Part 4
«Veda un po’, la mia vetrina è delle meglio fornite; la può cercare in tutta Milano senza trovar la compagna — abbiamo le tinte più rare, andiamo dal nero carbone al bianco di neve, passando per tutte le gradazioni del castano (che è una degenerazione del nero), del rosso (che deriva dal castano), del biondo (che è una degenerazione del rosso)...
Corrado lo fermò: non gli pareva che il biondo fosse una degenerazione. _Come si chiama_ non la pretendeva a scienziato, anzi svelò al signor Corrado ch’egli era un ignorante... «questione d’opinioni; del resto si sa, vi sono dei biondi... dei biondi....»
Corrado aveva un giornale a tiro ed allungò la mano per pigliarlo.
«Ma non è questo che voleva dire _Come si chiama_» — e Corrado lasciò il giornale dov’era.
_Come si chiama_ voleva dire come qualmente la propria vetrina, che era la vetrina dell’abbondanza per tutti, per lui solo rappresentasse la carestia dell’_articolo_ — «E quante fatiche a trovar capelli che valgano la spesa di poche lire! Dalla massima parte delle teste femminine non si saprebbe proprio che cosa tagliare; non hanno il tanto da dare due colpi di forbice... Ma sa come è raro il caso che si presenti una giovinetta con una capigliatura....?»
Corrado aveva ripreso il giornale, e _Come si chiama_, temendo d’essere indiscreto, pregò il suo avventore d’alzare la testa per lasciarsi radere la barba sotto il collo.
«Ecco fatto.»
«To’! il sole è scomparso! Lo dicevo io? il brutto tempo non è finito.»
Non è finito — e il monologo del parrucchiere, appena interrotto o ravviato ogni tanto dall’avventore, ricomincia con nuova foga durante il lavorìo dei pettini e delle spazzole; ci passano mille cose: il veglione d’ieri, il carnevalone ed il suo comitato, i coriandoli, le orgie, e per amore di antitesi le miserie di tanta povera gente, che soffre, che ha molto freddo e poco pane e niente companatico.... Se il signor Corrado sapesse! ne capitano di quelle! ma già anche il signor Corrado sa....
Corrado credette giunta l’ora di pigliare una determinazione eroica; afferrò una terza volta il giornale, ed alla sbadataggine dell’atto unì l’indifferenza dell’accento per dire:
«Ah! mi viene in mente! Che ne è stato di quella signorina?
— Della signorina Grazietta? della bionda, di quella bionda? si affrettò a dire il parrucchiere per parare ogni possibile equivoco.
— Appunto. Le era poi morta la madre?
— Sissignore.... il giorno successivo.... a quel giorno, cioè a quel mattino.
_Come si chiama_ smozzicava la frase, trascinava le parole, evidentemente non pensava a quel che diceva.
— Ed è.....? ed è?....
Ci era nel giornale qualche cosa di molto attraente, che venne proprio allora sotto gli occhi di Corrado, il quale parve distrarsi. Finalmente rialzò il capo e ripetè:
«Ed è....? ed è rimasta sola quella povera ragazza?
_Come si chiama_ non sapeva nulla.
— E chi sa come vive?
Chi lo sa? _Come si chiama_ no certo.
— Sarebbe un peccato che la miseria portasse quel tributo al vizio.
Sicuro che sarebbe un peccato.
Insomma, il parrucchiere, oltre che non era informato di nulla, stentava a cavarsi di bocca le parole.
Finalmente, Corrado interrogò:
«Dove è andata a stare la signorina Grazietta?
— Non gliel’ho chiesto.
— L’avete vista?....
— Sì.... ma lei non l’ha più vista?
— Io no.
— È curioso!
— Che c’è di curioso?
— Ci è che ieri la signorina Grazietta è venuta in bottega a chiedere dove stava lei, e mi sono stupito che non lo sapesse già, e mi stupisco....
— Non sapete nemmeno dove stava prima che morisse la mamma?
— Nemmeno.
Dopo questa parola, Corrado cominciò a trovare che il via vai dei pettini sulla sua testa si prolungava troppo, accettò per degnazione un po’ di pomata, non volle cosmetico ai baffi; la poltroncina di velluto gli pareva divenuta uno strumento di tortura.
Il parrucchiere, dopo aver risposto a tante interrogazioni, avrebbe avuto caro di farne un paio alla sua volta. Non ci fu verso, e checchè gli costasse, dovette pur dirla la frase sacramentale:
«Il signore è servito.»
Il sole era scomparso, e anche la gioia di Corrado; ritto sulla cantonata, egli guardava di qua e di là, senza pensiero; poi fissava l’occhio nel cielo bigio, dove a poco a poco sfumavano i contorni d’una cara visione.
VII.
Morti del giorno 9....
Quando si staccò come a malincuore da quella cantonata, che parevagli avesse serbato qualche cosa del biondo fantasma, pensava: «Come presentarmi a lei? che cosa dirle?» E cercava pretesti, scuse, come se l’incontro fosse imminente. Poi si ravvedeva, guardava al cielo bigio, alla folla affaccendata. Quanta gente! Si fermava a contemplare le finestre di una casupola lungo il naviglio e diceva: «Forse è là! forse pochi passi mi separano da lei; doveva stare da queste parti.» E pensava che il caso, dopo averlo tormentato, gliela mostrerebbe all’improvviso alla svolta d’una via: allora spingeva l’occhio innanzi, e vedendo lontanamente una figura femminile vestita a bruno, il cuore gli batteva. Perchè gli batteva il cuore?
Giunse così a casa sua, salì le scale, entrò nel salotto, girò intorno uno sguardo sbadato, come si fa quando fra gli oggetti noti d’una stanza si cerca un suggeritore.
Il suggeritore fu l’ultimo numero del giornale a cui era associato.
«Antonio! chiamò.
E pensando che la sua voce non poteva essere udita, suonò il campanello.
Il servitore apparve.
— Dove metti i giornali quando li ho letti?
Dicendo: «dove metti?» gli pareva di escludere la possibilità della distruzione.
— Li metto, rispose Antonio, uno sull’altro, in un fascio, e alla fine dell’anno....
— Bravo! bravissimo! trovami i numeri dal 10 al 15 gennaio e dico che sei la perla dei servitori.
Per così poca cosa il compenso era tanto generoso, che Antonio volle almeno meritarsene una parte colla prontezza; un minuto dopo, egli tornava coi sei giornali domandati a riscuotere il prezzo esorbitante, che non gli fu pagato.
Corrado parve misurare cogli occhi le ultime colonne del primo giornale, che buttò via e che Antonio raccolse; ne prese un altro, misurò e lesse: «Morti del giorno 9 — a domicilio.... Tomaso.... niente.... Giovanni, niente.... Lina Dolci, 30 anni — troppo giovane, Arturo.... pensionato.... Sofia.... 68 anni — troppo vecchia — Valeria Nobili, agiata, 38 anni, via de’ Fiori Chiari, N. 8.
Si lasciò cadere di mano gli altri giornali, che Antonio raccolse scrupolosamente.
— È lei! ripeteva il padrone, non vi è dubbio, è lei! la via dei Fiori Chiari non è molto vicina al parrucchiere, ma questo non fa nulla... anzi, to’, è naturale che abbia voluto andare in una bottega in cui non fosse conosciuta... e poi non ci sono parrucchieri di gran lusso vicino alla via dei Fiori Chiari... Non è vero?
— Verissimo, rispose il servitore non comprendendo nulla.
— Valeria Nobili, agiata, 38 anni, via dei Fiori Chiari N. 8, ripetè Corrado, e lasciò cadere anche quel giornale.
Antonio raccolse anche quello ed annunziò che andava a rimetterli tutti a posto. Vedendo il suo padrone camminar su e giù per la camera senza badargli, invece di uscire, stette immobile come fa chi voglia spiegare un indovinello, pensando a mille cose ed arrischiando ogni tanto un’occhiatina indagatrice.
«A me non sta bene l’andarci, diceva Corrado parlando a sè stesso; no, non sta bene, dovrei interrogare il portinaio, destar sospetti, dar luogo a maldicenze; e poi che fare se mi dicesse laconicamente: «la scala a dritta, 3º piano, uscio in faccia?» Non ci potrei andare così alla libera; no, a me non sta bene. Ci andrai tu, vecchio mio, soggiunse rivolgendosi al servitore.
— Sissignore.
— Sai dove?
— Sissignore.... Via dei Fiori Chiari.... numero....
Così dicendo riaprì il giornale.
«Valeria Nobili, d’anni 38, agiata, via Fiori Chiari, N. 8; Felicita Garulli, d’anni 42, agiata, via del Conservatorio, numero 10....
— Che dici?
— È scritto qui.... «Ermenegildo Luvini....
Corrado gli venne dietro l’omero e lesse:
«Felicita Garulli — è vero — Ermenegildo.... Sempronio.... Caterina, d’anni 96 — Minori di 7 anni: 3 — manco male, è finito.
E stette un momento in pensiero. Antonio entrò a dire:
«Andrò in via Fiori Chiari, N. 8.
— Ed anche in via del Conservatorio, N. 10.
— Agli antipodi.
— Farai attaccare i cavalli.
— Sissignore.
— Domanderai al portinaio in via Fiori Chiari, se sta colà la signora Valeria Nobili; in via del Conservatorio t’informerai della signora Felicita Garulli.
— Sissignore, e mi diranno che sono morte.
— Appunto, e tu dirai che _i tuoi padroni_, nota bene _i tuoi padroni_, hanno bisogno di conoscere gli eredi, e domanderai se le poverette hanno lasciato figli; hai capito?
— Sissignore.
— Una delle due ha lasciato una figlia; chiederai dove sta, che fa, com’è, dove si può vederla.
— E poi?
— Poi null’altro; torni ad informarmi del tutto.
— Sissignore.
— Ci vai subito, non è vero?
— Sissignore.
Non si muoveva.
— La figliuola c’è proprio? domandò.
— Lo spero.
— E questa figliuola è giovane?
— Ha 17 anni.
— Bella età! io ne ho sessanta suonati!
E qui un sospiro troppo lungo.
— Ho capito, hai degli scrupoli.... non ci vuoi andare....
— Le pare?... ci vado.... ci vado.... se mi ci manda.
— Non ti capisco.... di’ tutto il tuo pensiero.
— Se me l’ordina proprio, lo dico.... non mi ci mandi.
Antonio sorrideva per temperare la ribellione.
— Sta bene, disse Corrado, farò da me.
— Non mi mortifichi.... mi sono spiegato male.... non sono scrupoli, è timore di non saper far bene; quando si hanno i capelli bianchi....
— Senti, vecchio mio, interruppe Corrado, non dirmi di no. Si tratta di far del bene ad una povera creatura, che non crederebbe alle mie intenzioni, e darà fede ai tuoi capelli bianchi. Vacci col cuore tranquillo, non avrai da arrossire di nulla, te lo prometto; aiutami a fare una buona azione; è così difficile per uno che non ci ha pratica come me.
A quel linguaggio, Antonio si sentiva il cuore grosso e si tormentava i mustacchi come nelle gran commozioni.
Andando a far attaccare i cavalli, pensava:
«Ecco quel che si guadagna a ribellarsi! Finchè dite di sì, la va bene.... provatevi a dir di no al tiranno, e dovrete dir di sì, balbettando, coll’anima piena di rimorsi e colle lagrime agli occhi.... Vergogna! un caporale!»
Proto giunse in tempo a ricevere gli sgoccioli della raccomandazione d’obbedienza che il vecchio faceva a sè medesimo. La carrozza fu pronta in pochi istanti. Bisognava veder Proto, lo sbarbatello Proto, quando aveva cacciato le braccia nelle maniche della livrea ed infilato i guanti, che sussiego! Appena il vecchio Antonio fu a cassetta, seduto al suo fianco, non si potè trattenere dal dirgli: «state a vedere che bella voltata!» E col corpo impettito, l’occhio fisso, le redini tese, fece scoppiettare la lingua; i cavalli si mossero.
— Che voltata, eh!
— Vanerello! non c’è male.
— Avreste fatto meglio voi?
— Forse sì, se avessi voluto, ma non ho voluto.
— Lo so a memoria: vi sarebbe toccato radervi i mustacchi per accettar la carica di cocchiere e vi è mancato il coraggio del sagrifizio. Ci tenete molto ai vostri mustacchi?
— Ti risponderò fra qualche anno, quando li avrai anche tu, se li avrai.... Bada che sbagli.
— Dove si va?
— Via del Conservatorio N. 10 — e zitto, impara a tacere quando sei a cassetta.
VIII.
Qui si incontrano molti portinai ed una bionda.
Da mezz’ora almeno Corrado ascoltava ogni rumore di carrozza, quando finalmente udì, al fischio di Proto, aprirsi la cancellata del portone, i vetri tremare. Il primo suo istinto fu di muovere incontro al servitore, di tempestarlo di domande; ma seppe esser forte, non si mosse, stette ad aspettarlo sopra una poltroncina e quando il vecchio fu dinanzi all’uscio: «Sei qui?» gli disse. Non altro.
— Sissignore; rispose Antonio.
Non altro.
— Perchè non parli?
— Aspettavo che me l’ordinasse.
Nei modi e nell’accento del vecchio era qualche cosa di quella passività asciutta con cui i caporali rispondono al sergente, quando il buon senso dà torto al sergente e la disciplina darebbe torto al caporale.
— Si va prima in via del Conservatorio, N. 16. Proto rimane a cassetta — io scendo. — La signora Felicita Garulli sta qua? — Morta! risponde una voce di dietro un paravento; appare una donna. — Morta! dico io. — Morta! dice lei, da più d’un mese, d’un mal di costa. — I suoi parenti sono rimasti qui? — No, hanno sloggiato; sua sorella è andata a stare in Corso Garibaldi, N. 4 — Non ha figli? — Sì, ne ha uno. — Ad ogni risposta la portinaia diventa sempre più asciutta, l’ultima non l’accompagna nemmeno con un gesto. È proprio come dirmi «non mi seccate.» Non so come fare ad insistere.... Insisto.
— Bravo!
— Sarà inconsolabile il figlio? Che fa? — La portinaia non sa se sia inconsolabile, sa che fa il bersagliere ed è di guarnigione a Lucca. Vengo via per non perder tempo.
— Bravo.
— Si va in via Fiori Chiari, N. 8. Sta qui la signora Valeria Nobili? — No, risponde un gobbetto nano che qualcuno ha messo sopra una sedia altissima, dinanzi ad una tavola, a lavorar di cucito, no, sta fuori mura, tra porta Garibaldi e porta Tenaglia.... Capisco, ma fingo di non capire. — Dice lui: eh! lo sapete meglio di me che è in cimitero; siete il quarto che viene ad informarsi della morta per sapere dove sta di casa la viva; datevi la pena di guardare sul quadro, v’è un indirizzo: «Via dell’Orso, N. 5. — Siccome non mi muovo, il gobbetto si volta, mi guarda e mi dice: «Sareste proprio venuto per la madre voi? uhm! siete vecchio, vi si può credere — scusate, ma tutti vengono per la biondina.» Balbetto qualche parola: «Già la povera signora è morta di mal sottile — potete dire a chi vi manda che non ha più bisogno di nulla.» Volta le spalle, le volto anch’io, salgo a cassetta, sono qui.
Era impossibile non vedere che Antonio faceva il broncio. Corrado, rimasto un istante in pensiero, rialzò il capo e leggendo sotto i mustacchi dell’ex-caporale, fu costretto a chiedergli:
«Che hai?
— Se me l’ordina, lo dico: ho che non ho fatto una gran bella figura; quella biondina è una delle tante biondine con cui gli ex-caporali canuti non hanno più nulla da fare.
— Ti lagni?
— Non mi lagno, obbedisco.
Corrado non gli badava più; poco stante prese il cappello ed il pastrano e sul punto d’uscire:
«Via dell’Orso hai detto?
— Già, numero 5. Ci va?
— Ci vado.
E via. Affrettando il passo, pensava alle parole d’Antonio; non vi poteva credere. Oibò! la malignità d’un nano non poteva arrivare fino ad una creatura celeste. Ed era poi veramente lei?.... Oh! sì era lei....! Che ronzassero i mosconi intorno ad una biondina e seccassero la pazienza d’un portinaio gobbo, si capiva; ma Grazietta era onesta, era pura, la più onesta e la più pura di tutte le biondine. Nessun’altra avrebbe mai fatto quello che aveva voluto far lei; se si rassegnava a spogliarsi dell’unico ornamento del suo visino da madonna, era segno che aveva fatto proposito di far perdere il tempo ai farfalloni e di serbare il proprio profumo virginale. Ma era veramente lei? Perchè non aveva egli detto il nome ad Antonio?.... lo aveva trattenuto una vergogna.... Stupida vergogna! Non si trattava forse di fare un po’ di bene? Vergogna stupida! Ed ora?.... Oh! ma era lei la biondina! Qual’altra poteva essere? Il signor Garulli, bersagliere, no, per esempio! Sicuramente era lei!
«La signorina Grazietta Nobili sta qua?» La portinaia di via dell’Orso, N. 5 — un donnone tanto fatto, rispose con voce di toro. «Nossignore» e stette impalata a guardare con un sorriso malizioso.
— Come! non è venuta a star qui da poco più d’un mese una giovinetta?
— Bionda?
— Bionda.
— Bella?
Corrado volle provarsi a ridere, ma gli parve una vigliaccheria. Si trattenne.
— Sì, è venuta, è stata qui otto giorni e se n’è andata.... ha pagato tutto il mese, cioè non è stata lei a pagare.... ma un signore vecchiotto....
Corrado era morso dal dispetto, dall’impazienza, dal dolore.
«Poi sono venuti a prender la roba.... poca roba, poca.... la corsa d’un facchino è bastata, come può immaginare.... — Vi peserà quel cassone? domando — Oibò, è quasi vuoto.... e non è distante.... — Dov’è?.... Via Solferino, N. 9.
— E la signorina Grazietta?
— Aveva nome Grazietta? Io non lo so; la chiamavano la _Biondina_.... non riceveva lettere.... ah! aspetti.... sì.... no.... mi pare che la chiamassero anche Agnese, non ne sono sicura; la sua padrona di casa deve saperlo.... Vuole che vada a domandarle?
— No, grazie.
Corrado pagò la mancia e via di corsa fino alla cantonata. Colà si fermò.
Era sbigottito, come se gli fosse toccata una sciagura. Gli passavano innanzi alla mente mille mozziconi d’idee.
«Via Solferino, N. 9. Ci devo andare? Agnese! dunque non è lei. — È bionda, è bella, le è morta la madre in quel giorno; è lei! — Grazietta era una menzogna, oppure Agnese è un nome di guerra — Peccato!»
Dietro a questo accento di rammarico, veniva una visione: Grazietta in abiti succinti, coi capelli biondi e sciolti, da cui la faccia pallida e gentile si stacca come un visino di Madonna dal fondo dorato di un tritico; la luce d’una lampada, che la copre d’uno scintillio di fuoco e l’albore scialbo d’un mattino d’inverno che si affaccia dai vetri.
«Ah! gli gridava una voce; troppo hai tardato! Che poteva far essa, abbandonata, sola in un mondo in cui mille lacci insidiano i diciotto anni d’una bella fanciulla? ah! troppo hai tardato!
Poi ripigliava amaramente:
«Via Solferino, N. 9. Ci vai, la vedi, ti lasci amare, la fai tua. Tanto meglio. Il suo mazzolino di viole non è una memoria, un saluto, un augurio gentile — è un invito; tanto meglio.
Agitò la testa per allontanare un pensiero importuno, si mosse a gran passi coll’audacia della spensieratezza, giunse alla casa indicata, entrò.
— La signora Agnese?
— Al secondo piano, a dritta; la porta in faccia.
Sali le scale, suonò il campanello: e allora solo stupì della propria audacia.
Fu aperta la porta, apparve una ragazza giovane, non bella.
— La signora Agnese? domandò Corrado.
— La signora non riceve, si è alzata appena.
— Provate a dirle che vengo da parte della signorina Grazietta.
La cameriera diè un’occhiata curiosa al visitatore e sparve dicendo: «proverò, si accomodi.»
Tornò quasi subito e fece un cenno a Corrado. Costui, non ancora rinvenuto dallo stupore della propria condotta, la seguì. Il cuore gli batteva concitato.
Giunto nel mezzo d’un ricco salotto, coperto di tappeti, di gran quadri ad olio, di mobili di valore, si fermò, volse uno sguardo sbadato tutt’intorno, poi fissò gli occhi in un uscio a stipiti dorati: una bella cornice che aspettava una tela più bella.
L’uscio si aprì: una leggiadrissima donna si trattenne un breve istante nel vano. La copriva interamente una ricca veste da camera di lana azzurra; i capelli lunghi le cadevano inanellati sulle spalle; era bionda, diafana, splendida come una visione.
Mosse un passo....
Corrado, che guardava attonito, non potè trattenere un’esclamazione di stupore e di piacere....
Non era Grazietta!
IX.
Scena di commedia.
La bella creatura si fece innanzi senza staccar gli occhi dal visitatore ignoto; aveva il volto composto a quel seriume bizzarro, che accompagna la curiosità quando è così intensa da far dimenticare la dissimulazione; protendeva lievemente il corpo, stringeva le labbra.
Fra i dieci propositi, che balenarono in mente a Corrado, ce n’era uno savio troppo: balbettare quattro parole per iscusarsi dell’equivoco, volger le spalle e darsi alla fuga. Ma Corrado non aveva mai avuto paura di una bella donna.
Radunò tutti gli elementi di cui si componeva la sua moribonda fatuità di zerbinotto, fece un inchino e rialzò il capo con disinvoltura, lasciando balenare sulla faccia un sorriso che chiedeva perdono.
La signora Agnese era e non era disposta a perdonare, secondo i casi; lo diceva l’atto con cui sedette ed additò all’incognito una poltroncina.
Era questione di scioltezza e d’audacia, non bisognava incepparsi in una frase, nè prolungare il silenzio — pena il ridicolo. — Corrado non aveva la scelta, sapeva di far la parte d’un adoratore appigliatosi ad un partito eroico per dichiarare la sua fiamma, parte bizzarra d’una commediola piena di attrattive, perchè era proprio bella la signora Agnese.
— Non domando scusa, diss’egli arditamente; una colpa come la mia non conosce pentimento, non si accontenta di perdono.
— Che colpa è la vostra? domandò Agnese.
— Quella di essere qui, di guardarvi, di resistere al vostro sguardo, di dirvi che siete bella, che....
— E che mi amate?.... È una volgarità; me la dicono tutti.
Pronunziando queste parole, la leggiadra creatura incrociava uno sguardo intento con uno petulante di Corrado, il quale, senza chinar gli occhi, ribattè:
— Mi fate dire ciò che ancora non ho detto.
E siccome Agnese faceva una smorfietta, proseguì:
— Nossignora, io non ho detto d’amarvi; se vi amassi anche, non lo direi.... È una volgarità.... ve la dicono tutti. Siete bella, tanto bella, tanto bella!.... Ecco.
Agnese, sebbene avezza ad altro linguaggio, non pareva stupita.
Sorrise. Le belle donne hanno sorrisi che disarmano i più destri nella scherma della galanteria; ma nulla può far ammutolire un commediante che abbia studiato la parte.
Corrado proseguì imperterrito:
— Siete bella, e ve lo ripetono tutti; è ciò che ho detto a me stesso; ci vivo anch’io nel mondo, ed ecco me pure a dirvi che siete bella. Non sono pazzo, rassicuratevi, e nemmeno troppo savio.
— Lo credo, disse Agnese ridendo.
— Non vi ho dunque offesa?
— Vi pare? Di che? È un modo di presentarsi come un altro, cioè un modo che non assomiglia a nessun altro.... mi piace. Sono lieta di far la vostra conoscenza. E vi chiamate?
— Conte Germinati, scapolo, l’età che dimostro.
Agnese gettò indietro i capelli con un lieve movimento del capo e rise forte.
— Trentadue anni dunque?
— Speravo d’essere più giovane.
— Trentadue anni non sono troppi....
— Specialmente quando se n’ha di più. Volete dir questo?
— Appunto; sono troppi venticinque quando non se n’ha che ventidue.
— A voi ne davo venti.
— Grazie, signor conte.
— Non mi chiamate signor conte, gli amici e le amiche mi chiamano Corrado.
Certo quella parola _amiche_ veniva una settimana, un giorno od un quarto d’ora troppo presto; l’audacia fin qui fortunata aveva messo il piede in fallo. Paradosso dinamico: in faccia ad una bella donna, e un po’ in faccia a tutte le tentazioni della vita, quando si cessa d’andare innanzi, si retrocede. A Corrado parve densa di soverchio la nube che abbuiò la fronte alabastrina della signora Agnese. E pensava al rimedio, quando la bella, fissandogli in volto quel suo sguardo insistente di prima, e lasciando cader le parole ad una ad una col sussiego d’un’annoiata, disse:
«Per farvi ricevere avete nominato Grazietta.... La conoscete voi.... Grazietta?
Ricondotto al pensiero dell’altra, Corrado esitò a rispondere, e vedendosi guardato fisso, levò gli occhi al soffitto, dandosi l’aria di pensare. Poi disse:
— Di Graziette ne ho conosciute; ma confesso che ho pronunziato il primo nome venutomi sulle labbra, tanto per rompere la consegna e farvi annunziare la mia visita.... il primo passo per farmi ricevere.
Agnese pareva sbadata; era sceso un riccio di capelli ad accarezzarle la guancia, ed essa lasciava fare; poi lo ricacciò indietro con un moto brusco, il volto color di rosa apparve un istante circondato da un tremolìo d’oro — le tornò il sorriso.
— È curioso, disse; Grazietta era una mia amica.
— Davvero?
— Davvero.... non la conoscete proprio? Una bruna matronale, adorabile, come dicono i suoi adoratori.... un po’ fatua, capricciosa.... come un idolo..., ma bella.... vanta il suo codazzo d’innamorati, una processione, a crederle.... ha il fascino, dice lei.... nessuno le resiste.