Capitan Riccardo

Part 12

Chapter 123,958 wordsPublic domain

Come si appressava il momento solenne, Vittoria sentiva rinascere l’ardimento e l’energia. Di supremo interesse era per lei, per quell’amore onde era tutta pervasa, la liberazione di Riccardo a cui dava così una prova di ciò che ella era capace per lui. E se anche venisse a sapere di chi fosse figlio, quale nome, quale titolo, quale stato, fosse il suo, vieppiù l’abnegazione di lei avrebbe acquistato valore agli occhi del giovane. Ella era lieta di quella audace impresa non solo perchè compiaceva alla sua indole avventurosa, ma anche perchè la riabilitava della sottrazione che poco anzi aveva commessa. La riabilitava, sentendone un gran rimorso, ella che non aveva riconosciuto finallora nè la legge di Dio nè quella degli uomini, ella che forse nella lotta che avrebbe impegnato fra poco col sergente che per amore di lei tradiva il suo dovere di soldato, lo avrebbe ucciso freddamente.

Certi sentimenti nuovi, certe delicatezze ignote fin allora l’avevano da prima indispettita, quasi la menomassero, quasi fossero indegni di lei; poi si era lasciata vincere, e come un tempo aveva anelato ad emergere per coraggio e per ferocia, volendo esser considerata uomo fra gli uomini, ora avrebbe voluto per Riccardo, aver tutte le virtù, tutte le bontà, tutte le delicatezze della donna!

Pure non avrebbe saputo dire quale fosse la sua meta, quale il suo scopo; sapeva soltanto che amava quell’uomo così come se tutta la sua vita avesse avuto un tale scopo, una tale meta. Profondo come il buio di quella stanza era il buio di quel suo cuore, e in quelle tenebre un solo punto luminoso, nel quale si affissava il suo pensiero: lui.

Dalla stanza intanto dopo quella attigua al luogo in cui il sergente li aveva fatti entrare, venivano voci e canti di soldati che a poco a poco però si andavano affievolendo. Infine, un gran silenzio regnò pel castello.

— Credo sia fatta l’ora — mormorò Pietro il Toro.

— Lo credo anche io.

— A proposito, non hai altra arma che il pugnale?

— Basterà — rispose lei con voce sorda.

V.

In quell’ora stessa Riccardo, seduto sull’impalcato della prigione, non avendo potuto prender sonno, con la testa fra le mani, era immerso ne’ suoi pensieri.

Era vero dunque, era vero? Lui il figlio legittimo del duca di Fagnano, lui che per tanti anni si era tenuto ed era stato tenuto in conto di un diseredato della fortuna, l’unico rampollo di una famiglia che si era usi a considerare come la più potente dopo quella del Re? E quei trenta anni di stenti, di miseria, di vergogna, di umiliazioni, e quei trenta anni nei quali aveva creduto che non avesse diritto neanche all’aria che respirava, neanche all’acqua che gli offriva la fonte! Quante volte i guardiani delle sue terre lo avevano scacciato dai boschi, dai suoi boschi, in cui tendeva insidie agli uccelli! Quante volte lui, magro, sparuto, lacero nelle vesti, aveva invidiato la sorte del più umile servo di quel castello! Ed era lui il padrone, lui il signore legittimo!

Legittimo? E qui un dubbio gli strinse il cuore.

Se, pure essendo il figlio naturale del duca di Fagnano, questi lo avesse proclamato legittimo solo per arrecare un danno al fratello, e quindi a quella creatura che nella sua vita fortunosa era stata l’unica sua religione? Chi, che cosa comprovava la sua legittimità? Però ben comprendeva che era nel suo diritto il duca a proclamarlo erede, come era nel suo diritto di dichiararlo per figliuol suo agli occhi del mondo. Ma che sarebbe avvenuto di Alma se con un atto pubblico il padre fosse dichiarato un usurpatore dei titoli e dei beni del fratello? Quale abisso immensurabile una tale dichiarazione non avrebbe scavato tra lui e lei? Ed egli, che esser ne doveva la rovina, egli che l’avrebbe scacciata dal castello, che le avrebbe strappato il titolo, che l’avrebbe condannata a vivere non più come un’amica ma come una serva della Regina, egli l’aveva adorata, l’adorava come la sola e pura divinità della sua vita!

Questo, questo sarebbe stato l’effetto di un legale riconoscimento de’ suoi diritti. La sua vita, che aveva già a sè dinanzi tracciata una via, quantunque incerto fosse ove avrebbe potuto condurlo, sarebbe stata distrutta a mezzo del cammino! Quel che aveva ottenuto, la fama, sia pure non del tutto limpida, che aveva conquistato in quella guerra; le sue speranze, le sue ambizioni, quel che l’avvenire gl’imprometteva, dovuto tutto tutto al suo valore, alla sua fortuna, sarebbe stato troncato così di un tratto; e quando già in lui la giovinezza era per tramontare, avrebbe dovuto imprendere un nuovo cammino, rifarsi una personalità nuova, della quale, qualunque fosse, non avrebbe avuto merito alcuno. Che sarebbe divenuto lui, il famoso guerrigliero, lui, il campione della regale legittimità, lui che al par del più umile de’ suoi compagni vantar poteva i meriti stessi od esser reo delle stesse colpe, se lo si riconosceva per figlio legittimo di un rivoluzionario, di un amico, anzi di un complice di coloro che avevano decapitato il re Luigi XVI, che avevano decapitato Maria Antonietta?

Maria Antonietta! La sorella cioè di Colei che poteva dire la sua amante; della donna che scendendo dal trono regale gli si era data senza chiedere chi ei fosse, donde lui venisse; della Regina figlia d’imperatori che lo aveva fatto giurare di accorrere in di lei aiuto! Poteva egli apportare tanta rovina a coloro che amava, ad Alma, sua religione, suo culto, suo pensiero costante; alla Regina alla quale se non dall’amore, era legato dalla riconoscenza? Poteva, essendo mostruoso, se accettasse di essere riconosciuto per figlio legittimo dal Commissario civile, continuare a combattere contro suo padre, volgere le armi contro i suoi compagni di tante lotte, di tanti pericoli?

Ed anche accettando l’offerta di suo padre che gli avrebbe ottenuto un grado negli eserciti dell’Imperatore, che si sarebbe detto di lui? Di quali calunnie non l’avrebbero fatto segno! Come infamato sarebbe stato il suo nome! Egli già in quella guerra, di briganti per alcuni, di campioni della patria indipendenza per altri, aveva mantenuto integra la sua fama, non solo di valoroso fra i valorosi, ma anche di onesto uomo, pur non essendo che un povero trovatello: poteva per un titolo, poteva per conseguire un alto grado sociale macchiarsi di una infamia, chè infamia reputava l’abbandonar gli antichi compagni e il venir meno alla fede giurata alla Regina?

Come sarebbe uscito da tal ginepraio?

E pensava anche con uno stringimento di cuore a suo padre, a quel vecchio che gli aveva parlato così umile e supplichevole; che dopo trent’anni ritrovando lui, suo figlio, aveva per poco creduto che Dio avesse avuto pietà del suo dolore. Quantunque non sapesse che in confuso gli avvenimenti che avevan costretto suo padre a fuggire in Francia, pure intuiva che ben misera era stata la vita che in Francia aveva vissuta quel perseguitato dagli uomini e dalla fortuna. Certo il suo cuore non poteva ridestarsi di botto all’amor filiale: quel vecchio che si diceva suo padre era pur sempre un estraneo per lui; non per tanto comprendeva pur troppo che se la gioia nel ritrovar suo figlio era stata grande, ben crudele esser ne doveva il dolore se avesse dovuto distaccarsene di nuovo onde ei seguisse la sua sorte. Comprendeva quale tormento era per suo padre il saperlo prigioniero, quale preoccupazione nel saperlo inflessibile nel suo dovere e nella fede giurata, e pensava a lui con uno stringimento di cuore, certo che in quell’ora istessa anche nell’anima di quel vecchio turbinavano mille angosciosi sentimenti.

E un altro pensiero, pio, gentile, malinconico, a poco a poco si era fatto strada nel cuore di Riccardo. Se suo padre, mentre lui cresceva solitario e abbandonato, era da lui lontano, la povera creatura morta nel darlo alla luce giaceva a lui vicino in una fossa della chiesetta parrocchiale. Quante volte era entrato in quella chiesa, quante volte si era inginocchiato sulla lapide di quella fossa! E sua madre era là, sotto i suoi ginocchi, mentre egli credeva ancor viva e forse felice e spensierata; sua madre era là, da lui uccisa sul nascere, e uccisa dai dolori che le aveva dato l’amore, del quale egli era l’unico frutto! E perchè Carmine non gliel’aveva detto? perchè non gli aveva additato quella tomba su cui avrebbe potuto pregare, a cui avrebbe potuto chieder conforto e consiglio nelle ardue vicende della sua vita? Ah, se anche per poco avesse potuto riacquistare la libertà, sia pure per un solo istante, sarebbe andato a pregare sulla tomba di sua madre per chiederle perdono se nelle tristezze della sua vita aveva pensato a lei con un sentimento di disdegno; avrebbe, curvo sulla fossa, teso l’orecchio per sentir la sua voce che gli avrebbe additato la via da seguire.

Perocchè non era la morte che aspettava ormai, ben comprendendo che suo padre lo avrebbe salvato: la morte lo assolverebbe di ogni suo dovere, la morte sarebbe stata una fine degna della sua vita fortunosa. Nei giorni in cui aveva vissuto aspettando di esser condotto all’estremo supplizzio, con animo tranquillo aveva fatto il conto con se stesso, e un tal conto gli diceva che non aveva vissuto indarno. Poteva considerar la sua vita come una lunga via interrotta da un abisso, nel quale era precipitato: di là vi eran forse la fortuna, l’amore, un alto grado, la gloria; ma poichè tale era stato il suo destino, sprofondava tranquillo nell’abisso, pago di poter dire a sè stesso di aver vissuto nel piacere, nella fama con tutta l’energia della sua giovinezza. Era stato amato da una Regina, e aveva amato un fantasima; dall’umile gleba in cui aveva razzolato fanciullo era assurto fino al piè di un trono; abbandonato e derelitto; una Regina lo aveva richiesto d’aiuto, una Regina doveva a lui la salvezza e lo aveva eletto a suo confidente.

Aveva dunque vissuto, poteva dunque morire, poichè era questo il suo destino. Non era colpa sua se a mezzo il cammino si era profondo spalancato l’abisso.

Ma ora che la morte era stornata dal suo capo, la vita aveva per lui delle atroci preoccupazioni, e se fin allora era stata una via dritta, da quel giorno gli si presentava come un bivio disseminato di spine. Abbandonare quel vecchio per continuar a compiere quel che diceva il suo dovere, o tradire di dover suo per accettare un nome, un titolo, una ricchezza? È vero che non aveva esitato, che l’anima sua onesta e leale non si era lasciata vincere; ma pensando a quel vecchio che gli aveva aperto le braccia chiamandolo figlio, incominciava a sentire un sordo dolore. Pure bisognava risolversi: quella prigionia non sarebbe finita che dopo una sua decisione. Quale, esser doveva? Comprendeva inoltre che il padre, venuto per la repressione di quella guerra, non avrebbe potuto dar la libertà a lui che seguir voleva le sorti dei Borboni.

Una evasione, solo una evasione avrebbe potuto risolvere un tal viluppo. Egli sarebbe andato lontano egli avrebbe mantenuto la sua promessa raggiungendo in Sicilia la Regina, rinunciando al suo titolo, al suo diritto, per seguir la via che il destino gli aveva tracciato per non tradire la fede che avea giurato. È vero che suo padre ne sarebbe morto dal dolore; è vero che egli avrebbe sacrificato tutto il magnifico avvenire che gli balenava dinanzi; però avrebbe compiuto il suo dovere, avrebbe mantenuto la sua fede! Ma come, come evadere da quella prigione, le cui mura eran così massicce, che era custodita da un battaglione di soldati?

Mentre Riccardo era in questi pensieri, nella stanza attigua in cui si apriva la porta della prigione, il sergente de Chantal, dopo aver tirato a sè la porta della stanza in cui dormivano i soldati di guardia, si era fatto a quella che dava nello stambugio e picchiava con le nocche delle dita.

La porta si aprì e sulla soglia apparve Vittoria.

— Zitto — disse — il nonno si è addormentato proprio adesso. Senti come russa!

Infatti veniva dallo stambugio un russar sonoro che pareva un brontolio di tuono.

Il sergentino richiuse pian piano la porta, con mano tremante dall’orgasmo, poi prese fra le braccia la giovane donna che non oppose alcuna resistenza.

— Finalmente, finalmente siamo soli, siamo liberi fino a domani! — disse il sergente.

Una lucernetta spandeva un fioco chiarore per la stanza. Vittoria si lasciava stringere, mentre i suoi occhi si fissavano sulla porticina della prigione.

Sciogliendosi dolcemente dalle braccia del giovane lo respinse dicendogli:

— Discorriamo un po’.... Bisogna intenderci prima!

— Intenderci?

— Ma sì, intenderci. Io non sono una ragazza come le tante altre che hai ingannate...

— Non ho ingannato mai nessuno! — rispose lui impaziente.

E poichè si era di nuovo stretto a lei, ella lo respinse dicendogli:

— Discorriamo un poco. Ecco, io voglio che tu mi ubbidisca in tutto. Poi, quando avrai appagato la mia curiosità, quando mi avrai dato prova che sai contenerti per non farmi dispiacere, io... io sarò più buona.... te lo prometto.

— Tu non mi ami! — disse lui con voce piagnucolosa.

— Non ti amo? E sarei qui mentre il mio povero nonno dorme tranquillo e sicuro? Ma sono una ragazza bizzarra, te lo confesso: voglio tutto ciò che colui che mi ama non vuole e.... viceversa.

— Ma sai — esclamò il sergentino un po’ seccato — che ora che ti ho qui con me non mi sfuggirai, non ti sottrarrai, come facesti finora? Sai che dovrai cedere o con la dolcezza o con la violenza? Non si rischia la libertà, il grado, forse la vita, così per nulla....

— Tu dunque hai rischiato molto? Pel prigioniero, non è vero?

— Se si sapesse che ho introdotto qui, mentre i soldati dormono ubbriachi, una donna, il Consiglio di guerra mi condannerebbe a morte!

— Per così poco?

— Come per così poco? Colui che è chiuso in quella prigione è uno dei più famosi capibanda.

— Ma se è chiuso!

— È chiuso, è vero, ma ne ho le chiavi.

— Ah già, me lo dicesti, le hai tu. Debbono essere ben grosse, per un prigioniero così importante!

— Ma perchè perdiamo il tempo in vane chiacchiere? Ah, se tu mi amassi come io ti amo! Non vedi come fremo?.... Guardami negli occhi... non vi leggi tutta la fiamma della passione mia?

— Mostramele — disse lei, schermendosi dalle di lui carezze.

— Che cosa?

— Le chiavi, voglio vederle. È un capriccio, lo so; te l’ho detto che ho dei capricci.... Debbono essere ben curiose le chiavi di una prigione.... Non ne ho viste mai.... Mostratemele....

— Non fare la sciocca, via! Potrebbe svegliarsi tuo nonno.

— No, no, no! — disse lei facendo la bambina — Ho detto che le voglio e le voglio.... Se così mi ubbidisci in tutto! Ti prometto che non mi verrà punto il desiderio di vederlo il tuo prigioniero.

— Non ci mancherebbe altro!

— Ecco, voglio essere io per pochi minuti la custode di un capobanda così celebre... che fucileranno, non è vero?

— Sicuro, domani.

— Dove sono dunque le chiavi? Le hai adosso?

Nello schermirsi e nel resistergli le vesti le si erano scomposte, il seno a metà denudato aveva nivei bagliori. Il sergente, rosso in viso per l’orgasmo, era come ubbriaco di desiderio.

— Via finiamola! — disse con voce soffocata — Le chiavi sono là in quell’armadietto.

E in ciò dire additava un armadio presso al muro.

Ella si alzò d’un subito, corse all’armadio, lo aprì e vi frugò dentro.

— Ma lascia stare — diceva lui che l’aveva raggiunta.

E poichè ella non gli badava, la prese per le spalle e tentò di riversarla sul pavimento.

— Lasciami e va via — rispose lei, liberandosi con una robusta scrollata delle spalle e impadronendosi delle chiavi.

— Va via? — esclamò il sergente scoppiando a ridere — Andiamo, non farmi montare in collera. Lascia quelle chiavi e sii buona....

Ella di un tratto si avventò sul giovane, lo prese per la gola ed atterrandolo.

— Non una parola, non un grido! — gli disse con voce soffocata mentre brandiva su lui un affilato pugnale.

In questo la porticina si spalancò: Pietro il Toro irruppe sul giacente che aveva gli occhi sbarrati e non potendo profferir parola si dibatteva per svincolarsi dalle mani di lei che lo tenevano inchiodato sul pavimento.

— Lascialo a me... Or ora te lo riduco come un salame.

Ella si alzò mentre Pietro metteva un panno sulla bocca del sergente per soffocare la voce.

— Presto, la corda... legagli dietro la nuca il bavaglio.... Così... So un nodo che m’insegnò il Marinaio....

Il sergente giaceva senza moto, con metà del viso nascosto dal bavaglio.

Ella aveva messo una delle chiavi nella toppa della prigione, ma per l’orgasmo non riusciva a farla girare.

— È inutile... non so... Vieni, vieni tu! Presto, chè sento del rumore.

Pietro il Toro che aveva finito di legare il sergente, balzò presso di lei, le tolse le chiavi e si diede a girarle e a rigirarle.

— Maledizione, resta solo il catenaccio — disse, mentre scuoteva poderosamente la porticina.

Ella, pur non perdendo di vista il sergente, che aveva le mani e i piedi avvinti e che attraverso il bavaglio faceva udire un rantolo sordo, diceva:

— Il rumor si avvicina.... Non m’inganno io...

— Sono i soldati che russano — rispose Pietro continuando a trarre a sè la porta.

— No, no, il rumore è di là, viene dal castello... Non abbiamo che pochi istanti.

— Ebbene, per Gesù Cristo, bisogna che il catenaccio venga via.

Mise le ferree dita nel vuoto tra il catenaccio e lo incavo della porta, e con uno sforzo di tutto il suo corpo si diede a tirarlo a sè: il catenaccio resistette, ma gli anelli scricchiolarono e il ferro si contorse.

— Un altro sforzo — diceva lei con voce sorda — animo, Pietro, un altro sforzo!

— Dovessi spezzarmi le braccia, dovessi spezzarmi le dita!

Conficcò di nuovo le dita sanguinanti nella commessura, puntellò i piedi nella porta, e con i grossi occhi fuori dell’orbita stringendo le mascelle, col viso contraffatto per lo sforzo e per la rabbia dell’impotenza, si diede di nuovo a trarre a sè gli anelli.

S’intese uno schianto: la porticina s’aperse e Pietro il Toro andò ruzzoloni.

Allo schianto, al rumore della porta che si apriva rispose un grido dal di dentro. Capitan Riccardo apparve sull’uscio, confuso, sconvolto.

— Ah — fece Vittoria afferrandolo pel braccio — Vieni, vieni... Sei libero... Presto, fuggiamo!

E lo trascinò verso lo stambugio seguita da Pietro il Toro, che passando pel tavolaccio su cui aveva finto di dormire, raccolse la bisaccia e raggiunse i due suoi amici che eran già fuori sullo spiazzo.

— Corriamo, corriamo — diceva anelando — potremo dirci al sicuro in qualche modo sol quando saremo in fondo al Vallone ove i compagni si raccolgono ogni notte per aspettarci.

Riccardo aveva in confuso capito di dovere a quei due la libertà, ma era stata così rapida, così improvvisa la sua liberazione, che tutto l’accaduto gli pareva un sogno. Fuggivano giù per un dirupo che dai margini dello spiazzo scendeva in una valletta, lasciandosi talvolta sdrucciolare e precipitando coi massi divelti dai loro piedi.

— Ah, gonna maledetta! — urlò Vittoria che si era impigliata in un cespuglio.

Riccardo si fermò a mezzo della discesa. Pietro il Toro già era giunto al basso, ove era stato accolto da alcune ombre.

— Prosegui, prosegui — gridò lei a Riccardo, mentre invano cercava di districarsi dal cespuglio.

— Senza di te, mai, senza di te..

E si diede a risalire per aiutarla.

— Va, va — gridava lei — Se mi colgono tanto meglio. Farò loro perdere del tempo e tu potrai salvarti.

— No — rispose lui che già le era vicino — no, morremo insieme se occorre.

Ella allora prese una risoluzione che pur le ripugnava per un sentimento di pudore onde era stranamente sopraffatta anche in quell’istante supremo. Con l’affilata lama del pugnale si diede a tagliar la gonna che cadde, e da quel viluppo ella uscì col magnifico torso nudo e le anche coperte appena dalle brevi brache contadinesche.

Fu un’apparizione; poi ella spiccò un salto per nascondersi agli occhi di lui che intese dietro alla sua liberatrice il rovinìo delle pietre e del terriccio; onde egli si diede a ridiscendere, sì che in breve si trovò in fondo tra un gruppo di ombre che nel vederlo diedero in una esclamazione di gioia.

— E Vittoria? — chiese lui guardandosi intorno.

— Solo Pietro il Toro ha osato avvicinarsele... per lo stato in cui era... Ad ogni altro di noi sarebbe saltata alla gola.

— Non perdiamoci in chiacchiere — disse Pietro il Toro appressandosi. — Andiamo, andiamo, chè abbiamo già di troppo indugiato. Appena al sicuro nella grotta si penserà al da fare. In quanto a Vittoria essa ci seguirà, ma raccomando a tutti di non cercare di avvicinarsele.

E quelle ombre si misero in cammino per alcuni sentieri che risalivano la valletta e che mettevano capo nei boschi delle alture.

Il sergente intanto che, pur facendo erculei sforzi per liberarsi o almeno per poter sciogliere il bavaglio, aveva assistito rantolando di rabbia alla liberazione del prigioniero, era giunto ad accostarsi alla porta della stanza in cui dormivano i soldati di guardia. Ora gli appariva ben chiaro il piano di quella donna che era forse la famosa Vittoria di cui tanto si discorreva. La passione delusa era rincrudita dalla responsabilità che sarebbe gravata, su lui, quantunque le corde nelle quali era avvinto e il bavaglio che gli turava la bocca potessero scusarlo coi superiori che avrebbero creduto a una sorpresa, onde se la sarebbe cavata con una lieve pena per aver permesso che i suoi soldati si addormissero. Ma bisognava mostrare che egli aveva fatto di tutto per non dar tempo ai fuggitivi di mettersi in salvo, sebbene se fossero ripresi e avessero svelato il come erano penetrati nel corpo di guardia per aprir la prigione, la colpa di lui sarebbe stata riconosciuta gravissima.

In questo intese un rumore di passi nella stanza attigua, ma come di chi camminasse guardingo, i passi si avvicinavano sempre più alla porta che si aperse, e sulla soglia apparve un vecchio in cui il sergente spaventato riconobbe il Commissario civile.

Il quale nel veder dinanzi ai suoi piedi quel soldato legato ed imbavagliato che si contorceva rotolando su se stesso, si fermò con un grido di stupore.

— Ah! — disse poi chinandosi per dare aiuto al soldato — un tentativo di evasione certo!

In ciò dire strappava il bavaglio.

— Aiuto, aiuto, il prigioniero è fuggito! — gridò il sergente.

— Fuggito! — gridò il vecchio — fuggito?!

E vedendo aperta la porta della prigione vi corse e trovandola vuota tornò al sergente che con uno sforzo si era alzato a sedere.

— Come si chiamava il prigioniero che è fuggito? — chiese con voce tremante.

— Era il capo della banda... colui che doveva esser fucilato stamane — rispose il sergente con voce strozzata.

— Ah! — fece il vecchio risollevandosi.

Ma dovette appoggiarsi alla parete per non cadere: era livido in viso e pareva colto da un tremore in tutte le membra.

— Aiuto, aiuto! — gridava il sergente.

Il vecchio si scosse, si chinò su lui, gli mise la mano sulla bocca.

— Taci — gli disse sommessamente. — Io voglio salvarti. Nol potrei se ti udissero. I soldati sono immersi nel sonno, certo perchè ubbriachi. Dunque fosti tu ad ubbriacarli per favorire l’evasione.

— Io no, io no — gemeva il poveretto — glielo giuro, signor Commissario.

— Rispondimi, ma sottovoce, altrimenti sarai tu fucilato in sua vece.

Nella voce del Commissario civile tremava un’angoscia, un’ansia inesplicabili pel sergente. Possibile che gli stesse tanto a cuore la salvezza di lui fino ad imporgli di non svegliare i soldati, di non dar l’avviso della fuga? Pure rinunziò a spiegarsi tale enigma che gli salvava la vita.

— Da quanto tempo son fuggiti? — continuò a chiedere il Commissario, che pareva più timoroso del sergente di esser sorpreso e che si guardava intorno trasalendo ad ogni rumore.

— Da mezz’ora.

— Ed erano?

— In tre. Due, un vecchio ed una donna, penetrarono qui... per quello stambugio la cui porta si apre sulla strada, mi sorpresero e...

— E non fosti tu a dar le chiavi?

— No, le trovarono... la porta fu aperta non con le chiavi... furono strappati gli anelli del catenaccio da quel vecchio con una forza sovrumana...