Capitan Riccardo

Part 13

Chapter 133,905 wordsPublic domain

— Come si chiamava quel vecchio?

— Ne intesi il nome proferito dalla donna. Si chiamava Pietro.

— Pietro il Toro! — gridò il Commissario.

— Sì, sì, Pietro il Toro, un nomignolo che gli sta bene!

Il vecchio era rimasto pensoso ed ansava, come se assai atroce fosse il dolore dell’anima.

— È impossibile — disse poi chinandosi sul sergente — che sieno penetrati qui senza tua intesa. Non m’interrompere... io voglio salvarti, comprendi? Non hai detto che con quel vecchio era anche una donna? Giovane e bella al certo?

— Ahimè, sì — sospirò il sergente.

— Ah! — fece il vecchio come se un lampo di luce ne avesse di un tratto rischiarata la mente. — Indovino... Era quella donna uno dei capibanda più feroci e più valorosi che chiamano Vittoria.

— Dev’esser lei, dev’esser lei! — mormorò il sergente.

— Dunque tu ti facesti sedurre: tu le apristi la porta di strada sperando di fartene un’amante, sedotto dalle sue simulate civetterie. Non è così?

— È così! — rispose il sergente che comprese essere inutile il mentire più oltre.

— Se dunque i fuggitivi saran ripresi, essi denunzieranno la tua complicità e tu sarai fucilato.

— Lei ha detto di volermi salvare!

— Io nulla posso contro le leggi militari. È tuo interesse dunque che non siano ripresi e perciò bisogna dar loro il tempo di porsi in salvo.

— È vero, è vero!

— Io non posso che rimetterti il bavaglio perchè i soldati allo svegliarsi ti trovino come io ti ho trovato.

In così dire prese il bavaglio, si chinò sul sergente che lasciava fare sorpreso, confuso, ma lieto in cuor suo di cavarsela a buon mercato.

— Tu sei stato sorpreso — disse il vecchio risollevandosi — mentre facevi la guardia al prigioniero... Questo dirai, hai inteso?

Il sergente rispose con un cenno della testa. Il Commissario riprese la lucernetta ed uscì a passi lenti, col capo curvo come chi sia colpito da un profondo dolore.

Salì la scala del suo appartamento nel silenzio profondo del castello deserto, chè soldati e familiari eran tutti a dormire; attraversò le stanze e giunse in una cameretta ove si era ridotto, come s’ei fosse un estraneo a quell’ampio edificio che aveva visto i suoi padri in tutta la gloria del fasto e della possanza. Ivi giunto depose su una tavola la lucernetta e cadde a sedere presso il lettuccio.

— Fuggito! — mormorò giungendo le mani con un gesto di disperazione profonda — fuggito per riprendere la vita dello scorridore, fuggito per continuare la sanguinosa guerra che io ho il dovere di reprimere, sia pure facendo scorrere fiumi di sangue!... Il figlio che Dio mi aveva ridato, il figlio che era sorto dalla tomba ove io lo credevo, ove io lo piansi per trent’anni... il figlio che mi apparve di un tratto così bello, così nobile, così fiero! E domani, quando si saprà della sua fuga, dovrò io, io ordinare e disporre che lo si insegua, che vivo o morto sia ricondotto qui; dovrò io, io sguinzagliare contro di lui un manipolo di feroci soldati che dovrò lodare, che dovrò premiare se lo trascineranno in prigione o se me lo condurranno morto su una barella!

E il povero vecchio rimase immobile, con lo sguardo fisso come se vedesse a sè innanzi il corpo del figlio crivellato di ferite. Fece un gesto di orrore, scosse il capo canuto come per scacciare quella orrenda visione e poi riprese con un lamentio nella voce piena di lagrime:

— E che dirà nel suo sepolcro la poveretta che morì con la fede che io sarei tornato, che al figlio suo avrei dato il mio nome, che nel figlio suo avrei accumulato quell’amore che fu troncato dal destino dall’infamia degli uomini? Che dirà nel sepolcro quella poveretta che vedrà il figlio suo perseguitato e forse ucciso dai soldati che ubbidiscono ai miei ordini? Per questo dunque io son tornato nel castello de’ miei padri, per questo ho ripreso il mio nome e i miei titoli, per questo il destino mi diede fra le braccia il figlio mio, per perseguitarlo come un malfattore, per ucciderlo come un delinquente?!

S’interruppe portando le mani al capo: aveva inteso come uno schianto nel cervello, le idee gli si confusero, gli occhi gli si annebbiarono.

— Mio Dio, mio Dio — balbettò — è la morte questa... è la morte!

Ebbe la forza di alzarsi per giungere al laccio di un campanello a capo del letto; lo trasse a sè mentre non reggendosi sulle gambe stramazzava sul pavimento.

Pel silenzio del castello echeggiò lo squillo argentino, poco dopo la porta si aperse ed entrò un valletto che al fioco lume della lucerna vide un corpo riverso.

— Il Commissario — gridò — il Commissario... Morto forse?

Si chinò a guardare il giacente dalle cui labbra semi-aperte usciva un sordo rantolo. Il valletto spaventato uscì correndo dalla stanza. Pel silenzio del castello si udì la sua voce che gridava a soccorso, a cui tenne dietro un gran rumore di accorrenti.

— Il Commissario sta per morire, il Commissario sta per morire!

In breve l’appartamento del Commissario fu pieno degli accorsi, di tutti gli ufficiali cioè che alloggiavano nel castello, i quali erano stati destati a mezzo il sonno. Alcuni di essi presero quel corpo inerte e lo adagiarono sul lettuccio.

— Una congestione cerebrale — disse il medico che era accorso con gli altri. — Sarà un miracolo se con un buon salasso si giungerà a salvarlo.

Febbrilmente si accinse all’opera coadiuvato da alcuni ufficiali. Quando il medico aprì la vena del braccio un rosso e fumante zampillo di sangue ne venne fuori.

Poco dopo il Commissario aprì gli occhi e balbettò alcune parole che non furono comprese.

— Per ora il pericolo è scongiurato — disse il dottore — ma ci è sempre da temere una ricaduta.

Non aveva finito di dire queste parole quando si sentì una voce che gridava:

— Il prigioniero è evaso... il sergente di guardia fu trovato col bavaglio e coi piedi e le mani legati saldamente.

Il giacente parve scuotersi a tal grido: volse gli occhi intorno muovendo le labbra. Gli ufficiali tutti sorpresi si volsero verso la porta ove era apparso il vecchio sergente La Harpe che aveva portato la notizia.

— Evaso? — gridarono gli ufficiali — Possibile? Per la porta, per la finestra di una prigione che ha la porta di ferro e la finestra presso al soffitto! Parla dunque.

— Io so quel che mi ha detto il povero de Chantal: mentre egli faceva la ronda vide spalancarsi la porticina di uno stambugio che dà sulla via e che era ben chiusa, e in un baleno gli furono addosso due omaccioni, uno dei quali lo ridusse all’impotenza, l’altro spezzò gli anelli del catenaccio e poi col prigioniero fuggirono, lasciando de Chantal che faceva vani sforzi per isciogliersi.

— Presto, presto — disse il maggiore — che una compagnia del battaglione insegua i fuggitivi. Se quel brigante ha il tempo di raccogliere intorno a sè i rimasugli della banda sarà un affare serio. A voi, capitano — disse poi rivolgendosi ad un ufficiale — il compito di riportarlo morto o vivo, anzi, meglio morto che vivo.

Il capitano uscì. Il maggiore si fece al letto del Commissario che pareva avesse del tutto riacquistato la coscienza e aveva nello sguardo una espressione di ansia che il maggiore interpretò per dolore e per sdegno della avvenuta evasione.

— Si rassicuri, signor Commissario, il capitano è un vecchio bracco che sa scovare le volpi. Ha ben compreso i miei ordini e non ci sarà più da temere che quel malnato evada un’altra volta. Questo vuol dire voler procedere con le formalità legali. Se jeri invece di ricondurlo in prigione gli avessimo fatto tirare alle spalle due o tre fucilate, lei ora che ha bisogno di star tranquillo per riaversi non sarebbe crucciato da un tale strano avvenimento. Ma il capitano ha ben compreso quel che ho voluto dire con la raccomandazione di ricondurlo o morto o vivo e... darò l’ordine che si trovi pronta una fossa larga e profonda.

Il Commissario agitò le labbra tentando di parlare, ma non potè emettere che un confuso balbettio.

— Comprendo quel che vuol dire — continuò il maggiore. — So bene il luogo ove i superstiti delle bande si raccolgono: è un luogo detto _le Grotte_ che il capitano conosce al par di me...

Certo il giacente dovette fare uno sforzo sovrumano perchè il viso gli s’imporporò, agitò le labbra da prima senza giungere a proferir parola; poi vincendo con ultimo sforzo la paralisi, borbogliò:

— Carmine.

Il maggiore e gli altri due o tre ufficiali che erano rimasti intorno al letto si chinarono sul giacente, che continuò spiccando le parole e con accento imperioso:

— Carmine... un contadino... presso la chiesa... Si svegli e venga qui.

— Che uomo! — esclamò il maggiore voltosi al chirurgo. — Sono tali uomini che fecero la nostra grande Rivoluzione. Certo cotesto Carmine è una sua spia segreta. Può dirsi moribondo e pensa al suo dovere!

— Ma in tal modo si ucciderà di sicuro — proruppe il dottore.

Poi voltosi al giacente:

— Non si affatichi, Eccellenza: ella ha bisogno di riposo. Pensi al grave pericolo che ha corso. Non dubiti che il fuggitivo sarà ripreso e messo in grado di non fuggire più dal luogo in cui sarà chiuso.

Lo sguardo del duca sfavillò di sdegno.

— Presto, Carmine venga qui... Mi lascerete solo con lui. Ubbidite.

Nella voce tremante e smozzicata del vecchio ci era tanta imperiosità che il maggiore fece il saluto militare ed uscì per dare l’ordine che si cercasse il contadino Carmine, che, come aveva detto il Commissario, abitava presso la chiesa del villaggio, e fosse condotto nel castello.

Intanto il chirurgo aveva finito di fasciare il braccio del Commissario il quale certo che i suoi ordini sarebbero stati eseguiti, aveva chiuso gli occhi e si teneva immobile col capo affossato nei cuscini.

Il chirurgo notò che due grosse lacrime gli scendevano giù per le guance.

— Deve soffrire molto — disse sottovoce a uno degli ufficiali. — Potrebbe però pensare ai casi suoi. Se sopraggiunge un altro flusso di sangue è bello e spacciato.

— Il bene della patria anzitutto per questi uomini che decapitarono un re ed una regina! — rispose solennemente l’ufficiale.

Un gran fermento regnava intorno al castello. Il sergente, messo agli arresti, non aveva saputo o non aveva voluto dire altro che mentre faceva la ronda era stato sorpreso ed imbavagliato; solo dell’aver lasciato che i suoi sottoposti, dopo aver bevuto si fossero addormentati si confessava colpevole; pel resto si limitava a dare particolari vaghi. Contemporaneamente con la notizia della fuga del più importante prigioniero si era sparsa quella del male onde era stato colpito il Commissario che alcuni dicevano pressochè moribondo. Era un andare e venire di messi, di spie, un affaccendarsi di soldati e di ufficiali. Ognuno temeva una ripresa della lotta sospesa per la sconfitta delle due bande, sconfitta che aveva lasciato il tempo di mettersi in salvo agli ospiti del castello, fra i quali si teneva per fermo fosse la Regina.

Carmine all’alba di quel giorno dormiva saporitamente. Era andato a letto soddisfatto del dovere compiuto e sicuro che il giorno appresso avrebbe visto il suo Riccardo libero e sciolto accanto a suo padre. La cosa gli pareva così semplice da non averne dubbio alcuno, quantunque in principio si fosse mostrato così esitante. Pur comprendeva che per dare pubblicità al riconoscimento faceva duopo al duca di qualche tempo che avrebbe impiegato a far assolvere il suo figliuolo. Perciò non si era maravigliato punto nel non notare alcuna impressione negli abitanti del castello del grande avvenimento che appena divulgato avrebbe sbalordito tutta la gente di quella contrada.

Ed era andato a letto sicuro che il giorno appresso qualcosa si sarebbe saputa. Che bei sogni aveva fatto! Certo il suo figliuolo d’adozione non lo avrebbe dimenticato e la sua vecchiaia sarebbe trascorsa tranquilla nel benessere... Anche Geltrude sarebbe stata contenta, chè Riccardo non le avrebbe negato quel che ella ambiva, la proprietà assoluta del molino. Eppoi, chissà che l’antico disegno di Pietro il Toro non si sarebbe effettuato, chissà se non era destino che i due fratelli si conciliassero con un buon matrimonio tra Alma e Riccardo! Come era lieto di aver compiuto la missione affidatagli dalla povera morta, assistito dal buon Dio che aveva preservato il giovane Riccardo dai tanti pericoli affrontati nella sua vita avventurosa! Certo era stata la madre che lo aveva protetto, la madre che aveva ricondotto il padre a suo figlio, e lui che era stato l’istrumento del quale si era servita la provvidenza se ne sentiva profondamente commosso!

Non aveva dormito mai così bene; quantunque svegliato a mezzo il sonno dai picchi poderosi alla porta di strada, un lieto pensiero gli balenò alla mente. Lo si voleva al castello perchè ei fosse partecipe della gioia di quei due esseri che egli aveva fatto felici.

— Capperi — disse balzando dal letto per correre ad aprire. — è appena l’alba... non han voluto porre indugio... Già, avran passato la notte a narrarsi vicendevolmente la loro storia.

Aperse tutto lieto in viso e vide a sè dinanzi un caporale dei volteggiatori.

— Che cosa è — disse Carmine — Mi si vuole al castello, non è vero?

— Non siete voi Carmine? — rispose il caporale — Mi han detto che voi solo qui portate un tal nome.

— Sicuro, sono Carmine. È il duca, o meglio, colui che chiamate Sua Eccellenza il Commissario che vi manda?

— Mi manda il mio tenente. Sbrigatevi.

— Aspettate che finisca di vestirmi. Se preferite andare innanzi vi raggiungerò.

— Ho l’ordine di non perdervi di vista... Non ve l’aspettavate una nostra visita a quest’ora! Già avevo preso le mie precauzioni facendo custodire le finestre.

Poi voltosi a due soldati che col fucile al braccio si tenevano sotto le due finestre della casuccia:

— Venite qui voi... Il marrano voleva che andassi innanzi per sgattaiolarsela... Se fossi stato io nei panni del Commissario vi avrei fatto fucilar tutti, tutti, intendete?

Il povero Carmine ascoltava intontito, con la bocca aperta dalla sorpresa.

— Ma... — balbettò poi — non vi manda il Commissario, il signor duca, anche se l’ordine vi fu trasmesso dal vostro tenente? A che dunque queste precauzioni? Al primo picchio, quantunque dormissi profondamente, compresi che mi si voleva al castello...

— Perchè vi rimorde la coscienza... perchè sapete quel che è accaduto stanotte.

— Dio mio, che è accaduto? — gridò Carmine sconvolto.

— Animo, via, non fate lo gnorri... Vestitevi ed andiamo.

In così dire seguito dai due soldati spingeva Carmine nella casuccia.

— Dieci minuti per finir di vestirvi... La compagnia è già sotto le armi.

— O Gesù, Gesù! — gemette il pover uomo. — Mi si vuol fucilare forse? E che ho fatto, che ho fatto?

— Io non so se vi si vorrà fucilare adesso o se vi fucileranno poi. In quanto a quel che avete fatto, la vostra aria spaventata mi dice che ben lo sapete, e chi sa non foste voi uno dei due che sopraffecero il povero De Chantal per far fuggire il prigioniero.

— Riccardo fuggito, Riccardo fuggito! — gridò Carmine vieppiù stravolto.

— Dieci minuti per finir di vestirvi, andiamo. La reciterete poi la commedia innanzi al Consiglio di Guerra. E questa volta si andrà per le spicce; il Commissario non metterà degli inciampi come ha fatto finora alle risoluzioni ed ai provvedimenti energici. Già — disse poi, voltosi ai due soldati — sempre così quando cotesti borghesi vogliono imporre le loro leggi a noi militari. Ho inteso io il mio capitano dir cose di fuoco contro i tentennamenti di quel vecchio che essendo della stessa razza di questi briganti mal vedeva che si fucilassero! Ma a quest’ora o è morto o sta per dare l’anima al diavolo!...

— Il signor duca il signor duca malato, morto forse! — esclamò Carmine colpito al cuore dalle parole del caporale.

— La fuga del prigioniero, che lui non volle si fucilasse ieri, lo avrà spaventato per la responsabilità che incombe su lui. Via su, andiamo.

Carmine macchinalmente aveva finito di vestirsi: nel suo povero cervello cozzavano le idee, e innanzi al mistero della fuga di Riccardo e dell’agonia del duca che il giorno innanzi aveva lasciato vegeto e sano la sua mente si smarriva. Tutto il suo sogno dileguava, e una terribile realtà, vieppiù terribile perchè avvolta nel mistero, era rimasta di quel sogno. Non sapeva il duca che il prigioniero era suo figlio? Non li aveva lasciati l’uno di fronte all’altro? Non gli era parso il duca sfavillante di gioia? Che era dunque avvenuto? Perchè Riccardo era fuggito? E che si voleva da lui ora? Forse si era saputo che il fuggitivo aveva vissuto per lunghi anni nella sua casa, che egli lo aveva amato come un figlio, e lo si riteneva complice della evasione? E in questo caso, come aveva detto il caporale, lo avrebbero fucilato?

Col cuore stretto da una orrenda paura, col cervello in tumulto, avendo finito di vestirsi si avviò in mezzo ai soldati verso il castello.

Il duca giaceva supino sul suo letto affannando penosamente: di tanto in tanto apriva gli occhi e li rivolgeva alla porta con una espressione di ansia angosciosa. Due valletti vegliavano a piè del lettuccio, tenendosi muti ed immobili. Di tanto in tanto entrava nella camera il dottore che si appressava al giacente, e dopo averlo osservato si ritraeva scuotendo il capo.

— Che ne dite dottore? — gli chiese il comandante del battaglione che aspettava nella stanza attigua.

— Potrebbe salvarsi se gli si evitassero le emozioni. La fuga del prigioniero è stata la causa precipua del male.

— Ma no, la notizia giunse quando già ne era stato colpito.

— Forse l’avrà saputa prima. È certo che è agitato da un pensiero, che lo fa sussultare ed aprir gli occhi che rivolge alla porta come chi aspetti qualcuno.

— Quel contadino forse che è testè giunto. Non l’ho fatto entrare per chiedere il vostro parere. Non sarebbe meglio risparmiargli una emozione?

— Credo invece sia peggio che il povero Commissario stia con l’animo sospeso. Meglio dunque che entri. Certo si tratta di cosa assai grave. Del resto, finchè il commissario non avrà ripreso intera la coscienza, lei ne fa le veci. A lei dunque tocca di comandare.

— Io non voglio responsabilità — disse il maggiore. — So per esperienza che cotesti borghesi finiscono sempre con aver ragione contro di noi. L’Imperatore e il Luogotenente generale fanno un gran conto di quel vecchio che rese alla Francia ed alla Rivoluzione di grandi servigi. Io dunque darò ordine che cotesto contadino sia condotto qui.

— E io ne avviserò il Commissario.

Ciò detto il dottore entrò nella camera dell’ammalato ed avvicinandosi al letto chinossi su lui.

— Eccellenza — disse — è qui il contadino che ha fatto chiamare.

Il vecchio aprì gli occhi che ebbero una espressione di gioia profonda.

— Che venga, che venga — balbettò.

Parve d’un tratto rianimato tanto che tentò di sollevarsi pur non distogliendo gli occhi dall’uscio, sul quale fra due soldati apparve Carmine con i polsi stretti dai ferri, livido, disfatto, reggendosi appena sulle gambe malferme.

Il giacente a tal vista sembrò richiamasse tutte le sue forze, si sollevò a sedere e stese il braccio, dicendo con voce rotta ma con accento imperioso:

— Si tolgano quei ferri... Comando io qui... Uscite tutti, tutti...

E volse intorno lo sguardo nel quale balenava lo sdegno.

I soldati si affrettarono ad ubbidire: i valletti uscirono, uscirono i soldati. I lineamenti del vecchio si ricomposero, e voltosi a Carmine che era passato dal terrore alla gioia nel vedersi sciolto dai ferri, ma che era pur sempre intontito:

— Chiudi la porta — gli disse, giungendo con uno sforzo a ben profferire le parole.

Carmine chiuse la porta; poi, vinto dalla commozione nel veder lo stato in cui era ridotto il vecchio duca, si avvicinò al lettuccio, e giungendo le mani:

— Dio mio, Eccellenza, Dio mio, cosa è stato?

— Ascolta — disse il vecchio, del quale la dolorosa tensione dell’anima era visibile nei tratti scomposti del viso. — Egli è fuggito. Egli ha preferito... quel che dice il suo dovere a me... Lui non poteva amarmi così d’un tratto... è giusto... come io l’amai solo a vederlo... Lui può fare a meno di un padre... io non posso fare a meno del figlio mio... Perciò muoio...

Parlava lentamente, fermandosi ad ogni frase ed affannando, quasi stentasse a tradurre il pensiero. Pure continuò rantolando, ma riuscendo a proferir bene le parole:

— Se non lo uccideranno, raggiungerà in Sicilia la sua Regina... È lei che me lo toglie, lei... quella donna infernale che ho odiato fin da quando mise il piede in questo Regno... Gli perdono e lo benedico... se il destino lo vuole salvo dai soldati che lo inseguono, e tu lo rivedrai, digli che l’ho perdonato e l’ho benedetto nel punto... di morire.

Il vecchio Carmine che da un’ora subiva tante e sì diverse emozioni, aveva gli occhi gonfi di lagrime, nè trovava parole per confortare il morente.

Il quale riprese:

— Ella ti diede una lettera per me che tu per trent’anni custodisti fedelmente: io ti do una lettera per lui; la Provvidenza ti assisterà anche in questo. Dammi quel calamaio e quella carta.

Carmine corse allo scrittoio e portò al duca l’occorrente per scrivere. Il duca con mano tremante scrisse alcune parole, firmò, poi porgendo la carta a Carmine:

— È il mio testamento... che gli darai con la lettera di lei che è qui... sul mio petto... E gli dirai che lo bene...

Non compì la parola e ricadde sul letto, livido e rantolante.

Carmine smarrito, tremante, trasse dal petto del vecchio la lettera che il giorno innanzi gli aveva dato, la nascose, con la carta che il duca aveva scritto; poi si chinò sul giacente, e poichè il rantolo era cessato, gli sollevò le palpebre.

Gli occhi eran vitrei, senza sguardo, iniettati di sangue.

— Dio mio! — gridò atterrito. — Dio mio!

E si precipitò fuori la camera gridando al soccorso.

VI.

Nelle viscere di un monte scavato per trarne dei marmi dagli antichi abitatori di quelle contrade e i cui condotti sotterranei andavano serpeggiando in direzioni diverse, i superstiti delle due bande si raccoglievano, essendo quello un rifugio ben sicuro da ogni sorpresa, perchè molte erano le entrate e molte le uscite note soltanto ai più vecchi. Quantunque i francesi sapessero che era quello il ritrovo degli sbandati, avevano rinunziato a scovarli, perchè i varii tentativi erano riusciti infruttuosi. Del resto quegli sbandati non eran temibili, mancando essi di un capo, onde si preferiva coglierli alla spicciolata nell’aperta campagna quando essi uscivano per procurarsi le vettovaglie; ed invero parecchi essendosi lasciati sorprendere, si erano ridotti a ben pochi, non più di una ventina.

Ma l’evasione di capitan Riccardo aveva ridestato tutti i timori nel comandante del battaglione che dopo la sconfitta delle due bande aveva creduto di poter dormire sonni sicuri nella quiete e nel benessere di quel castello, in cui soldati ed ufficiali riposavano delle durate fatiche. La ribellione pareva domata, nè vi erano indizi che potesse risorgere: i contadini si mostravano sommessi e rassegnati alle quotidiane requisizioni: il vino era generoso, la carne eccellente, l’alloggio confortevole, e quei soldati e quegli ufficiali potevano ben dirsi fortunati, mentre i loro commilitoni altrove continuavano a combattere aspramente quella guerra, che se pareva spenta in un luogo, si accendeva più impetuosa e più feroce in un altro.

Nel centro del monte che era denominato _delle grotte_ si apriva un’ampia caverna dalla quale s’irradiavano, per dir così le anguste viuzze. Ivi, seduti sull’umido terreno, al chiarore fioco di una lucerna, gli sbandati con le carabine fra le gambe attendevano a rifocillarsi in silenzio ma con le orecchie tese per cogliere i rumori che fossero indizio di un imminente pericolo.

— Lo zoppo non giunge ancora — disse il Ghiro che aveva finito allora allora di far merenda.

— Dobbiamo aspettarci da un istante all’altro una visita poco gradevole — fece il Magaro. — Vedrete che questa volta faran sul serio. La liberazione di capitan Riccardo avrà messo lo scompiglio nel castello.

— Tanto più se sanno che Benincasa si avanza con la banda.