Part 3
— Per me è chiara come il sole, dice Aniceto, tu rimandi il protagonista alla bottega del parrucchiere per pagare il conto dei saponi e delle boccette; il parrucchiere, che è un parrucchiere, non aspetta nemmeno che il suo generoso avventore apra la bocca per interrogare come ne ha voglia, e si cava addirittura la voglia che egli ha di rispondere: è venuto a sapere sotto quali tegole abita Grazietta, e quanti gradini più di cento separano quel miracolo biondo dalla folla bruna e nera; la mamma è guarita — per virtù dell’ultima medicina; Grazietta è riconoscente in grado superlativo assoluto. Consacri un capitolo ad un altro incontro — è impossibile farne di meno — e il tuo protagonista si persuade sempre più che i capelli neri, castani, rossi, color di piombo e di limone e d’altro, sono tutti degenerazioni del bulbo capillare, come i bianchi; che i soli capelli tollerabili sono i biondi, che Eva era bionda, che il biondo più vago di tutti i biondi ha i riflessi misti dell’oro e del fuoco, e che capelli di quel colore e con quei riflessi non ce n’è al mondo se non sulla testina della sua fata. Una volta che tu me l’abbia fatto ben convinto di questo, vedrai che nessun lettore troverà a ridire se invece della catastrofe metti il matrimonio.
— Bravo! esclama Fanny.
— A te Filiberto, ripete Corrado collo stesso riso nervoso; la fine?...
— A me non piacciono i romanzi che lasciano indovinare la fine; quello di Aniceto è inesorabile come il destino nella sua verosimiglianza: se fossi in te, farei qualche cosa di nuovo, per esempio che il parrucchiere tradisse la vezzosa donnina dagli occhi stanchi dalla veglia, s’innamorasse di Grazietta, e ne assediasse la virtù in regola colle sue ciancie, trascurando le parrucche e gli avventori. La gelosia del nobile e ricco protagonista darebbe luogo ad un contrasto di tinte comiche e feroci... un duello col rasoio per esempio sarebbe di molto effetto....
La tela di Filiberto non piace a nessuno e glielo dicono tutti; egli dichiara che non gliene importa un fico.
— A te Felice, la fine?
— Ecco, io sto con Aniceto fino alla catastrofe matrimoniale, e giunto lì mi fermo, perchè non voglio catastrofi. — Dà retta a me: la mamma lasciala morire, non ci si guadagna nulla a tenerla in vita, è un impaccio e nulla più; fai offrire alla fata quattro belle stanze ammobigliate, una scrittura lunga, magari un vitalizio se resiste; il tuo protagonista farà servire la bionda per far disperare le brune e pigliarle col dispetto. Vedrai che non avrà più paura della neve. Pensaci....
— Ci penserò, risponde Corrado con accento lievemente beffardo, ci penserò, fanciullo mio.
Poi si fa un istante di silenzio. Battono le ore ad un orologio lontano, un altro più vicino le ripete; è tardi, sono le due.
— La festa di San Corrado è passata, dice Aniceto, abbiamo rubato due ore a San..., che Santo è domani, cioè oggi?... nessuno lo sa? non monta, abbiamo rubato due ore al Santo che viene dopo, ho sonno — ce ne andiamo?
— Andiamcene.
— Addio, Corrado.
— Addio.
Escono tutti, Fanny soltanto rimane; ha lo sciallo sul braccio e dondola il cappellino tenendolo pei nastri; si accosta a Corrado, il quale, seduto accanto al fuoco, le volge le spalle.
— Me ne vado... dice con voce sommessa dopo un istante di silenzio.
— Te ne vai? domanda Corrado senza voltarsi.
Fanny indugia a rispondere.
— Devo rimanere?
— Fa come vuoi.
— Addio, dunque.
Corrado si volge e guarda un istante quella donna fatua e leggiadra, che per la prima volta trova un accento melanconico.
«Avevi il cuore buono, dice come parlando a sè stesso, meritavi d’essere amata — ma chi di noi può amarti?
— Vado con Domenico.
Corrado vede spuntar due lagrime sugli occhi nerissimi della bella, le piglia le manine che l’ozio ha lasciate candide ed eleganti, poi la bacia in volto con trasporto, l’abbandona e si lascia ricadere sulla seggiola.
— Grazie, balbetta Fanny.
E non esce, fugge.
In anticamera trova Aniceto e gli altri, che l’aspettano, — si attacca al braccio di Domenico, ridendo.
— Povero Corrado! dice per le scale; aveva indovinato che tu mi facevi la corte e che io me la lasciavo fare... però ci siamo separati da buoni amici... Era un pezzo che gli volevo bene... due mesi credo, no, cinque settimane, anzi più... dal giorno del... non mi ricordo.
— E a me fino a qual giorno vorrai bene?
— A te?... sempre!
IV.
Un mazzolino di viole nel buio.
Corrado fissò nelle vetrate nere gli occhi spalancati, e mentre una parte di lui accompagnava i passi di Fanny, e stava ad ascoltare se mai dalla via deserta gli giungesse ancora una voce dell’allegra brigata, l’altra parte di sè stava muta, fredda, indifferente, come immemore od inconscia della vita.
Una carrozza rotolò nella neve, proprio sotto alle finestre, si tenne pochi istanti ferma, e di nuovo si mosse; il sordo rumore s’allontanò, si spense... succedette il silenzio profondo — e Corrado continuava a seguire con sguardi intenti i fiocchi di neve che, passando dietro le vetrate, alla viva luce della camera si tingevano un istante di riflessi rossigni e sprofondavano nel buio.
La porta, da cui poc’anzi era uscita la comitiva ciarliera, girò sui cardini senza rumore; apparve una testa canuta, in cima ad un corpicciolo mingherlino. Corrado non si mosse, non profferì parola, non staccò gli occhi dai vetri. Allora la testa canuta parve barcollare sulla sua base, il corpicciolo sembrò volersi fare più piccino per non recar disturbo, e la porta, che non era chiusa intieramente, si riaprì.
«Antonio... disse Corrado, senza voltarsi.
— Scusi....
— Spegni i lumi.
E siccome il servitore esitava, ripetè con voce raddolcita:
«Spegni i lumi, Antonio.
— Tutti?
— Tutti.
Il vecchio non disse più nulla, prese dalla credenza un lumicino che accese ad una fiamma di gas, allungando il braccio, poi salì sopra uno sgabello.
L’idra ritrasse ad una ad una le sue cinque lingue, divenne mutola. Antonio scese, raccolse da terra non so che, pose le mani qua, là, cercando un pretesto per non andarsene alla muta, tre volte guardò verso il suo padrone, ed altrettante aprì la bocca per sprigionare un sospiro discreto, ed altrettante tentennò il capo, e finalmente mosse un passo incerto... un altro... eccolo presso all’uscio.
— Antonio, disse Corrado.
Il servitore accorse frettoloso.
— Povero Antonio!
Un breve silenzio.
— Perchè non sei andato a dormire? Te l’ho pur raccomandato di non star su.
— Non avevo sonno.
— Al solito, e Proto invece dormiva in piedi... al solito.
— Non ce n’ha colpa, è tanto giovane!....
— E tu l’hai mandato a letto?
— Si dorme male sulle sedie....
— L’hai provato?
Il vecchio arrossì lievemente senza rispondere.
— Va a letto, povero Antonio, soggiunse Corrado.
— Il signor conte non ci va?
— Ci andrò a momenti.
— E vuol rimanere qui... all’oscuro?
— Sì.
Antonio non ribattè parola, ma curvandosi dinanzi al caminetto, ai piedi del suo padrone, prese ad accomodare i tizzoni colle molle e ad aggiungere legna. Non fu pago se non quando vide una fiammata. Allora disse:
— La fa allegria!
Stette un istante irresoluto, e si battè la fronte come a punirla di una imperdonabile smemorataggine:
«Ah! il mazzolino! disse, ed uscì frettoloso per ritornare subito dopo.
Corrado non s’era mosso, guardava sempre la fiamma. Lungamente Antonio fece girare fra le dita un mazzolino di viole, aspettando che gli fosse fatta una domanda; alla fine pigliò una determinazione eroica, depose il mazzolino sulla caminiera dicendo:
«Non si sa chi lo abbia mandato.
Il giovane rialzò la testa bruna, accarezzata dai riflessi della fiamma, guardò sbadatamente i fiori, e ponendo nell’accento una dolcezza maggiore dell’usato, disse:
«Grazie!
— Di che? Non è mio quel mazzolino. Certo... se ci avessi pensato... se avessi creduto di farle piacere... ma che vale? Non ci ho pensato. Alla mia età non si crede neppure che d’inverno vi siano fiori.
— E chi dunque li ha mandati?
— Non si sa.
Il vecchio pronunziò le parole quanto più misteriosamente gli fu possibile, e alle parole aggiunse un atto misteriosissimo, che doveva suscitare un febbrone di curiosità a dir poco. Ma il disgraziato Corrado non badò all’accento, non vide l’atto, e chinò di nuovo la testa sul petto. Poco dopo, si scosse e ripetè:
— Va a dormire, Antonio.
— Vado.... Vado....
Non andava.
— Porta via il lume.
Il vecchio volle provare a resistere, radunò tutte le sue forze per disobbedire, ma non ci fu verso; gli bisognava andarsene, lasciare il padrone solo, all’oscuro, nella pessima compagnia di quattro tizzoni, capaci di mettergli in capo Dio sa che.... Sospirò forte, disse sotto voce che padrone e tiranno sono sinonimi, fece un passo verso l’uscio, ne fece un altro, altri due, e se ne andò portando via il lume.
Corrado, rimasto solo, rovesciò il corpo sulla poltroncina, curvò il capo sul petto e fissò gli occhi nel focolare.
Fra le strette di quattro tizzoni, una gran fiamma irrequieta si dibatteva, lamentandosi, senza potersi sprigionare; si faceva piccina per accarezzare le braccia nere che la trattenevano; poi irrompeva con uno splendore di rivolta, e di nuovo si contorceva, si ripiegava gemendo, tacendo, sprizzando scintille — piccoli fulmini di collera — invano; i quattro tizzoni, che parevano sbadati, all’improvviso aprivano un occhio, due, tre, dieci occhi, piegavano un istante per ripigliare una positura più salda.
Corrado seguiva le vicende della lotta, chiudendo tutto sè stesso in quel picciolo vano, incapace di staccarsene un istante per vagare nel buio che non ha confini, trasognato, senza pensiero, senza desiderio, senza ansia, come uno spettatore indifferente, come un ebbro di noia, il quale barcolli solo perchè dimentico dell’equilibrio.
Forse alcuna cosa dentro di lui lottava, come la fiamma, contro braccia invincibili; forse quel focolare gliene raffigurava un altro in cui ardeva una parte di sè stesso... forse — non ne aveva coscienza.
A certi guizzi della fiamma, correva per la volta bigia un tremolio d’ombre; bagliori di luce si avventavano nel buio dell’ampia camera, e sulle pareti, ora qua, ora là, s’affacciava un amorino.
Corrado non aveva occhi per la scena fantastica; continuava a stare immobile, col mento appoggiato sul petto e l’occhio fisso nella fiamma.
A poco a poco, una sensazione quasi impercettibile lo tolse a quella specie di dimenticanza di sè medesimo; e allora nell’infinito vuoto, nel buio infinito della sua mente, si fece strada qualche cosa che assomigliava ad un pensiero. Una voce domandò dentro di lui:
«Che è questo?
E un’altra dentro di lui rispose:
«È un profumo di viole, è un profumo venuto da lontano.
Corrado si sollevò sulla poltroncina, allungò una mano e trovò tentoni sulla caminiera il mazzolino di viole, lo guardò un istante alla luce della fiamma, poi spenzolò il braccio a terra, così che le viole parvero aggiunte ai fiorami del tappeto.
E la stessa voce di prima si arrischiò a domandare: «E chi mai ha pensato a te? quale delle tante, che ti hanno portato via un brandello del cuore e due mesi della vita, si ricorda ancora del tuo Santo? L’Angelica no certo, la Candida nemmeno, e nemmeno la Bice.... Le altre sono troppo remote.... Ah! forse Nina, la fantastica Nina; essa sola può andar soggetta a tenerezze postume.... oppure.... ma già l’Angelica no certo, la Candida nemmeno, e nemmeno la Bice....
Un brontolio prolungato della fiamma fece ammutolire quella ciarliera, poi un’altra voce spropositò timidamente: «povera Fanny!» — Che cosa ci entra ora Fanny? sta zitta.... non può esser stata che la Nina. Te la rammenti, la Nina? Era bella la Nina!... Ti ricordi di quel giorno?... di quell’altro?... e quella volta.... e quell’altra?... Povera Nina!... La Candida, che te la fece dimenticare, non valeva quanto lei, ma era un’_altra_. Ah! le _altre_, Corrado, _le altre_!... Un mazzolino di viole.... quest’anno sono i soli fiori che tu abbia ricevuto! Hai delle amiche, quest’anno, che ridono dei fiori come i tuoi amici. Fanny sola ama i fiori.... Se te ne fossi innamorato un mese più tardi, ella te l’avrebbe mandato il suo mazzolino. L’hai amata troppo presto! Il tuo Santo non ha potuto anticipare.... e ci hai perduto un mazzolino.... Ma insomma, a chi può essere venuta l’idea delle viole? alla Candida no certo, all’Angelica nemmeno e nemmeno alla Bice.»
Corrado, che udiva quel chiacchierio senza ascoltarlo, levò lentamente il braccio e tenne un istante il mazzolino dinanzi al focolare; le viole si staccavano nere nere dal fondo di fiamma. Ma d’improvviso rotolò un tizzo e balenò una luce più viva; fu per tutta la stanza una lunga processione di ombre; a quel bagliore, Corrado vide fra le dita un luccichio a cui non aveva posto mente; strappò ad una ad una le viole del mazzolino, e dai gambi recisi sciolse, come istupidito, una lunga ciocca di capelli biondi.
Un lampo, balenandogli negli occhi, gli accese il volto spento; volle guardar meglio, ma proprio in quella un altro ceppo rotolò dagli alari, e la fiamma, non più trattenuta che da due braccia impotenti, si sprigionò con un guizzo e fuggì via.
L’istinto fu più ratto del pensiero.
Corrado aveva appena tirato il cordone del campanello, che già era pentito; e ad Antonio, il quale entrò recando un lume:
— Non sei andato a letto? chiese impacciato.
— Ci andavo ora — balbettò il vecchio, e non sapendo che altro dire, guardava tutt’intorno.
— Ieri hanno portato un mazzolino....
— Sissignore, un mazzolino di viole.... dove è andato?... l’avevo messo sulla caminiera, e....
Ammutolì, vedendo a terra le viole strappate dai gambi.
— E chi l’ha portato quel mazzolino?
— Non so, fu consegnato al portinaio.
— Da chi?
— Da chi? è vero, bisognava chiedere da chi; chiederò stamane.
— Non chiederai nulla.
— Non chiederò nulla.
— E andrai a dormire subito, povero Antonio, non voglio che tu mi venga ammalato.
— Anche lei....
— Io no, non ho sonno.
— E che significa il non aver sonno alla sua età? Lei ha qualche cosa.
— Sì, ho qualche cosa... qualche cosa che non ho mai avuto... ma non ho sonno, e tu non puoi tenere gli occhi aperti; va a letto, povero Antonio!
Il povero Antonio radunò, come era solito fare, tutte le sue forze per provarsi ancora a disobbedire, riattizzò il fuoco nel caminetto, mandò in giro per la stanza certe occhiate ribelli e se ne andò ripetendo fra i denti «che non c’è rimedio, che deve essere così, che è sempre stato e sarà sempre così... cioè che tiranno e padrone sono sinonimi.»
Corrado, rimasto solo, raccolse ad una ad una le viole recise, e stette a guardarle alla luce della fiamma, finchè l’alba si affacciò alle vetrate.
V.
Qui il tiranno è costretto a far colazione.
Il sonno, che Corrado aveva respinto come un importuno, lo prese a tradimento, e quando dopo il mezzodì un sole allegro infilò un raggio fra i nugoli e lo spinse sui tetti a scherzare colla neve intatta e coi diacciuoli delle gronde, la festa di luce, che rianimava l’ampia camera, non bastò a far schiudere le palpebre al dormente. Ci volle proprio che il vecchio servitore entrasse sulla punta dei piedi, e chiudesse le imposte nè troppo nè poco, e se n’andasse facendo il possibile per sopprimere il proprio peso specifico: ci volle tutto questo perchè Corrado si dibattesse sulla poltroncina come un ribelle. Antonio, il quale stava afferrando la maniglia dell’uscio colle arti d’un borsaiuolo, colto sull’atto, si fermò di botto, trattenne il respiro... invano... dalla poltroncina sepolta nell’ombra partì un oh! che gli mise i brividi. Ahi! povero Antonio! è proprio vero: i padroni fanno come vogliono, padrone e tiranno sono sinonimi.... anche quando dormono!
Corrado si scosse, allungò le braccia al soffitto con un atto energico, sprigionò uno sbadiglio sonoro e balzò in piedi.
«Buon segno» pensò il servitore, e un po’ di mala voglia mosse verso la finestra per lasciar entrare il sole. Ma una domanda lo trattenne a mezza via:
— Quante ore sono?
— È presto; il mezzodì è suonato da poco.... il suo letto è ancora caldo.
— E tu hai dormito, Antonio?
— Sissignore.... ma lei....
— Ho dormito anch’io.
— Male....
— T’inganni.
— Non dico di no. Devo aprir le finestre?
— Apri.
Entrò il sole.
— Che festa! disse Corrado, che festa, Antonio!
— Sissignore.
— Senti; dirai a Proto che prepari i rasoi, mi raderà.
— Or ora?
— Or ora.
— Sissignore.
E Antonio si tenne impettito, dandosi l’aria di una vittima che sopporti nobilmente la sua sciagura.
— A letto non ci va proprio? domandò facendosi un gran coraggio.
— No, vecchio mio, non ci vado, non ho sonno.
«Vecchio mio» era un appellativo irresistibile; vano il tentare di ribellarvisi. Il disgraziato sentiva un tuffo inesplicabile dentro di sè, come se il cuore affogasse in un’onda di tenerezza; gli veniva una gran voglia di scavalcare il decoro, il rispetto, le convenienze, il resto e di tirarsi fra le braccia il suo padrone legittimo, il figlio legittimo del suo generale; ma in buon punto ricordava il suo grado di caporale, gli pareva d’aver ancora i galloni cuciti alle braccia e le braccia cucite ai fianchi.... s’impalava duro più del solito.
Corrado prese a misurare la camera a gran passi, ed Antonio, stando fermo nel mezzo, mandava lo sguardo su e giù per accompagnarlo.
All’improvviso, il giovane s’arrestò, stette un istante in pensiero, e via per l’uscio socchiuso. Il vecchio dietro.... Aveva fiutato un pericolo.
Un quarto d’ora dopo, il padrone stava per indossare il pastrano, quando il servitore entrò e disse colla solennità d’un trionfatore modesto:
— La colazione è pronta.
Corrado guardò la faccia seria del vecchio, ebbe pietà della sua canizie e si arrese.
— Vecchio mio, è impossibile fartela!... Berrò un brodo.
Buttò sopra una seggiola il pastrano e venne nella sala da pranzo, dove la mensa era imbandita.
Proto, un giovinetto smilzo e dinoccolato, con un sorriso perpetuo fra le grosse labbra, entrava portando una zuppierina fumante.
Ma la vittoria del vecchio servitore non potè vantare trofei di sorta, oltre una ciotola di brodo caldo; bevuta la quale, Corrado si levò di tavola ed andò difilato nelle sue camere. Il vecchio dietro.
— I rasoi sono pronti, disse.
— Non mi faccio radere.... ho fretta.... via non farmi il broncio, sono di buon umore stamane.... te ne sei accorto?
— Sissignore.
— Non sai dirmi altro? Hai torto.
— Sissignore.
Già Corrado aveva infilato il pastrano e stava per uscire; entrò Proto coi rasoi e coll’acqua calda.
— Non serve, gridò Antonio, e siccome l’altro voltava le spalle per andarsene, lo richiamò.
— Non vedi che il signore esce?
Proto sbarrò tanto d’occhi, stette coscienziosamente a guardare il padrone, brandendo la cogoma d’acqua calda che gli fumava sotto il naso. Quello spettacolo, quel fumo, quel tepore e la solennità del servitore canuto, il quale passando gli avventava un piccolo fulmine collo sguardo, sembravano dare un bagliore insolito alla perenne luminaria della sua faccia.
Quando Corrado se ne fu andato, Antonio tornò frettoloso verso Proto, il quale gli mandò incontro il suo più amabile sorriso.
— Proto, disse il vecchio sollevando una mano con solennità, Proto son io che te lo dico, tu non farai mai nulla di buono; tu metti il piede in fallo dal principio della tua carriera; tu parti col piede destro invece che col piede sinistro; pensaci bene.
Proto sorrideva sempre.
— Pensaci bene e cambia mestiere; a fare il servitore non ci hai vocazione; se non hai un po’ di soldato nel sangue, sei un servitore da _riformare_; se, vedendo da lontano il tuo padrone, non senti dentro di te qualche cosa, come la voce del caporale, che ti grida _guard’avoi_, sei un servitore che si mangia la pagnotta a tradimento.
Proto si provò a protestare tra il serio ed il faceto, ma il vecchio lo fece ammutolire con queste parole memorande:
— Proto, tu sei nato per fare il milionario.
Dopo di che, gli volse le spalle in atto di suprema commiserazione.
VI.
_Come si chiama_ nell’esercizio delle proprie funzioni.
Camminava spedito, colla fronte alta, accompagnato da uno stormo di pensieri alati, che gli facevano intorno un turbinio di festa. Se un solo istante fermava la mente in un’idea, se ne affacciavano dieci, e dietro a quelle altre dieci, altre cento; allora scrollava la testa per gettarvi uno scompiglio delizioso, per stordirsi, per dimenticarsi, udiva dietro di sè mille vocette tentatrici che lo chiamavano a nome: «Corrado! Corrado!» — ma faceva il sordo e camminava spedito, colla fronte alta, gigante in mezzo alla folla nana.
Nel tumulto del suo cuore era entrato un sentimento generoso, che consigliava la pace. Quale? Ancora egli stesso non lo sapeva comprendere, ma se lo sentiva giganteggiare ad ogni istante. Era certo un sentimento, che non assomigliava agli altri, che nulla aveva del passato; non febbre di senso, non spasimo di noia e nemmeno amoroso delirio; nulla era ed era tutto. Ogni tanto, gettava uno sguardo sulla folla nana e qualcuno gli diceva: «non bisogna perder tempo; si tratta di fare il bene.»
Quando fu presso alla bottega del parrucchiere famoso, rallentò la foga, cercando di rivestire la spigliatezza d’ogni giorno, e passò dinanzi alla nota vetrina senza degnare d’uno sguardo i capelli appesi in fila secondo una savia gradazione di tinte. Duro, impettito, si trattenne un momento sulla soglia fingendo di guardare o guardando davvero una bella ragazza che passava, poi spinse l’uscio vetrato e barattò un «buon giorno» che non valeva un quattrino col «buon giorno» di prima qualità del parrucchiere venutogli incontro sorridente. Si spogliò del pastrano, che buttò sulle braccia di non so chi, e sedette in una poltrona dinanzi allo specchio.
Alla muta, con una solennità sacerdotale, il famoso _Come si chiama_ in persona spruzzò sulle mani e sulla faccia del suo avventore un’essenza odorosa, poi gli cacciò sotto il mento un panno di bucato e disse:
— La barba?
— La barba.
Quel laconismo era bugiardo, come al solito, perchè si leggeva in faccia a tutti e due la voglia d’appiccare discorso.
Dopo un istante di silenzio, il barbiere pigliò delicatamente per il naso il suo muto interlocutore e gli fece notare che non bisognava fidarsi a quel raggio di sole, e che il tempo pessimo minacciava di durare. Pagato questo tributo alla metereologia, ogni conversazione fra due galantuomini si può dire avviata.
«Sissignori, il tempo pessimo minaccia di prolungarsi, è caduta tanta neve sugli Apennini, che il corriere è in ritardo — e si è curiosi di leggere la discussione della Camera sulla questione religiosa. — _Come si chiama_, liberale fino all’eresia, fa la sua professione di fede. — Oh! la questione religiosa, non ci è che Bismark che la intenda come va; che ometto Bismark! Ma guai a fidarcisi.... Sta per l’alleanza italo-germanica il signor Corrado? Ah! voleva ben dire! l’alleanza italo-tedesca, ci inimicherà la Francia. Parlategli d’un patto fra le razze latine a _Come si chiama_ e vi intenderete; il suo giornale dice questo e dice quest’altro; ha ragione fin qui, al di là ha torto.... La Francia è la nostra amica migliore ed ha ancora un grande avvenire; la Francia è la regina del buon gusto e della moda — essa è che ci manda la _tournure_ e lo _chignon_ — che farebbero i parrucchieri senza la Francia?... Che farebbero? dica lei signor Corrado.»
Il signor Corrado, il quale non sapeva come mettere il piede in quel territorio, fu felice d’esservi arrivato quando meno se l’aspettava, e convenne di buon grado che minacciare lo _chignon_ era tutt’uno come minacciare l’avvenire dei parrucchieri d’Italia e del mondo. Ma chi lo minacciava? una moda tanto comoda! — E pure ogni tanto ci si fa la burletta d’annunziare che la famosa principessa _Ipsilonne_ o la duchessa _Ighisse_ si sono messe a far la guerra ai capelli finti; per fortuna, la maggioranza è calva!
Corrado zitto; teneva gli occhi fissi nella vetrina, e l’altro pronto: