Attraverso il Cinquecento

canto IV. Cfr. _La vieille courtisane_ del DU BELLAY e LUCIANO,

Chapter 22,145 wordsPublic domain

_Dialoghi delle cortigiane_, I, IV.

[567] Lettere XI, pp. 18-20; XXXI, pp. 60-2.

[568] Lettera XXXIX, p. 71.

[569] Lettera XXXVIII, p. 70.

[570] _Ibid._

[571] Lettera XXII, pp. 41-6.

[572] _Novelle letterarie_ per l’anno 1757, pag. 320; CICOGNA, _Op. cit._, vol. VI, pag. 884; TASSINI, _Op. cit._, p. 65.

[573] Entrambi questi sonetti furono pubblicati dal CICOGNA, _Op. cit._, t. V, pag. 424.

[574] TASSINI, _Op. cit._, p. 39.

[575] Lo pubblicò il CICOGNA, _Op. cit._, t. V, pp. 414-5.

[576] TASSINI, _Op. cit._, p. 43.

[577] CICOGNA, _Op. cit._, t. V, p. 412.

[578] Anche questo documento fu pubblicato dal CICOGNA, _Op. cit._, t. V, pp. 416-7.

[579] Lettera XXXIX, p. 71. Della madre la Veronica non fa parola se non nel suo secondo testamento, dove è detto: «It. lasso a suor Marina, monaca nel mon. di S. Bernardin in Padova, duc. diese per una volta tantum, i quali duc. diese ghe lasso per discargo dell’anima di mia madre, perchè suo padre ghe li aveva lassati, quali gli siino dati subito venduta la mia robba». Fu la madre forse quella che la spinse al vizio, o che, semplicemente, la trasse al suo esempio? L’ho già detto: potrebbe darsi. Nel suo Memoriale la Veronica dice che molte madri meretrici, «ridutte in bisogno, vendono secretamente la verginità de le proprie innocenti figliole, incaminandole per la medesima via del peccato che esse hanno tenuto». Una di tali vendute fu probabilmente la Veronica.

[580] Lettera XV, p. 23.

[581] Veggasi, per esempio, la lettera XVIII, p. 31.

[582] Vedi intorno a Tullia d’Aragona GUIDO BIAGI, _Un’etèra romana_, in _Nuova Antologia_, serie 3ª, vol. IV (1836) pp. 654-711.

[583] Lettera XXXVIII, p. 70.

[584] L’edizione più antica di questi due curiosi poemetti credo sia la seguente: _El vanto della cortigiana ferrarese qual narra la bellezza sua. Con il lamento per esser redutta in la carretta per el mal franzese et l’amonitorio che fa alle altre donne. Seguita l’epigramma con el purgatorio delle cortigiane, per_ GIOV. BAPT. VERINI, Venezia, 1532. Molte altre edizioni se ne fecero, per le quali vedi la _Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour_, etc., vol. V, p. 241, vol. VI, p. 384, e ROSSI, _Le lettere del Calmo_, Appendice I, pp. 386-8. Il _Purgatorio_ è di maestro Andrea dipintore; che il _Vanto_ e il _Lamento_ sieno di Giambattista Verini, fiorentino, è probabile, ma non è provato. Ad ogni modo la scena dei due poemetti è in Roma. Io riproduco qui l’uno e l’altro secondo una stampa veneziana del 1538, ritoccando solo la grafia e qualche verso che nel testo non torna, acconciando alcuno errore. La medesima stampa contiene pure _Il lamento e la morte de la cortigiana_, in undici terzine; ma è cosa che non merita d’essere trascritta.

[585] Questi nomi li abbiemo già trovati, e provano che il poemetto dovette essere composto verso il 1530.

[586] Forse _trinale_ da _trina?_ ma i vocabolarii non l’hanno.

[587] Vedi qui addietro pp. 234-5.

[588] Traggo questa poesia, che non ha altro titolo, dal raro volume già citato, _Delle rime piacevoli di diversi autori. Nuovamente accolte da_ M. MODESTO PINO, _et intitolato La Carovana_, parte prima, ff. 25 r. a 27 v.

[589] Vedi qui addietro p. 287.

[590] Vedi la lettera del Paolucci in _Lettere di_ LODOVICO ARIOSTO raccolte da A. CAPPELLI, 3ª edizione, Milano, 1887, pp. CLXXI sgg. Primo a pubblicarla fu il CAMPORI nelle sue _Notizie di Raffaello, Atti e mem. delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e parm._, t. I, 1863.

[591] _Lettere_, ediz. di Parigi, 1606, vol. I, f. 26 r.

[592] _Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private_, edizione di Venezia, 1599, pp. 202-4. Lo stesso racconto si ha pure nel _Democritus ridens_, Colonia, 1649, pp. 378-80. Il Serapica, o Sarapica, è ricordato più volte anche dall’Aretino, e da altri.

[593] DOMENICHI, _Op. cit._, p. 201.

[594] _L’hospidale de’ pazzi incurabili_, Venezia, 1617, p. 49.

[595] _Vita Leonis X_, l. IV, ediz. di Firenze, 1551, p. 98. A dir vero il Giovio nomina solamente il Poggio, il Moro, fra Mariano e Brandino. Fra Martino è ricordato da SIGISMONDO TIZIO nella voluminosa e manoscritta sua Cronaca di Siena (ap. FABRONI, _Leonis X Pontificis Vita_, Pisa, 1797, pag. 295, n. 82), e lo stesso Tizio narra pure con indignate parole come il cardinale Raffaele Petrucci mandasse il bastardo Andrea al pontefice (V. l’intero passo, che merita d’esser letto, riferito dal MAZZI, _La Congrega dei Rozzi di Siena nel secolo XVI_, Firenze 1882, vol. I, p. 73). Ma ce n’erano anche degli altri. Nella _Cortegiana_ dell’ARETINO (atto I, sc. 12) un pescatore dice al Rosso, vendendogli certe lamprede: «L’altre l’ha tolte or ora lo spenditore di fra Mariano per dar cena al Moro, a Brandino, al Proto, a Troja, ed a tutti i ghiotti di palazzo». Troja era nientemeno che il vescovo di Troja; del Proto vedremo or ora. Quanto al Rosso introdotto dall’Aretino nella sua commedia, egli è probabilmente tutt’uno con un Rosso buffone, ricordato dallo stesso ARETINO nel capitolo _Al principe di Salerno_, nella giornata II della parte I dei _Ragionamenti_ e nel _Ragionamento delle corti_, e poi anche dal MAURO nel capitolo ad Ottaviano Salvi e dal TANSILLO nel capitolo a Cola Maria Rocco e in quello al duca di Sessa. Dice di lui ORTENSIO LANDO: «Il Rosso buffone, mentre servì Ippolito cardinale de’ Medici acquistò e facultà e fama grande, e ne viverà immortalmente» (_Sette libri de cathaloghi a varie cose appartenenti_, Venezia, 1552, l. VI, p. 501). Non è fuor del probabile che anche il Rosso abbia frequentata la corte di Leone X.

[596] Vedi, per i secoli che precedono il XVI, un articolo di ADOLFO BARTOLI, _Buffoni di corte_, nel _Fanfulla della Domenica_ del 1882, nº 11.

[597] _Orlando Furioso_, c. XXXV, 20.

[598] _La piazza universale di tutte le professioni del mondo_, Venezia, 1587, disc. CXIX, p. 816. Cfr. GIULIO LANDI, _Attioni morali_, Venezia, 1564, p. 402, sgg.

[599] _Il Cortegiano_, ediz. di Firenze, 1854, l. II, XLVI.

[600] _Opuscula moralia et politica_, Parigi, 1645, _De re aulica_, l. 1, c. 6.

[601] Non so donde il FLÖGEL abbia tratta la notizia che Paolo II nutrì matti e buffoni (_Geschichte der Hofnarren_, Liegnitz e Lipsia, 1789, p. 434). Il Platina tanto avverso, e per buone ragioni, a quel pontefice, non fa parola di ciò nella Vita che ne compose.

[602] BURCHARD, _Diarium sive rerum urbanarum commentarii_, edizione di Parigi, 1883-5, vol. III, pp. 126-7.

[603] Novelle, parte I, nov. 30; parte IV, nov. 27.

[604] Marcantonio Sidonio, Francesco del Lago di Garda e il Cimarosto sono ricordati da ORTENSIO LANDO, _Op. e l. cit._ Il Cimarosto era di Brescia e se ne andò, come tanti altri suoi pari, a Roma per cercarvi fortuna. E in Roma ebbe occasione, se s’ha a credere allo STRAPAROLA, di far ridere sgangheratamente con certa sua burla Leone X (Vedi _Le piacevoli notti_, notte VII, fav. 3. Veramente, per un errore stranissimo ed inesplicabile, lo Straparola parla di un _sommo pontefice Leone di nazione alemanno_; ma non è dubbio ch’egli intende di Leone X. Alemanno fu Leone IX [1048-54]. Nelle edizioni espurgate delle _Piacevoli notti_ Cimarosto rimane, ma Roma si muta in Firenze e il papa in un senatore). Del Bargiacca narra certa novella TOMMASO COSTO, _Il Fuggilozio_, Venezia, 1601, giornata V, p. 361. MARC’ANTONIO MAJORAGGIO accenna, nella sua _Oratio de laudibus auri_, all’uso che avevano i cardinali di nutrire buffoni. Aveva torto perciò il MAURO di dire, parlando appunto dei buffoni, nel già citato capitolo a Ottaviano Salvi:

Non han però virtute in Cardinali, I quai non ridon così volentieri Come fan questi illustri temporali;

ma probabilmente diceva a quel modo per celia. Molti altri buffoni famosi ebbe il Cinquecento. Ricorderò ancora lo Strascino da Siena, che al mestier di poeta accoppiava quello di buffone, e fece ridere Leone X con le commedie e coi lazzi suoi; il Bruschetto di Antibo, che dice il LANDO (_Op. e l. cit._) si guadagnò con le buffonerie diecimila scudi, e fu fatto maestro delle poste; il Moretto da Lucca, vincitore in molte gare di buffoneria; un Berto, ricordato dal CASTIGLIONE (_Op. cit._, l. II, L); un Lionello, ricordato dal GARZONI, (_Piazza_, disc. L, p. 479). Di alcuni buffoni assai noti in Venezia fa menzione ANDREA CALMO, _Le lettere_ riprodotte da V. Rossi, Torino, 1888, l. II, lett. 34, p. 139.

[605] _Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite ed inedite di_ ANGELO AMBROGINI POLIZIANO, raccolte e illustrate da ISIDORO DEL LUNGO, Firenze, 1867, p. 283.

[606] _Opere_, Venezia, 1729, t. III, p. 385.

[607] Ediz. cit., l. II, LXXXVII.

[608] _Ghiribizzi di Mess. Bernabò Visconti signore di Milano, scritti da_ GIROLAMO ROFIA _da S. Miniato_, Modena, 1868, pp. 18-20.

[609] È cosa nota, del resto, che Leone X ebbe speciale avversione agli ordini mendicanti. Cfr. su questo tema del disprezzo onde sono colpiti i frati nel Cinquecento, BURCKHARDT, _Die Cultur der Renaissance in Italien_, 3ª ediz. Lipsia, 1877-8, vol. II, pp. 230 sgg.

[610] _Il Cortegiano_, l. II, LXXXIX. Questo Serafino è pure tra gl’interlocutori del _Cortegiano_, l. I, IX. Anche il Garzoni ricorda fra Mariano e fra Serafino quali _burlieri eccellenti, Piazza_, disc. L, p. 490.

[611] ALESSANDRO LUZIO, _Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio II_, estratto dall’_Archivio della R. Società Romana di storia patria_, vol. IX, 1887, p. 36. Stazio Gadio, un altro dei famigliari del principe scriveva ad Isabella, informandola del medesimo fatto: «Stette tutto il dì in gran piacer di soni e canti e giochi, poi cenò, e frate Mariano de compagnia, qual fece qualche piacevoleza per far ridere, benchè mal possa scherzare, perchè è mal sano». _Ibid._

[612] _Id., ibid._, p. 46.

[613] _Id., ibid._, pp. 47-9.

[614] _Id., ibid._, pp. 69-71.

[615] Lettera seconda citata, p. 70.

[616] Il cardinale _Hergenroether_ ha intrapresa, come è noto, la pubblicazione dei _Regesta_ di Leone X. Non posso dire se nella parte di essi pubblicata sin ora, e che si stende per i due anni 1513 e 1514, compaja il nome di fra Mariano, perchè mancando ancora un indice dei nomi, la ricerca vi è troppo malagevole.

[617] Accresce tale probabilità il fatto che il nome di fra Mariano non s’incontra nel Diario, o almeno nel manoscritto che se ne conserva nella Chigiana, secondo m’assicura il ch. professore Giuseppe Cugnoni, che gentilmente volle torsi la briga di percorrerlo. La stampa procurata dal DELICATI e dall’ARMELLINI (_Il Diario di Leone X: dai volumi manoscritti degli Archivii Vaticani_, Roma, 1884), contiene solo frammenti.

[618] _Relazioni venete_, serie II, vol. III, p. 70-1. Veramente la stampa ha: _fra Mariano Ebrandino_, e l’editore nota che forse in luogo di _Ebrandino_ è da leggere _e Martino_; ma un Brandino è ricordato, oltre che dal Giovio, anche dall’Aretino, come vedremo.

[619] _Comento del_ GRAPPA _sopra la canzone in lode della salsiccia, Scelta di cur. lett._, disp. 184, Bologna, 1881, pp. 77-8. Parlando di certi tordi avuti dal conte Manfredo di Collalto, e mangiati in compagnia del Tiziano, l’Aretino dice che gli erano molto piaciuti, «come piacquero a fra Mariano, al Moro dei Nobili, al Proto da Lucca, ed al Vescovo di Troja gli ortolani, i beccafichi, i fagiani, i pavoni e le lamprede, di che si empierono il ventre con il consenso delle lor anime cuoche delle stelle pazze e ladre, che le infusero in quei corpacci, erarii della superfluità della crapula, anzi paradisi delle vivande solenni...». _Lettere_, vol. I, f. 26 r. Del resto non erano questi i soli gran ghiottoni. In altra delle sue lettere dice lo stesso Aretino: «Io li vidi al tempo di Leone X quei cari Cardinali del buon Dio! oh come le loro anime cuciniere riempivano voluttuosamente i proprii corpacci!».

[620] GIOVIO, _Op. cit._, p. 98.

[621] Ap. FABRONI, _Op. e l. cit._

[622] _Op. cit._, p. 305.

[623] _Op. cit._, l. III, pp. 188-9. Il Lando ricorda ancora quali _moderni strenui mangiatori_, un Catellaccio Fiorentino, un D. Antonio da Lecce, e un Cola Caforzio, _che si mangiava una pezza di lardo_. Alla voracità di fra Mariano allude senza dubbio anche ERCOLE BENTIVOGLIO nella satira _A. M. Flaminio_, là dove dice:

... io non son Mariano nè il Rizzuolo, Che come son levati, immantinente Sen vanno a far la zuppa nel siruolo.

In quel passo del Tizio anche fra Martino è ricordato quale mangione famoso: ma di lui non si hanno, che io sappia, più particolari notizie.

[624] Capitolo _In lode della sete_.

[625] L. II, XLIV.

[626] L. I, VIII.

[627] _Lettere facete et piacevoli di diversi huomini grandi, et chiari, et begli ingegni, raccolte da_ DIONIGI ATANAGI, Venezia, 1601, l. I, p. 310.

[628] Ediz. di Cosmopoli, 1606, p. 220.

[629] P. 413.

[630] _Lettere facete_ già citate, l. I, p. 167.

[631] LUZIO, _Op. cit._, p. 70.

[632] _Id._, _ibid._, p. 46-7.

[633] _Le lettere di_ A. CALMO, ediz. cit., pp. 64-5.

[634] Pazeria?

[635] Così racconta fra Callisto Piacentino, canonico Lateranense, in una sua omelia. Il ROSCOE giudica apocrifo tale racconto (_The life and pontificate of Leo the tenth_, cap. XXIII); ma esso è confermato da una lettera da Roma, scritta il 21 dicembre del 1521, venti giorni dopo la morte del pontefice, e riportata dal Sanudo. Vedi GREGOROVIUS, _Geschicte der Stadt Rom im Mittelalter_, Stoccarda, 1859-73, vol. VIII, p. 262.

[636] Il sonetto del Berni cui questi versi appartengono non fu composto contro Adriano VI, come già si credette, ma contro Clemente VII.

[637] _Lettere scritte a Pietro Aretino_, emendate per cura di T. LANDONI, Bologna, 1873-5, vol. I, p.te I, p. 14-15. Fra Sebastiano diede notizia della cosa anche a Michelangelo Buonarroti. Del succedere di fra Sebastiano a fra Mariano nell’officio di piombatore fa cenno anche il VASARI nella Vita di quello, _Opere_, ediz. del Sansoni, Firenze, 1877 sgg., vol. V, p. 576.

[638] _Ibid._, pp. 102-3.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.