronte. Ma in questo rimbombarono alcuni colpi di fucile: i Francesi ritornavano in gran numero e si erano divisi in modo da circondare il gruppo intorno al ferito. I tre risposero scaricando le loro armi, poi con un balzo guadagnarono il viottolo all’estremità dello spiazzo che scendeva giù per una rupe. Alcuni dei soldati si distaccarono per inseguirli, altri, giunti presso il giovane che giaceva supino, inerte, livido in viso come morto, sostarono.

— Dev’essere uno dei capi — disse un sergente che portava nelle vesti e nella persona le tracce della lunga lotta sostenuta. — È un valoroso, bisogna pur confessarlo. Era dunque solo a difendere quella porticina! Pure, pareva difesa da cento diavoli.

— Vive ancora — disse un giovane soldato sollevandolo.

— Il cuore gli batte, non è che svenuto...

— Se è un capo bisogna metterlo in disparte. È questo l’ordine del Commissario generale.

— Il castello brucia ancora?

— No; solo in un’ala il fuoco non è stato domato ancora.

— Andiamo via — disse il sergente — sollevate quest’uomo e portatelo in una delle stanze del cortile. Vedremo poi che cosa se ne dovrà fare.

PARTE SECONDA.

I.

Una nuova strabiliante si sparse in breve per tutta la provincia. Nel castello dei duchi di Fagnano era tornato il vero padrone e signore colui che, condannato a morte dal governo dei Borboni, trenta anni innanzi, come stregone e framassone, affiliato alla setta sorta in Francia di coloro che volevano la uccisione dei re era evaso dalle carceri e per lungo tempo era stato creduto morto, sicchè il fratello aveva ottenuto di succedergli nel titolo e nei beni.

Tommaso, il vero duca di Fagnano, era stato investito dal governo francese dell’ufficio di Commissario civile col nome di cittadino Durier, e con tale nome era venuto in Napoli; non pertanto il governo francese lo aveva riconosciuto per duca di Fagnano, e aveva officiato quello di Napoli che al cittadino Durier naturalizzato francese, fossero restituiti i suoi beni e il suo titolo.

Il giorno appresso alla presa del castello di Fagnano, era giunto il Commissario civile che aveva seguito la colonna di spedizione. Era un vecchio dall’aspetto triste ma benevolo che nel porre piede sullo spiazzo in fondo al quale si ergeva il castello era apparso stranamente commosso, e gli occhi gli si erano velati di lagrime nel vedere ancora insepolti i tanti cadaveri di soldati e di uomini delle bande, i quali attestavano quanta ferocia fosse stata la mischia.

— Orribile, orribile! — mormorava coprendosi gli occhi con le mani.

— Bisogna dare un esempio — disse un ufficiale francese che lo aveva accompagnato — bisogna dare un esempio che resti impresso nella mente di coteste popolazioni che son più belve che uomini.

— Perchè belve, signor capitano? — rispose il Commissario con viso severo. — Son poveri ignoranti che nulla intendono di quel che noi diciamo i loro diritti e i loro doveri a cui si è fatto credere che il difendere il re legittimo e la religione predicata dai loro preti sia un debito sacro da pagare anche con la vita. Perchè belve se essi difendono il loro onore, le loro famiglie, i loro beni che molti di noi venuti qui come liberatori non abbiamo punto rispettati?

— Ma i sacri principî dell’Ottantanove...

— Molti li hanno in bocca e ben pochi nel cuore, signor capitano. Io lo so, io che per tali principî fui arrestato e condannato a morte dal Governo dei Borboni, che dovetti esulare lasciando una giovinetta mia legittima moglie che poi morì, e con essa fors’anco il frutto del nostro amore che aveva in seno; che mi vidi spogliato del mio titolo e de’ miei beni; che in Francia dovetti mutar di nome prima per sottrarmi alla vostra polizia, poi durante la rivoluzione perchè il mio titolo di duca avrebbe destato la diffidenza dei miei amici e avrebbe dato il mio capo al carnefice. Vedete quei cadaveri? Vedete tutta questa rovina? Sono appunto i nostri immortali principî dell’Ottantanove, malamente intesi, malamente applicati che l’han prodotti. Il popolo giudica dai fatti, dalle azioni, non dalle parole; ora se i fatti avessero corrisposto alle belle frasi, questo popolo non avrebbe preso le armi contro di noi; a questo popolo fin dal bel principio avremmo fatto intendere che libertà non vuol dire sregolatezza, che fratellanza vuol dire amore, che uguaglianza vuol dire abolizione dei privilegi e delle caste.

Il capitano guardava il Commissario con occhi sorpresi. Questi intanto girava intorno lo sguardo, che fermava, or qua or là, come se ciascun luogo rievocasse alla sua mente lontani ed amari ricordi.

— Nessuna, nessuna delle mie conoscenza d’un tempo — mormorava — nessuno de’ miei antichi servi! Solo le cose sono rimaste, ma anch’esse serbano tracce della rovina.

Poi fissò lo sguardo all’estremità del paesello che biancheggiava silenzioso.

— Era quella, quella la sua casetta — disse con le labbra tremanti per la commozione. — Povera Rachele!

Passò fra i soldati disposti in due file e rispose distratto al loro saluto. Il castello serbava le tracce della lotta sostenuta: la gran porta sgangherata, chiazze di sangue qua e là, fucili, cappelli, giberne, sparsi ovunque.

Il vecchio, seguito dagli ufficiali che bisbigliavano tra loro, salì per l’ampia scala che metteva al piano abitato dalla famiglia del duca. Giunto nell’anticamera si fermò.

— Nessuno dunque dei servi, dei familiari, nessuno?

— Son fuggiti tutti — rispose un ufficiale — alcuni sono feriti, altri morti. Ai fuggiti si dà la caccia.

— Che non si faccia loro alcun male! Essi erano servi e dovevano ubbidire.

— È vero, ma...

— Ma è l’unico modo di ridar la pace a queste povere contrade: la giustizia e la clemenza.

Ciò detto entrò negli appartamenti seguito dal capitano e da un ufficiale, mentre gli altri rimanevano nell’anticamera.

— La giustizia e la clemenza con questa gente! — disse l’ufficialetto. — Già, perchè poi ci massacrino come avvenne a Parenti e a Longobucco.

— Ma che pasticcio è questo? — disse un altro. — Cotesto signore pare che non sia nuovo di questi luoghi.

— Ma se è proprio lui, come ho inteso dire, l’antico signore di questo castello!

— Toh! E come il Governo ha affidato una così importante missione ad un aristocratico, e per conseguenza ad un legittimista, come appare anche dal suo linguaggio?

— Sì, ma un aristocratico che fu amico di Danton di Marat, di Robespierre, che appartenne al Club dei Giacobini e degli Illuminati.

— Vuol dire che la vecchiaia lo ha fatto tornare agii antichi amori. Bisogna intanto ubbidire ai suoi ordini?

— Sì e no — rispose un vecchio tenente dal volto abbronzato e truce. — Ai fuggitivi che ci cadono nelle mani si spacca il cranio e poi si dice che non avevano voluto arrendersi.

— Ed ai feriti? Dobbiamo portarli con noi? Si deve aver riguardi anche per essi che ci hanno ucciso una trentina di belli e prodi soldati e feriti altrettanti?

— Il capo sì, dovrà venir con noi. È uno dei più famosi. Bisogna dire che gli sta bene il coltellaccio in mano. Se non si fosse ricorso al fuoco ce li avrebbe uccisi tutti quei poveri soldati! E quando venne fuori, insanguinato, pareva un demone uscito dall’inferno!

— Ne avrà per un pezzo. Il medico mi ha detto che nessuna delle ferite è mortale, ma che ne ha ovunque, e delle profonde scottature per giunta.

— Si dice che la Regina, quella feroce Carolina d’Austria, lo tenga in gran conto.

— Sarà uno dei suoi amanti...

— A proposito, è poi vero che essa era qui e che durante l’assalto se la sia svignata per una via sotterranea? Invero, i nostri soldati nel rovistare pel castello han trovato una botola che hanno aperta, e in fondo ove si apriva la via han trovato un fazzoletto con la corona e le cifre reali, ed un guanto.

— Credo che il comandante doveva saperne qualche cosa perchè gl’intesi dire jeri al capitano nel cedergli il comando allorchè fu ferito, di custodire gelosamente tutte le donne del castello, chè fra esse ce ne doveva essere una la cui cattura avrebbe posto fine a questa guerra. Chi poteva essere se non la Regina?

— Possibile che ella si avventurasse a tanto?

— Non la conosci! Non sai quel che ha detto l’Imperatore? Che ella è il solo uomo nella Corte di Napoli.

— E se era qui, tutta la responsabilità dell’insuccesso cade sul comandante.

— No, cade su coloro i quali non previdero che, essendo qui noi, le vie tutte rimarrebbero aperte e libere. Invero da un drappello che fu mandato a inseguire i fuggiaschi furono trovate orme fresche di cavalli nel punto in cui sbocca la via sotterranea. A quest’ora Ella col suo seguito veleggia per la Sicilia.

— E tanti poveri morti giacciono, tanti feriti temono, tante madri muoiono di dolore per l’odio e la sete di dominio di una femmina!

— Eh, mio caro, con qualche variante potrebbero dire altrettanto i morti e i feriti delle Piramidi, di Marengo e di Austerlitz!

Queste parole furono accolte con un silenzio che era affetto di stupore per l’ardimento di colui che le aveva proferite. Nessuno osò rispondere per non impigliarsi nella complicità di quella osservazione che feriva direttamente l’Imperatore.

— Ognuno vada alle sue faccende — disse il capitano in tono burbero e severo.

Nella biblioteca del castello, per vero miracolo rispettata dal fuoco, sedevano il Commissario, che d’ora innanzi chiameremo col titolo dovutogli di duca di Fagnano, e l’ufficiale che lo aveva seguito, il quale scriveva in un tavolo presso la finestra. Il commissario duca di Fagnano scriveva anch’esso su un largo foglio di carta: talvolta s’interrompeva per guardarsi intorno, pressochè meravigliato di trovarsi in quel luogo che pur gli destava una tenerezza profonda. Invero aveva gli occhi gonfi di lagrime nel rivedersi, giovane e assetato di sapere, in quella biblioteca in cui si rinchiudeva, del tutto indifferente a quel che di fuori avveniva e gli altri suoi interessi; e dopo trent’anni aveva ritrovato i suoi libri, i suoi manoscritti così come li aveva lasciati, nei ripostigli stessi. Pareva che nessuno mai dopo di lui avesse posto il piede là dentro, e mentre, da quel che aveva potuto vedere da una rapida visita alle altre stanze del castello, un gran mutamento era in esse avvenuto e vi apparivano le tracce di coloro che le avevano abitate, solo la biblioteca era rimasta tal quale, e nel porvi il piede parve a lui che solo da poche ore l’avesse lasciata.

Ma poichè il suo dovere gli imponeva, dopo gli avvenimenti della notte trascorsa, di rassicurare gli abitanti del villaggio e dei dintorni, atterriti della lotta che si era combattuta, si era messo a scrivere un proclama, rimandando a poi il rievocare i suoi ricordi giovanili. Ma che dire a quella povera gente che più di tutti aveva subito i danni da una parte dell’invasione francese, dall’altra della fiera difesa delle bande che pur combattevano per un fine santo e giusto? Come parlare ad essa di libertà, di fratellanza, se la schiavitù che avevano imposta i Francesi era per essa vieppiù crudele e vieppiù obbrobriosa di quella che per tanti secoli aveva sopportato? La schiavitù in nome della libertà; la prepotenza in nome della fratellanza; i privilegi, i soprusi, il disprezzo dei costumi, l’irrisione dei pregiudizi, la violenza, la rapina, l’offesa all’onore in nome dell’uguaglianza che erano nella bocca e nei proclami degl’invasori come potevano giustificarsi, onde potesse tornare in questi la fiducia delle popolazioni? D’altra parte anche le bande avevano combattuto con pari ferocia, anche le bande si erano addimostrate nemiche di ogni legge, e in nome della legittimità e della religione avevano commesso innumeri ribalderie. Bisognava dunque dire la verità sugli uni e sugli altri; ma pur non si nascondeva che col dire la verità su quella guerra sarebbe riuscito ostico sia agli uni che agli altri.

— No — disse gettando la penna lontano da sè — no, potrebbe l’opera mia riuscir dannosa e gettar fuoco sul fuoco.

Il capitano che scriveva presso la finestra alzò il capo.

— Lo so — disse il duca — la menzogna è l’arte indispensabile d’ogni governo. Ogni governo è per necessità mistificatore. La verità s’invoca, la verità si bandisce finchè non si giunge allo scopo: gli apostoli dell’oggi saranno i mistificatori del domani. Dio e il Popolo, i grandi mistificati, sia che s’invochino in nome del diritto divino, sia che s’invochino in nome del diritto umano. Le rivoluzioni si susseguono, ma la menzogna resta. Trionfo di uomini, non di idee. L’idea è una e si chiama verità: il governo è uno, qualunque sia la sua forma, e si chiama menzogna!

— Il governo è la forza — disse il capitano.

— È vero. È la forza che si proclama diritto.

— Il governo è la espressione della maggioranza.

— Eh, no — disse il duca di Fagnano scuotendo il capo canuto. — La maggioranza erano coloro che condannarono Cristo, che lo uccisero sul Golgota; pure Cristo era l’espressione di tutti che soffrivano e che erano oppressi, cioè dei più. Cristo era la verità; i suoi seguaci, in nome di lui, per rendere schiava la coscienza dei popoli, predicarono la menzogna. Il regno della maggioranza è dei furbi, degli ipocriti, dei mistificatori, collegati in un intento comune. È il regno dei gaudenti sui sofferenti, degli audaci sui timidi, dei mistificatori sui mistificati.

— Ho sentito dire — fece il capitano con una sottile ironia nella voce — che ella, signor duca, fece parte dei _clubs_ che propugnarono le idee più estreme, e che vollero il supplizio di Luigi XVI!

— È vero — rispose il duca. — Ed ora sono dei più convinti che il bene dei popoli non è possibile che mercè il governo di un solo.

— Sia pure di un Borbone?

— Perchè no se si chiama Enrico IV o Carlo III? Perchè no se sia compreso della sua alta e davvero divina missione? Una mente, un cuore, un’ambizione, una nobile ambizione di far dei felici, dal più infimo al più cospicuo dei suoi soggetti? Ecco qual esser dovrebbe il chiamato da Dio a tale missione. Troppo in alto perchè possa esser roso da personali passioni, troppo eccelso perchè il bisogno di colleganze buone e perverse lo faccia transigenti con la sua coscienza e che nella scelta dei suoi cooperatori non si farebbe imporre da fazioni interessate.

— Dunque Napoleone Bonaparte! — disse il capitano.

— Sì, ma senza la passione smodata per le armi, per le conquiste, ma senza il bisogno di passar di vittoria in vittoria fra i gemiti dei feriti e in un mare di sangue, senza la passione del dominio conseguito con la rovina dei popoli, senza il miraggio della gloria fra lampi di fuoco.

Il capitano piegò il capo e tacque. Il duca di Fagnano si alzò. Discorrendo, i suoi occhi si erano fissati su uno degli scaffali della biblioteca a lui dirimpetto. Un dolce ricordo gli era sorto nella mente. Nel giorno in cui era stato arrestato, trent’anni innanzi, per sottrarre le lettere di Rachele agli sguardi profani dei suoi giudici, mentre coloro che erano venuti per menarlo in prigione frugavano negli armadi in cerca delle sue carte e dei suoi manoscritti, dietro alcuni libri polverosi aveva lasciato cadere il pacchetto delle lettere. Erano lettere di amore, di quell’amore che era stato l’unico della sua vita e che dopo tanti anni sentiva nel cuore ancor vivo e profondo come l’aveva inteso durante i giorni di quel lungo idillio. Si fece allo scaffale, ne trasse i libracci e diede in un grido di gioia vedendo sotto uno strato di polvere il pacchetto che riconobbe. Lo prese con mano tremante, sciolse il laccio e aperse una delle lettere di cui scorse con gli occhi gonfi di lacrime i sottili caratteri.

Povera Rachele. Egli rivide l’immagine della giovinetta bianca e delicata della quale era stato l’unico e solo amore. L’aveva vista in chiesa la prima volta, l’aveva rivista alla finestra, lieta, sorridente, quantunque ne avesse percosso di fieri colpi la famiglia. Egli ben sapeva dell’odio secolar tra i suoi ed i baroni di Pietrasanta, e come questa famiglia era soccombuta alla potenza dei duchi di Fagnano; sapeva che ogni riparazione sarebbe stata disdegnosamente respinta dal vecchio barone, ma non per questo aveva soffocato nel cuore suo l’amore per la bellissima Rachele che aveva irremovibilmente destinato a sua sposa. Ricordava la gioia di quel giorno in cui si era accorto che ella aveva arrossito nel vederlo spuntare dal viottolo; il turbamento di lei allorchè egli dal muricciuolo dell’orto le rivolse parole d’amore; la prima lettera che finalmente ne aveva ottenuto e che era fra quelle del pacchetto, e la notte, quella notte fatale in cui lei, mentre il padre dormiva, gli aveva aperta la porticina dell’orto, lo aveva accolto nella sua cameretta verginale...

Povera Rachele! Anche lei era stata una vittima del destino che aveva voluto la rovina dei baroni di Pietrasanta per opera dei duchi di Fagnano! L’ostinatezza del padre di lei aveva costretto i due giovani a celare il loro amore anche quando già ella ne portava il frutto nel seno; la malvagità del fratello di lui aveva coadiuvato il destino. Egli ben sapeva che era stato il fratello a denunciarlo, che il fratello si doveva la sua condanna; pure nell’anima sua dolce e buona nessun sentimento d’odio s’era annidato per l’autore d’ogni sua sventura. Ma intanto che avrebbe fatto lui, or che era ritornato alla casa de’ suoi padri? Quale vita avrebbe vissuto in quella solitudine lui che, ricondotto dagli stranieri, sarebbe considerato come uno straniero ed un oppressore del suo paese? Forse non sarebbe stato neanche riconosciuto: il solo cuore amante e fedele era quella povera fanciulla morta e che era stata sepolta nella chiesetta in cui si proponeva d’andare a inginocchiarsi ed a pregare sulla tomba che rinchiudeva la povera creatura.

In Francia aveva saputo della morte di lei da una lettera pervenutagli nella quale però non si parlava punto del figlio che aveva dovuto mettere al mondo. Era dunque morto anche lui? E se fosse vivo? Se i malvagi onde entrambi erano stati vittime lo avessero sottratto o lo avessero ucciso? Solo a questo scopo aveva fatto pratiche per tornare in Italia, solo per questo aveva ripreso il suo titolo e aveva ottenuto dal governo francese la restituzione dei beni, deciso, se vane fossero state le ricerche del figlio suo, a tornarsene in Francia, a Parigi, che teneva in conto di sua seconda patria.

Trascorsi alquanti giorni, il paesello e le casette rurali dei dintorni ricominciarono a popolarsi, tanto più che i soldati francesi, accasermati parte al castello, parte negli attigui o vicini caseggiati, non avevano commessa nessuna delle ribalderie che tenevano quasi sempre dietro ad una loro azione contro le bande. I morti delle due parti erano stati sepolti in un’ampia fossa scavata nei pressi del cimitero, e la quiete pareva tornata anche perchè quel pur vago spavento che incuteva la banda di capitan Riccardo allorchè scorazzava per quei monti era cessato con la dispersione di essa.

Carmine era stato fra i primi a tornare, ma timido com’era, preferiva passare le giornate nel suo poderetto, quantunque fosse molto afflitto per la incertezza in cui viveva sulla sorte del giovane. Lo sapeva ferito, ma non mortalmente, e con gli altri feriti prigioniero dei Francesi; che ne sarebbe avvenuto appena guarito? Gli avrebbero tenuto conto di non essersi lui macchiato di nessun delitto comune durante quella guerra, di essere immune delle orrende colpe degli altri capibanda? Avrebbero visto in lui il partigiano e non il masnadiere, concedendogli le attenuanti che almeno ne avrebbero salvata la vita?

E il povero vecchio sentiva come un rimorso di non aver dissuaso a tempo il figlio di quella povera morta dall’impigliarsi in tale guerra. Ma eran così grandi le speranze concepite, pareva così certo il trionfo a giudicare dell’impresa compiuta dal Cardinale! D’altra parte, quale mestiere più degno per lui di quello delle armi? Negli anni in cui per procurarsi da vivere lo avevano visto attendere all’industria del bestiame, non ne aveva sofferto, non ne aveva inteso come un rimorso, tanto gli pareva indegno quel traffico pel figlio legittimo del duca di Fagnano? E se non l’aveva dissuaso dal darsi a quella guerra non era stato per la speranza che un giorno fosse in grado di rivendicare il suo titolo e il suo patrimonio?