Attraverso il Cinquecento

volume di _lettere giovenili_, serbando _a tempo di maggior occasione,

Chapter 133,763 wordsPublic domain

e di più prospera fortuna, e di più essercitato stile_, di dargli altra _recognizione_ d’osservanza e d’animo devoto. Mi duole di non sapere che cosa rispondesse l’eminentissimo cardinale a lettera così ossequiosa ed amabile.

La Veronica bramava assai e si rallegrava di poter godere del _colloquio soavissimo_ de’ suoi amici migliori[538], i quali erano letterati la più parte, e volentieri bazzicavano con le muse. Uno dei maggiori era Domenico Veniero, i cui versi a noi ora non pajono più gran cosa, ma che a’ suoi tempi fu tenuto universalmente un miracolo d’ingegno, un oracolo di sapere, un modello insuperabile di eleganza. Colpito, in età ancor giovine, da una crudele infermità che gli tolse per sempre l’uso delle gambe, l’unica sua consolazione trovava nei libri, nel comporre, e nella conversazione degli uomini dotti. Il suo palazzo diventò albergo di genialissimi ritrovi, ai quali accorrevano, non solo quanti erano letterati e uomini cospiqui in Venezia, ma quanti ancora, di qualche riputazione, ne venivan di fuori. Tra gli infiniti che li frequentarono si ricordano Federigo Badoaro, Girolamo Molino, Jacopo Zane, Giorgio Gradenigo, Celio Magno, Bernardo Tasso, Dionigi Atanagi, Sperone Speroni, Girolamo Ruscelli, Girolamo Muzio, Anton Giacomo Corso, Giovan Battista Amalteo, e Paolo Manuzio, e Girolamo Parabosco, e altri e altri[539]. Ora, a questi ritrovi, nei quali si ragionava di poesia, di filosofia e di ogni cosa che potesse dar grato pascolo a nobili intelletti, e ai quali crescevano diletto frequenti accademie musicali e sollazzi di più maniere, ebbe ad esser presente assai volte la Veronica. Due capitoli, il XV e il XVIII, e parecchie lettere di lei, sono indubitabilmente indirizzati a Domenico Veniero, come si ricava da alcuni significantissimi accenni, e sebbene non rechino nome alcuno. Nella lettera XLV, ella, che con un _ago da treccia_ s’era ferita malamente un ginocchio, gli chiede _una di quelle sue sedie da stroppiato_. Nella XLIX lo dice _il più bello, ed il più risplendente lume, che tra molte scienzie oggi dì si vegga nella professione delle lettere gentili_. Nel capitolo XV accenna a un _ridutto_, a una _scola_, a un

celebre concorso D’uomini dotti, e di giudicio eletto,

e si scusa d’aver lasciato passar molti giorni senza andare a far riverenza a colui che, _infermo in letto_, aveva intorno a sè quel celebre concorso. Perdutamente innamorata, divisa da colui che ama, scoraggita e mesta, ella non aveva ardito mostrarsi; ma promette di lasciare alla prima occasione ogni altra cura per riparare al suo mancamento.

La Veronica approfittava della benevolenza del Veniero per farsi rivedere da lui, e all’occorrenza correggere, le prose e i versi[540]. Nella lettera XL dice: «subito ch’io sia spedita dalle composizioni ch’io faccio, verrò alla censura, ed al giudizio di lei, e continuerò, senza interrompimento di cosa che succeda, a servirla presenzialmente». Un po’ più oltre parla della _deliziosa compagnia_ e della _beata contemplazione_ ond’ella gode: molte volte, senza dubbio, il patrizio avrà corrette le prose e le rime della cortigiana sotto gli occhi stessi di lei, e discutendo con lei le ragioni e le regole dell’arte.

Nè della correzione la Veronica aveva da vergognarsi. Era usanza dei letterati in quel secolo sottoporre le proprie scritture, prima di farle pubbliche, al giudizio di uomini famosi per dottrina e buon gusto, ricercare di costoro i consigli, non isdegnare le correzioni. Il desiderio di toccare la perfezione, ch’era vivissimo in molti, e lo spirito di adulazione, ch’era vivissimo in più, persuadevano tale usanza. Per non ricordare altri esempii, chè innumerevoli se ne potrebbero ricordare, allo stesso Domenico Veniero sottoposero i loro versi Girolamo Fenaruolo, Jacopo Zane, Bernardino Rota, Luigi Grato, Giuliano Goselini ed altri assai. Persino Torquato Tasso ebbe a giovarsi de’ suoi consigli e de’ suoi suggerimenti. Domenico Veniero non era, del resto, il solo consigliere letterario della Veronica: tale officio avevano anche altri, e fra questi altri troviamo un ecclesiastico. A lui è scritta la lettera sesta. La Veronica gli manda stampata una di quelle _operine di che_, ella dice, _V. S. mi fece il favore ch’ella sa_, e promette di dargli altre cose sue da leggere. Questa lettera è curiosa anche per altre cose che vi son dette. La Veronica si loda molto d’aver conosciuto un uomo di tanta dottrina e virtù, e parla della _interna edificazione_ onde l’ha riempiuta il suo esempio. Le duole che il suo vivere, _intricato negli errori, e macchiato nel fango mondano_, gli sia cagion di molestia e di rincrescimento; ma nota che i peccati di lei possono essere occasione all’esercizio delle virtù di lui. Lo prega d’intercedere per lei, e di ottenere perdono dal cielo ai suoi _tanti e così indegni falli_.

La Veronica era, in Venezia, almeno, in buon concetto di letterata, e trattava i letterati da pari a pari. Volentieri si faceva conoscere a quelli che venivan di fuori, e volentieri, a richiesta altrui, prestava l’opera sua letteraria. Al Montaigne, capitato in Venezia nel 1580, ella mandò a regalare una copia delle sue lettere, ed egli diede al latore due scudi di mancia. Venuta fuori la _Semiramide_, tragedia di Muzio Manfredi, ella assai la lodò in un sonetto, che fece recapitare all’autore. Il Manfredi era allora in Francia, ai servigi di una duchessa di Brunswick, e rispose con la seguente lettera, scritta da Nancy il 30 di ottobre del 1591, quando la povera Veronica era già morta da più di tre mesi: «Il bellissimo sonetto, che V. S. mi ha mandato in laude della mia _Semiramis_ tragedia, mostra con la sua rarità, la divinità dell’ingegno vostro, e la forza dell’amore che sempre ho conosciuto in voi verso me, poi che in esso tanto mi onorate, e con tale spirito di sapere, e d’arte, che io ne sono rimaso, non pure pieno di maraviglia, ma di stupore. Poi l’avere V. S. trovato modo di mandarlomi fin qua, mi ha chiarito ch’ella in essere cortese ha pochi pari. La ringrazio ora con questa mia quanto più posso; ma fra poco le darò in altro stile, tal segno di gratitudine, che in tutto non rimarrò vinto di cortesia, e le priego sanità ed ozio da dar l’ultima mano al suo poema epico»[541]. Come ho già detto innanzi, Bartolomeo Zacco pregava la Veronica di voler _onorare_ con alcuno scritto suo la figliuola ch’egli aveva perduta. Morto nel 1575 e nel fior degli anni Estor Martinengo, conte di Malpaga, il quale nel 1572 era stato capitano di fanti al servigio della Repubblica, il colonnello Francesco, fratello di lui, richiese la Veronica di volere onorare la memoria dell’estinto con una raccolta di versi suoi e di altri, come allora si usava. La Veronica si accinse all’opera, e sollecitò i letterati amici suoi, pregandoli di sollecitare a lor volta i letterati amici loro. Con la lettera XXXIX eccitava un amico a _impiegar l’opra de’ suoi delicatissimi studii_ in alcuni sonetti. Diceva d’essere richiesta, da persona che le poteva comandare, di comporre sopra quella materia, e far comporre tutti gli _amici e signori_ suoi. Con la lettera XXII ne pregava un altro di volere scrivere e di fare scrivere a quei suoi Academici. La lettera XL tratta dello stesso argomento. Finalmente la raccolta venne fuori, composta di ventisei sonetti, preceduti da una lettera della Veronica al colonnello Francesco[542]. Gli autori dei sonetti sono, oltre alla Veronica, che ce ne mise nove, un chiarissimo signor D. V. (Domenico Veniero, senza dubbio), Marco Veniero, Orsato Giustiniani, Bartolomeo Zacco, Celio Magno, Andrea Menichini, Marco Stecchini, Orazio Toscanella, Giovanni Scrittore, Antonio Cavassico. La Veronica dava anche versi a raccolte fatte da altri: un suo sonetto si legge fra varie composizioni poetiche pubblicate in Padova, nel 1575, da Giovanni Fratta, gentiluomo veronese ed Accademico Anonimo, per celebrare il felice dottorato dell’_illustre ed eccelentissimo_ signor Giuseppe Spinelli.

Abbiam veduto che gli amici assenti da Venezia invitavano la Veronica ad andarli a trovare in villa: ella talvolta si scusava di non potervi andare; tal altra vi andava, e passava alcuni giorni in loro compagnia. Così fu che, non sappiamo in qual anno, si recò a Fumane, presso Verona, nella principesca villa del conte Marc’Antonio della Torre, e vi fece breve soggiorno. Il conte Marc’Antonio, della illustre famiglia che aveva un tempo signoreggiata Verona, era, sino dal 1563, preposto della cattedrale di quella città, e aveva inoltre l’officio di Referendario dell’una e dell’altra segnatura. Più volte, e in più luoghi, il papa l’aveva mandato suo commissario, e la Veronica afferma ch’egli era

Degno di mille mitre e mille imperi,

seguita, o preceduta in così fatto giudizio da Adriano Valermi, oscuro poeta veronese, il quale, traendo da quel nome di Della Torre argomento (come a lui sembrava) d’ingegnoso e felice bisticcio, diceva all’illustrissimo signor preposto ch’egli era tanto amico e caro a Dio quanto già era stata nemica e odiosa la torre di Babele. La villa di Fumane, di cui qualche avanzo sussiste ancora, era, a dir del Panvinio[543], la più magnifica di quante se ne vedessero nell’agro veronese, e certo una delle più famose d’Italia, degna senza dubbio d’essere commendata e ammirata da un Leon Battista Alberti, da un Sebastiano Serlio, e da quanti scrittori ed artisti del Rinascimento diedero ammaestramenti e norme circa il costruire e ordinar ville. La Veronica v’andò, tratta, così ella dice, dal desiderio di vedere quel _Signor cortese e saggio_,

Che regge ’l mio voler con le sue ciglia,

e tanto contenta rimase delle accoglienze avute e della incomparabile bellezza del luogo, che ne tolse argomento a un capitolo fervido di entusiasmo, e di quanti ne compose il più lungo[544]. V’andò senza mai interrompere il viaggio, sebbene la via fosse pessima, ed ella avesse, partendo da Venezia, l’anima conturbata da non sappiamo quali molestie.

Al fin pur giunsi a la bramata stanza, Nè potrei giamai dir sì come io fossi Raccolta con gratissima sembianza. A sì dolce spettacolo rimossi Tutti i miei gravi e torbidi pensieri, Che venner meco allor che d’Adria mossi. E tra mille dolcissimi piaceri Ristoro presi, e mi riconfortai, Qual fa chi il suo ben gode e ’l meglio speri.

E la Veronica ci descrive in versi pieni di ammirazione, e spesso felici, il luogo incantevole, di cui ebbe tanto a lodarsi: in prima le ubertose colline che fan corona alla valle rotonda; un bosco di cipressi e di pini,

Pien d’ombre amiche al dì lungo e fervente;

le acque cristalline che zampillano e corrono per ogni banda; il giardino meraviglioso, dove l’arte gareggia con la natura; poi il palazzo principesco, il quale sorge _alquanto rilevato_, e adorno di tanta bellezza e tanta magnificenza, che non ha l’eguale, se non quello del Sole, celebrato dai poeti; il palazzo signorile del Rinascimento, a cui tutte le arti hanno dato l’opera loro e i loro splendori, pieno d’ogni ricchezza e d’ogni eleganza.

I fini marmi e i porfidi lucenti, Cornici, archi, colonne, intagli e fregi. Figure, prospettive, ori ed argenti, Quivi son di tal sorte e di tai pregi, Ch’a tal grado non giungono i palagi Che fer gli antichi imperadori e regi. Ma le comodità di dentro e gli agi Son così molli che gli altrui diletti Al par di questi sembrano disagi. Per li celati d’or vaghi ricetti, Sul pavimento che qual gemma splende, Stan sopra aurati piè candidi letti. Di sopra da ciascun d’intorno pende Di varia seta e d’or porpora intesta, Che ’l contegno de’ letti abbraccia e prende. Di coltre ricamata, o d’altra vesta, Di ricca tela ognun s’adorna e copre, Sì ch’a fornirla ben nulla gli resta.

Poi _diversi disegni e diverse opre_ su cortine, su tappeti, su arazzi, _in tutti i lati_. Un’arte miracolosa ha chiamato a nuova vita su quelle pareti, su quelle vôlte, le antiche divinità innamorate, ha rievocato le più leggiadre tra le fantasie elleniche: Giove che in pioggia d’oro scende nel grembo a Danae, Io trasformata in giovenca, l’aquila che rapisce Ganimede. Altre pitture, da altro pensiero inspirate, mostrano i ritratti di tutti i pontefici, e d’infiniti cardinali e prelati che

in noi pensieri Destano de le cose più eccellenti.

Nel beato soggiorno è ogni diletto, e liberamente attende ogni persona a quello spasso che più gli va a genio: chi va a caccia, chi bada a pescare, chi si sta senza far nulla, sedendo al rezzo.

Nel capitolo XI è cenno di una andata della nostra poetessa a Verona, a mezzo il verno, e di un _ricetto_ che ella bea di sua presenza, _per destin felice d’un altro amante_: non è improbabile che quest’altro amante fosse lo stesso Marc’Antonio della Torre[545].

Ma per quanto liete ed affettuose fossero le accoglienze degli amici, per quanto amene e sontuose le ville loro, la Veronica preferiva ad ogni altro soggiorno quello della sua Venezia. Quando,

Per fortuna nojosa e violenta,

ella n’era da alcun tempo lontana, non aveva pace e contava l’ore che mancavano ancora al ritorno. Rivedeva, nell’accesa fantasia, i palazzi marmorei, ricchi di fregi più simili a lavoro d’ago che di scalpello, specchiarsi nei mille canali con cui la laguna sembra che allacci a sè

l’alma cittade Del mar reina, in mezzo ’l mar assisa;

la città ricca di quanta ricchezza e di quanti beni il mondo produce,

Sì ch’eterna abondanzia la circonda, E di tutti i paesi fruttuosi Più ricca è d’Adria l’arenosa sponda.

Ed in qual parte del mondo s’ama come s’ama in Venezia?

Il mar e ’l lito quivi arde e sfavilla D’amor, che tra nereidi e semidei, Quell’acque salse di dolcezza instilla. Venere in cerchio ancor de gli altri dei Scende dal ciel su questa bella riva, Con l’alme grazie in compagnia di lei.

Il ricordo di Venezia, della patria sua _celebre e magna_, le faceva odiare i campi[546]. Non contenta d’innalzar ella Venezia sopra le città tutte, voleva che anche gli amanti suoi la lodassero[547]; era lieta che altri desse l’opera sua alla città regina[548], e consolando un tale di non so che avversità, gli ricordava avere egli avuta la grandissima ventura di nascere in Venezia[549].

E in Venezia aveva la Veronica tutti i suoi piaceri e tutti i suoi comodi. Non solo frequentava i ritrovi degli amici, ma ne teneva ella pure in sua casa, e quali spassi vi usassero e come ci si spendessero l’ore, in parte sappiamo da lei medesima, in parte possiamo immaginare. La musica vi teneva grande luogo. Con la lettera nona la Veronica chiede in prestito a un amico uno strumento a corda, e lui stesso prega di voler venire il giorno seguente in casa sua, alle _venti ore, in occasione_, dice, _ch’io faccio musica_[550]. Il repertorio musicale era allora assai copioso: i madrigali, le villanelle, le mattinate, le disperate, gli strambotti, le napolitane, le siciliane, intonate da maestri valenti, fioccavano, più che altrove, in Venezia, e le nuove e belle acquistavano gran voga e si ripetevano da tutti[551]. Molte di certo ne avrà conosciute la Veronica, e quando, lasciati in riposo gli strumenti musicali, si dava corso ai ragionamenti e al novellare, possiam credere che tanto ella, quanto gli amici suoi, recassero volentieri in mezzo certi indovinelli, certi passerotti un po’ liberi, come piacevano al secolo, certe poesie allegre, e certe storie e fanfaluche da far ridere, come _el lamento de Cosin,_ e la _Vita de l’omo pizinin_, la fiaba dei Buraneli, quella di Comare Oca, quella dell’Uccel Bel Verde, e altre ricordate dal Calmo, alternandole con varii giuochi, ch’erano allora in uso[552], e con le danze più in voga. La Veronica conosceva inoltre, e giustamente apprezzava il piacere che si prova a stare a tavola, in compagnia di amici alla buona, senza soggezione, entro una camera ben chiusa e ben calda, quando fuori imperversa l’inverno. Invitando un amico, e pregandolo di condurne seco un altro, ella dice: Il tempo è piovoso, e _invita ogni buona persona a provedersi di dolce trattenimento al coperto ed al fuoco, almeno fino a sera_. Il desinare sarà _sine fuco et ceremoniis, more majorum; e se vorrete,_ dice, _aggiungervi un fiaschino di quella vostra buona malvasia, di tanto mi contento, e di più non vi condanno_[553]. Altri spassi non mancavano fuori di casa, secondo i tempi, come l’andare in gondola a diporto, pescare e uccellare in laguna, visitare i giardini, assistere alla rappresentazione delle commedie e ai giuochi varii che si facevano continuamente in città[554].

Della casa sua, e della masserizia che aveva, la Veronica non parla. Solo una volta la udiamo chiedere, a pigione senza dubbio, a un grazioso, gentile e molto onorato signore, una casa, _per forma, e per sito, e per adornamenti comoda, e godevole, e piena de ricreazione_[555]. Se la chiedeva, doveva anche avere di che arredarla convenientemente, e possiamo credere che in casa sua non mancasse quel lusso che, come abbiam veduto era solito nelle case delle cortigiane illustri. Se non ricca, la Veronica fu certamente agiata, almeno in un tempo di sua vita; giacchè, se quando, nel 1582, ella presentò ai Dieci Savii sopra le decime la nota de’ suoi beni, questi sembra si riducessero a poca cosa, sappiamo da altra banda da lei stessa che ella aveva perduto buona parte del suo nel contagio del 1575 e del 1576[556]; in qual modo, non dice. I suoi due testamenti del 1564 e del 1570 la mostrano in possesso di un patrimonio che non è valutato, ma che sembra abbastanza cospicuo[557], e nel 1580 essa doveva vivere lautamente, se poteva tenersi in casa un precettore pel figliuolo Achilletto, e servitori e fantesche.

IV.

Quella perdita mostra già che la vita della Veronica non sempre corse tranquilla e gioconda; ma non è essa il solo fatto spiacevole che gliel abbia turbata. Se gli amici le si mostrarono di solito affezionati e devoti, non mancarono nemici che a più riprese le diedero noja e s’ingegnarono di nuocerle. Uno di essi, lo dice ella stessa, tentò con calunnie di contaminare l’_onor_ di lei, levando un grande scandalo[558]; un altro le scrisse contro una canzone infamatoria, chiamandola meretrice[559], e non fu questa la sola poesia composta in suo biasimo. Fra cotesti denigratori pare ce ne fosse qualcuno che con la satira e con la maldicenza si vendicava di rifiuti sofferti[560]; e non è improbabile che alcuno di essi sia autore di certo testamento apocrifo di Lodovico Ramberti, il quale si legge in un codice miscellaneo del Museo Correr in Venezia. In questa scrittura, non molto arguta a dir vero, il Ramberti, che dice d’essere _con qualche pericolo del corpo_, sì per l’età, sì per i molti _disordini_ uso a fare con la sua dilettissima madonna Veronica e col soavissimo suo messer Zuane Bragadin, dispone in modo burlesco delle cose sue. Alla Veronica lascia il suo buon letto di piume, _con patto che la nol possa nè vender, nè impegnar, nè dar a zudii_, e le fa altri lasciti ridicoli. Vuole che sulla sua tomba s’incidano alcuni versi, fattura, è detto, della stessa Veronica[561]. Costei, o non curava tali assalti, o con garbo se ne schermiva, mostrando che spesso l’altrui biasimo si converte in lode, affermando che chi ingiuria non provocato ingiuria sè stesso,

E ’l voler oscurar il vero espresso Con le torbide macchie de gli inchiostri In buona civiltà non è permesso;

rispondendo talvolta alle satire con le satire[562], e avvertendo talaltra i calunniatori di tacere, se non volevano ch’ella cominciasse a parlare a sua volta[563].

Di questi nemici, i quali del resto nè nocquero molto, nè molto potevano nuocere, non ci son noti i nomi; ma ben ci son noti d’altri, che tentarono di mettere la Veronica in un assai brutto imbroglio, e per poco non ci riuscirono. Ciò avveniva nel 1580. Un Rodolfo Vanitelli, precettore di Achilletto, sostenuto dalle testimonianze di una donna Bortola e di un Giovanni Vendelino, tedesco, l’una e l’altro ai servigi della Veronica, denunziarono costei al tribunale del Sant’Uffizio. I misfatti di cui costoro, messi forse su, forse pagati da qualche nemico maggiore rimasto nell’ombra, l’accusavano, erano parecchi. Per ritrovare un pajo di forbici con la guaina d’argento, e un uffiziolo dorato che le erano stati rubati, la Veronica aveva fatto uso di sortilegi, e aveva invocato il diavolo, servendosi in quelle detestabili pratiche di un anello benedetto, di olivo benedetto, di acqua e di candele benedette, fatte prendere da Achilletto nella vicina chiesa di San Giovanni Nuovo. Inoltre teneva in casa giuochi proibiti, commettendo molte poltronerie, dando la mancia a coloro che avrebbero potuto denunziarla, perchè tacessero. Non udiva mai messa; mangiava di grasso nei giorni vietati, e s’era fatta ajutare dal diavolo a innamorare certi tedeschi. L’accusavano ancora di aver simulato un matrimonio, a solo fine di poter portare gli smanigli d’oro e l’altre gioje che la legge non consentiva alle meretrici. Chiedevano da ultimo che, senza riguardo ai molti protettori, si desse alla rea donna il castigo che meritava[564].

Tali accuse, oggi, farebbero ridere; ma erano gravissime allora, e portavano pericolo grande anche se insensate, anzi appunto perchè insensate. Ventidue anni dopo, in Modena, fu fatto un processo ad Alessandro Tassoni, che allora era in Ispagna, per esserglisi trovata in casa una boccia di vetro con dentro uno di quei diavoli detti diavoli di Cartesio[565]. Col Santo Uffizio c’era poco da scherzare, e chi ci si lasciava cogliere il dito non era mai sicuro di non averci a passare con tutta la persona, cioè a dire di non finire nel fondo di una prigione perpetua, o sopra un rogo. Oltre a ciò le donne di mala vita erano in fama di ricorrere volentieri alle fattuccherie, e lo Zoppino fatto frate, nel già citato Ragionamento dell’Aretino, ne ricorda parecchie, strane, orribili e disgustose, di cui quelle usavano per trarsi in casa gli innamorati[566]. Le accuse mosse alla Veronica dovevano dunque, ai giudici del Sant’Uffizio, sembrar tutt’altro che inverosimili, e se costei riuscì a purgarsene, come fece, il merito è senza dubbio, assai più suo che loro.

Non col solo tribunale ecclesiastico ebbe briga la Veronica; l’ebbe anche coi tribunali civili. Le lettere di lei contengono accenni a due diverse liti[567], di cui ignoriamo le ragioni. L’una, trattata durante un’assenza della Veronica da Venezia, e vinta da lei, l’aveva provocata un gentiluomo di mala fede, dalle cui promesse ella s’era, _per bontà di natura_, lasciata ingannare. L’altra non sappiamo che esito avesse; sappiamo solo che l’avvocato, a cui la Veronica aveva affidato il patrocinio del proprio diritto, trascurava il suo officio e non veniva a capo di nulla, tanto che costei gli chiese la restituzione delle carte a lui affidate. Entrambe le avranno, senza dubbio, procacciato noje parecchie, e a tali noje accenna ella forse, quando parla di occupazioni che _a guisa d’idra_, più ella le tronca, più le si vanno moltiplicando d’attorno[568]. Ma non furono queste, di certo, le sole sue noje. In più e più luoghi delle rime e delle lettere ella accenna a fastidii gravi, senza dir quali fossero: una volta giunge a parlare dell’_empio stile della sua iniqua fortuna_[569]. E la salute non l’ajutò sempre, anzi le si fece, sembra, assai cagionevole. In una delle sue lettere dice: «mi sento per continuo uso sì fattamente indisposta, che mal posso affaticar l’ingegno e la penna»[570]. E nel costituto presentato al Sant’Uffizio, quando fu accusata dal Vanitelli, dichiara: «In questo anno mi ho amalado assai volte, ed ha mo un anno sono stata 4 mesi amalada che mai mi ho movesto di letto». Notisi che la Veronica non aveva allora più di trentaquattro anni.

Può darsi, anzi è probabile, che il venirle meno della salute fosse per lei come un avvertimento e un ammonizione d’avere a cambiar vita; ma altre cagioni ancora debbono, in quel medesimo anno 1580, averla disposta e avviata alla conversione, con cui, al par della Tullia e di molte altre cortigiane famose chiuse la sua carriera. Il processo fattole dal Santo Uffizio, il pericolo corso, e le molestie sofferte, non avranno mancato di aggiungere sollecitazioni e stimoli al desiderio che già forse l’era sorto nell’animo, infervorando in lei, per una parte, il sentimento religioso, che, del resto, nelle lettere si appalesa sempre assai vivo, e aumentando, per l’altra, la sazietà e il disgusto della vita cortigianesca. Quella vita, di cui tanto rammarichio fece sul tardi la Tullia, anche alla Veronica non andò troppo a genio; se non negli anni suoi più verdi, il che mi parrebbe temerario affermare, almeno in quelli alquanto più maturi. Di ciò è documento una lettera con cui ella tentava dissuadere una madre dal far cortigiana la propria figliuola. La Veronica s’era profferta di far accettar la fanciulla nella così detta Casa delle zitelle, e di ajutarla del suo; ma la madre, sorda ai buoni consigli, e noncurante delle profferte, si ostinava nel tristo proposito. La Veronica allora le fa intendere il suo risentimento, e le dipinge con assai foschi colori la _profession_ delle cortigiane, «nella quale ha gran fatica di riuscir chi sia bella, e abbia maniera e giudizio e conoscenza di molte virtù». Non è vita più misera e più vile di quella delle cortigiane. «Troppo infelice cosa, e troppo contraria al senso umano, è l’obbligar il corpo e l’industria di una tal servitù, che spaventa solamente a pensarne; darsi in preda di tanti, con rischio d’esser dispogliata, d’esser rubata, d’esser uccisa; ch’un solo un dì ti toglia quanto con molti in molto tempo hai acquistato, con tant’altri pericoli d’ingiurie e d’infermità contagiose e spaventose». Credete a me, ella dice, tra tutte le sciagure mondane questa è l’estrema; e gran mercè se non fosse più oltre che mondana; ma le si aggiunge _certezza di dannazione eterna_[571].

Un’altra ragione non vorrei togliere, o almeno non vorrei togliere in tutto, alla conversione della Veronica; gli anni che la sopraggiungevano. Nel 1580 quegli anni non erano ancora molti, ma non erano nemmeno pochi per la professione di cortigiana, e d’una cortigiana che aveva una riputazione da serbare, un nome famoso da tener alto. Scorse ella alcun segno di scemato ardore negli amanti suoi? conobbe minore la frequenza degli ammiratori intorno al suo uscio? o vide ella stessa, nel suo volto, alcuna di quelle tracce lasciate dalla mano villana del tempo inesorabile, che consigliavano l’antica donna galante a dedicare a Venere lo specchio:

Dico tibi Veneri speculum, quia cernere talem Qualis sum nolo, qualis eram nequeo?

Impossibile affermarlo; ma non improbabile certo; come improbabile non è che il rinunziamento e la conversione non siensi compiuti senza qualche combattimento e qualche angoscia. Il sonetto seguente pare ce ne faccia testimonianza[572]:

Ite, pensier fallaci, e vana spene, Ciechi, ingordi desir, acerbe voglie, Ite sospir ardenti, amare doglie, Compagni sempre alle mie eterne pene. Ite memorie dolci, aspre catene Al cor, che alfin da voi pur si discioglie, E ’l fren della ragion tutto raccoglie, Smarrito un tempo, e in libertà pur viene. E tu, pura alma, in tanti affanni involta, Slegati omai, e al tuo Signor divino Leggiadramente i tuoi pensier rivolta. Sforza animosamente il tuo destino, E i lacci rompi, e poi leggiadra e sciolta Drizza i tuoi passi a più sicur cammino.

Chi non sente in quelle _memorie dolci_, che si vogliono sbandire per sempre dall’anima, tremare un sospiro? In un altro sonetto, indirizzato a quel Bartolommeo Zacco di cui ho già fatto parola, la Veronica accenna alla conversione ormai compiuta, a un alzarsi al cielo dell’anima sua. E lo Zacco, che ricordava forse altri ardori, e altri accenti dell’amica sua, rispondeva con un sonetto per le rime, confortando e lodando[573].

Ma la prova più sicura della conversione non istà in questi sonetti; sta nel disegno che ella formò, l’anno 1580 appunto, di fondare un ricovero per le donne traviate che volessero lasciare il mal costume. C’era allora, gli è vero, in Venezia, come altrove, un monastero delle Convertite; ma di regola troppo stretta ed austera[574]. La Veronica voleva, non un monastero, ma una casa, dove tali donne potessero ricoverarsi anche coi loro figliuoli, qualora ne avessero. A tal fine compose un memoriale da presentare al doge e alla Signoria[575]. In esso offriva di adoperarsi ella stessa per la nuova fondazione, e prometteva di mostrare, quando fosse accettata la sua proposta, come si potesse provvedere alla spesa senza gravare in modo alcuno l’erario. Confessava in pari tempo, esagerando senza dubbio un pochino, di trovarsi in povero stato, insieme coi figliuoli suoi, e con alcuni nipoti, figli di un fratello di lei, morto di peste alcuni anni innanzi, e chiedeva, sulle somme che si raccoglierebbero seguendo i suoi suggerimenti, cinquecento ducati annui, da devolvere poi agli eredi. Non pare che cotesto memoriale sia stato mai presentato; ma la Veronica dovette far conoscere egualmente il suo disegno e acquistargli fautori. In fatti, in quel medesimo anno sorse, presso la chiesa di San Niccolò da Tolentino, e sotto la protezione di San Giorgio, la Casa detta del Soccorso, governata da nobili dame, aperta, non solamente alle peccatrici ravvedute, ma anche alle mogli che fossero separate dai mariti. La Veronica non vi si chiuse, nè, con tanta famiglia intorno, avrebbe potuto farlo; ma vide l’ospizio preconizzato da lei tramutarsi d’uno in un altro luogo, crescere e prosperare[576]. Che, dopo fondato, la Veronica v’abbia avuto ingerenza non sembra; ma era tradizione ancor viva nel secolo scorso tra le donne ricoverate, che la figura principale di un quadro rappresentante appunto l’Opera pia del Soccorso, e dipinto per la chiesa del medesimo nome da Carletto Caliari, ritraesse la cortigiana pentita[577]. Una supplica indirizzata, non so in quale anno, dai direttori del pio luogo al doge, svela il segreto della Veronica, il modo cioè ch’ella aveva trovato per far denari, accennato da lei nel memoriale, ma non chiarito: essi chiedono che, conformemente al pensiero di lei, si concedano alla Casa del Soccorso i beni delle meretrici domiciliate e morte in Venezia; per intero, se morte senza figliuoli legittimi, o naturali, e senza far testamento; per una metà soltanto se morte senza figliuoli, ma dopo fatto testamento[578].

Riconciliata con Dio; dimenticata forse dagli antichi amici, ma benedetta dalle sventurate cui aveva additata la via della salute, e aperto un asilo di perdono e di pace, la povera Veronica morì in età ancor fresca. Nei Necrologi del Magistrato alla Sanità si legge questo laconico ricordo: _1591, 22 luglio. La Sig.ra Veronica Franco d’anni 45 da febre già giorni 20. S. Moisè_. E non se ne sa altro.

V.

Giunti a questo punto, prima di dare un ultimo, ma forse non dispettoso addio alla cortigiana morta, torniamo col pensiero un istante alla cortigiana viva.

Povera Veronica! Non so se una pietà che potrà sembrare male spesa a parecchi mi faccia velo al giudizio, ma pare a me che costei fosse assai migliore del mestier suo. Non cerchiamo in lei virtù che non possono essere in cortigiana: cortigiana ella è; ma chi potrà mostrarmene un’altra che sia più dabbene di lei? A molte cose che di sè ella o dice, o lascia intendere nei capitoli e nelle lettere, possiamo non credere; ma non possiamo non credere a tutte, perchè certe bugie, subito conosciute da chi la frequentava, le avrebbero nociuto e non giovato, e perciò ella non ci aveva interesse a dirle. Che l’animo suo fosse naturalmente buono non credo si possa negare, e tutti sanno del resto come una bontà schietta e nativa s’accordi in certe nature col disordine e col mal costume. E nemmeno si può negare, credo, ch’ella sentisse delicatamente, e fosse per natura inclina a gentilezza, come le molte volte non sentono e non sono, salvo che in apparenza, donne virtuosamente educate e, magari, virtuosamente vissute. Queste cose non si possono provare con documenti autentici e con affermazioni di testimoni; un pochino bisogna indovinarle. Nel memoriale testè ricordato la Veronica, dolendosi di sua povertà, dice di dover pensare al sostentamento e al collocamento di parecchi nipoti: ora, se amava i figliuoli di suo fratello a segno di farsi loro madre, come potremmo credere che non amasse i figliuoli suoi proprii? come negheremmo fede alle sue parole, quando, scusandosi con un amico d’avere molto tardato a scrivergli, narra commossa che due suoi figliuolini le si erano ammalati di vajuolo ad un tempo, ond’ella fu _occupata e addolorata fuor di misura_?[579]. Abbiam veduto che a una madre avida e malvagia ella offriva di far accogliere la figliuola in un asilo, a proprie spese. Il testamento del 1570 ci dice ch’ella aveva adottato _per fiol di anema_ il figliuolo di una sua cameriera, chiamato Andrea. Queste mi pajono prove notabili e non dubbie di bontà e di gentilezza; ma se ne possono recare dell’altre. La Veronica fu certo capace di amicizia sincera e operosa: ho già detto che agli amici si profferiva con molta buona grazia per qualunque servizio ella fosse in grado di rendere loro. Nel già citato capitolo XV, espressa la speranza che l’amante suo assente abbia presto a tornare, accenna alla malattia del colonnello Francesco Martinengo, uno, come s’è veduto, degli amici suoi, e dice:

Mi resta un poco di malenconia, Ch’egro è ’l mio colonnello, ed io non posso Mancargli per amor e cortesia; Sì che gran parte d’altro affar rimosso, Attendo a governarlo in stato tale, Ch’ei fora senza me di vita scosso.

In un altro capitolo, il XXIV, ella riprende assai vivamente un tale di cui le era stato detto come avesse offesa in mal modo una donna innocente, anzi di lui innamorata, e percossala ancora, e minacciatala di tagliarle il viso:

Ma voi la minacciaste forte allora, E giuraste voler tagliarle il viso, Osservando del farlo il tempo e l’ora. Strano mi parve udir d’un uom diviso Dai fecciosi costumi del vil volgo Un cotal nuovo inaspettato avviso.

Come potè un uomo,

De la virtute amico e de l’onesto,

giungere a tanto eccesso? ella gli ricorda che l’ingiuriar donne è cosa assai disdicevole, e da cui

La civiltà de l’uom gentile abborre.

Non sono questi tutti segni di bontà e di gentilezza? e ne mostrerò un altro ancora, che sarà l’ultimo. Il servo di certo amico aveva disobbedito alla Veronica, di che il padrone voleva castigarlo aspramente. E la Veronica a scrivere a costui, e a cercare di dissuaderlo da quel proposito, pregando, e, se occorre, comandando che perdoni, come ella ha perdonato, e ricordandogli che «la paura e ’l disprezzo nuocciono grandemente alla cura famigliare, la qual cerca per suo fondamento il rispetto non diviso dall’amore», e che i castighi troppo severi riescono al contrario di ciò che si spera[580].

Mi si dirà che, assai probabilmente, la Veronica faceva così, si atteggiava a donna di gentili e magnanimi sensi, ad arte, e per ragione di un ben inteso interesse. Non voglio dar troppa importanza a ciò che la Veronica dice di sè, quando afferma di non essere donna ingorda e venale[581]; ma rispondo che, più probabilmente ancora, la Veronica sapeva conciliare, nelle parole e negli atti, l’interesse, ch’era una triste necessità della sua condizione, con la bontà, ch’era una gentile virtù del suo animo. E un’altra cosa mi sembra di poter dire. Per quel tanto che noi sappiamo della sua vita; per quel tanto che dell’indole sua ci rivelan gli scritti, ella doveva essere donna di un pensar risoluto, di un sentir vivo, di un procedere franco, e di parole e di modi, per quanto la professione gliel consentiva, semplici e schietti; una natura gioconda, impulsiva, spontaneamente affettuosa. Per tutti questi rispetti io non mi perito di porla molto sopra a quella leziosa, a quella svenevole di Tullia d’Aragona, che, essendo cortigiana, si dava aria di duchessa, di musa, di ninfa, tutta contegno, e tutta schifiltà[582].

Se certe buone qualità morali sono nella Veronica più che probabili, certissime sono certe qualità intellettuali, buone e non volgari. Tutti gli scritti suoi ci mostrano in lei uno spirito vivo ed accorto, un giudizio assennato, una fantasia colorita, un gusto spesso delicato. Le opere sue, quelle cioè che giunsero sino a noi e furono date alle stampe, ci son già passate dinanzi; ma non tutte quelle ch’ella compose ci giunsero. Del poema epico accennato da Muzio Manfredi non si conosce nemmeno il soggetto, nemmeno il titolo. Le poesie di lei, secondo si ricava da certi cenni delle lettere, dovettero essere assai più di quelle che noi conosciamo, e saranno state anche molto più varie, per soggetti, per metri; e il simile dicasi delle lettere, che ella scriveva con molta frequenza, a molti. Mancandoci tanta parte dell’opera di lei, non possiamo formarci della letterata un concetto esatto ed intero; ma di alcune qualità sue, e di alcuni difetti possiamo darci conto tanto che basti.

La Veronica (e in ciò ha compagni in gran numero) riesce assai meglio nel verso che nella prosa. Alcuni de’ suoi capitoli, sebbene non possano gareggiare coi migliori di quel secolo, che tanti ne produsse, sono scritti con molta schiettezza di pensiero e di forma, con calore, con brio, in buona lingua, e con un far risoluto, in che sta forse la maggior loro attrattiva. Si vede in essi che la Veronica rimava con facilità e con piacere. Nei men buoni invece abbondano i luoghi comuni, gli ornamenti e i colori poetici di cattiva lega. La prosa delle lettere, la sola che conosciamo (per tacere del constituto e del memoriale che non sono scritture letterarie, e non furono forse nemmeno dettate da lei) è in generale artifiziata, ampollosa, affettata. La Veronica sapeva bene che nelle lettere famigliari si deve attendere più al vero affetto che alle molte parole[583]; ma in pratica non seguitava poi sempre quel giusto precetto; e se, anzichè a persone famigliari, doveva scrivere a persone troppo maggiori di lei, se ne scordava affatto, montava in trampoli, lambiccava i concetti, gonfiava le parole, e non trovava più il verso di finire i periodi. La lettera al Duca di Mantova, più che mezzanamente lunga, è tutta in un solo periodo, e ci si sente un miglio di lontano il Seicento, il Seicento che vien oltre a gran giornate, anzi si può dire sia già venuto, in ispirito. Essa comincia così: «Se ben lontanissima corrispondenza, e quasi disproporzionata proporzione si trova tra le chiarissime virtù dell’Altezza Vostra e ’l mio desiderio d’onorarla e degnamente servirla, sì che tutto quello ch’io potessi fare in questa impresa, sarebbe men che ombra a paragon del vero; nondimeno, in quello dove mi son mancate le forze, e i convenevoli concetti di celebrarla, ed esaltarla, m’è sopravanzato l’animo d’esprimerle questo mio virtuoso se ben impossibile desiderio», _ecc. ecc. ecc._ Le lettere a Enrico III e al cardinale d’Este sono sul medesimo tono; ma parecchie di quelle scritte a uomini e non a semidei sono dettate con molta più naturalezza e semplicità, e riescono di gran lunga migliori. E migliori anche di queste possiamo credere fossero le molte di carattere veramente famigliare e intimo ch’ella scriveva giorno per giorno, come la penna gettava, e senza alcun pensiero di farle stampare. Queste, assai più dell’altre, ci avrebbero fatto pro, e sono da noi desiderate.

Le _Terze rime_ e le _Lettere_ della cortigiana veneziana non si ristamparono più mai, tanto che diventarono libri di meravigliosa rarità, desiderio ardente e inappagato di bibliofili senza numero, orgoglio di alcuni pochissimi più venturati. Ebbero onor di ristampe invece il _Dialogo della infinità d’amore_ e il _Guerin Meschino_ in ottava rima della Signora Tullia; ma chi in questo fatto volesse scorgere una prova di maggior merito, s’ingannerebbe a partito. La sentenza dell’arguto poeta latino circa la fortuna dei libri si conviene ai libri delle cortigiane, come a tutti gli altri.

Quando la Veronica venne a morte molt’altre cose morivano di cui ella era stata spettatrice e parte non ultima. Moriva quel secolo turbolento e fecondo, luminoso e corrotto, innovatore e carnascialesco; morivano gli spiriti di quella prestigiosa coltura; moriva la prosperità di Venezia; moriva, o s’assopiva in lungo torpore il genio d’Italia. Se non fosse Ninon de Lenclos, Veronica Franco sarebbe l’ultima delle cortigiane illustri, delle redivive etère, e in Italia è l’ultima veramente. Dopo di lei le cortigiane ridiventano semplici meretrici, spesso belle, spiritose, eleganti, garbate, ma senza gloria e senza nome. I poeti si scostano da loro e si volgono a celebrare, tra i laureti d’Arcadia, le Corille e le Clori, non sempre più delle cortigiane virtuose, ma più leziose e più sciocche d’assai.

APPENDICI

APPENDICE A

IL VANTO E IL LAMENTO DELLA CORTIGIANA FERRARESE[584]

IL VANTO

Venite, o cortegiani e lieti amanti, Ogni signore, principe e marchese, Sentir mia gloria e fama tutti quanti. Io son quella famosa Ferrarese, Che porto el vanto, lo scettro e l’onore Di beltà e pompa, gentile e cortese. Io sento tanto gaudio nel mio core, E ne la mente infinita dolcezza, Tra l’altre essendo di bellezza il fiore. Tanto in me regna amore e gentilezza, Con dolce e lieta faccia ed atti fieri, Ch’ogni signor per me ciascuna sprezza. Io ho duo occhi più che corbo neri, Che chi li guarda resta stupefatto, E prigion fassi a me ben volentieri. Il ciglio ho raro, ch’è sottile e tratto. Le labra di corallo e ’l dolce riso, D’onde resta ciascun preso e legato. La bella fronte, il rilevato viso, E ’l naso profilato infra due rose Hanno a molti signori el cor reciso. La lingua ho chiara in proferir le cose, D’avolio i denti, e l’alito suave, Che chi ne gusta fa mettersi in crose. La mia bocchina dolce è una chiave Ch’apre le borse e fa chiamar mercede, E rallegra chi fussi in doglie prave. La gola ho d’alabastro, a la qual cede La neve, e ’l petto, e l’acerbe pomelle. Che strugger fan ciascun che quelle vede. Le parti ho poi secrete più che belle: Come ognun pensa tal dolcezza hanno, Che muor di voglia chi ben pensa quelle. Le bianche mani que’ be’ lavor fanno; Mia leggiadra persona e ’l picciol piede Metton ciascun signor in doglia e affanno. Di quindici anni son, come si vede, Grassetta, morbidina e solazzosa, E la prova ne faccia chi nol crede. Benigna, saggia, accorta e graziosa, Domestica, piacevole e galante, Ch’ogn’altra presso a me par brutta cosa. D’oro, velluto, seta ho veste tante, Con fine pietre e perle lavorate; Assai n’ho più de l’altre tutte quante. D’oro e di seta camice increspate Di finissima rensa ho più di cento, Con calze e scarpe a più fogge tagliate. E per mostrar mia pompa e valimento Al collo una catena porto tale Che val ducati d’oro almen dugento. Un’altra non conosco a me eguale, C’habbi la casa come me fornita Di pane, legne, vino, olio e sale. Una credenza ho d’argento forbita. Le tavole, le mura, panche e casse Di tappeti e d’arazzi ognun vestita. Ho di panni di lino le gran masse, Più che candida neve delicati, Ch’ognun che quelle vede stupefasse; Tutti di fin profumo profumati; Zibetto e muschio in copia ho tuttavia, Che da più gran signor mi son donati. Non può dove son io esser moria, Tanta suavità e tanti odori Adosso porto per galanteria. Sempre son con gran principi e signori A feste, a comedie, a suoni e canti, Con molte mie fantesche e servidori. Beati son per me tutti gli amanti; Ognun servitor m’è ed io signora, Signora a dar la berta a tutti quanti. Ognun per me si distrugge e divora, Ciascun mi profferisce argento ed oro, L’alma e la vita offerendomi ancora. E per far noto a tutti il mio lavoro, Un sacco di danari ho in mia balia, Dove tengo per mio miglior ristoro. Una mensa da re ho tuttavia, Abbondante di quaglie e di capponi Con pernici e fagiani in compagnia. Pollastri, fegatei, torte e piccioni. Con savor bianchi e neri, e con guazzetti, Insieme con molti altri buon bocconi. Vin bianchi e ner delicati e perfetti, Trebbiani e malvagia e marzapani, Con più sorte infinite di confetti. Ogni vil ragazzin piene ha le mani. Ogni fantesca ed ogni servitore; Il dirò pur, ne mangian fino a’ cani. Ed ho infra gli altri mia un corridore, Che chi cercassi el mondo tutto quanto Non potrebbe trovarne un più migliore. Ed infra l’altre i’ mi glorio e vanto Da letto una coverta sì sfoggiata Che mai n’ebbe sì una el papa santo. Una carretta ’i ho d’oro intagliata Con arabici gruppi azzurri e bianchi, Ne la qual vo a solazzo alcuna fiata. Come Amore che tien saetta a’ fianchi, Così mentre guidata ci son io Da sei destrier via più che neve bianchi. E per veder el vago corpo mio Da usci e da balcon gente infinita Corre a veder con gaudio e con disio. Ed io con faccia angelica e gradita Del bosco uscir farei e dir mercede Ogni selvaggio ed antico eremita. Tiensi felice ciascun che mi vede, Beato è quel che tocca questo viso, E santo chi servir mi può con fede. Pensa poi chi con festa canto e riso Del mio giardin la libertà gli è dato: Esser non vorria già in paradiso, Nè qua giù con nessun cambiare stato.

IL LAMENTO

Oimè, ahimè, deh Dio, ahi cieli, oh sorte! O martoro infernal, morbo francese, Che impaurita fai fuggir la morte! O gente più che ingrata e discortese, Non conoscete voi me poverina, Famosa cortigiana ferrarese? O _Matrema non vole_, o Lorenzina, O Angela, o Cecilia, o Beatrice[585], Sia vostro essempio omai questa meschina. Già fui [sì] favorita e sì felice! Vestiva d’oro anch’io; mo un sacco grosso: Le starne odiavo, or bramo una radice. Già preziosi odor portavo addosso; Or solfo, argento vivo, empiastro al male Tal che appena sofferir nol posso. Foglie di cavol son il bel trinzale[586], Le perle son le bolle, gomme e doglie, E vado mendicando a lo spedale. Già me cavai anch’io tutte mie voglie, Fe’ ammazzar tori e braveggiar corsieri; Or sangue, marcia son mie pompe e spoglie. Sempre era tra signori e cavalieri, A pasti, a comedie, a suoni e canti; Or staria in una stalla volontieri. Beati eran per me tutti gli amanti, Ognun servitor m’era ed io signora; Or mi mostrano a dito tutti quanti. Dormivo in seta, e ora al vento fuora, Sotto a le panche, e son cacciata via, E le camere d’or schifavo allora. Corsi, grechi, trebbiani e malvasia Non mi contentâr mai; ora m’avveggio Che de l’acqua d’un fosso ho carestia. Già de ciascuna fecemi motteggio; Ognuna or beffan me con dir: tu stai Male al possibil; tu starai ancor peggio. Così invecchiando alquanto dechinai, E die’ principio a camere locande, E ben dua anni in quel me sustentai. Oh Dio, ch’io moro! ahimè, che dolor grande! Trista me, contarò tutti i miei danni E le mie intollerabili vivande. Dico che non passò da dui altri anni Ch’io fallii alloggiando, e ritornai Ruffianando altrui, lavando e’ panni. Così mancando in van tormenti e guai, Crescemmi sempre questo mal crudele; Un tempo in le taverne cucinai. Ah Dio, che quest’è ancor più amaro fele, Che l’ultimo rimedio mi fu tolto, Chè i frati e non più noi vendon candele. Ma al dispetto di me non sarà molto Che seguita sarò ne la carretta, E al mio somigliarà qualche bel volto. E se non imparate la recetta Ch’io v’insegno, superbe cortigiane, Ponte Sisto e il spedal presto v’aspetta. Procacciatavi aver oggi, domane, Un grosso, un giulio, quel che voi potete, Altrimenti accattando andrete il pane. Sempre i signor non s’hanno, e voi ’l sapete, Che donino el tesor liberamente, Sì come spesso fa chi dà in la rete. Servite volentieri ad ogni gente, Contentate chi viene a solo a solo, Perchè meglio è qualcosa ch’aver niente. El mio rimedio non vi ponga duolo, Perchè ho provato che tal volta dona Quanto un gran ricco un povero acquaruolo. Sì che degnative d’ogni persona; Non fate la signora in gloria e in gioco Qual io, ch’or più per nulla non son bona. Questo felice tempo dura poco; Vien meno il carnevale e la stagione, E spesso in casa non v’è pan nè fuoco. Or parte la fantesca, ora il garzone; Or s’impegna la vesta, or le catene, Poi per tributo andar spesso in prigione. Ma i sbirri a voi aggiongon maggior pene: Del Populo la strada al sudor vostro[587] Pagarvi è forza, e stavvi molto bene. Io vi parlo el vangelo e ’l pater nostro: Raffrenate la gola e gale tante, Se non, qual io retornerete un mostro. Non li tappeti a le finestre avante; Lassate le gran case e gran palazzi, Chè le pigion vi mangian tutte quante. Ognun vol le fantesche, ognun ragazzi; Non si può vivere e sempre si stenta; Non son, come eran già, gli uomini pazzi. Chi di quello che può non si contenta, Gli è forza rovinar senza riparo, E ladra al fine, o mendica diventa. Il pelar cigli, el belletto sì caro, Le ribalde judee comprar vi fanno; Lasciatelo in malor, siavi discaro. L’acque, i zibetti e le mesture danno; Livida e grinza fan la bella faccia, Ch’è ’l principio del vostro longo affanno. Così non avesse io questa rognaccia Come gli è vero, e tanta carne guasta, Del che ognun dice: ch’el bon pro ti faccia. Non vo’ dir più, per mo questo vi basta. Ohimè le doglie, oh maledetta sorte! Che piaghe ho io che va un linzol per tasta! Può far il ciel che in tutta questa corte Non sia un sì vago del mio seno Che non m’ajuti a qualche strana morte? De limosina alcun non venga meno, Non già per sostentar più questa vita; Ma per comprar un bicchier di veneno, Acciò tanta miseria sia finita.

QUI JACE UN CORPO MOLTO DELICATO, DI BELTÀ E DI POMPA UNICO IN VITA; OR NE L’INFERNO PURGA IL SUO PECCATO.

APPENDICE B

MATTINATA[588]

E’ no vorave za, se mai podesse, Instizzarme con ti, Catte sorella, Perchè ti sa ben ti che me recresse Con donette par toe zuogar de mella; Ma despuo che le berte se sì spesse, L’è forza che te rompa la favella, L’è forza, a fede, che zuoga de tonfo, Zo che ti vedi che mi no son zonfo. Mi ghe n’ho sopportae pi de cinquanta Per no vegnir a le brutte del sacco, E ho ingiotio quella del quaranta, Quando ti andassi via con quel bubacco; No dissi gnente, quando che con tanta Descortesia ti me impegnassi el zacco; Sopporti quella che fu bastonao Per amor to da un bulo stroppiao. E’ ho ingiotio per ti pi strangojoni, Povero mi, che n’ho cavelli in cao; Per fina ti m’ha dà di mustazzoni, Che nianche Urlando me averia toccao. Potta de mi! quanti buli, e di boni; Quanti che fa el bravazzo in fina in cao, Me aciede, e sì se tira da una banda! E vu, fia, me tonfè! no seia granda? Mo adesso me ho messo in fantasia De no voler pi esser strapazzao. Sia che se voja, al sangue de culia, Tutti se varda, chè son instizzao. E ti, vacca, compissi la lissia, Lassa che ’l mio burichio sia sugao, Che te vojo cazar tal pe in la panza Che ghe anderà per tasta una naranza. Co cusì? una puttana che è nassua D’una lara dal Gallo e una falia, Che per do scalognette e un raspo d’ua Aidava in visinanza a far lissia, E a forza de sparagno se cressua In t’un puoco de grama massaria, E con un grandizar fuora del caso, Me fa bramar quattro carezze e un baso? No ste con mi su zonti e su novelle, Ch’u zughè al tristo a darme a mi la baja. Che ve cognosso infina in le buelle, E sì so chi che se fina una paja: Andè a sojar sti putti da cilelle, E no, speranza, fusti de sta taja; Se no po forsi i basi e le carezze Se porave voltar in straniezze. Co la me monta son un mal bigatto: Grami può in quella volta chi se catta! El se sa pur quante che ghe n’ho fatto; Però, anema mia, no siè sì matta, Che a un mio par, a un omo cusì fatto, Vojè mostrarve de sì mala schiatta: Felo per vostro mejo, e se per sorte Vu nol farè, sarè grama a la morte. No ve fondè con dir: Sia lauda Dio, E’ son ricca, e’ son bella, anema mia; Perchè un cervel gajardo, co se el mio, Puol farve in otto di grama e falia. Co vorò, chi sarà che per sto rio Ossa passar che ’l no abbia una feria? E co me salterà la moscaruola Te lasserò co una sarzetta sola. Dì che i to buli sì me vegna atorno! Dì che i citissa gnianche, mariola! Che ghe ne struppierò do pera al zorao, Che i te vegnirà a casa su una tola. No ghe sarà can curto in quel contorno Che ossa gnianche dirme una parola, E ti, che ti no meriti ferie, Tutto el to andarà in sbiacca e in dialtie. Za tempo, el fatto to jera un piaser; Ti eri tutta dolce e molesina; Ma adesso che ti ha casa in soler, E che ti ha do majoliche in cusina, E che ti fa comandar al forner, Te par esser, puttana, una rezina: Mo ste tante grandezze, alla fe fia, Le chiama l’Ospeal da mille mia. Spiero, puttana, ancora inanzi avril, (Chè te la metto longa la novella) De vederte su un ponte co un bacil, Stroppà con una cappa da donzella, Batter i denti e filar fil sottil, Con quattro bronze in t’una pignatella, E sotto vose, grama e poveretta, Dir: Signori, doneme una gazzetta. O veramente, cusì co se suol, Te vederò anca ti grama meschina, A i perdoni, destesa su un storuol, Aver per cavazal una fassina, Con mille bolettini onde te duol, E criar: Socorè sta poverina! E con un vecchio che te raccomanda, Ghe dirà a i putti: Feve da una banda. [E] se San Joppo per buona fortuna No te puol accettar in [la so] scuola, Te vederò l’inverno puo alla bruna Andar a comprar ojo, ah mariola, A trazer acqua al lume de la luna, E lavar drappi per meza ceola, E far servisi a tutta una contrà Per un mezo scuelotto de panà. Tutti i tocchi, le croste e le caie, Che avanzerà inti armeri di vesini, Ti magnerà co s’i fosse trezie: Queste sarà, puttana, i colombini, Queste, vacca, serà le golarie, Le to confezion de moscardini, E i fondachi po di caratei Te parerà perfetti muscatei. A vederte vestia sarà un gran spasso: Ti haverà una calza e l’altra no, Con do zoccoli vecchi, un alto e un basso, E una camisa comprà da Buzò: Ti haverà po indosso un sottocasso Con pi tacconi che n’ha peli un bo, E in pe de la to scuffia da festa Una verza te covrerà la testa. I putti te dirà: Mostra la mona! E ti la mostrerà per un sesin. Quanti se in la Mocina e in la Liona, Tuti te spazerà senza un quattrin; E cussì, solenissima poltrona, Spierò vederte a far le male fin, A onor e gloria de quante puttane Se pensa con arlassi a far sottane. Ghe ne visti una l’altro dì al perdon Che se sta delle prime della tera, Che per Dio la me fa compassion, De vederla a quel passo che l’iera, Stravaccà là per terra in un canton, Carga de mosche e pulisi a miera, Con tante taste e tanti bolettini Che no ha tanti tacconi sie fachini. Questa è la fin de vu altre puttane (Parlo de quelle che se tien a l’orza) Che al bordel, ospeal, o Carampane[589] Sconvegnì andar al trenta un per forza; Però infina che ve sentì sane No fe per niente che nigun ve sforza, Siè molesine con quanti ve vuol, Chè a sto partio scapolerè el storuol.

UN BUFFONE DI LEONE X

In una lettera più volte stampata, e ormai famosa, Alfonso Paolucci, legato del duca di Ferrara in Roma, descrivendo e narrando, l’8 di marzo del 1519 al suo signore, una rappresentazione dei _Suppositi_ dell’Ariosto, fatta la domenica precedente in Castel Sant’Angelo, alla presenza di Leone X e di assai numerosa assemblea, dice, fra molte altre cose degnissime di nota, che sulla tela, la quale nascondeva, prima che cominciasse la recitazione, la scena dipinta di man di Raffaello, vedevasi «pinto fra Mariano con alcuni diavoli, che giugavano con esso da ogni lato de la tella (_sic_) e poi in mezo de la tella v’era un breve che diceva: _Questi sono li capreci de fra Mariano_»[590].

Ma chi era fra Mariano? e quali erano i _capreci_, o vogliam dire capricci suoi? e qual merito faceva essi e lui degni di così fatta pittura, opera anch’essa forse, come la scena, del pennello dell’Urbinate? Il legato del duca Alfonso nol dice, e non aveva, sembra, bisogno di dirlo. Al par di Leone, e come gli altri duemila spettatori della facetissima commedia, il duca doveva avere piena contezza di fra Mariano e de’ suoi fatti, quella contezza che manca a noi, e che ci studieremo di acquistare almeno in parte. E non si dica troppo frivolo l’oggetto delle nostre indagini; la storia dell’oscuro frate sarà per alcun lato la storia del glorioso pontefice. A farlo subito intendere basterà dire che fra Mariano fu un buffone di Leone X, uno dei tanti.

Quel trincato di Pietro Aretino, cogliendo con le parole, come molte volte sa fare, il vero e il vivo delle cose, dice del più gioviale dei papi in una lettera al conte Manfredo di Collalto: «Certamente Leone ebbe una natura da stremo a stremo, nè saria opra da ognuno il giudicare chi più gli dilettasse, o le virtù de’ dotti, o le ciance de’ buffoni; e di ciò fa fede il suo aver dato a l’una ed a l’altra specie, esaltando tanto questi quanto quegli»[591]. Senza voler risolvere in tutto la difficil questione, se gli piacessero meglio le virtù dei dotti o le ciance dei buffoni, si può con sicurezza affermare (e basta al bisogno nostro) che i buffoni e le lor ciance gli piacquero assai, più forse che l’ufficio di governare la Chiesa di Dio non chiedesse. Lodovico Domenichi dice espressamente che il Serapica, _domestico cameriere_ di Leone, «avea autorità d’introdurre d’ogni ora in camera pazzi, buffoni e simil sorte di piacevoli», e racconta che volendo il celebre Marco Musuro chiedere al papa il beneficio d’una badia, e temendo di non esser introdotto a tempo, si annunziò come un secondo Baraballo, vago di quei medesimi onori che aveva avuto il primo, e così fu dal cameriere incontanente introdotto[592]. Questa ed altrettali novelle non sono forse tutte vere, ma parranno certo verosimili a chiunque conosca quel gaudioso pontefice, il quale, non solo gradiva e premiava i pazzi che lo facevano ridere, ma s’ingegnava anche di far diventar pazzo chi non era[593]; e più che verosimili parvero agli uomini di quel secolo. Perciò non è da negare in tutto fede a certa storiella raccolta e ripetuta dal Garzoni, ove si narra che Nicoletto da Orvieto, con un solo bisticcio, s’acquistò _per tutti i tempi_ il favore della giovialissima Santità[594].

Non di tutti coloro che, volendolo essi, o nol volendo, fecero ridere Leone X ci è pervenuta notizia sufficiente, e di parecchi s’è perduta, senza dubbio, ogni traccia. Si ricordano più spesso que’ poveri poeti da burle e da legnate, Baraballo da Gaeta, Camillo Querno, Giovanni Gazoldo, Girolamo Brittonio: poi si ricordano alcuni altri, de’ quali poco più che il nome ci è noto: un Poggio, figliuolo degenere del famoso Poggio Fiorentino, un Moro de’ Nobili, lurcone e pappatore meraviglioso, tutto guasto dalla gotta, un cavalier Brandino, un Andrea bastardo e matto, levato dall’ospizio di Siena, un frate Martino e il nostro fra Mariano. Di tutti costoro dice il Giovio[595] che in certi tempi dell’anno, quando si dà più libero sfogo all’umor solazzevole, erano ammessi alla parte inferiore ed estrema della mensa papale, a patto che sopportassero pazientemente i motti, le beffe e le burle dei sopraintendenti al banchetto. Ma il Giovio, se pur dice il vero, non dice tutto. La parte di questi compagnacci alle mense del pontefice non sempre doveva essere così rimessa e passiva come al Giovio piacque narrarla; e di alcuni di loro almeno si può dir con certezza che se pativan le burle, spesso anche le facevano, e schernivano forse più che non erano scherniti.

Ma per non parer troppo duri con Leone X bisogna dire che l’usanza di tenersi i buffoni d’attorno era usanza comune dei principi, e osservata anche da qualch’altro pontefice, e che la buffoneria era nel secolo XVI, ed era stata anche prima, in grande credito[596]. Non è solo l’Ariosto a dolersi che i buffoni, i cinedi, gli accusatori sieno nelle corti

Più grati assai che ’l virtuoso e ’l buono[597].

Odasi che cosa dice in proposito Tommaso Garzoni: «Or ne’ moderni tempi la buffoneria è salita sì in pregio, che le tavole signorili son più ingombrate di buffoni che di alcuna specie di virtuosi, e quella corte par diminuta e scema dove non s’oda, o non si veda, un Carafulla, un Gonnella, un Boccafresca in catedra, che dia trattenimento con favole, con motti, con piacevolezze, con bagatelle, con mocche, all’onorata audienza che gli siede intorno. Quivi il buffone recita i testamenti villaneschi di barba Mangone e di Pedrazzo; adorna l’instrumento che fa ser Cecco di parole più grosse che quelle del Cocai; narra le fuse torte che fece la moglie del medico la notte di carnevale; racconta il dialogo di mastro Agreste con la Togna di S. Germano; discorre di legge come un Grazian da Bologna; parla di medicina come un mastro Grillo; favella da pedante come un Fidenzio Glottocrisio; fa del Bergamasco a spada tratta, come se fosse il primo della vallata; è Magnifico nel sporgere, Spagnolo nel vestire, è Todesco nel caminare, è Fiorentino nel gorgheggiare, è Napolitano nel fiorire, è Modenese in fare il gonzo, è Piemontese nel languire, è la simia di tutto il mondo nel parlare e nel vestire. Ora si vede il buffone con le ciglia de gli occhi dentro ascose e gli occhi sbardellati, che par guerzo; ora con le labbra torte, che pare un mascherone contrafatto, ora con un palmo di lingua fuori, che par un cagnazzo morto dal caldo e dalla sete; ora col collo teso, che pare un’impiccato; ora con le fauci ingrossate, che fa mostra d’aver mille diavoli adosso; ora con le spalle ingobbate, che pare il Babuino da Milano; ora con le braccia rivoltate, che pare un Guido propriamente; ora con le mani e con le dita fa gesti tali, che pare il bagatella dei trionfi. Col moversi finge il poltrone eccellentemente; col passeggiare fa del fachino raramente; col volgersi indietro contrafà un bravo stupendamente. Col suono della voce imita l’asino per spasso, con le parole i balbi e i cocoglieri per trastullo, col gesto le bertuccie per diletto, col riso fa crepar di riso ogn’uno che lo vede. Queste son l’eccellenze e le grandezze de’ buffoni, che vivono allegramente alle spalle de’ gentiluomini e Signori, e trionfano a’ pasti de’ Prencipi, mentre il dotto poeta, il facondo oratore e l’arguto filosofo fa la sua residenza nel vilissimo tinello»[598].

Ho voluto trascrivere per intero questo lungo passo anche per dare un’idea adeguata delle piacevolezze onde i buffoni rallegravano l’aule e le mense dei signori; tra’ quali ce ne saranno stati forse di quelli che per gusto lor proprio non troppo le gradivano, ma tuttavia le sopportavano per conformarsi al costume e per seguitare l’andazzo. Baldassar Castiglione non si mostra troppo tenero dei buffoni; ma pur dice che nelle corti _par che si richieggano_[599]. Agostino Nifo, ricordati i buffoni di Ferdinando il Cattolico, di Carlo V, di Francesco I e di altri principi e signori, dice che la mala usanza era talmente cresciuta e fatta generale, che i principi nutrivan buffoni, non solo per diletto che ne avevano, ma ancora per ambizione, e che in poco pregio era tenuta quella corte dove non ne fossero alcuni[600].

Parecchi papi, prima di Leone X, accolsero e favorirono buffoni. Eugenio IV fece un cardinale di quell’Angelotto romano di cui parla ripetutamente il Poggio nelle sue _Facezie_[601]. Alessandro VI ebbe caro un Gabrieletto, che accompagnandolo nel ritorno dalla pubblica benedizione, solita darsi la domenica di Pasqua, fingeva di predicare in latino ed in ispagnuolo[602]. Il terribile Giulio II permetteva al Proto da Lucca di distrarlo talvolta dalle cure di quel suo bellicoso pontificato; e di quali facezie usasse il Proto a tal fine si può vedere in una novella del Bandello, il quale nella dedicatoria di un’altra avverte che molti erano al tempo suo i buffoni famosi in Italia, _e massimamente in Roma_[603]. I cardinali non mancavano d’imitare l’esempio dei papi, e non poca celebrità ebbero Marc’Antonio Sidonio, buffone di Ercole Gonzaga, cardinale di Mantova, Francesco del Lago di Garda, buffone del cardinale Madruccio, il Cimarosto, buffone del cardinal di Trento, il Bargiacca, stato col Rosso buffone del cardinale Ippolito de’ Medici, il Carafulla ed altri parecchi[604].

Non parrà dunque troppo strano che Leone X avesse i suoi buffoni ancor egli, e come grandissimo pontefice ch’egli era, ne avesse più dei principi secolari e più di altri pontefici stati prima di lui; bensì potrà parere alquanto strano che tra’ suoi buffoni egli accogliesse dei frati, e potrà parere strano, non già perchè avrebbe dovuto, egli capo della Chiesa, avere qualche maggior rispetto alle tonache e alle cocolle, ma per una ragione in tutto diversa, anzi contraria a dirittura. A bene intendere ciò è necessario un po’ di commento.

I bei tempi della frataglia erano passati per sempre; il Rinascimento non era più stagione per essa. Quello che si chiama spirito del Rinascimento è in contraddizione piena con lo spirito fratesco, e dove l’uno si leva e vigoreggia è forza che l’altro cada e disvenga. Nel Cinquecento i frati sono odiati e vilipesi, perchè tutto quanto appartiene alla vita e ai costumi loro nega ed offende le inclinazioni, le usanze, gl’ideali buoni o cattivi di quella età. Se divoti sinceramente, spiace la seccagginosa devozione loro al secolo mezzo incredulo, che non ha più il capo a quelle melanconie; se ipocriti, spiace la stomacosa loro simulazione al secolo svergognato e sfrontato, il quale liberamente ostenta i suoi vizii, e non vuole freni, non vuole impacci al godere; spiace poi sempre ed in sommo grado, in mezzo a quella tanta coltura e raffinatezza d’uomini e di cose, la zoticaggine ed ignoranza loro. Quest’odio contro ai frati si vede già negli umanisti del Quattrocento; al qual proposito basterà ricordare le diatribe virulente e le rabbiose invettive di Leonardo Bruni, di Francesco Filelfo e del Poggio. Angelo Poliziano in un suo prologo preposto ai Menaechmi di Plauto, e recitato in Firenze ai 12 di maggio del 1488, si scagliava furibondo contro i

Cucullati, lignipedes, cincti funibus, Superciliosum, incurvicervicum pecus[605];

e non era lontano il grande Erasmo, che doveva fare dei frati la pittura che tutti conoscono. Non parlo dei novellieri di quel secolo, e delle molte commedie, e dei moltissimi capitoli, e dell’altre scritture senza numero in cui i frati sono scherniti, ingiuriati, vituperati. Nella stessa corte di Roma quel _pecus_ si odiava. Il Bembo, uno dei segretarii, come ognuno sa, di Leone X, scrisse di sè che si travagliava _molto mal volentieri in cose di frati, per trovarvi sotto molte volte tutte le umane scelleratezze coperte di diabolica ipocrisia_[606]. Bernardo Dovizi da Bibbiena, il _factotum_ dello stesso pontefice, e l’autore della _Calandria_, aveva ancor egli una grandissima avversione pei frati, e nessuno spasso stimava così piacevole come il prendersi giuoco di loro. Lo dice egli stesso nel _Cortegiano_ di Baldassar Castiglione, dove narra certa burla ch’egli s’era pensato di fare a un supposto frate, e che riuscì invece in suo danno[607]. Cinzio de’ Fabrizii dedicò a Clemente VII il suo libro della _Origine dei volgari proverbii_, riboccante di satira e d’invettive contro i frati; ma un libro contro ai frati aveva già dedicato a Niccolò V Timoteo Maffeo.

Del rispetto poi che portava alle tonache lo stesso Leone un bel documento ci porge Alfonso Paolucci nella lettera sua testè citata, documento che ci parrà meno strano se pensiamo che il glorioso papa era figliuolo di quel Lorenzo de’ Medici che diceva da tre cose doversi gli uomini guardare: dalla parte dinanzi de’ buoi, da quella di dietro dei muli, e dall’una e dall’altra dei frati. Detto della rappresentazione dei _Suppositi_, il buon Paolucci ricorda una commedia di certo frate, recitata, come quella dell’Ariosto, alla presenza del papa, e seguita con queste precise parole: «e per non essere successa a molta satisfacione, il papa in cambio de moresca fece balciar questo bom frate sopra una coltra, e dete una gran panciata sopra el tabulato de la sena. Dipoi li fece tagliar tute le strenghe intorno e tirare le calcie a li calcagni, ed il bom frate ne morsicò de quelli palafrenieri tre o quattro de mala sorte, e fu necessitato tandem a montar cavalo, e cum le mane li forno date tante sculacciate che, siccome mi è referto, li sono bisognate molte ventose e su la schena e su le chiape, e stassi in letto e non bene. _Dicesi che ’l Papa lo fece fare in esempio de altri frati a ciò se levino de pensier de non farli veder sue fraterie_». E se questo era il desiderio del papa, bisogna dire ch’e’ non poteva tenere, per vederne il fine, un modo più spicciativo e più efficace. Avrebbe anche potuto farli ferrare, come fece Bernabò Visconti[608]; ma era azion villana e da tiranno, che troppo ripugnava alla giocondità e umanità sua. A fra Mariano e a fra Martino bisognava dunque, se volevano la grazia del vicario di Cristo, e salve dalle spalmate le natiche, far dimenticare con le buone loro qualità di buffone la pessima qualità di frate[609].

E buffone fra Mariano fu, sembra, in grado eccellente. Il Bibbiena fa di lui onorata memoria e lo loda per gran maestro di burle, insieme con un frate Serafino, che esercitava in Urbino la professione sua[610]. Di dove fosse nativo non trovo, nè so quando propriamente vestisse l’abito di laico domenicano, sotto il quale esercitò onoratamente le sue buffonerie. Fetti era il nome della sua casata, e l’arte sua prima fu, sembra, quella del barbiere, giacchè Pietro Aretino, il quale gli si mostra (ma non sempre), assai benevolo, dice ch’egli era stato barbiere di Lorenzo il Magnifico. E qui viene spontanea in mente una congettura; che il barbiere, cioè, già caro per la sua piacevolezza a Lorenzo e alla famiglia di lui, andasse a Roma in compagnia del giovane cardinale Giovanni, e facesse fin da allora col cardinale l’officio che seguitò a far dopo col papa. Comunque andasse la cosa, gli è un fatto che noi troviamo in Roma il nostro Mariano, già frate, e già in fama d’uomo assai sollazzevole, sino dai tempi di Giulio II. Eccone senz’altro le prove.

Il 2 di luglio del 1512, il giovinetto Federico Gonzaga, che si trovava in Roma, ostaggio alla corte di Giulio II, desinò e cenò in una bellissima villa dell’Arcivescovo di Napoli, a Monte Cavallo, e il Grossino, uno dei famigliari del principe, scriveva alla madre di lui, la famosa Isabella, che il figliuolo era stato tutto quel giorno _in grandissimo suo apiacer con una bella compagnia_, e che frate Mariano, _con li soi caprizi_, aveva fatto ridere assai[611]. Il 10 gennajo del 1513, a proposito di altra cena, il Grossino scriveva alla marchesa: «Frate Mariano, capo di mati, si portò per eccelenzia con li soi capricci, e m. Bernardo da Bibiena li ajutava gagliardamente»; e al marchese, marito d’Isabella, scriveva: «Frate Mariano, capo di tavola, fece de le pacíe a suo modo in quantità; a mezo la zena a l’improviso saltò in pede in su la tavola, corendo in fino di capo, menando di man a Cardinali, a Vescovi; non sparamiava niuno»[612].

Questi documenti, e alcun altro che vedremo or ora, provano che la reputazione di fra Mariano era già fatta negli ultimi due anni del pontificato di Giulio II, ed è ragionevole il pensare ch’egli avesse cominciato a farsela qualche anno innanzi, come è ragionevole credere che non avesse mancato di far ridere alcuna volta il battagliero pontefice. E far ridere un papa che bestemmiava come un turco, che con le proprie mani caricava altrui di legnate, e che, ammalato, chiamava a gran voce il diavolo, non doveva essere la più facile cosa del mondo. Ma fra Mariano era certo uomo da riuscirci. In una lettera scritta il 29 di gennajo del 1513 al Marchese di Mantova, egli si chiama da sè stesso maestro di Bernardo da Bibbiena, di quel famoso Bibbiena che fu (son parole del Giovio) maestro mirabile nell’arte di spingere all’insania uomini gravi per età e professione; e dice come sia andato a Firenze, sebbene già vecchio, chiamatovi dal suo padrone il cardinale Giovanni, per ordinarvi durante quel carnevale, in compagnia del Bibbiena appunto, trionfi, commedie e moresche, e ricorda _tutti li capricci fatti_ in quella _magna città_[613]. Questa lettera non è sola a provare che il lepido frate era entrato in grazia anche del Marchese; un’altra ve n’ha scritta da quello a questo ai 10 di gennajo del 1519, la qual prova il medesimo, e che dovrò citar novamente[614].

Fra Mariano fu frate piombatore, uno di quei frati, cioè, i quali attendevano, per proprio officio, a munire della bolla di piombo i diplomi che si spedivano dalla Cancelleria apostolica. Il mestiere non era gran che gravoso e rendeva assai. Lo stesso fra Mariano confessava al Gonzaga che del piombo faceva oro, e da quella sua _bottega_ (così la chiamava), diceva di trarre 800 ducati d’oro l’anno[615]. Di questa _bottega_ credo che egli andasse debitore a Leone X, perchè nella prima lettera al Gonzaga, il frate non ne fa cenno, e dice che, passato carnevale, se ne tornerà in Roma, nel suo convento di Monte Cavallo; mentre nell’altra dice espressamente che egli ha residenza in palazzo, _nelle stanze di Innocenzio, che si chiamano lo ofizio del Piombo_, d’onde qualche volta si reca a visitare i suoi frati[616]. In quell’officio egli succedette a Bramante, e lasciò poi a sua volta il luogo a Sebastiano del Piombo. Paride de Grassi, cerimoniere di Leone X, ricorda nel suo diario un frate Bernardo Piombatore, dandogli titolo di mezzo buffone (_semiscurra_); ma gli è assai probabile che Bernardo ci stia erroneamente per Mariano[617].

Che il buon frate non si lasciasse vedere alla mensa del papa solo in certi tempi dell’anno, come vuole il Giovio, si ricava da un passo di certa Relazione di Luigi Gradenigo, ambasciatore della Repubblica di Venezia, passo in cui si legge: «il mercore e il sabbato mangiava (Leone X) cose quadragesimali, stando tuttavia presenti alla mensa fra Mariano e Brandino, ben conosciuto in questa terra»[618]. Tutti, del resto, quegli strani commensali di un pontefice che, a detta del Giovio, fu temperatissimo nel mangiare, ma che faceva andare per la spesa della sola cucina la metà delle entrate che davano Spoleto, la Romagna e le Marche, pare sieno stati golosi e mangioni di prim’ordine, o per parlare più acconcio, fuori d’ogni ordine. Lo stesso Giovio assicura che furono essi gl’inventori delle salsicce fatte con carne di pavone; ma questa cosa rimane in dubbio, perchè non può essere altri che Leone X il _saggio pontefice_ di cui è ricordo in certo Commento del Grappa, e che faceva fare la salsiccia _di polpette di fagiani, di pernici, di pavoni e di capponi, mescolandovi l’animelle di un giovinetto vitello_[619]. Checchè sia di ciò, certo si è che la peggior burla che Leone X potesse fare a quei suoi commensali si era d’imbandir loro scimmie e corvi, come sembra abbia fatto talvolta[620].

Ma come per la piacevolezza, così ancora per la voracità doveva fra Mariano vincere gli emuli suoi, e lo prova quella specie di leggenda che si formò appunto intorno alla voracità sua, e non si formò intorno a quella degli altri. Sigismondo Tizio, nella già citata sua Cronaca, dice che fra Mariano inghiottiva in un boccone un piccioncino, vuoi arrosto, vuoi lesso, divorava venti capponi, succiava quattrocento uova[621]. Questo è non più fra Mariano, ma Gargantua, anzi l’Orco, e gli si potrebbe dire col Dorat:

Digérez-vous? voilà l’affaire: L’homme n’est rien s’il ne digère.

Nè ciò è ancora tutto. Lodovico Domenichi racconta di un signore che fece mangiare a fra Mariano _un pezzo di canapo in cambio di un rocchino di anguilla arrostita_[622], e Ortensio Lando assicura che il nostro frate, una volta, _si mangiò una veste di ciambellotto per esser unta e piena di sucidume_[623]. Beveva fra Mariano come mangiava? Non saprei: gli storici non dicon nulla in proposito. Bevitore famoso fu il Querno, e, sembra, anche il Moro de’ Nobili, il quale, dice il Firenzuola, aveva gran rispetto ai baccelli,

Che dan sete la notte insin nel letto[624].

Ma concediamo pure che il nostro fra Mariano mangiasse per quattro, anzi per dieci; non è men vero che egli sapeva fare anche altro. I _capricci_ di lui sembra sieno stati notissimi per tutta Italia, tanto noti che un cenno bastava per ricordarli altrui, senza bisogno di narrarli altrimenti. Bernardo da Bibbiena dice in un luogo del _Cortegiano_: «io fui già converso in un fonte, non d’alcuno degli antichi Dei, ma dal nostro fra Mariano, e da indi in qua mai non m’è mancata l’acqua». E il Castiglione soggiunge: «Allor ognun cominciò a ridere, perchè questa piacevolezza, di che messer Bernardo intendeva, essendo intervenuta in Roma alla presenza di Galeotto cardinale di san Pietro in Vincula, a tutti era notissima»[625]. Nello stesso libro Cesare Gonzaga accenna alla dottrina di fra Mariano, secondo la quale fare impazzire alcuno gli era guadagnar un’anima[626]. In una lettera che Bernardino Boccarino, segretario del vescovo di Firenze, scriveva all’Atanagi il 10 di marzo del 1536, passati più che cinque anni dalla morte del frate, si tocca di non so che _frittata calda calda_ di fra Mariano[627].

Ma di tali capricci chi ci dà più larga notizia è Pietro Aretino, il quale parla del frate più che non faccia nessuno dei contemporanei. Nella giornata I della parte II dei _Ragionamenti_[628] si ha solo un accenno vago e fuggevole a un qualche motto, o altra piacevolezza di fra Mariano; ma nella giornata III di quella parte medesima[629], la comare, lodando l’orto della Nanna, dice che esso disgradava «il giardino del Ghisi in Trastevere e quello di fra Mariano a Monte Cavallo». Ora sembra che il giardino di fra Mariano non fosse manco noto e manco famoso del palazzo e degli orti meravigliosi che aveva in Trastevere Agostino Chigi, soprannominato il Magnifico. In una lettera dei 15 di novembre del 1524, Giambattista Sanga, segretario allora di monsignor Giberti, esortando Giambattista Montebuona in Roma a porre in buono assetto i giardini del padrone, diceva: «Ricordatevi delle spelonche d’edera di fra Mariano a Monte Cavallo»[630]. Che razza di giardino fosse propriamente non so; ma lo stesso facetissimo frate ne dà qualche contezza, dicendo nella seconda lettera al Marchese di Mantova: «Non desidererei altra grazia in questo mondo se non potervi convitare un dì all’orto qui di monte Cavalli nel laberinto, dove vedresti boschetti ed ornamenti silvestri nel domestico cento, 100 varietà e 1000 capricci; una chiesina poi di avorio lavorata di straforo, ed atorno profumata ed abellita con molte cose divote; una sagrestia con paramenti profumati papali di broccato d’oro in oro, dove in fra tanti paramenti è uno dorsale con una pianeta di velluto rosso, le quali dicono furono già un palio»[631].

Di altri capricci parla più diffusamente l’Aretino nella parte I del _Ragionamento delle Corti_. Interlocutori in questo ragionamento sono il Dolce, il Piccardo e il Coccio. Il Piccardo, raccontata la storia di certo monsignore avarissimo, che volendo frodare i suoi servidori, fu in bel modo bastonato dal mastro di stalla, soggiunge: «Fra Mariano, discreta ricordazione, fu per transire udendola».

DOLCE. Buffone e piombatore.

COCCIO. Non merita tale ingiuria di parole.

PICCARDO. No certo, perchè egli fu così dolce, così affabile, così onorevole, così utile e così buono quanto persona che fusse mai in Corte, e i virtuosi trassero gran piacere e gran bene dal suo favore.

DOLCE. Perchè si dice i capricci di fra Mariano?

PICCARDO. Dirovvelo. Il suo animo, subietto de le piacevolezze, non finiva mai di trovar facezie astratte da le altre, per ispasso de’ cortigiani, i fastidi de’ quali si consolano ne li intertenimenti di cotali.

COCCIO. Contatene qualcuna.

PICCARDO. Egli, che fu barbiere di Lorenzo, padre di papa Leone, e tra i divini suoi costumi allevato, avea _in minoribus_ due voglie spasimatissime: una era di far frittata rognosa di sè stesso in quelle ceste d’uova portate da Perugia e da Todi da’ pollajuoli di Campo di Fiore, nè se la potè mai cavare per non avere il modo di pagare il danno.

Qui il Piccardo entra a fare un grande elogio del cardinale di Ragona, cioè d’Aragona, _prete ne l’abito, re ne l’animo, creatura superna, splendore de la magnificenza_; poi seguita il racconto.

PICCARDO. Ora, per dirvi, Ragona, inteso che fra Mariano era per farla segnata non adempiendo l’altra sua sbudellata volontà, gli dice: «Andatevene in Navona, e non ve ne partite fin che non udite altro». Egli va, e piantasi a sedere in cima della piazza che sbocca in Parione, patria di Maestro Pasquino, che, se non mi fugge dal capo, ne parlaremo; e stando attento ad ogni voce, passava l’ora de lo starvi più, quando, dal di sotto e dal di sopra, un tara tara e un tantara tantara scoppia fuori di due trombe, e moltiplicando il clangore con lo abbreviare de lo strepito(?), appariscono due uomini d’armi sopra due cavalli bardati, con le lance in su la coscia, e con gli elmi chiusi in foggia di battaglia; e correndo l’uno al contrario de l’altro, entrarono tra i piattelli, tra le pentole, tra le vettine, tra le conche, tra i boccali, tra le scudelle, tra gli scudellini, tra le pozzatoje, e tra ogni altro instrumento di terra cotta, con tanto fracasso, con tanto tuono, e con tanto spavento, che si credette che quel punto fosse fratel bastardo del dì del giudizio; talchè gli ebrei, i rigattieri, i cambiatori, col resto de la plebe, truccando per la calcosa, con le loro bagaglie addosso, simigliavano i fuggenti lo sbombardare del diluvio su l’Arca di Noè; ed il popolo, udendo le strida de’ padroni de le vasa, cridando serra serra, si credette che profondasse la Corte.

DOLCE. Questa è de le belle ciance che io udissi mai.

COCCIO. Così dico io.

PICCARDO. Fra Mariano non fece il fine di Margutte perchè fu sfibbiato a ora. Sì che voi intendete di che sorta erano i suoi capricci. Dieci volte, sendo la tavola papale coperta d’argenti con le cose dentro, ha tomato sopra esse, giostrando con le facole accese a le barbe de’ Mori de’ Nobili, de’ Brandini e del frate che mangiava le berrette. Io sono stato per perdere tra le parole il più bel fatto che ci sia. Due uomini del Cardinale, tosto che la furia venne meno, soddisfecero i padroni de le robe volate al cielo, atto conveniente a simile prelato, e non a gli spilorci d’oggidì, salvo la pace di chi gli simiglia.

Qui sbuca fuori un nuovo buffone, di cui non trovo altra memoria: il frate che mangiava le berrette. Non so chi possa essere, se pur non è il fra Martino ricordato dal Tizio; ma certo era un degno emulo di fra Mariano. Il quale, come si vede, non faceva propriamente alla mensa del pontefice la parte che il Giovio assegna a lui e agli altri. Nè si creda che l’Aretino esageri. Dei capricci, dirò così, conviviali di fra Mariano s’è già veduto quanto scriveva il Grossino al Marchese e alla Marchesa di Mantova: l’11 di gennajo del 1513 Stazio Gadio, descrivendo al Marchese una cena fattasi la domenica innanzi in casa del Cardinale di Mantova, cena a cui erano invitati, oltre il marchesino Federico, anche i cardinali d’Aragona, Sauli, Cornaro, l’arcivescovo di Salerno, l’arcivescovo di Spalatro, il vescovo di Tricarico, Bernardo da Bibbiena, fra Mariano, la signora Albina, cortigiana romana, e più altre persone, dice: «Nanti cena si fecero de le pacíe, che altramente ove è frate Mariano non si po’ fare, dio ve lo dichi per me. Setati a tavola, essendo in capo Albina e frate Mariano..... alla secunda vivanda, li polastri volavano per la tavola caciati dal frate, poi da li preti; con li sapori e minestre si dipingevano li volti e panni». Stazio Gadio avrebbe avuto assai altre cose da dire; ma si contenta di soggiungere (e ce ne rincresce) a mo’ di conclusione: «Doppo cena lasso judicar a V. Ex. che si fece»[632]. E l’Eccellenza sua avrà certamente giudicato con indulgenza, dolendosi forse di non essercisi trovato.

I capricci di fra Mariano, quelli almeno che conosciamo un po’ meglio, non sempre sarebbero ora di gusto nostro, come indubitamente erano di Leone e de’ suoi famigliari. Il papa e il frate se la dovevano intendere tra di loro benissimo, giacchè professavano entrambi la stessa filosofia della vita. Dice Andrea Calmo nel prologo della _Rodiana_: «Certo la melodia del vivere è un bel che; ella è sì fatta, che aggiunge quasi al piacere, che si gusta in _celi celorum_, e però esclama fra Mariano dinanzi a Leone: Viviamo, babbo santo, che ogni altra cosa è burla». Perciò non credo che il papa abbia voluto pagar d’ingratitudine il frate, componendogli il seguente epitafio, che un codice Marciano reca con la intitolazione: _Di Leone Xmo per frate Mariano_. Anche i versi non pajono degni di sì fatto autore; ma se pure il papa lo compose, ebbe a comporlo per celia. Eccolo ad ogni modo[633].

Un frate sotto bianco e sopra nero, In gola e in zazeria[634] molto eccellente, Di fuori porco e dentro puzzolente Mentre visse; ora ammorba un cimitero. Non acqua benedetta, non saltero Pigliarai, viator, ma solamente, Se vuoi far cosa grata a la sua mente, Buon vin ci spargi e ragiona del zero. L’altro perso saria, ch’ei credde poco, Ben che già simulò religione; Ma lo fe’ per fuggir più tristo gioco. Perchè tra frati più presto buffone Fu che compagno, ed aderì al coco Più che al sacrista, e scherzò col guttone. E per conclusione L’alma al fuoco, la fama addusse al basso: Se non vuoi cader morto studia il passo.

L’epitafio, del resto, l’avrebbe potuto fare il frate al papa, perchè non solo gli sopravvisse, ma, secondo una delle tante voci che corsero allora, fu il solo che si trovò presente all’agonia di lui, e che, vedendolo morire senza sacramenti, gli gridò: _Raccordatevi di Dio, Santo Padre!_[635] come se il Padre Santo non se ne fosse mai ricordato in vita sua. E non sembra mal fatto che il buffone, il quale tante volte aveva esortato il papa a ben vivere, lo esortasse una volta almeno a ben morire; e forse fu quella la prima e l’ultima volta che, trovandosi insieme, il papa e il frate stettero serii.

Che fu del buon fra Mariano dopo la morte del magnanimo Leone? Che cosa fece egli de’ suoi capricci e della ghiottoneria sua durante il breve ma terribile pontificato di quell’Adriano VI, che spendeva per la sua tavola un ducato il giorno e fece rincarare in Roma il merluzzo, tanto l’aveva in pregio? di quell’Adriano per cui il Berni gridava, esterrefatto come gli altri:

Io per me fui vicino a spiritare Quando sentii gridar quella Tortosa?

Fec’egli come il ciarlatano, che, a fiera finita pone in un sacco le sue carabattole, e aspetta nuovo tempo da ritrarle fuori? E fu nuovo tempo per lui quel papato di Clemente VII,

composto di rispetti, Di considerazioni e di discorsi; Di _più_, di _poi_, di _ma_, di _sì_, di _forsi_, Di _pur_, di assai parole senza effetti?[636].

Da certe parole che si leggeranno qui sotto parrebbe di no. Ciò che v’ha di certo si è che egli campò altri dieci anni, che seguitò a tenere tutto quel tempo l’officio suo di piombatore, e che quando fu morto, tutti coloro ch’egli aveva fatto ridere con le sue piacevolezze lo piansero amaramente. Addì 4 dicembre del 1531, Sebastiano Luciani, diventato fra Sebastiano del Piombo, scrive all’Aretino, informandolo d’essere succeduto nell’officio a fra Mariano[637]; ma già il 2 dello stesso mese Girolamo Schio, vescovo di Vaison, e maestro di casa di Clemente VII, aveva scritto a messer Pietro quanto segue: «Fu tanto a tempo la novella vostra de la canella, che quella bonanima de fra Mariano la intese, e ne fece tanta festa del mondo; e disse molte accomodate ed onorevole parole di voi; ed ebbe per più la menzione che feste de lui, che se una trinca de Re gli avesse scritto. Io son rimasto essecutore del suo testamento, che fece molto prudentemente; e son rimasto col secreto de li capricci suoi. Non sciò già se verrà mai tempo che se possa slegare el sacco ed usarli. Lui morse da bono e santo omo, con bona lingua e sentimento fino a l’ultimo fiato; e iij ore avanti, ch’io lo lassai, mi chiese la benedizzione e licenzia, dicendo che non si vedremo più se non di là. La sua morte ne seria molto più doluta, se non ce interveniva el temperamento di aver posto in suo loco el nostro Sebastiano da bene, che ha tante bone parte, che satisfa alla tanta jattura che ci troviamo aver fatta di quello uomo; e così andaremo vivendo sin che a Dio piacerà; ma più alegramente che si potrà»[638].

Chi non direbbe questa lettera scritta in ricordo e deplorazione della morte di un dottore della Chiesa, pronto ad essere canonizzato? Non sappiamo in che consistesse propriamente quel secreto di capricci a cui con tanta discrezione allude il buon vescovo; ma forse non immaginerebbe il falso chi pensasse a rime giocose, a novelle piacevoli, in una parola a capricci scritti, che il frate dabbene avrebbe fatto alternare con quegli altri suoi capricci operati, di cui abbiam veduto alcun saggio. Quelle due lettere sue che abbiam ricordate mostrano come fossero in lui ingegno ed umore atti anche a ciò. E se così fu veramente, noi dobbiamo dolerci che la storia del papato e la storia della letteratura italiana sieno state defraudate ad un tempo di così notabili documenti.

Monsignor vescovo di Vaison afferma che fra Mariano _morse da bono e santo omo_, e noi gli crediamo volentieri; ma visse fra Mariano così come _morse_? Ebbe egli altre virtù, oltre a quella di far ridere Leone X e tanti cardinali e tanti principi e cortigiani? Pare di sì. Ebbe egli tra’ suoi caprici qualch’altro vizio, oltre a quello della voracità formidabile? È questo un gran dubbio. Di sè il frate non dice se non bene, ed è giusto. In quella seconda lettera al Marchese di Mantova così si dipinge: «Io mi trovo umano, mansueto, affabile, basso ad uso di tartufo, overo pisciacane che nasce terra terra, in modo che ognuno mi può calpestare e por piè». E séguita dicendo che degli 800 ducati d’oro che gli rendeva l’officio faceva tre parti: «una a Cristo, da cui viene ogni bene; l’altra alli parenti, che ho tanta canaglia che non empirebbe loro la gola tutta l’acqua d’intorno a Mantova; la terza parte per me e mia famiglia, magnare e bere, e bestie e basti, in modo che ogni anno fo debito trecento ducati». Come desse quei denari a Cristo non so; e chi può dire in che termini stesse con Cristo il buon frate? e chi può dire in che termini ci stesse papa Leone? Son misteri troppo profondi. Ma ciò che è detto dei parenti sarà verissimo, perchè chiunque avesse officio e grado e rendite in Roma a quel tempo vedeva pullulare i parenti fuor di terra a mo’ di funghi, a cominciar dal papa; e verissimo ancora ciò che è detto della famiglia, la quale non era forse composta di soli servitori. Fra Sebastiano diventò padre per da vero tra l’un piombo e l’altro. Ad ogni modo il nostro frate doveva essere un buon pastricciano, se persin l’Aretino giunse, come s’è veduto, a dir di lui che «egli fu così dolce, così affabile, così onorevole, così utile e così buono quanto persona che fusse mai in Corte».

Ma c’è quel maledetto sonetto, dove non solo si dice che fra Mariano credette poco e simulò religione, ma si tocca in modo anche troppo chiaro di un zero che non è quello dell’aritmetica. Sarà vero? sarà falso? Ecco dove ci vorrebbero i documenti, e dove i documenti mancano. Lodovico Dolce dice in una sua satira a Ercole Bentivoglio:

Dal pergamo gridar grave e sdegnoso S’ode fra Mariano e i vizii danna; Ma in cella quando è moglie e quando è sposo;

e dice forse il vero: ma è del nostro fra Mariano o di un altro ch’egli parla? Impossibile dirlo, impossibile di affermare o di negar nulla: il dubbio

Animum nunc huc, nunc dividit illuc. In partesque rapit varias, perque omnia vertit.

Non so se fra Martin Lutero avesse, quando fu in Roma, occasione di conoscere fra Mariano Fetti, o di udir parlare dei suoi capricci; ma parmi che l’un frate spieghi, sino ad un certo segno, l’altro. Sono tutt’e due come il diritto e il rovescio della stessa medaglia. E questa medaglia fu Leone X a coniarla.

INDICE

PETRARCHISMO ED ANTIPETRARCHISMO: Parte prima Pag. 3 Parte seconda » 45 UN PROCESSO A PIETRO ARETINO » 89 I PEDANTI » 171 UNA CORTIGIANA FRA MILLE: VERONICA FRANCO: Parte prima » 217 Parte seconda » 293 Appendici » 351 UN BUFFONE DI LEONE X » 365

NOTE:

[1] Tre scritti conosco in cui di proposito si parla del petrarchismo, tutti e tre assai insufficienti, e sono: _I petrarchisti_, di LUIGI CARRER, inserito nel vol. II delle _Prose_, ediz. di Firenze, 1855, pp. 500-5; _I petrarchisti_, di LUIGI LA VISTA, in _Memorie e scritti_, Firenze, 1863, pp. 359-63; _Del petrarchismo e de’ principali petrarchisti veneti_, di GIOVANNI CRESPAN, nella raccolta _Petrarca a Venezia_, Venezia, 1874, pp. 187-252.

[2] _Lezioni di letteratura italiana_, nona edizione, Napoli, 1883, vol. II, p. 99.

[3] _Geschichte der italienischen Literatur_, Lipsia, 1844-7, parte II, p. 624.

[4] _Opere_, ediz. di Venezia, 1740, t. II, p. 269.

[5] _Il Castellano, Opere_, ediz. di Verona, 1729, t. II, p. 232.

[6] A. BASCHET, _Documenti inediti su Pietro Aretino_, in _Archivio storico italiano_, serie III, t. III, parte 2ª, p. 116.

[7] Cap. 22.

[8] Atto I, sc. 22.

[9] _Ragionamenti_, parte I, giornata III, Cosmopoli, 1660, p. 120.

[10] Antonio Magliabechi scrive in una sua lettera al canonico Lorenzo Panciatichi: «Il Petrarchino non può essere mai più bello, essendo infino di carta scelta, giacchè, se ne tasterà una pagina, sentirà quanto sia più grossa dell’altra ordinaria. Il sommacco è di quello grosso da durar cento anni, e credo, che sia legatura forestiera».

[11] _Il Furbo_, Venezia, 1584, atto II, sc. 1.

[12] Ediz. di Venezia, 1587, disc. CXVI, pp. 700-1.

[13] _Novelle_, parte II, nov. 46.

[14] _Il Cortegiano_, ediz. di Firenze, 1854, l. I, XIX.

[15] ARETINO, _Ragionamenti_, parte II, giornata I, p. 215.

[16] Capitolo _Del Letto_.

[17] Atto II, sc. 11.

[18] _Avvertimenti della lingua sopra ’l Decamerone_, l. II, c. 12.

[19] _Apologia in difesa della Gerusalemme liberata, Opere_, Pisa, 1820 sgg., vol. X, pp. 61-2.

[20] _Descrizione del suo viaggio al Parnaso._

[21] Una grande bugia diceva il buon Lodovico, quando diceva:

là veggo Pietro Bembo, che ’l puro e dolce idioma nostro, Levato fuor del volgare uso tetro _Quale esser dee_, ci ha col suo esempio mostro.

(_Orl. Fur._, c. XLVI, st. 15). Ma egli ne disse tant’altre in quel suo poema.

[22] Atto II, sc. 6.

[23] _Ragionamento sopra la poesia giocosa_, Venezia, 1634, p. 8.

[24] _Dialogo d’amore_, in _Dialoghi_, Venezia, 1562, p. 38.

[25] _Lettere di molte ingegnose donne_, Venezia, 1549, f. 49. Se queste lettere sieno autentiche, o meno, a noi non importa indagare, bastando che sieno del Cinquecento, e faccian fede delle idee e dei costumi del tempo.

[26] Le tagliature, o sparati, che si moltiplicavano fuor di misura sugli abiti degli azzimati moscardini.

[27] Vedi, per un esempio, _Il libro della bella donna_ di FEDERICO LUIGINI, Venezia, 1554.

[28] _La Zucca_, ediz. di Venezia, 1589, f. 192 v.

[29] Vedi più oltre lo studio: _Una cortigiana tra mille_.

[30] Atto II, sc. 2. Cfr. _Ragionamenti_, parte I, giorn. III, p. 141.

[31] Parte I, giornata II, p. 106.

[32] _Ragionamento fra il Zoppino fatto frate e Lodovico puttaniere_, p. 442.

[33] _Lettere di cortigiane del secolo XVI_, Firenze, 1884.

[34] _Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private_, edizione di Venezia, 1599, p. 332.

[35] _Le lettere facete di messer_ ANDREA CALMO, riprodotte da VITTORIO ROSSI, Torino, 1888, l. IV, lett. 22, pp. 301-2.

[36] Per esempio, in una lettera ad un’altra cortigiana, una certa signora Frondosa, ricordate molte maniere di giuochi con cui solevano spassarsi le allegre brigate, soggiunge: «e torna tutti a sentar digando le pi stupende panzane, stampie e imaginative del mondo, de _comar coca_, de _fraibolan_, de _osel bel verde_, de _statua de legno_, del _bossolo da le fade_, di _porceleti_, de _l’aseno che andete remito_, del _sorze che andete in pellegrinazo_, del _lovo che se fese miedego_, e tante fanfalughe che no bisogna dir. Quei che ha pi sal in zuca recita la istoria de _Ottinelo e Giulia_, e quella de _Maria per Ravena_, el contrasto de la _Quaresema e de Carneval_, _Guiscardo e Ghismonda_, de _Piramo e Tisbe_, _l’è fatto el beco a l’oca_, e de _ponzè el matto cugnà_». Ediz. cit., l. IV; lett. 42, pp. 346-7. Vedi ivi stesso, pp. 349-50, le note del Rossi.

[37] Vedi ROSSI, _Le lettere del Calmo_, Appendice IV.

[38] _Ecatommiti_, nov. 6 dell’Introduzione.

[39] Capitolo _A M. Anselmi_.

[40] BANDELLO, _Novelle_, parte I, nov. 41, dedica.

[41] GROTO, _Lettere famigliari_, Venezia, 1606, f. 110 v.: lettera al P. Pietromartire Locatelli.

[42] Ediz. di Venezia, 1543, f. XI v.: la prima ediz. è del 1539.

[43] DOMENICHI, _Ragionamento nel quale si parla d’imprese, d’armi e d’amori_, in seguito al _Dialogo delle imprese_ del GIOVIO, Venezia, 1557, p. 99.

[44] _Opuscoli_, Firenze, 1640-2, vol. I, p. 401.

[45] SCIPIONE BARGAGLI, _I trattenimenti_, Venezia, 1587, parte I, p. 25.

[46] _Il Cortegiano_, l. I, XLVII.

[47] Vedi su questo argomento della musica nel sec. XVI BURCKHARDT, _Die Cultur der Renaissance in Italien_, terza ediz., Lipsia, 1877-8, vol. II, pp. 131 segg., e una bella memoria di PIETRO CANAL, _Della musica in Mantova_, in _Memorie del Reale Istituto Veneto_, t. XXI, parte III, pp. 655-774. L’importantissimo tema è, del resto, quasi vergine ancora.

[48] _Novelle_, parte I, nov. 26.

[49] V. TRUCCHI, _Poesie inedite di dugento autori_, Prato, 1846, vol. II, pp. 141-42; FANTONI, _Storia universale del canto_, Milano, 1873, vol. II, p. 98.

[50] Maccheronea XX.

[51] Doveva essere allora assai vecchio, se è vero ch’ei nacque verso il mezzo del secolo XV. L’Aretino fa dir di lui all’Istrione: «Farei fare madrigali in sua laude (_intendi dell’innamorata_) e dal Tromboncino componervi suso i canti».

[52] _Attavanta_, ediz. di Firenze, 1857, p. 59.

[53] _Orazioni_, Venezia, 1589, oraz. VIII.

[54] Lettera a Bartolomeo della Valle, _Opere_, Venezia, 1729, t. III, p. 207, col. 2.

[55] _Sommario in difesa della casa del Petrarca, Opere_, ed. cit., t. V, p. 558. Si tratta anche qui della casa di Padova.

[56] Terza impressione, Venezia, 1553, l. I, f. 19 r.

[57] Lib. II, f. 42 v.

[58] _De institutione foeminae Christianae, Opera_, Basilea, 1555, t. II, p. 659.

[59] È curiosa, e merita d’essere riferita, la lista dei libri di cui il Vives sconsiglia o proibisce la lettura. Ecco le sue stesse parole tradotte di latino in italiano (pp. 657-8): «Libri pestiferi sono in Ispagna i romanzi di _Amadigi_, di _Splandiano_, di _Florisando_, di _Tirante il Bianco_, di _Tristano_; alle quali scempiaggini non è misura nè fine, e tutti i giorni ne vengono fuori di nuove: aggiungasi _Celestina_ mezzana, madre delle nequizie, ricettacolo degli amori. In Francia ci abbiamo _Lancilotto del Lago_, _Paris e Vienna_, _Ponto e Sidonia_, _Pietro di Provenza e la bella Maghelona_, _Melusina_, donna inesorabile: nel Belgio, _Florio e Biancofiore_, _Leonella e Canamoro_, _Curias e Floretta_, _Piramo e Tisbe_. Alcuni son tradotti di latino in volgare, come le infacete _Facezie_ del Poggio, _Eurialo e Lucrezia_, il _Cento novelle_ (_Centum fabulae_) del Boccaccio (!); i quali libri tutti furono scritti da uomini oziosi, scioperati, dediti ai vizii e all’immondizia, nè arrecherebbero diletto di sorta se non blandissero i nostri mali istinti». Questi libri erano del resto sparsi per tutta Europa e notissimi anche in Italia. La famosa tragicommedia di _Celestina_ vi fu tradotta e molte volte stampata. Pare che il povero Vives credesse il _Decamerone_ tradotto dal latino.

[60] _Novelle_, parte I, nov. 36, dedica.

[61] _La secchia rapita_, canto V, st. 26.

[62] _Ibid._, canto VIII, st. 32-3.

[63] Parte II, _Della stampa_, ed. Fanfani, Firenze, 1863, vol. I, p. 226.

[64] Per quanto spetta a quest’ultimo scrittore, vedi O. BACCI, _Le «Considerazioni sopra le Rime del Petrarca di Alessandro Tassoni»_, Firenze, 1887.

[65] Ediz. di Venezia, 1550, f. 19 v., 20 r.

[66] _Lettere facete_ raccolte dall’ATANAGI, Venezia, 1601, l. I, p. 232.

[67] _Le lettere_, ediz. cit., l. I, lett. 19, p. 46.

[68] Capitolo già citato e attribuito al Doni, al Sansovino, all’Anguillara.

[69] Lettera a monsignor Leone Orsino, _Le pístole vulgari_, Venezia, 1532, f. 21 v.

[70] Altra lettera a monsignor Leone Orsino, _ibid._, f. 154 v.

[71] Lettera a re Francesco I, _ibid._, f. 48 r.

[72] Risposta della Lucerna, _ibid_., f. 193 v.

[73] Lettera a Gian Giacomo Lionardi, _ibid_., f. 61 v.

[74] Ediz. di Venezia, 1543, f. XII r.

[75] _Dialoghi_, ediz. di Venezia, 1541, dial. VIII. Questo Sannio vuol essere lo stesso Franco, secondo si rileva da una lettera dell’Aretino a Lodovico Dolce.

[76] _Opere_, ediz. cit., vol. I, pp. 223-4.

[77] _Le pístole vulgari_, f. 195 r.

[78] In altro di quei sonetti è introdotto Priapo che scaccia i petrarchisti vituperosamente.

[79] Lettera citata a Gian Giacomo Lionardi, f. 61 v.

[80] Risposta della Lucerna, f. 193 v.

[81] _La piazza universale di tutte le professioni del mondo_, ediz. cit., pp. 933-4.

[82] Lettera a Giovanni Pollastra, _Lettere_, vol. I, f. 141 v.

[83] _La dipintura di sè stesso_, a don Lorenzo Venturi.

[84] _Lettere_, t. V, f. 147 r.

[85] Ediz. cit., l. I, XXXVII.

[86] _Lettere famigliari_, Padova, 1739, vol. II, p. 268.

[87] _Lettere famigliari_, ediz. cit., f. 3 r.

[88] _Lettere_, t. V, f. 147 r.

[89] _Lettere_, t. I, f. 123 r.

[90] _Lettere di diversi eccellentissimi uomini_, raccolte da LODOVICO DOLCE, Venezia, 1559, l. I, p. 45.

[91] Nella satira _A Giulio Doffi_. Ecco le sue parole:

Non credo che si trovi canta in banco, Che non sappia compor qualche cosetta, Che volesse il Petrarca al lato manco: E ch’a ciascun non chieda la berretta, E che non vada gonfio e dritto in schiena; Ma il pan è poi quel che gli dà la stretta.

Più tardi ad Alessandro Allegri toccava ancora dire di certi poetastri:

Crede la brigataccia ch’un sonetto, O dal Casa travolto, o dal Petrarca . . . . . . . . . . . . . . . . . . Faccia l’uom reverendo e ammirando.

[92] _L’Orlandino_, cap. VI, st. 1.

[93] Anche il Franco nella Risposta della Lucerna: «Veggo i lauri di Parnaso, le querce di Dodona, le palme d’Iduna, i bussi di Citoro, le canne di Menalo, Federe d’Ippocrene, i mirti d’Aganippe».

[94] _Lettere_, t. I, f. 123 r.

[95] _Lettere_, t. I, f. 248 r.

[96] _Lettere_, t. II, f. 77 v., 140, r. t. V, f. 131 r., 161 r.

[97] Questo capitolo fu pubblicato dietro il _Dialogo della infelicità dei letterati_ di PIERIO VALERIANO, Milano, 1829.

[98] _Le satire alla berniesca_, Torino, 1549. _Dello stile berniesco._

[99] _Discorso intorno al comporre delle comedie e delle tragedie_, edizione di Milano, 1864, p. 31. Luigi Tansillo, che lodò la galera, l’aglio, la gelosia, solo per celia dice in uno dei capitoli dove la galera appunto è celebrata:

Non è il mio de’ capricci e de le vene Che corron sì per Roma oggi e tra preti, Di che, più che del mar nausea mi viene. Vorrei che i buon’ scrittori e i buon’ poeti Dicesson ben del bene e mal del male, Come appartiene agli uomini discreti. Chi celebra il pestel, chi l’orinale, Ed a suggetto spendono gl’inchiostri, Che a l’onor poco, a l’utile men vale.

_Capitoli giocosi e satirici di_ LUIGI TANSILLO _editi ed inediti_, Napoli, 1870, p. 58.

[100] _Lettere_, t. I, f. 21 v.

[101] _Le pístole vulgari_, f. 239 r.

[102] _Lettere famigliari_, f. 3 v.

[103] _Discorso intorno al comporre dei romanzi_, ediz. di Milano, 1864, p. 89.

[104] _Scelta di curiosità letterarie_, disp. CLXXXIV, Bologna, 1881, pp. 31-2.

[105] _Le pístole vulgari_, f. 191 r.

[106] Satira _A M. Alessandro Campesano_.

[107] Vedi una lettera del Bembo a lui, _Opere_, t. III, p. 247, col. 2.

[108] Ediz. cit., vol. II, p. 37. Cfr. DOMENICHI, _Facetie, motti_, ecc., p. 312.

[109] _L’argute e facete lettere, di novo ristampate_, Pavia, 1567, f. 34 v.

[110] Notisi che quell’ultimo terzetto deve leggersi così, e non come si ha guasto nelle edizioni castrate. Vedi _Rime, poesie latine_, eco., di F. BERNI, ordinate e annotate da A. VIRGILI, Firenze, 1885, p. 138.

[111] Sette libri de Cataloghi, ecc., Venezia, 1552, l. VI, p. 479.

[112] Libretto stampato nel 1545 e rarissimo. Vedi LUZIO-RENIER, _Contributo alla storia del malfrancese ne’ costumi e nella letteratura italiana del sec. XVI_, nel _Giornale storico della letteratura italiana_, vol. V, p. 425.

[113] È un zibaldonaccio manoscritto di 317 fogli numerati, e più altri non numerati, che si conserva nella Casanatense in Roma. Ne diede notizia Guido Suster nella _Domenica Letteraria_ del 16 marzo 1884 (anno III, nº 11). L’autore ci avverte egli stesso che cominciò a scrivere il suo libro ai 20 di gennajo del 1589 e lo condusse a compimento gli 8 di giugno di quell’anno medesimo.

[114] L’autore è Giammaria Cecchi. Fu stampata nel 1582. Il sonetto è del Berni.

[115] _Le lettere_, ediz. cit., l. III, lett. 2, p. 163.

[116] _I sonetti del Pistoia giusta l’apografo Trivulziano_, a cura di RODOLFO RENIER, Torino, 1888, son. 3, p. 3.

[117] _Discorso intorno al comporre dei romanzi_, ediz. cit., p. 89.

[118] Vedi CIAN, _Un decennio della vita di M. Pietro Bembo_, Torino, 1885, pp. 46, 158.

[119] _Storia della letteratura italiana_, 3ª edizione, Napoli, 1879, vol. II, p. 127.

[120] _Lezioni di letteratura italiana_, 9ª edizione, Napoli, 1883, vol. II, p. 176.

[121] _Francesco Berni_, Firenze, 1881.

[122] _Saggio di uno studio su Pietro Aretino_, Roma, 1882. Nell’_Avvertenza_ l’autore promette un più largo lavoro, che, sino ad ora, non è comparso.

[123] _Lettere_, ediz. di Parigi, 1609, vol. I, ff. 76, 82 sg., 85, 99, 162, ecc.

[124] _Op. cit._, pp. 240-2, 259-60.

[125] _La vita di Pietro Aretino_, Padova, 1741, pp. 1 sgg.

[126] _Dell’istoria della volgar poesia_, Venezia, 1730, vol. IV, p. 44.

[127] _La famiglia di Pietro Aretino_, in _Giornale storico della letteratura italiana_, vol. IV, pp. 361-88.

[128] _Lettere_, vol. IV, ff. 269-72.

[129] Atto I, sc. 4.

[130] BASCHET, _Documenti inediti su Pietro Aretino_, in _Archivio storico italiano_, serie III, t. III, parte 2ª.

[131] Vedi CAMPORI, _Pietro Aretino ed Ercole II duca di Ferrara_, in _Atti e memorie delle rr. deput. di storia patria per le prov. mod. e parm._, vol. V, Modena, 1870, pp. 29-37.

[132] Vedi la Vita del Doni scritta dal BONGI, e preposta ai _Marmi_ di esso DONI ripubblicati dal FANFANI, Firenze, 1863, vol. I, p. LVI.

[133] _Epistolarum seu sermonum libri VI_, Parigi, 1585, p. 305.

[134] ORESTE GAMURRINI, _Pietro Aretino e i suoi tempi_, estratto dal giornale _Il Fanfani_, anno I, Firenze, 1882, pp. 12-3; SINIGAGLIA, _Op. cit._, p. 338.

[135] _Le satire alla berniesca_, Torino, 1549. Capitolo _Della Corte_.

[136] _Rime_, Perugia, 1770, p. 295.

[137] _Rime di Francesco Coppetta ed altri poeti perugini, scelte da_ G. VINCIOLI, t. I, Perugia, 1720, p. 284.

[138] _La Piazza universale di tutte le professioni del mondo_, Venezia, 1587, Discorso LXII, p. 530.

[139] _Dialoghi_, Venezia, 1562, p. 274.

[140] _Stanze_, 10.

[141] SANSOVINO, _Sette libri di satire_, Venezia, 1560, f. 188 v.

[142] Ha molta somiglianza con questa dell’Alamanni una satira di Mathurin Regnier sullo stesso argomento. Non ho bisogno di avvertire che biasimi delle corti e invettive contro le corti si trovano, sebbene non in tanta copia come nell’italiana, anche in altre letterature.

[143] Satira _Al fratello Galasso_.

[144] Atto II, sc. 6.

[145] _Rime edite ed inedite_ per cura di A. CAPPELLI e S. FERRARI, Livorno, 1884, p. 80. Veggasi inoltre sopra il tinello: BANDELLO, _Novelle_, parte II, nov. 51; DOMENICHI, _Facetie_, ediz. di Venezia, 1599, pp. 222-3; FRANCESCO PRISCIANESE, _Del governo della corte d’un signore in Roma_, Roma, 1543; ristampa fatta in Città di Castello, 1883, pp. 22, 26-7; CESARE EVITASCANDOLO, _Dialogo del maestro di casa_, Roma, 1598, pp. 161 sgg. Le miserie del tinello diedero argomento alla _Tinelaria_ dello spagnuolo TORRES NAHARRO, che fu in Roma ai tempi di Leone X. A voler fare on elenco di tutti coloro che nel secolo XVI scrissero in biasimo delle corti troppe pagine si potrebbero riempiere.

[146] _Lettere_, vol. I, f. 17 v.

[147] _Lettere_, vol. I, f. 34 v.

[148] _Lettere_, vol. I, f. 199 r.

[149] _Lettere_, vol. I, f. 85 r. Vero è che molti anni dopo il Franco scriveva in uno dei sonetti contro l’Aretino:

Muojon di fame, e per l’Italia vanno Mille buon spirti miseri e dolenti, Ignudi e scalzi, dibattendo i denti, Per un ladro spedale che non hanno.

E chiamava quei buoni spiriti a raccolta, li invitava ad esser tutti di un parere, e a levar alto la voce

Contro l’infami e pessime brigate Che ne potrien volendo sostenere.

[150] _Lettere_, vol. I, f. 33 r.

[151] _Lettere_, vol. IV, f. 131 r.

[152] _Lettere_, vol. I, f. 264 r.

[153] _Lettere_, vol. III, f. 225 r.

[154] Capitolo _Della poesia_.

[155] _Opere_, ediz. di Venezia, 1740, vol. I, pp. 220-1.

[156] Vedi CAPPELLI, _Pietro Aretino e una sua lettera inedita a Francesco I re di Francia, in Atti e mem. delle rr. Deput. di st. patria per le prov. mod. e parm._, t. III, pp. 75-88.

[157] _Lettere di diversi eccellentissimi uomini_ raccolte dal DOLCE, vol. I, Venezia, 1559, p. 227.

[158] Atto V, sc. 12.

[159] _La Scolastica_, atto III, sc. 4. Vedi anche ciò che l’Ariosto dice agli spettatori nel Prologo dei _Suppositi_, e cfr. la sua satira _A Pietro Bembo_.

[160] _Sul Genesi_, XIX, 4, 5.

[161] _Vita Leonis X_, l. IV.

[162] _Le rime burlesche edite e inedite di_ ANTONFRANCESCO GRAZZINI _detto il_ LASCA, per cura di CARLO VERZONE, Firenze, 1882, pp. 336, 515. Vedi anche pp. 638, 639.

[163] _La Cortegiana_, atto I, sc. 22; _Il Marescalco_, atto II, sc. 4 e sc. 11. Vedi pure ciò che l’ARETINO dice della sorte che toccava ai paggi, _Ragionamento delle corti_, Venezia, 1539, f. 7.

[164] _Les vies des dames galantes_, ediz. di Leida, 1722, vol. I, p. 216.

[165] _Op. cit._, disc. LXXIX, p. 622.

[166] _Vita_, l. II, c. 29.

[167] Vedi il capitolo _Sopra un garzone_.

[168] Vedi anche ciò che dice nel capitolo _Alli signori abati_. Cfr. l’_Orlando innamorato_ rifatto da lui, l. III, c. 9.

[169] Vedi _Le rime di_ MICHELANGELO BUONARROTI, _cavate dagli autografi e pubblicate da_ C. GUASTI, Firenze, 1863, pp. 5-21, 26, 162.

[170] Vedi SOLERTI, _Anche Torquato Tasso?_ nel _Giornale storico della letteratura italiana_, vol. IX, pp. 431-40.

[171] Capitolo _Delle campane_.

[172] Veggasi pure nel rarissimo volume intitolato _Poesie da fuoco di diversi autori_, Lucerna, 1651, una certa _Persuasiva efficace_, ecc.

[173] _Lo Ipocrito_, Prologo.

[174] GALLICCIOLI, _Delle memorie venete antiche, profane ed ecclesiastiche_, Venezia, 1795, vol. I, p. 260; GAMBA, _Serie degli scritti impressi in dialetto veneziano_, Venezia, 1832, p. 58.

[175] Molte notizie concernenti il vizio in Venezia si hanno nel volume _Leggi e memorie venete sulla prostituzione sino alla caduta della Repubblica_, a spese del conte di Orford, Venezia, 1870-2.

[176] MUTINELLI, _Storia arcana ed aneddottica d’Italia raccontata dai veneti ambasciatori_, Venezia, 1855-8, vol. I, p. 50.

[177] MUTINELLI, _Op. cit._, p. 121. Vedi per altre notizie CORRADI, _Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia dalla fine del Quattrocento alla metà del Cinquecento_, in _Annali universali di medicina_, volume CCLXIX, 1884.

[178] _Novelle_, parte I, nov. 6 e nov. 30. Vedi pare la novella 13 delle _Porretane_ di SABADINO DEGLI ARIENTI.

[179] Il CANELLO, in quel suo ingegnoso capitolo sulla _Vita privata del Cinquecento_, che è il secondo della _Storia della letteratura italiana del secolo XVI_ (Milano, 1880), sostenne, tra l’altro (pp. 20-2), che il vizio decrebbe nel Cinquecento, anzi cessò pressochè interamente. È questa una opinione in tutto erronea. Il vizio crebbe anzi a dismisura, e una delle ragioni del suo crescere fu il propagarsi della sifilide.

[180] _Lettere_, vol. I, f. 85 v.

[181] GIOVANNI BURCHARD descrive la seguente mascherata fatta in Roma nel decembre del 1502 (_Diarium sive rerum urbanarum commentarii_, ediz. di Parigi, 1883-5, t. III, p. 227): «Post prandium iverunt ad plateam S. Petri triginta mascherati habentes nasos longos et grossos in formam priaporum sive membrorum virilium in magna quantitate, precedente valisia cardinalari habente scutum cum tribus taxillis, quam sequebantur scutiferi et illos mallerii, post quos equitavit unus in veste longa e capello antiquo cardinalari: etiam mallerii equitabant asinos, et aliqui eorum tam parvos quod pedibus eorum terram tangebant et simul cum asinis ambulabant, illis insidentes. Ascenderunt ad plateolam inter portam palatii et audientiam ubi ostenderunt se Pape qui erat in fenestra supra portam in logia Paulina; deinde equitaverunt per totam Urbem». Di così bella mascherata, della quale si sarà compiaciuto non poco il sollazzevole papa Alessandro, non fa cenno l’ADEMOLLO nel libro suo _Alessandro VI, Giulio II e Leone X nel carnevale di Roma_, Firenze, 1886.

[182] Bernardino Arelio parla di una _Puttana errante_ e la sua lettera è del 17 d’ottobre del 1531. Il poema del Veniero venne fuori appunto in quel torno di tempo; però è da creder senz’altro che ad esso alluda l’Arelio.

[183] Qui mi bisogna intrattener di me, per un istante il lettore. Il sig. CARLO DEJOB, nel suo recente libro _De l’influence du Concile de Trente sur la littérature et le beaux-arts chez les peuples catholiques_ (Parigi, 1884), attribuisce a me (cap. VI, pp. 275 sgg.) le stesse opinioni professate dal Canello circa la pretesa rigenerazione morale d’Italia nel Cinquecento, e me le attribuisce in grazia di uno scritto vecchio già d’una decina d’anni, e che io non avrei mai immaginato dovesse procurarmi una così fatta sorpresa. (Vedi ne’ miei _Studii drammatici_, Torino, 1878, lo studio intitolato _Tre commedie italiane del Cinquecento_). Non so come il sig. Dejob abbia lette quelle pagine; so che io non pensava allora della moralità del Cinquecento diversamente da ora. Se poi egli non riesce a vedere la satira morale nè nella _Mandragola_ del MACHIAVELLI, nè nel _Candelajo_ di GIORDANO BRUNO, la colpa veramente non è mia.

[184] Vedi un documento di vivo e delicato amor paterno nella lettera a Sebastiano del Piombo, vol. I, f. 114 v.

[185] Vedi G. LAFENESTRE, _La vie et l’œuvre de Titien,_ Parigi, (1886), pp. 124-6.

[186] _Lettere_, vol. IV, f. 184 v.

[187] _Lettere_, vol. I, f. 42 v.

[188] _Lettere_, vol. I, f. 56 v.

[189] _Lettere_, vol. II, f. 33 r.

[190] _Lettere scritte a Pietro Aretino_ emendate per cura di Teodorico Landoni, Bologna, 1873-5, vol. I, parte I, p. 319.

[191] Vedi nella _Nuova Antologia_, serie II, t. LIII, uno scritto del PANZACCHI dal titolo _Pietro Aretino innamorato_.

[192] _Lettere_, vol. I, f. 33 r.

[193] _Lettere_, vol. I, f. 81 r.

[194] _Lettere_, vol. I, f. 86 v.

[195] _Lettere_, vol. I, f. 145 r.

[196] _Lettere_, vol. I, f. 21 v.

[197] Ciò si rileva da una lettera inedita che è nell’archivio di Mantova. SINIGAGLIA, Op. cit., p. 101.

[198] _Lettere_, vol. I, f. 204 r.

[199] _Lettere_, vol. III, f. 340 r.

[200] _Op. cit._, p. 127.

[201] _Op. cit._, vol. II, p. 127.

[202] _Études sur W. Shakspeare, Marie Stuart et l’Arétin_, Parigi, 1851, p. 387.

[203] Il Sinigaglia di questo ritratto non dice altro, se non che appartenne già ad un signor Carovana di Firenze.

[204] _Lettere_, vol. I, f. 279 v., 280 r.

[205] _Lettere_, vol. II, f. 36 r.

[206] _Lettere_, vol. IV, f. 161 r.

[207] _Lettere_, vol. V, f. 299 r.

[208] _Lettere_, vol. V, f. 320 r.

[209] _Lettere_, vol. I, f. 136 r.

[210] _Lettere_, vol. I, f. 247 r.

[211] Vedi, per es., la lettera a Lodovico Dolce, vol. I, f. 122 r.

[212] _Lettere_, vol. V, f. 16 r.

[213] _Lettere_, vol. V, f. 1 r.

[214] _Lettere_, vol. II, f. 118 v.

[215] _Op. cit._, p. 132.

[216] _Lettere_, vol. II, f. 7 r.

[217] _Lettere_, vol. II, f. 43 v.

[218] _Lettere_, vol. I, f. 21 v.

[219] _Lettere_, vol. II, f. 122 r.

[220] _Lettere_, vol. I, f. 210 r.

[221] _Lettere_, vol. I, f. 226 v.

[222] Vedi in questo volume lo scritto che segue: _I pedanti_.

[223] _Lettere_, vol. III, f. 157 v.

[224] _Lettere_, vol. III, f. 72 r.

[225] _Lettere_, vol. I, f. 431 r.

[226] _Lettere_, vol. I, f. 431 r.

[227] _Lettere_, vol. III, f. 72 r.

[228] _Lettere_, vol. I, f. 99 r.

[229] _Lettere_, vol. II, f. 75 r.

[230] _Lettere_, vol. II, f. 52 r.

[231] _Lettere_, vol. I, f. 21 v.

[232] _Lettere_, vol. III, f. 288 r.

[233] _Lettere_, vol. I, f. 106 v.

[234] _Lettere_, vol. II, f. 121 v.

[235] _Lettere_, vol. I, f. 253 v.

[236] _Lettere_, vol. III, f. 48 v.

[237] _Lettere_, vol. II, f. 27 r.

[238] _Lettere_, vol. II, f. 82 v.

[239] _Lettere_, vol. I, f. 146 v.

[240] _Lettere_, vol. I, f. 193 v.

[241] _Lettere_, vol. I, f. 202 v.

[242] _Lettere_, vol. I, f. 169 v.

[243] _Lettere_, vol. I, f. 215 r.

[244] SANSOVINO, _Sette libri di satire_, f. 198 v.

[245] Venezia, 1550, f. 33 v.

[246] _Lettere_, vol. V, f. 284 v.

[247] _Lettere_, vol. VI, f. 5 r.

[248] _Lettere_, vol. V, f. 185 v.

[249] _Op. cit._, pp. 470-1.

[250] _Lettere_, vol. I, f. 226 v.

[251] Cap. I, st. 17 sgg.

[252] _Die Cultur der Renaissance in Italien_, 3ª ediz., Lipsia, 1877-8, vol. I, p. 191.

[253] _Menagiana_, vol. II, p. 109.

[254] _Lettere_, vol. V, f. 185 r.

[255] Ediz. di Firenze, 1570, p. 60.

[256] Vedi ciò che del vestire e dell’aspetto del pedante in genere dicono: il CARO, nel Commento di ser Agresto, ecc.; Pietro Aretino, _Ragionamenti_, parte I, giornata II, Cosmopoli, 1660, pp. 77-8; CESARE CAPORALI, nella prima parte di quel suo capitolo che appunto s’intitola _Il Pedante_, d’onde attinse MATHURIN RÉGNIER pel suo _Repas ridicule_; TOMMASO GARZONI, nella _Piazza universale di tutte le professioni del mondo_, ediz. di Venezia, 1587, p. 91.

[257] Parte X.

[258] _Loc. cit._

[259] Se ne può vedere qualche esempio nelle _Facezie_ del DOMENICHI, ediz. di Venezia, 1599, pp. 63, 382; nella _Saggia pazzia_ di ANTONIO MARIA SPELTA, Pavia, 1607, l. II, c. 4; nel _Diporto dei viandanti_ di CRISTOFORO ZABATA, Pavia, 1596, p. 120; nel _Fuggilozio_ di TOMMASO COSTO, Venezia, 1601, p. 245.

[260] _I Marmi_, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 104.

[261] Cent. I, ragg. 77.

[262] _Le pistole vulgari, Risposta della Lucerna_, ediz. di Venezia, 1542, f. 192 v.

[263] _Ragguagli di Parnaso_, cent. I, ragg. 53.

[264] Nel dialogo intitolato _Antonius_.

[265] _Genialium dierum_, I, 21; III, 19. Il Pontano ed Alessandro degli Alessandri parlano di grammatici latini; ma lo SPELTA si lagna anche molto della pedanteria dei grammatici volgari, _Op. cit._, l. II, c. 5.

[266] GARZONI, _loc. cit._

[267] FRANCO, _Dialogi piacevoli_, ediz. di Venezia, 1541, f. 70 r.

[268] Ediz. cit., dial. II.

[269] Tale epistola non si legge, se non erro, che nella prima edizione delle _Pístole vulgari_, Venezia, 1539.

[270] _Op. cit._, p. 319.

[271] _Loc. cit._ Tali esempii sono riferiti anche dallo SPELTA, _Op. cit._, pp. 29-30.

[272] _Essais_, c. XXIV.

[273] _Poesie di_ FRANCESCO RUSPOLI, Livorno, 1882, son. LXXV.

[274] Venezia, 1554, ricordo CXXIII.

[275] Vedi qui addietro pp. 125 sgg. Del resto diceva sin da’ suoi tempi il Boccaccio che di quel vizio si credevano comunemente macchiati i grammatici, _Commento della Divina Commedia_, ediz. di Firenze, 1863, vol. II, p. 420.

[276] _Mondi celesti, terrestri et infernali_, Venezia, 1583, p. 250.

[277] Maccaronea II.

[278] _Le diece veglie_, Treviso, 1602, p. 264.

[279] _La vie de Gargantua et de Pantagruel_, l. I, cc. XIV, XV. I varii libri ricordati dal Rabelais furono veramente tutti molto usati nell’insegnamento.

[280] _De pueris statim ac liberaliter instituendis._

[281] _Loc. cit._

[282] Lettera al pedante Picard. _Oeuvres comiques, galantes et littéraires_, Parigi, 1858, p. 154.

[283] _Li capitoli faceti editi ed inediti di mess._ AGNOLO ALLORI _detto il_ BRONZINO, Venezia, 1822, capitolo _Del Bisogno_.

[284] Ediz. di Pavia, 1567, ff. 11 r. sgg.

[285] Maccaronea II.

[286] _Op. cit._, p. 28.

[287] Atto III, sc. 2.

[288] Parte I, giornata II.

[289] _Le satire alla berniesca_, Torino, 1549.

[290] _Le rime burlesche sopra varii et piacevoli soggetti_, Venezia, 1570, capitolo XLII.

[291] Dialogo IV, ediz. cit., f. 70 v.

[292] _Della famosissima compagnia della Lesina, Dialogo, Capitoli, Ragionamenti_, ediz. di Venezia, 1664, p. 157.

[293] _Op. cit._

[294] Veggasi, per esempio, ciò che ne dice STEFANO GUAZZO nel suo libro intitolato _La civil conversatione_, Venezia, 1575, p. 383.

[295] _Lettere_, ediz. di Venezia, 1545, lett. LI, al Giovio.

[296] Vedi FONTANINI, _Biblioteca dell’eloquenza italiana_ con note di Apostolo Zeno, edizione di Venezia, 1753, vol. I, p. 35, e SABBADINI, _Storia del ciceronianismo_, Torino, 1886, pp. 127 sgg.

[297] _Il Cortegiano_, l. I, c. 37, ediz. di Firenze, 1854.

[298] Dice Aonio Paleario in un dialogo intitolato _Il Grammatico ovvero delle false esercitazioni delle scuole_: «Non è maggior sciocchezza al mondo che voler essere volgar latino, o latino volgare. Da questi errori sono nati gli stili falsi toscani del Polifilo, e gli stili falsi latini, o moderni, di che è impestato il mondo». Seguita dicendo che alle scuole dei grammatici si imparava a scrivere il latino grammaticalmente, ma non latinamente; che usciti dopo molti anni di scuola, i giovani non sapevano scrivere nè una epistola latina, nè una epistola volgare, e che i grammatici imbastardivano così l’una come l’altra lingua. Il dialogo fu stampato la prima volta in Milano, nel 1557, poi in Perugia nel 1717.

[299] Vedi GENTHE, _Geschichte der macaronischen Poesie_, Lipsia, 1836, pp. 83-94.

[300] Il sonetto è curioso: eccolo.

Fra gli Hetrusci gloriosi, et il collegio Di noi magistri, che la lingua vetere Sostenemo, e inalciamo fin all’aethere, È nobil lite, et un dissidio egregio. In contumelia nostra, et in dispregio, Allegan quei, che dal Donato flectere Non sapemo il sermon, nè men connectere Fabula alcuna senza l’Apulegio. Considerar devrian pur questi Tusculi, Che del Donato senza li principii L’antica lingua si potria dispergere. Così veggiamo di giustitia emergere Dal Donato Praetore i firmi initii: Dunque il Donato è sopra gli altri opusculi.

[301] L’_Itinerario_ del Tarsia è forse tutt’uno con un _Viaggio del pedante_ che Niccolò Villani cita, senza nominarne l’autore, in un luogo del suo _Ragionamento sopra la poesia giocosa_, Venezia, 1634. Si ha pure un _Itinere di ser Poi Pedante a Livorno_, composto da AGOSTINO COLTELLINI; ma essendo il Coltellini nato nel 1613, non è da credere che al suo poema alluda il Villani. Bensì è da notare che lo stesso Coltellini ricorda il _Mantovano Itiner di Fidenzio_; ma di questo non ho notizia.

[302] Molta poesia pedantesca giace inedita e sconosciuta nelle biblioteche, e moltissima n’ebbe a produrre il Cinquecento. Dice il RUSCELLI nel suo trattato _Del modo di comporre_ (Venezia, 1563, pp. 74-5): «Molto vagamente pur in questi anni stessi hanno il mio Signor Domenico Veniero, ed altri nobilissimi ingegni introdotto di scrivere in versi sciolti, e di terze rime, alcuni soggetti piacevolissimi, e principalmente volendo contrafar la pedanteria. I quali per certo riescono con tanta vaghezza e con tanta grazia, che ogni altra sorte che volesse farsi, sarebbe un levarle in tutto del vero esser loro; e non so se questa, nè altra lingua, abbia sorte di componimento così piacevole». Poesie pedantesche di Antonio Querenghi si conservano manoscritte nella Marciana.

[303] Ciò non vuol già dire che anche fuori non siasi avuto qualche saggio di lingua pedantesca: leggasi, per esempio, nel l. II, cap. 6, della _Vie de Gargantua et de Pantagruel_ il discorso messo in bocca allo studente limosino.

[304] Cena I, nov. 2.

[305] Cena II, nov. 7.

[306] Nov. 5.

[307] _Essais_, c. XXIV.

[308] Atto III, sc. 12.

[309] Atto III, sc. 10.

[310] Atto I, sc. 5.

[311] Atto II, sc. 4.

[312] Atto I, sc. 9.

[313] Atto I, sc. 1.

[314] Cfr. DOMENICHI, _Facetie_, ediz. cit., p. 362.

[315] ALESSANDRO ALLEGRI finse alcune _Lettere di ser Poi pedante_ al Petrarca, al Boccaccio ed al Bembo (Bologna, 1613; ristampate in Venezia dal Gamba, s. a., e dal Mortara in Casalmaggiore, 1850). Ser Poi si professa grande ammiratore di tutti e tre.

[316] Atto III, sc. 5.

[317] Atto III, sc. 2.

[318] MARZI, _La Fanciulla_, atto III, sc. 5.

[319] DOLCE, _Il Ragazzo_, atto I, sc. 4.

[320] Abbiamo già trovato un _Metafrasto_, nome reso poi celebre dal Molière: nella _Olimpia_ di GIAMBATTISTA DELLA PORTA il pedante si chiama Protodidascalo; nella _Fantesca_, dello stesso, Narticoforo; Panthemio nei _Falsi Sospetti_ di BERNARDINO PINO; Felisippo nelle _Querele amorose_ di GIAMBATTISTA RANUCCI, ecc., ecc.

[321] _I Torti amorosi_, atto I, sc. 7.

[322] Atto III, sc. 11. Nella _Bibliographie des ouvrages relatifs à l’amour_, etc., Parigi, 1871-3, vol. V, p. 465, è registrata una commedia manoscritta, _Il Pedante geloso_, dove un pedante amoreggia col discepolo Ganimede.

[323] Atto I, sc. 5.

[324] Atto II, sc. 1.

[325] Atto III, sc. 5.

[326] Atto III, sc. 6.

[327] Atto III, sc. 10.

[328] Atto III, sc. 11.

[329] Atto III, sc. 12.

[330] Atto IV, sc. 11.

[331] Atto IV, sc. 14.

[332] Vedi BARTOLI, _Scenari inediti della commedia dell’arte_, Firenze, 1880, pp. LI-LIII.

[333] S’ingannava certamente lo STOPPATO quando affermava la presenza del pedante nella commedia popolare improvvisa prima ancora che nella erudita. _La commedia popolare in Italia_, Padova, 1887, pp. 72-4.

[334] _Il Teatro delle favole rappresentative_, Venezia, 1611.

[335] Ecco un po’ di bibliografia pel Seicento; ma c’è ben altro. _L’ardito amante_, di LODOVICO BARTOLAJA, Napoli, 1606; _La Clarice_, del signor MESTO, accademico Filomato (Ubaldino Malavolti), Siena, 1611; _La Forza d’Amore_, di CAJO GNAVIO, Venezia, 1614; _Olinda pedante finto_, di GEROLAMO MARTINENGO, Vicenza, 1615; _Le pazzie giovanili_, di FRANCESCO GATTICI, Venezia, 1624; _La imbriachezza d’amore_, di LORENZO GUIDOTTI, Roma, 1625; _Gli estinti furori_, di LODOVICO MORO, Roma, 1628; _Il pedante impazzito_, di FRANCESCO RIGHELLI, Bracciano, 1628; _Gli accidenti d’amore_, di FULVIO GENGA, Venezia, 1635; _Gli infelici amori_, di ALFONSO LITTA, Macerata, 1648; _Il pedante staffilato_, Modena, 1651; _Desiderio e speranza fantastichi, commedia tropologica_ di DESIDERIO CINI, Venezia, 1607; _Il pedante di Tarsia_, dramma musicale rappresentato la prima volta in Bologna nel 1680.

[336] Vedi FRANCESCO TORRACA, _Studi di storia letteraria napoletana_, Livorno, 1884, pp. 100 sgg.

[337] Vedi MICHELE SCHERILLO, _Storia letteraria dell’opera buffa napolitana_, Napoli, 1883, pp. 260 sgg.; e _Una fonte del Socrate immaginario_, in _Giornale storico della letteratura italiana_, vol. V, pp. 186 sgg.

[338] _Carmina ad Pasquillum Herculem obtruncantem Hydram referentem posita M. D. X._ Roma, per Giacomo Mazochio, 1510.

[339] _Poesie_ di FRANCESCO RUSPOLI, ediz. cit., pp. 129, 185, 187, 189, 191, 193, 195. Per finirla mi contenterò di ricordare, senz’altrimenti discorrerne, la _Paedagogomachia_ di MARCANTONIO BONCIARIO, poema latino in otto libri, dove i pedanti sono assai maltrattati. Con questo titolo, e intero, fu stampato il poema in Perugia nel 1611; ma una parte n’era già stata pubblicata più anni innanzi, sotto il titolo di _Oedipus_. Il BONCIARIO stesso dice le ragioni che glielo fecero comporre nel dialogo intitolato _Estaticus, site de ludicra poesi_, Perugia, 1616, pp. 95-101. Cfr. la sua _Pro poemate ludicro apologia_.

[340] Vedi per questi cenni SANSOVINO, _Venetia città nobilissima et singolare_, Venezia, 1581, l. X. Vedi ancora _Feste e trionfi fatti dalla Signoria di Venetia nella venuta di Henrico III, discritte da_ ROCCO BENEDETTI, 2ª ediz. accresciuta, Venezia, 1574; MARSILIO DELLA CROCE, _Historia della pubblica et famosa entrata in Vinegia del Serenissimo Enrico III re di Francia et Polonia_, Venezia, 1574; NICCOLÒ LUCANGELI, _Successi del viaggio d’Enrico III dalla sua partita di Cracovia fino all’arrivo in Torino_, Venezia, 1574; _Ordre de la réception et entrée de Henry de Valois, roy de France et de Pologne, en la riche et florissante ville de Venise_, Lione, 1574.

[341] Il lettore è avvertito che io non intendo delineare, nemmeno in iscorcio, la storia della prostituzione in Italia, nel secolo XVI; a far ciò sarebbe poco un volume. Il mio proposito è di ritrarre e lumeggiare alquanto più compiutamente che non siasi fatto sinora la figura della cortigiana, la quale da sè sola potrebbe dare tema più che sufficiente ad un libro, quando fossero conosciuti i numerosi documenti che la concernono, e che inesplorati ancora giacciono nelle biblioteche. Io ho cercato di raccogliere in queste pagine una certa copia di notizie, bastevoli al proposito mio, non senza giovarmi dell’opera di alcuni gentili, quando si trattò di libri che io non potei avere tra mani, o di notizie che non potei procacciarmi direttamente. Onde è che porgo qui i miei più vivi ringraziamenti ai professori Ariodante Fabretti, Alessandro d’Ancona, Adolfo Tobler, Vittorio Cian, Cesare De Lollis, al dott. Alessandro Luzio, al signor Pietro Sgulmero. Uno specialissimo ringraziamento poi debbo al mio caro e valoroso Vittorio Rossi, il quale rincorso dalle mie insistenti richieste da Firenze a Venezia, e da Venezia a Firenze, non lasciò di mandarmi, con pazienza pari alla gentilezza, appunti, estratti e copie.

[342] _Opere_, Venezia, 1740, vol. III, p. 213.

[343] Il nome di cortigiana non avrebbe dovuto darsi mai a meretrice di postribolo. Il CITOLINI nota espressamente nella _Tipocosmia_ (Venezia, 1561, p. 443): _la puttana, o di bordello, o cortigiana_. La differenza si sente in questi stessi versi di Pasquino, che pur vorrebbero negarla:

Lassa andare le cortesane, Se non voi disfarte al tutto; Come l’altre son puttane; Ma più caro vendon lor frutto.

_Consigli utilissimi dello eccellente dottore maestro Pasquino a tutti gli gentilhuomini, officiali, procuratori, notari, artisti, bravazzi, et altri che vengono di novo a Roma_, ecc., Roma, s. a., cit. dal CIAN, _Galanterie italiane del secolo XVI_, Torino, 1887 (estratto dal giornale _La Letteratura_), p. 60.

[344] Tratto da un codice inedito dell’Archivio Vaticano e pubblicato da M. ARMELLINI nel periodico _Gli studi in Italia_, Anno IV (1881), vol. II; anno V (1882), vol. I.

[345] _Diarium sive rerum urbanarum commentarii_, edizione di Parigi, 1883-5, t. II, p. 443; t. III, p. 167. «In sero fecerunt cenam cum duce Valentinense in camera sua, in palatio apostolico, quinquaginta meretrices honeste, cortegiane nuncupate, que post cenam coreaverunt cum servitoribus et aliis ibidem existentibus, primo in vestibus suis, denique nude. Post cenam posita fuerunt candelabra communia mense in candelis ardentibus per terram, et projecte ante candelabra per terram castanee quas meretrices ipse super manibus et pedibus, nude, candelabra pertranseuntes, colligebant, Papa, duce et D. Lucretia sorore sua presentibus et aspicientibus. Tandem exposita dona ultima, diploides de serico, paria caligarum, bireta, et alia pro illis qui pluries dictas meretrices carnaliter agnoscerent; que fuerunt ibidem in aula publice carnaliter tractate arbitrio presentium, dona distributa victoribus».

[346] La storia delle cortigiane indubitamente si lega alla storia dell’umanesimo; ma dove e in qual modo cominci nel Quattrocento a delinearsi la figura della nuova etèra, non ci è noto. Gli è curioso, per esempio, che nell’_Hermaphroditus_ del _Panormita_ (m. 1471) non la si vegga per anche apparire, o se ne vegga come un’ombra soltanto. Il Panormita ricorda in quei suoi epigrammi molte meritrici, ma sono, la più parte, meretrici di un postribolo fiorentino. Vero è che egli manda loro il suo libro; ma la cosa non si vuole intendere, così alla lettera, nè prova in modo alcuno che in quelle donne fosse coltura. Ciò nondimeno qualche cenno in quei versi non manca, che parrebbe convenirsi meglio a cortigiana che a meretrice comune. Il seguente epitafio è per una _puella ornatissima_:

Hoc jacet ingenuae formae Catharina sepulcro, Grata fuit multis scita puella procis. Morte sua lugent cantus, lugentque choreae, Flet Venus et moesto corpore moeret Amor.

In un altro epitafio, _pro Nichina defuncta_, dice il poeta:

Pieriae cantent circum tua busta puellae, Et Phoebus lyricis mulceat ossa sonis;

ma la stessa Nichina dice di sè:

lupanar Incolui, fulgor fornicis unus eram.

(_Quinque illustrium poetarum_, ANTONII PANORMITANI, etc. _lusus in Venerem_, Parigi, 1791, pp. 15, 38). Le meretrici di cui fa parola il POGGIO in alcune delle sue _Facetiae_ (XXV, LXIII, LXXVII, XCII, CXIII, CLXXXVIII, CCXXXV, CCXLIII) nulla hanno della cortigiana. Così pure nulla mostrano della cortigiana, e tutto della meretrice volgare, le Silvie, le Lelie, le Lucie, le Tecle e le Orsole di GIANO PANNONIO (1434-72), _Poemata_, Trajecti ad Rhenum, 1874, vol. I, pp. 505, 506, 522, 524, 550, 565, 577, 578, 583, 584, 592, 599, 600, 601, 616, 618, 619.

[347] G. CUGNONI, _Agostino Chigi il Magnifico_, in _Archivio della Società Romana di storia patria_, vol. II (1879), p. 78.

[348] GALLIGO, _Circa ad alcuni antichi e singolari documenti riguardanti la prostituzione tratti dall’Archivio centrale di Stato di Firenze, in Giornale italiano delle malattie veneree_, ecc., anno IV (1869), vol. I, pp. 186-92, 247-53.

[349] Atto III, sc. 10.

[350] _Ragionamento fra il Zoppino fatto frate e Ludovico puttaniere, Ragionamenti_, Cosmopoli, 1660, p. 442.

[351] _Tariffa delle puttane, ouero ragionamento del forestiere e del gentil huomo: nel quale si dinota il prezzo e la qualità di tutte le cortigiane di Vinegia; col nome delle ruffiane; et alcune novelle piacevoli da ridere fatte da alcune di queste famose signore a gli suoi amorosi. Stampato nel nostro hemispero, l’anno 1535, del mese di Agosto._ (Vedi PASSANO, _I novellieri italiani in verso indicati e descritti_, Bologna, 1868, pp. 114 sgg.). Io cito dalla ristampa fatta dal Liseux a Parigi, nel 1883. I due versi testè riferiti stanno a pag. 74: ad essi tengono dietro questi altri:

Spesso disputa del parlar toscano, Di musica, e ’l cervel così le gira, Che pensa averne il grido di lontano.

[352] Lo stesso Aretino fa dire dalla Nanna alla Pippa, sua figliuola: «smusica un versolino da te imparato per burla, trampella il monocordo, stronca il liuto, fa vista di leggere il _Furioso_, il Petrarca, e il _Cento_ (_il_ Centonovelle, _ossia_ il Decameron), che terrai sempre in tavola». (_Ragionamenti_, parte II, giornata I, p. 253).

[353] _Lettere di cortigiane del secolo XVI_, pubblicate da L. A. FERRAI, Firenze, 1884, pp. 31-2.

[354] Allude all’opinione di Pierfrancesco Giambullari che faceva derivare la lingua italiana dall’aramea, opinione contraddetta dal Varchi nell’_Ercolano_, e che diede luogo a dispute e a fazioni.

[355] Dice la comare alla balia in uno dei _Ragionamenti_ dell’ARETINO (parte II, giornata III, p. 391): «Tu parli di construtto; nientedimeno le gentilezze son gentilezze, ed erano già molto usate le canzoni, e quella che non ne avesse saputo una frotta de le più belle e de le più nuove se ne saria vergognata, e cotal piacere tanto era ne le puttane, come ne le ruffiane». Di una cortigiana chiamata Sirena

Per la dolce armonia che sì le piacque,

è ricordo nel _Trionfo della lussuria di maestro Pasquino_, curioso componimento, di cui dirò or ora. Del canto di Nannina Zingera diceva il LASCA in un suo capitolo:

Non è nel ciel fra gli spirti contenti Soave tanto e sì dolce armonia, Da fare i monti andar, fermare i venti.

Nella _Lucerna_ di EURETA MISOSCOLO (FRANCESCO PONA), Parigi, s. a., dice una lucerna, che un tempo era stata cortigiana (p. 66): «Canto... di sirena era il mio, perchè con sì fatta vivezza e spirito mi faceva udire toccando un’arpa, un leuto, o una chitariglia, e cantando, che avrei fatto languir d’amore un Senocrate, anzi il Disamore». La signora Calandra, una delle amiche o vere o finte del Calmo, sonava il liuto e cantava in modo soprammirabile. (_Le lettere di messer_ ANDREA CALMO, riprodotte da VITTORIO ROSSI, Torino, 1888, l. IV, lett. 19, pp. 295-6). Di tale virtù non era stata priva una gran cortigiana romana, cui GIOACHINO DU BELLAY fa raccontare la propria storia in uno de’ suoi _Jeux rustiques_:

J’avoy du luth moyennement appris, Et quelque peu entendoy la musique: Quant à la voix, je l’avois angélique, Et ne se fust nul autre peu vanter, De sçavoir mieux le Pétrarque chanter.

Il Du Bellay soggiornò alcun tempo a Roma circa il mezzo del secolo XVI, e ciò dà molta importanza a quella sua poesia, che dovrò citare più altre volte. Il _Trionfo della lussuria di maestro Pasquino_, testè citato, e che dovrò citare ancora, è un poemetto di quattro capitoli in terzine, stampato in Venezia (non so se ce ne sieno altre edizioni) nel 1537. È una specie di visione, in cui lo Zoppino prima, e poi maestro Andrea dipintore (personaggio che ritroveremo più oltre) mostrano all’autore varie genti, seguitatrici del carro della lussuria, tra le quali sono meretrici in gran numero. Questo curioso componimento vedrà di nuovo quanto prima la luce a cura del sig. G. Baccini.

[356] _Le rime burlesche edite e inedite di_ ANTONFRANCESCO GRAZZINI _detto il_ LASCA per cura di CARLO VERZONE, Firenze, 1882, capitolo _In lode della Nannina Zinzera cortigiana_, p. 571.

[357] _Capitolo alla Signora Ortensia Greca, Il secondo libro delle opere burlesche di_ M. FRANCESCO BERNI _e di altri_, parte I, Leida (Livorno), 1824, p. 62. Modello di cortigiana elegante e compita può considerarsi quella Tortora della quale si parla nella _Puttana errante_ in prosa, molto a torto attribuita all’Aretino. Di lei dice la Maddalena alla Giulia: «Ella, come ho detto, essendo bellissima, di corpo nettissima, sta sempre allegra con ogni persona: non che rida forte e fuor di modo, mostrando [i] denti, soavemente sorride, ed è sollazzevole con motti pronti, quali non dicono parole ingiuriose ad alcuni, ma dilettano e muovono a riso. Sempre ella ragiona poi con tutti moderatamente, ed ha cognizione di molte e varie cose, e sanne bene ragionare. Conversa con ogniuno con gentilezza, non dice mai bugie e non inganna, ma va da chi promette, e non chiede nulla avanti tratto..... A cena beve e mangia moderatamente, nè se mostra avida di cibi, quantunque al gusto suo fossero soavissimi; anzi quelli che gli sono posti inanzi moderatamente piglia, e poco ne mangia, premendogli con le punte de le dita, e mangiali a poco a poco, da un lato solo, e poi ad agio, senza segno di avidità. Sta sempre con viso quasi ridente, non parla in orecchi a persona, riguarda solo colui che l’ha invitata, a cui fa vezzi; e s’egli è appresso, o teneramente gli preme il piede, o gli tocca, che par a caso, la mano; con lui sorride, e con lui parla, e sempre a lui s’accosta, e con ogni arte si mostra accesa di lui, e di qualunque cosa ch’egli faccia». Cito, acconciando, dalla spropositatissima stampa fatta dagli Elzevir per accompagnare i _Ragionamenti_. Questa _Puttana errante_ altro non è se non il primo dei _Dialoghi doi di Ginevra e Rosana_, stampati la prima volta nel 1584. Vuol esser notato che la Tortora, qual è descritta in questo passo, appare in tutto simile alla etèra Lira descritta da LUCIANO, _Dialoghi delle cortigiane_, VI.

[358] _Le due cortigiane_, atto III, sc. 1.

[359] _Lettere_, Parigi, 1609, vol. IV, f. 159 r. e v.

[360] _Le lettere_, ediz. cit., l. III, lett. 41, p. 248.

[361] _Novelle_, parte II, nov. 51.

[362] _Novelle_, parte IV, nov. 17.

[363] _Facetie, motti et burle di diversi signori et persone private_, ediz. di Venezia, 1599, p. 21. Vedi anche pp. 234, 236 e 385.

[364] _Journal de voyage de_ M. DE MONTAIGNE _en Italie par la Suisse et l’Allemagne en 1580 et 1581_, Roma (Parigi), 1774, vol. II, p. 165.

[365] _La piazza universale di tutte le professioni del mondo_, Venezia, 1587, discorso LXXV, pp. 605-7. Prima del Garzoni, AGRIPPA DI NETTESHEIM aveva detto nel libro suo _De vanitate omnium scientiarum et artium_, cap. LXIV, _De lenonia_: «Oportet ergo perfectum et consummatum lenonem lenamve omniscium esse, nec ad unam solam disciplinam, velut ad arcticam stellam tantum respicere, sed omnes amplecti, eam artem professus cui caeterae omnes serviunt et famulantur». Il mezzano deve aver famigliari poesia, retorica, dialettica, aritmetica, musica e le altre arti: deve sapere le storie di Lancilotto, di Tristano, di Eurialo ed altre simili, avere a mano gli autori. Di certa mezzana si dice nella _Lucerna_ del PONA (sera quarta, pp. 191-2): «Ella sapea gli amori di Florio e Biancofiore, di Paris e Vienna, di Amadigi e Oriana, di Genevra la bella e Isotta la bionda, e in somma tutti quei ruffianesimi delle istorie di Grecia e della Tavola Rotonda meglio che il suo nome».

[366] _Il Marescalco_, atto V, sc. 2.

[367] _Lettere_, vol. I, f. 105 r. Bartolomeo Taegio, in un suo dialogo intitolato _La Villa_, (Milano, 1559), fa dire a uno degli interlocutori che le donne letterate si hanno comunemente in sospetto, perchè la malizia naturale, propria del loro sesso, rinforzano con l’artificiale, che si apprende dalle dottrine (p. 120). Il Tansillo scrisse due capitoli nei quali prova che non si deve amare donna accorta e che sappia assai, e un terzo in cui sostiene tutto il contrario. _Capitoli giocosi e satirici di_ LUIGI TANSILLO _editi ed inediti_, Napoli, 1870, capitoli VIII, IX, X.

[368] _La Talanta_, atto II, sc. 2, e _Ragionamenti_, parte I, giornata III, p. 141.

[369] _Op. cit._, discorso LXXIV, p. 597. Cfr. RAO, _Invettive, orationi et discorsi_, Venezia, 1587, f. 21 v.

[370] GARZONI, _Op. cit._, disc. LXXIV, p. 597.

[371] Alla Imperia senza dubbio si vuole alludere nel _Trionfo della lussuria_, là dove maestro Andrea dice all’autore:

Vedi colei, che in la tua patria nacque, Poi per superbia a sè fe’ dire Imperia, Ch’ogni altra cosa appresso a sè li spiacque.

[372] Dice la Nanna in uno dei _Ragionamenti_ dell’ARETINO: «chi si fa figliuola del Duca Valentino, chi del Cardinale Ascanio; e Madrema si sottoscrive Lucrezia Porzia Patrizia Romana, e suggella le lettere con un segno grande grande». Parte I, giornata III, p. 158. Nello _Stufajuolo_ del DONI, uno sciocco innamorato, dà, in una sua lettera, titolo di marchesana a certa cortigiana tedesca.

[373] Nel _Trionfo della lussuria di maestro Pasquino_ è cenno di una cortigiana, non nominata, la quale in inferno, _di rabbia arde e sospira_, sapendo di poter essere riconosciuta _pel sangue suo_ che agogna a _grande onore_. Non può essere Tullia d’Aragona, la quale è ricordata come viva, e molto _favorita_, poco più oltre. Il _Trionfo_ fu stampato nel 1537 e la Tullia visse fino al 1556.

[374] _Ecatommiti_, nov. 8 dell’Introduzione.

[375] Lo Zoppino parla dei vili natali di _Matrema non vuole_, di Giulia dal Sole, della Beatrice, di Angela Greca, di Cecilia Veneziana, di Tullia d’Aragona, di Lucrezia Padovana, della Angioletta, di Tina Baroncella e di altre. _Ragionamento_ cit., pp. 442-7. Il VENIERO, nella _Puttana errante_, assegna ad Elena Ballerina una assai vituperosa genealogia.

[376] _Ragionamento_ cit., pp. 431-2.

[377] GARZONI, _Op. cit._, disc. LXXIV, p. 597.

[378] Satira _A M. Flaminio_.

[379] Vedi _Lea femmes blondes selon les peintres de l’école de Vénise, par deux Vénitiens_ (ARMAND BASCHET et FEUILLET DE CONCHE), Parigi, 1865, pp. 45-106, 271-309, dove è data notizia di parecchi libri curiosi. Dell’arte d’imbiondire i capelli parla pure il Calmo in parecchie delle sue lettere, ediz. cit., 1. IV, lett. 6, 31, 46. Vedi anche, per questa e per altre pratiche d’arte cosmetica, PICCOLOMINI, _La Raffaella, ovvero della bella creanza delle donne_ (1539), ristampa di Milano, 1862, pp. 24-31; _Ricettario galante del secolo XVI_, edito a cura di O. GUERRINI, Bologna, 1883, _Scelta di curiosità letterarie_, disp. CXCV.

[380] _Op. cit._, capitoli VII, VIII.

[381] Di certo sapere più occulto, e di certe arti più recondite delle cortigiane lascio di discorrere; ma non parrà strano che tali donne fossero maestre di secreti, la conoscenza e l’uso dei quali non disdicevano troppo, sembra, nemmeno alle donne maritate. Vedasi per un esempio, ciò che dicono la signora Virginia, la signora Ardelia e la signora Angioletta nella _Camilletta_ del GUTTERY, Parigi, 1586. Cfr. ARETINO, _Cortegiana_, atto II, sc. 6, e _La vieille courtisane_ del DU BELLAY.

[382] Pel vestire delle cortigiane in varie città d’Italia, vedi l’opera di CESARE VECELLIO, _Habiti antichi et moderni di tutto il mondo_, edizione di Venezia, 1598, ff. 25, 26, 107, 114, 203, e pel vestire loro più particolarmente in Venezia quelle di GIACOMO FRANCO, _Habiti d’huomini e donne venetiane_, ecc., Venezia (1610), e _Habiti delle donne venetiane_, s. l. ed a.

[383]

Stì le vedi po andar fuora de ca, Le par novizze al sangue de Sier Polo, Con scuffie d’oro e con veste instoccà, Annei in deo e caenelle al colo; E i poveri meschini che no sa Che tutte ste bagaje è tolte a nolo, I crede aver cattà qualche signora, E ’l mejo che l’ha in casa se una stuora.

_Le berte, le truffe, i arlassi, e le magnarie che usa le puttane a i so bertoni, recitae da Nico Calafao da l’Arsenale. Delle rime piasevoli de diversi auttori, nuovamente accolte da_ M. MODESTO PINO _et intitolate La Caravana_, Venezia, 1576, f. 19 r. In una commedia del CONTILE intitolata _La Cesarea Gonzaga_, è una cortigiana Marina, che si fa prestare veste, collana, anello da un ebreo cui si concede talvolta. In Venezia era vietato dar panni a nolo alle meretrici. (_Leggi e memorie venete sulla prostituzione fino al cadere della Repubblica_, Venezia, 1870-2, a spese del conte di Orford, p. 282).

[384] Questo, per altro, lo dice LORENZO VENIERO, _La Zaffetta_, edizione di Parigi, 1861, p. 22.

[385] Il Calmo scriveva a una signora Alba, promettendole un gattino: «E’ vojo al tutto darve anca un gatesin bianco a mo la neve, el pi umele bestioleto che mai avè visto: vardè, el no ha tre mesi ch’el salta, el tombola, el se rampega, e fa tante matierie co si l’avesse intelletto...... e sì è può de razza da piar sorzi no ve posso dir; e sì ha tanta descrezion che el no tocca ni carne, ni pesce, si no ghe ne vien dao. Talmente che vojo, apresso el vostro papagà e faganelo, che vu siè cusì ben servia de animali, quanto altra cortesana che viva». Ediz. cit., l. IV, lett. 44, p. 353. Vedi inoltre la lettera che lo stesso Calmo scriveva alla signora Brunella, p. 285. Della liberalità delle pratiche fruivano naturalmente anche le bestiuole di casa. L’Agnola, serva dell’Angelica, nel _Martello_ del CECCHI (atto III, sc. 5):

Quei che vengono Di nuovo fan per noi; i danar ballano; I presenti gagliardi ciascun cavane; Serve, cuochi; che insino allo scojattolo E al catellino e al mucino ne cavano Le sonagliere.

[386] Della ghiottornia delle cortigiane è fatto cenno assai spesso. La Nanna dell’Aretino ricorda tra l’altro come non era _canova di prelato niuno che non fosse sverginata per lei_. (_Ragionamenti_, parte I, giornata III, p. 140). In certa invettiva in dialetto veneziano un giovane dice all’antica sua druda:

Ma pezo po che ti gha un altro vicio, Che se domanda el peccao della gola, Che mandarave un stato in precipicio.

(_Bandito in questo luoco solitario tramutato per un giovine che haveva il mal francese, con un capitolo in lingua venetiana contro una cortigiana, molto bello nè più stampato_, s. l. ed a.). Dice la Bettina nei _Germini sopra quaranta meretrici della città di Fiorenza_:

... mangiai venzei tortole ad un tratto, E trenta dua piatti di gelatina, Perchè non ero ancor satolla affatto.

Il titolo intero di questo curioso poemetto è, nella stampa fiorentina del 1553, appresso Bartolomeo di Michelangelo, dalla quale cito, il seguente: _I Germini sopra quaranta meretrici della città di Fiorenza, dove si conviene quattro ruffiane, le quali danno a ciascuna il trionfo ch’è a loro conveniente dimostrando di ciascuna il suo essere. Con una aggiunta nuovamente messa in questi. Opera piacevole._ Ce ne furono anche altre edizioni. Questo poemetto sarà ancor esso, insieme col _Trionfo della lussuria_, ripubblicato dal sig. G. Baccini. La signora Brunella, a cui è scritta una delle lettere del Calmo, voleva ogni sorta di _boconi licaizzi, paoni, galinazze, polastri de India, gali salvadeghi, pernise, tordi, quaje, pernigoni,..... e da può cena codognato, marzapan, e le so canele inzucarae, de vin e pan e formazi_. (_Le lettere_, l. IV, lett. 16, p. 285). Di certa Orsa aveva già detto il PANORMITA in uno degli epigrammi dell’_Hermaphroditus_:

Si mihi sint epulae totidem, quot in alite plumae, Uno luxuriens edet has Ursa die. Si mihi sint totidem vegetes, quot in aequore pieces, Uno subsitiens ebibet Ursa die.

Le primizie, e i bocconi più ghiotti erano per le signore cortigiane: gli adoratori non mancavano di farne loro presente. Parlando di Ferrara, dove la uccellagione era, in parte, di prerogativa ducale, dice Corbolo nella _Lena_ dell’ARIOSTO (atto II, sc. 3):

Non ponno a nozze ed a conviti pubblici I fagiani apparir sopra le tavole, Chè le grida ci sono; e nelle camere Con puttane i bertoni se li mangiano.

Il FRANCO dava merito alle cortigiane, non solo d’aver fatto rifiorire l’età dell’oro; ma ancora d’avere introdotte le squisitezze tutte e le eleganze della tavola: «Nè solamente avete rivocata si fatta età, ma postala anche ne la debita sua grandezza, e toltale la rustica semplicità, ed ogni ruvidezza di vivere. Invece de le ghiande, de le morole, e de le fragole, avete introdotte le suntuose vivande, e gli apparecchi de i cibi delicatissimi sopra i mantili ed i ricchi tapeti». _Le pístole vulgari_, Venezia, 1542, _Pístola a le puttane_, f. 223 v.

[387] _Diarii_, t. XIX, col. 138. E soggiungeva: «ozi 8 zorni si farà per li musici una solenne messa a Santa Catarina, funebre, e altri officii per l’anima sua».

[388] I cocchi, che vennero in uso dopo la carrette, offrivano, tra l’altro, comodità _agli esercizii di Venere_, secondo avverte il MODIO, _Il Convito, overo del peso della moglie_, Roma, 1554, p. 15. Cfr. _Les heures perdues d’un Cavalier français_ (1616), _Le Carosse_. Intorno ai cocchi vedi GOZZADINI, _Dell’origine e dell’uso dei cocchi, e di due veronesi in particolare_, Bologna, 1864.

[389] _Ragionamento fra il Zoppino_, ecc., p. 429. Nella _Puttana errante_ attribuita all’Aretino è già citata, dice la Maddalena (p. 5): «Hai tu veduto, o Giulia, come questa mattina la Tortera era riccamente vestita? Certamente quand’ella entrò in Sant’Augustino io non la conobbi, e stimai ch’ella fosse una baronessa, perciochè aveva due famigli ed un paggio davanti e quattro serve dietro, ed un giovane vestito di velluto che giva ragionando con essa lei».

[390] A costei è indirizzata una lettera, o, per dir meglio, una fiera invettiva, fra le _Lettere di diversi autori raccolte per_ VENTURIN RUFFINELLI, libro primo (ed unico), Mantova, 1547, ff. III r. a XIII r. CIAN, _Op. cit._, p. 56. Di certa Fausta dice la serva Rosa nella _Majana_ del CECCHI (atto II, sc. 6) che

dovunque la va vuol seco l’ordine E i cariaggi come fanno i principi.

La cortigiana introdotta dal Firenzuola nella sua commedia i _Lucidi_ non vuol certo essere delle principali, ma ha nondimeno a’ suoi servigi un cuoco, un’ancella, un ragazzo. Non è senza curiosità il vedere un riflesso di tali costumi nella _Rappresentazione della conversione_ _di S. Maria Maddalena_ (D’ANCONA, _Sacre rappresentazioni dei secoli XIV, XV, e XVI_, Firenze, 1872, vol. III). Maddalena va ad udire Gesù accompagnata da quattro cameriere. Gesù entra nel Tempio, sale in pergamo e comincia a predicare: notato ciò, la didascalia soggiunge (p. 272): _Ora giunge Maddalena con la sua compagnia, e’ suoi donzelli parano una sedia dinanzi al pergamo, e lei tutta pomposa vi si posa su, guardando a suo piacere_ ecc.

[391] Le quali stufe servivano a parecchi usi, in Italia e fuori d’Italia. Vedi GARZONI, _Piazza_, ecc., disc. CXXIV, p. 815; RABUTAUX, _De la prostitution en Europe depuis l’antiquité jusqu’à la fin du XVIe siècle,_ nuova ediz., Parigi, 1881, p. 73. Cfr. la commedia del DONI, _Lo Stufajuolo_.

[392] Dice la Nanna alla figliuola Pippa: «accaderà che andrai al Popolo (_Santa Maria del Popolo_), alla Consolazione, a San Pietro, a Santo Janni, e per l’altre chiese principali ne’ dì solenni; onde tutti i galanti signori, cortigiani, gentiluomini, saranno in ischiera in quel luogo che gli sarà più comodo a veder le belle, dando la sua a tutte quelle che passano, o pigliano de l’acqua benedetta con la punta del dito, non senza qualche pizzicotto che cuoca. Usa in passare oltre gentilezza, non rispondendo con arroganza puttanissima; ma o taci, o di’ riverenza, o bella, o brutta: Eccomivi servitrice; che ciò dicendo ti vendicherai con la modestia. Onde al ritornare indirieto ti faranno largo, e ti si inchineranno fino in terra; ma volendo tu dargli risposte brusche, gli spetezzamenti ti accompagnerieno per tutta la chiesa, e non ne seria altro». _Ragionamenti_, parte II, giornata I, p. 231. Dice Ludovico in altro Ragionamento già citato (p. 428), che le cortigiane si traevano dietro le turbe nelle chiese, e che la gente lasciava la messa per veder la Lorenzina. Con quale sfoggio poi di vesti e di giojelli si recassero, in Roma stessa, alle chiese, si può vedere da un passo del _Diarium parmense_ (ap. MURATORI, _Scriptores _, t. XXII, coll. 342-3). Se lo sconcio era, come abbiam veduto, assai grande in Roma, non doveva esser punto minore in Venezia, dove si cercò ripetute volte, ma, sembra, con poco frutto, di toglierlo. Con parte del 12 settembre 1539 ci si vietava alle _meretrice publice_ di frequentare le chiese nell’ore stesse in cui le frequentavano le donne oneste. Un’altra parte, mandata fuori quattro giorni dopo, recava un altro divieto, e lo stendeva alle cortigiane: «... niuna meretrice, over cortesana, sia de che condizione esser si voglia, non possi..... andar in Chiesia alcuna il giorno della festa e solennità principal di quella, acciò non siano causa de mal esempio con molti atti, parole ed opere lascive a quelli, over a quelle, che vano a bon fine in ditte Chiesie....». A far prova della sua inefficacia il divieto si rinnova poi di tanto in tanto e sino nel secolo seguente. (Vedi _Leggi e Memorie venete_ già citate, pp. 100, 101, 102, 119, 122, 125, 136). E poi c’era sempre modo di deluder la legge, o di sottrarsi alla pena, la quale era, del resto, assai mite. Nel maggio del 1543 è condannata a lire tre di multa Giulia Ferro per essere stata in chiesa in giorni proibiti; ma in quello stesso anno, in quel medesimo mese, una Lucietta Padovana, rea dello stesso mancamento, si difende con dire d’essere, non meretrice, ma cortigiana, e maritata, e i Provveditori alla Sanità, _vista la legge, visis videndis, et consideratis considerandis_, non volendo _tuor la fama a dita Lucieta Padovana_, ne la mandano assolta (_Op. cit._, pp. 273-5).

[393] Ricordando i bei tempi della sua giovinezza e de’ suoi trionfi, dice la cortigiana del Du Bellay:

Un escadron j’avoy de tous costez De courtisans pompeusement montez M’accompagnant ainsi qu’une princesse, Fust au matin, quand j’allois à la messe, On fust au soir, alors qu’il me plaisoit De me trouver où le bal se faisoit.

Per i bravi vedi ARETINO, _Ragionamento fra il Zoppino_, ecc., in principio, e _Ragionamenti_, parte I, giornata III, pp. 129, 133, 423; GIRALDI CINZIO, _Ecatommiti_, nov. 8 della Introduzione; GARZONI, _Piazza_, ecc., p. 599. Il Brantôme dice che le cortigiane in Italia avevano sempre un bravo _pour les défendre et maintenir_, vol. II, p. 321. Una Betta del Basadonna, ricordata nella _Tariffa_, fece bastonare certo suo amante da quattro bravi. La cortigiana della _Lucerna_ del PONA, favoriva un giovane assai valente, che più volte fece valere le ragioni di lei con la spada. (Sera seconda, pp. 78-9). L’Angelica del _Martello_ del CECCHI sposa Lanfranco bravo. Vedi anche STOPPATO, _La commedia popolare in Italia_, Padova, 1887, pp. 121-7.

[394] JOST AMMAN’S _Frauen-Trachtenbuch_, Francoforte sul Meno, 1586; riproduzione di Lipsia, 1880. Una delle figure di questo volume rappresenta una cortigiana romana. Il Grossino, uno dei famigliari che accompagnarono a Roma nel 1510 il marchesino Federico Gonzaga, dando ragguaglio di più cose alla madre di lui Isabella, diceva in una lettera del gennajo del 1512, che a certa solennità, nella basilica di S. Sebastiano, era accorsa tutta Roma, e _grandissima quantità_ di cortigiane, con pompe assai, molte vestite da uomini, quali su mule, quali su cavalli, e soggiungeva a Roma essere difficile _a conoser una dona da bene da una cortesana_. LUZIO, _Federico Gonzaga ostaggio alla corte di Giulio II_, estratto dall’_Arch. d. R. Soc. rom. di storia patria_, vol. IX, 1887, p. 29-30.

[395] ARETINO, _Ragionamenti_, parte I, giornata I, p. 18.

[396] _La Pescara_, Milano, 1550, atto I, sc. 5.

[397] Vedi più oltre, appendice A, il _Vanto della cortigiana ferrarese_.

[398] _Mondi celesti, terrestri et infernali_, Venezia, 1583, pp. 306-7.

[399] _Catalogo di tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia, il nome loro, et il nome delle loro pieze, et le stantie ove loro habitano, et di più ancor vi narra la contrata ove sono le loro stantie, et etiam il numero de li dinari che hanno da pagar quelli Gentilhuomini, et al che desiderano entrar nella sua gratia._ Il _Catalogo_, compilato da un A. C., e da lui dedicato alla _molto magnifica et cortese Signora Livia Azalina, Principessa di tutte le Cortigiane venetiane_, fu riprodotto nel volume _Leggi e memorie venete sulla prostituzione_, ecc., e in _Les courtisanes et la police des mœurs à Venise_, 1886. Questo secondo lavoro è una povera abboracciatura piena di spropositi; quel tanto di buono che ci si trova è tolto dal volume precedente. Della _Tariffa_ in versi ho già fatto cenno. Nel 1566, Gerolamo Calepino, stampatore in Venezia, fu processato per avere stampato senza licenza quella o un’altra, e fu condannato a pagare un ducato di multa per ogni copia impressa (_Leggi e memorie_ ecc., p. 9). Tariffa e cataloghi così fatti non dovevano mancare nelle principali città d’Italia. Nel _Vecchio geloso_, commedia del _Riccioli_ (Viterbo, 1605), uno dei personaggi si fa dare _il catalogo di tutte le puttane del bordello con il lor prezzo_.

[400] GIRALDI CINZIO, _Ecatommiti_, nov. 7 dell’Introduzione. I guadagni variavano assai anche secondo la fortuna dei tempi. In anno di carestia ERCOLE BENTIVOGLIO scriveva nella satira _A suo fratello_:

Sper’io ch’uguanno a i piacer nostri aremo Queste più altere e nobili puttane, Se ’nvece d’un fiorino un pan daremo.

E c’era chi si spassava a predire alle cortigiane miseria grande e malanni d’ogni sorta. _Vedi Pronostico alla villota sopra le putane, composto per lo eccellente dottore_ M. SALVAOR, _cosa molto bellissima et piacevole_, Venezia, 1558; riprodotto in _Leggi e memorie venete_, ecc., pp. 295-8.

[401] _Les courtisanes et la police des mœurs à Venise_, p. 44.

[402] _Novelle_, parte III, nov. 42.

[403] Vedi intorno alla Imperia VALÉRY, _Curiosités et anecdotes italiennes_, Parigi, 1842, pp. 234 sgg. Racconta il GIOVIO nel suo libro _De piscibus romanis_, c. V, una graziosa storiella, che appunto si lega all’amicizia del Chigi e dell’Imperia, e che qui giova riferire in succinto. I venditori di pesce in Roma usavano, per consuetudine antica, far presente ai Conservatori delle teste delle ombrine e degli storioni, stimate boccone assai ghiotto. Era a quei tempi in Roma un certo Tamisio, uomo assai lepido, ma golosissimo parassita, il quale teneva appositamente sul mercato del pesce un servo, che lo doveva far avvertito di quanto potesse importare alla sua gola. Saputo una mattina che una grossissima testa d’ombrina era stata recata ai Conservatori, monta sopra una sua mula e va in Campidoglio, con la speranza di buscarvi un desinare. I Conservatori avevano già mandato la testa in dono al cardinale Riario. Tamisio allora vola al palazzo del cardinale; ma questi, imitando la generosità dei primi donatori, manda la testa al cardinale Federico Sanseverino. Tamisio, biasimando la inopportuna munificenza, si rimette in sella e trotta al palazzo del magnifico Sanseverino. Ma il magnifico Sanseverino deve molti quattrini al banchiere Chigi, e vuole usargli cortesia presentandogli la gloriosa testa. Tamisio vola, sotto la sferza del sole, agli orti del Chigi in Trastevere; ma giuntovi appena, tutto affannato e molle di sudore, vede l’agognata testa, adorna di fiori, andarsene alla volta della casa dell’Imperia. Pien di sdegno si rimette in via, e vola a Ponte Sisto, dove finalmente gli è dato di desinare con la bellissima cortigiana. Ponte Sisto un tempo era come dire il quartier generale delle cortigiane in Roma, le quali da CELIO SECONDO CURIONE sono chiamate _Vestales romanae, quae regionem pontis Sixti colunt_ (_Pasquillus ecstaticus_, ediz. s. l. ed a., p. 163). Cfr. DOLCE, _Il Ragazzo_, atto II, sc. I. L’Imperia, quand’ebbe l’amicizia di Angelo Dal Bufalo, abitò in Banchi.

[404] MALESPINI, _Novelle_, parte I, nov. 31; ARETINO, _Ragionamenti_, parte I, giornata III.

[405] BANDELLO, _Novelle_, parte II, nov. 51; BRANTÔME, _Les vies des dames galantes_, Leida, 1722, t. I, p. 236. Vedi a questo stesso proposito ciò che di una Cicilia Viniziana dice il FIRENZUOLA nel _Dialogo delle bellezze delle donne, Opere_, Firenze, 1848, vol. I, p. 255, e cfr. coi _Dialoghi delle cortigiane_ di LUCIANO, V.

[406] _I Marmi_, ediz. di Firenze, 1863, vol. I, p. 106.

[407] _Al Capitano Flaminio Nelli_.

[408] La Zaffetta nella _Zaffetta_, e la Ballerina nella _Puttana errante_. Che questo secondo poemetto sia stato pure composto dal Veniero in vituperio dell’Angela, è erronea opinione di parecchi, messa innanzi dall’HUBAUD in un opuscolo che appunto di tale argomento trattava, e intitolato _Dissertation sur deux petits poèmes_, Marsiglia, 1840. La _Puttana errante_ fu ristampata dal Liseux, in Parigi, nel 1883.

[409] _Le carte strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze, Inventario pubblicato a cura della R. Sopraintendenza degli Archivi toscani_, serie I, p. 409. Questo maestro Andrea è senza dubbio quel medesimo di cui, come d’uomo assai piacevole, fa ricordo l’Aretino nei _Ragionamenti_ e nella _Cortegiana_, e che compose un _Purgatorio delle cortigiane_ più volte stampato. L’abbiamo già incontrato fra i personaggi del _Trionfo della lussuria di maestro Pasquino_. Vedi intorno ad esso ROSSI, _Le lettere del Calmo_, appendice I, pp. 385-92.

[410] VENIERO, _La puttana errante_, canto IV, ediz. cit., p. 118 (le prodezze di Elena Ballerina sono _notate sopra ’l capo a Pasquino_); _Le lettere del Calmo_, ediz. cit., p. 87, n. 7. Scritture contro le cortigiane sono nel secolo XVI molto frequenti, e a parecchie porge argomento il dispetto o la gelosia. Dice il GARZONI (_Op. cit._, pp. 599-600): «Già si comincia dare all’arma, i sdegni principiano, l’ire si generano, le minacce vanno in volta, i dispetti non han fine, i bravi si trovano, i pennacchini s’armano, i bertoni s’infuriano, le bastonate s’apparecchiano, i sfrisi si preparano, le morti si tramano da queste insidiose e maladette meretrici. Non si parla più di vezzi, non si favella di carezze, non si ragiona d’aver commercio insieme, cessano i messi, restano le polizze, mancano i presenti, vengon meno i saluti e le riverenze, si richiedon indietro le fedi, si dimandano i quadri, si rinvogliono i ritratti dell’imagini miniate dentro a’ scatolini, e con rabbia, con furore, con insania di mente, si rompe, si spezza, si calpesta ogni cosa con gli piedi. Quindi si giura, si scongiura, si sacramenta di non far mai pace. Marte e Bellona scorrono da ogni banda; le faci si accendono ogni ora a più potere. Non più sonetti, non più madrigali, non più canzoni, non più sestine da innamorato spiran le muse graziose: Apollo asconde la lira, Euterpe va a spasso, Cupido sfratta, Venere va in chiasso, Archiloco solo si lascia vedere, e Pasquino trionfa in mezzo delle piazze. Ora si scoprono gli altari da dovero, si contano gl’inganni, le malizie, i tradimenti, le doppie de i bertoni, il tener su la stanga de’ ganimedi, la trappola dei togati, le perfidie con questi, gli assassinamenti con quell’altro, lo spender della robba, il perder della vita, l’arrischio dell’onore, il consumar dell’anima, il vuotar della borsa, il cruccio, il travaglio, il martire, il dispetto, la gelosia, l’inquietudine grande che da lor procede. Pasquino si mette a narrar le superbie, nel star sul grave, nel concorrer con le signore di vesti, di drappi, di serve, di carrozze, e sopra tutto di voler essere d’ogn’ora cortigiane, ecc.». Tali invettive e libelli erano, sembra, assai temuti dalle cortigiane. Ammonendo la figliuola Pippa, dice la espertissima Nanna: «non ti mancherebbe altro, se non che un tale ti facesse i libri contra, e che per tutto si bandisse di quelle ladre cose che sanno dir de le donne; e ti staria bene che fosse stampata la tua vita, come non so chi scioperato ha stampata la mia». (ARETINO, _Ragionamenti_, parte II, giornata I, p. 198). È ricordo di una Polinda Valenziana, che fece ammazzare a furia di pugnalate uno spagnuolo, che co’ suoi versi, prima l’aveva levata a cielo, e poi trascinata nel fango. (TOMMASO COSTO, _Il Fuggilozio_, Venezia, 1601, pp. 344-5; G. F. ASTOLFI, _Della officina istorica_, Venezia, 1605, p. 218). Agli scritti contro le cortigiane da me ricordati in queste pagine, si aggiunga: _Bravata che fa uno giovane innamorato d’una cortigiana, et lei dandogli la baglia_ (sic) _ma gli volse aprir la porta; cosa da ridere_, s. l. ed a.; una canzonetta, pure in dialetto veneziano, riportata dal ROSSI, _Le lettere del Calmo,_ pp. 288-9; una invettiva in ottava rima e similmente in dialetto veneziano, che il lettore troverà più oltre appendice B; A. DI PALMA, _Opera nova dove si contiene le astutie delle cortigiane_, ecc., s. l. ed a. Francesco Scambrilla, vissuto in sul principio del sec. XVI, compose in dispregio delle cortigiane due sonetti assai acerbi, che si conservano in un codice Vaticano. (TRUCCHI, _Poesie inedite_, eco., vol. III, p. 139). Il codice Marciano Ital. IX. 173 contiene un gran numero di poesie in dialetto veneziano, molte delle quali contro cortigiane. (Ci son vituperate, fra altre, una Paolina Gonzaga, una Livia Verzotta, e la nostra Veronica). Di un capitolo da lui composto contro una cortigiana, e in cui altre cortigiane illustri erano nominate, fa cenno l’ARETINO nei _Ragionamenti_, parte I, giornata III, p. 159. In molte commedie compajono cortigiane, ma non mai per farvi buona figura. Vogliono ancora essere ricordati: _Avvertimenti a quelli che amano le cortigiane, opera nuova e dilettevole_, Milano, 1600; GARZONI, _Serraglio degli stupori del mondo_, Venezia, 1613 (stanza settima, pp. 749-50), e GIOVANNI ANTONIO MASSINONI, _Il flagello delle meretrici_, Venezia, 1599. La letteratura italiana non fu sola ad avere così fatti componimenti nel sec. XVI, sebbene ne abbia avuti, senza paragone, più d’ogni altra. Per citare un esempio, in un poema intitolato _L’enfer de la mère Cardine_, ecc., stampato nel 1568, sono vituperate tutte le cortigiane di Parigi.

[411] _Novelle_, parte I, nov. 50, dedicatoria.

[412] _Ecatommiti_, deca VI, nov. 7. Il buon LAFONTAINE racconta (_Contes et nouvelles_, l. III, 6) la storia di una cortigiana romana, altrettanto superba quanto bella, la quale disprezzando ognuno, e solo facendo qualche conto dei cardinali, s’innamorò pazzamente di un giovane gentiluomo, e fu da lui sposata.

[413] _Lettere_, t. V, f. 147 v. Altra lettera ivi stesso, f. 176.

[414] _Ecatommiti_, nov. 3 dell’Introduzione. A Nannina Zinzera, innamorata di un bellissimo giovane, e godente l’amor suo, indirizzava il LASCA uno dei suoi madrigoloni (_Opere burlesche_, edizione cit., pp. 244-5). A un’altra cortigiana, giovane assai e bellissima, Anna Raugea, che di Firenze si tramutava in Roma, lo stesso Lasca raccomandava (_ibid._, p. 400):

Dall’ira e dallo sdegno vi guardate, E sopratutto non v’innamorate.

La cortigiana del Du Bellay s’innamorò perdutamente di un giovane, che l’abbandonò dopo averle mangiato, in men d’un anno, vigne, case e denari.

[415] LUZIO, _Un’avventura della Tullia di Aragona_, in _Rivista storica mantovana_, vol. I (1885), pp. 178-82. Di una Spagnuola, della quale era innamorato Giovanni della Casa, e che aveva lui a noja più che il mal de’ fianchi, fa cenno il MAURO nel capitolo _Delle donne di montagna_.

[416] _Lettere_, vol. 1, f. 233 r.; vol. VI, f. 72 r. Lo stesso Aretino compose per l’Angela il seguente madrigale, che leggesi nella parte II, giornata III, dei _Ragionamenti_, p. 400:

L’esser prive del cielo Non sono oggi i tormenti De le mal nate genti. Sapete voi che doglia L’alme dannate serra? Il non poter mirar l’Angela in terra. Sol la invidia e la doglia Ch’elle han del nostro bene, E ’l non aver mai di vederlo spene, Le affligge a tutte l’ore Ne l’eterno dolore; Ma se concesso a lor fosse il suo viso Fora lo inferno un nuovo paradiso.

Il TRUCCHI ripubblicò questo madrigale come inedito, _Poesie inedite_, ecc., vol. III, p. 216.

[417] Ciò si rileva facilmente leggendo il poemetto, e basterebbero a farne prova questi due versi che il Veniero dice in persona propria:

Venni e subbiai per farvi riverenza, Ma dal balcon mi fu data licenza.

Il Veniero si duole assai dell’albagia della Zaffetta, che si crede esser maggiore

Che non è di San Marco il campanile.

Del resto il famoso trentuno, di cui nel poemetto si narra, non fu dato davvero, e le parole stesse del poeta lo dicono.

[418] _Lettere_, vol. V, f. 27 r. L’Aretino fa pure gran lodi di una Lucrezia Ruberta. Vedi anche il nobile atto di una cortigiana di Padova narrato dal GIRALDI CINZIO negli _Ecatommiti_, Introduzione, nov. 10.

[419] _Pro poemate ludicro apologia_, Perugia, 1616, pp. 160-1.

[420] Vedi una lettera di Gerolamo Negri, scritta il 29 decembre 1522 da Grottaferrata a Marcantonio Micheli, _Lettere di principi_, ecc., Venezia, 1881, lib. I, f. 110 r.; COLOCCI, _Poesie italiane_, Jesi, 1772, p. 29 n. Il Negri dice: «Questo caso tanto più è degno d’esser celebrato, e quasi preposto al fatto di Lucrezia, quanto che questa donna fu figlia d’una pubblica e famosa meretrice, che fu l’Imperia, cortigiana nobile in Roma, come sapete».

[421] Vedi CIAN, _Op. cit._, pp. 25-35.

[422] _Le rime di_ MICHELANGELO BUONARROTI _cavate dagli autografi e pubblicate da_ CESARE GUASTI, Firenze, 1863, p. 165.

[423] CUGNONI, _Agostino Chigi il Magnifico_, pp. 78-9.

[424] La poesia in lode delle cortigiane fu certo assai copiosa, e chi sa quanta ne giace incognita nelle nostre biblioteche. Essa dovette vestir tutte le forme e prendere tutti i tuoni. Abbiamo già veduto qualche capitolo: ecco qua ora un madrigale e un frammento di canzone tratti dal cod. magliabechiano Cl. VIII, nº 16, assai graziosi e di fattura di Alfonso de’ Pazzi. Il madrigale è indirizzato _Alla Contadina Cortigiana_:

Chi vuol beltà divina Vedere in cosa umana, Oggi venga in Toscana, E miri l’alma nostra Contadina, Che fatta è cittadina, E di sì bei costumi Che Arno re dei fiumi a lei s’inchina: Oh bella Contadina!

Il frammento di canzone è _Alla Porcellina cortigiana_:

La Porcellina nuota Nell’amorosa fonte, La nuota sotto il ponte, Ell’esce e fa la ruota; La Porcellina nuota. La nuota come un pesce, Ell’entra sotto e esce, E non tocca la mota: La Porcellina nuota.

[425] _Le lettere_, l. IV, lett. 50, p. 364.

[426] La Panta qui ricordata è senza dubbio quella stessa che nel 1570, sotto Pio V, fu pubblicamente frustata in Roma. L’_Avviso_ che dà notizia di tale frustatura, dice: «La Panta, famosa meretrice, così per 300 mila scudi che ha speso qui, come per l’autorità ch’ha avuta in altri tempi». Vedi BERTOLOTTI, _Repressioni straordinarie alla prostituzione in Roma nel secolo XVI_, in _Rivista delle discipline carcerarie_, anno XVI (1886), p. 516, docum. XVIII.

[427] DOMENICHI, _Facetie, motti_, ecc., p. 204.

[428] Pag. 429.

[429] BURCHARD, _Diarium_, ediz. cit., t. III, p. 290.

[430] Lettera di Stazio Gadio al marchese di Mantova, LUZIO, _Federico Gonzaga_, ecc., p. 46-7. Detto della cena in casa del cardinale di Mantova, il Gadio soggiunge: «Sonate le cinque ore ogniuno andò a casa lor: da Cornaro credo che Albina fosse allogiata, perchè facevano assai l’amor insieme». Il TRUCCHI (_Poesie inedite_, ecc., vol. III, p. 212) fa cenno di un sonetto del cardinale Santa Croce in lode di Angiola Greca. In una pasquinata venuta fuori subito dopo la morte di Clemente VII, si ricorda il cardinale Grimaldi che innamorato pazzo della Flaminia (probabilmente la famosa di cui parlano il Mauro e altri) fu da lei cacciato. LAFON, _Pasquin et Marforio, histoire satirique des papes_, Parigi, 1861, p. 107.

[431] CIAN, _Op. cit._, pp. 13, 18.

[432] FABRETTI, _La prostituzione in Perugia nei secoli XIV e XV_, Torino, coi tipi privati dell’autore, 1885, edizione di 24 esemplari, p. 46.

[433] Atto II, sc. 6.

[434] Capitolo _A messer Ruberto Strozzi_.

[435] _Le lettere_, l. IV, lett. 20, p. 298.

[436] _Novelle_, parte II, nov. 48.

[437] MUTINELLI, _Storia arcana ed aneddotica d’Italia raccontata dai veneti ambasciatori_, Venezia, 1855-8, vol. I, p. 170.

[438] CIAN, _Op. cit._, p. 8.

[439] L’AFFÒ (_Dizionario precettivo, critico ed istorico della poesia volgare, s. v. Pasquinata_) e il TIRABOSCHI (_St. d. lett it._, ediz. dei Classici, vol. XII, p. 1725) fanno ricordo di una _Passione d’amor de Mastro Pasquino per la partita della signora Tullia, et martello grande delle povere Cortigiane de Roma con le allegrezze delle Bolognese_. A me non è riuscito d’averne altra contezza.

[440] Un testimonio oculare della battaglia di Fornovo (1495) il medico veronese ALESSANDRO BENEDETTI, racconta nei suoi _Diaria de bello Carolino_ d’aver veduto il giorno dopo la battaglia, fra le spoglie del re vinto e fuggiasco, un libro in cui erano dipinte immagini di cortigiane, varie per età e per abito, libro che esso re portava seco in memoria dei suoi facili amori. CIAN, _Op. cit._, p. 40. Certa Susanna, che aveva portato un tempo il vanto della bellezza sopra tutte le cortigiane di Firenze, si gloria nei _Germini_ d’essere stata in Lione onorata dal Delfino:

S’innamora ciascun che mi sta a canto: Fu’ in Lion dal Delfin onorata, Che quando mi partii fece gran pianto.

[441] Il Panormita, di certa Alda, nell’_Hermaphroditus_:

Non mingit, veram si mingit, balsama mingit Non cacat, aut violas, si cacat, Alda cacat.

[442] _Ecatommiti_, nov. 5 della Introduzione.

[443] Parte I, giornata III, p. 158.

[444] Capitolo cit., _A messer Ruberto Strozzi_.

[445] Il 19 d’ottobre del 1546, Cosimo I, duca di Firenze, mandò fuori un bando, il quale vietava, fra l’altro, alle cortigiane di _portar vesti di drappo nè seta d’alcuna ragione_, e ingiungeva loro l’uso del famoso segno giallo, che doveva distinguerle dalle donne oneste. Tullia d’Aragona, che trovavasi allora in Firenze, con una corte d’adoratori intorno, fece, consigliata da Don Pedro, nipote della duchessa Eleonora, e con l’ajuto del Varchi, una supplica, che fu, probabilmente a mezzo dello stesso Don Pedro, recapitata alla duchessa, e da questa al duca. L’effetto fu che la Tullia ottenne il suo desiderio, di vestir cioè come le piaceva, e di non portare il segno giallo, grazia concessale, come dice il decreto, in riconoscimento della _rara scienzia di poesia e di filosofia che, con piacere de’ pregiati ingegni_, trovavasi in lei. Vedi BONGI, _Il velo giallo di Tullia d’Aragona_, in _Rivista critica della letteratura italiana_, anno III (1886), p. 90.

[446] _Tutti i Trionfi, Carri, Mascherate o Canti carnascialeschi andati per Firenze dal tempo del Magnifico Lorenzo de’ Medici fino all’anno 1559_, Cosmopoli, 1770, vol. II, p. 332.

[447] MUTINELLI, _Op. cit_., vol. I, pp. 53-4. Vedi per altre curiose notizie in proposito lo scritto già citato del BERTOLOTTI, _Repressioni straordinarie alla prostituzione in Roma nel secolo XVI_. Un codice Marciano conserva di quel tempo il curioso Lamento di un anonimo, che mostrando di disprezzare tutte l’altre donne, delibera, o di seguitare le cortigiane esulanti, o di farsi frate. CIAN, _Op. cit_., pp. 61-2.

[448] GALLIGO, _Art. cit._, nel Giornale cit., anno IV, vol. I, pp. 127-28.

[449] BANDELLO, _Novelle_, parte IV, nov. 17.

[450] Non mancavano, al bisogno, protettori ed intercessori possenti. In Venezia, ogni po’, si lamenta che il mal costume cresce, che la tracotanza delle meretrici passa ogni termine. In una parte del 12 aprile 1543 si dice espressamente le leggi non potersi applicare per «li tanti favori che hanno simil persone di mala e pessima condizione», e in un’altra si ordina che nessun nobile possa in modo alcuno intercedere per _persona infame_. (_Leggi e memorie venete_, ecc., pp. 109, 110). Nel giugno del 1532, una certa Vienna, _famosa Signora_, rea d’aver tolto dalla Pietà una bambina senza licenza, e d’averla poi rimandata in capo di certo tempo, fu assolta dalla Quarantia criminale con 33 voti favorevoli e 5 contrarii: «la qual Viena», dice ingenuamente il buon Sanudo, «avia uno favor grandissimo di nostri zentilomeni, nè meritava per questo esser condanada». (_Leggi e mem_., ecc., p. 269). La Nora, nei _Germini_, confessa d’aver rubate certe lenzuola, e dice che meritava d’essere scopata, ma che per la raccomandazione di certi amici che aveva andò immune. Odasi la cortigiana del Du Bellay:

Je n’avois peur d’un governeur fascheux, D’un barisel, ny d’un sbirre outrageux, Ny qu’en prison l’on retint ma personne En court Savelle, on bien en tour de Nonne: N’ayant jamais faulte de la faveur, D’un Cardinal, ou autre grand seigneur, Dont on voyoit ma maison fréquentée: Ce qui faisoit que j’etois respectée, Et que chacun craignoit de me fascher, Voyant pour moy les plus grands s’empescher.

[451] Vedi più oltre, appendice A, il _Lamento della cortigiana ferrarese_. Del secolo XVI è pure un opuscoletto intitolato: _Grandissimi dolori, et gli insopportabili tormenti che patiscono le povere cortigiane, e chi le seguita. Donde e’ si intende in quanti modi sono tormentate dagli acerbi dolori del mal francese_. Vedi _Catalogue de la bibliothèque de_ M. L[IBRI], Parigi, 1847, num. 1510, p. 244. Nella commedia del CONTILE intitolata _La Cesarea Gonzaga_, è una cortigiana infranciosata, per nome Masina, la quale ha dato il male a molti. La cura Maestro Grillo, medico, e questi in certa scena le dice (atto V, sc. 5): «Vengo da Caterina piemontese, da Polisena da Lucca, da la Romana e da Francesca Ferrarese, che lavorano con Francia, e guardono le ricette c’ho lor fatte». Il _Purgatorio delle cortigiane_ di quel maestro ANDREA in cui ci siamo già imbattuti, non è il purgatorio ordinario, ma l’ospedale di San Giacomo, detto degli Incurabili, in Roma,

In cui si vede paurosi mostri. Qui è di Franza il dilettevol male, E di San Lazer la lebbra gioconda, Cancheri e malattie universale.

Il tristo luogo

È refugio a le belle cortigiane, Che in tanto bene e favor furon pria.

Quivi

È tal che avea fattezze alte e divine Per l’incurabil mal venuta un mostro.

La cortigiana della _Lucerna_ del PONA muore agl’Incurabili, di mal francese (sera seconda, p. 86).

[452] _Le rime burlesche_, ecc., ediz. cit., p. 396. Se le cortigiane truffavano, erano, alle volte, anche solennemente truffate. Vedi tutta la giornata II della parte II dei _Ragionamenti_ dell’ARETINO; DOMENICHI, _Facetie, motti_, p. 312, ecc.

[453]

Ste vacche se nassue in calessella, E in calessella le sconvien morir: Ne no ghe val a dir la tal se bella, La tal se ricca, la no puol perir, Chè in manco che non se frize una anguella Ghe n’ho viste de ricche a falir, Ghe n’ho visto de grasse e sontuose Vegnir in puochi dì magre e strazzose.

_Le berte, le truffe_, ecc., già citate, f. 19 v. Dice FRANCESCO SANSOVINO nella satira _A Giulio Doffi_:

I poeti somiglian le puttane, Di quegli è il fin andar a lo spedale, Di queste in capo a un tempo esser ruffiane.

_Sette libri di satire_, Venezia, 1560, f. 169 v.

[454] Invecchiata la cortigiana del Du Bellay, la quale aveva in giovinezza guadagnato ciò che aveva voluto, campa filando, facendo il bucato, trafficando stracci, preparando belletti e acque medicate, vendendo, secondo le occasioni, frutta, erbe, ciambelle, e candeluzze le feste. Per giunta ella soffre di renella, di gotta, di tosse e di qualche altro male. Abita in una stanzetta d’osteria, e ha sulle braccia una figlioletta, bambina ancora. Più d’una cortigiana finì in una di quelle carriuole da rattrappiti, chiedendo l’elemosina per l’amor di Dio. La Pierina dei _Germini_, che ci si è condotta, dice:

A gran trionfo il lastrico m’aspetta: Braccio m’ha fatto far la cassettina Per pormi poi co’ poveri a l’offerta.

[455] A. CORVISIERI, _Il testamento di Tullia d’Aragona_, in _Fanfulla della Domenica_, anno VIII (1886), num. 5.

[456] NICCOLÒ FRANCO, _Dialoghi piacevoli_, Venezia, 1541, dialogo IV, f. 67 r.

[457] Tra le _Poesie da fuoco_ già citate è un _Lamento d’Ellena Ballarina_: vedi più oltre, appendice A, il _Lamento della Cortigiana ferrarese_.

[458] E così fece la Tullia, sul cui matrimonio non può ora cader più dubbio. Ella sposò in Siena, nei 1553, un Silvestro Guicciardi da Ferrara, di cui non si sa altro. In grazia principalmente di tal matrimonio, dovette ella, l’anno di poi, esser tolta dal ruolo delle meretrici. V. BONGI, _Documenti senesi su Tullia d’Aragona_, in _Rivista critica d. lett. ital._, anno IV (1887), p. 187. Il Brantôme afferma che in Italia era frequente il caso di uomini che sposavano cortigiane, e racconta di certa Faustina, della quale s’innamorò la prima volta che fu in Roma, e che rivide poi maritata _avec un homme de Justice_ (_Op. cit._, vol. I, pp. 176-7). Di un capitano Concio che sposò una cortigiana romana per nome Vincenza Capista, narra il DOMENICHI, _Facetie, motti_, ecc., p. 234. Gian Francesco Ghiringhello, ricco gentiluomo di Milano, sposò la bellissima Caterina da San Celso, _virtuosa in sonare e cantare, bella recitatrice con castigata pronunzia di versi volgari_ (BANDELLO, _Novelle_, parte IV, nov. 9, dedicatoria). Pietro Aretino scagliò un arrabbiatissimo sonetto contro il conte Ercole Rangone, ch’era in punto di sposare l’Angiola greca (TRUCCHI, _Poesie inedite_, ecc., vol. III, p. 212). Nella _Trinozzia_ del CONTILE, due cortigiane ricche, Laide ed Ersilia, sposano due servitori, ma perchè innamorate, non perchè non possano trovare miglior partito.

[459] _Ragionamento fra il Zoppino_, ecc., p. 448.

[460] A un’altra Imperia, veneziana, fu fatto l’epitafio seguente:

Imperia imperio cum res hominesque tenerem, Hoc volui juvenis condier in tumulo.

FRANCISCUS SWERTIUS, _Epitaphia joco-seria_, Colonia, 1645, p. 115.

[461] GREGOROVIUS, _Lucrezia Borgia_, 1ª ediz., Stoccarda, 1874-5, vol. I, p. 89.

[462] CIAN, _Op. cit._, pp. 35-6.

[463] Lo negò, per esempio il CORRADI, _Nuovi documenti per la storia delle malattie veneree in Italia dalla fine del Quattrocento alla metà del Cinquecento_, negli _Annali universali di medicina e chirurgia_, vol. 269 (1884), pp. 319-20.

[464] Sostenne il CANELLO che _l’aumentare delle prostitute, e il loro affinarsi in signore e cortigiane_ nel Cinquecento, _accenna già chiaramente al sentito bisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia_. (Vedi _Storia della letteratura italiana nel secolo XVI_, Milano, 1880, pp. 23-5). Ma tale bisogno è esso veramente e comunemente sentito in quel secolo? mi par dubbio assai; mi sembra che le prove che il Canello credeva di scorgerne siano assai più apparenti che reali. In nessun secolo si scrissero contro il matrimonio tanti trattati, tanti discorsi, tanti altri componimenti di varia forma quanti se ne scrissero nel Cinquecento. A volerne fare il catalogo si potrebbero riempiere più quaderni agevolmente. Non considerò il Canello che il cresciuto numero e le cresciute attrattive delle prostitute, se giovavano, per un verso, alla famiglia, con far minore intorno alle donne maritate la ressa degli insidiatori, per un altro verso nocevano, stogliendo dal matrimonio molti più celibi, e porgendo agli ammogliati molte più occasioni, e più gradite, di mancare alla fede conjugale. Non considerò inoltre che secondo certi principii, ai quali pur s’informava in quel secolo il culto della donna, lo stato matrimoniale appariva a molti quasi macchiato di una nota d’indegnità. Dice Michele Barozzi nel _Dialogo della dignità delle donne_ dello SPERONI (_Opere_, edizione cit., vol. I, p. 51), che l’amore è quello che naturalmente fa le donne signore degli uomini, e che le leggi civili, _creature del vulgo_, «solamente avendo riguardo a’ figliuoli, che a beneficio della repubblica le nostre donne ci partoriscono, quei dolci nomi d’innamorato e d’innamorata derivati da amore, scioccamente in due strane ed odiose parole, moglie e marito, di convertire deliberarono». Del resto si tratta di sapere, non quanto la prostituzione elegante del Cinquecento abbia giovato o nociuto alla famiglia, ma quali furono le cause che la promossero. Ora, tra queste cause, che io mi sono studiato d’indicare, confesso che non mi viene fatto di scoprire il _bisogno di rispettare la donna altrui, di salvar la famiglia_.

[465] Si comprende facilmente a quali strane contraddizioni dovesse dar luogo la devozione alle prese col meretricio. La già più volte ricordata Nanna ammonisce a questo modo la figliuola: «Veniamo a le divozioni utili al corpo ed a l’anima. Io voglio che tu digiuni, non il sabbato, come le altre puttane, le quali vogliono essere da più del Testamento Vecchio, ma tutte le vigilie, tutte le Quattro Tempora, e tutti i venerdì di Marzo; e dà nome che in così sante notti non dormi con persona. In tanto vendile nascosamente a chi più ne dà, guardando che i tuoi amanti non ti colghino in frodo». (Aretino, Ragionamenti, parte II, giornata I, p. 252). Una delle interlocutrici della Puttana errante in prosa, accingendosi a dar conto di mille turpitudini alla sua degna amica, avverte: «oggi è sabbato, nel quale dì, per la riverenza della Madre del Salvadore, non mi lascio abbracciare da alcuno». Nè si creda perciò che quella devozione non fosse sincera. Beatrice da Ferrara, saputo che Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, era ferito in Ancona, gli scrisse una lettera, dove, con alternazione delle più strane e, diciam pure, delle più comiche, con la più curiosa delle promiscuità, parla di ogni sorta di sudicieria, e in pari tempo della Settimana Santa, della sua confessione, delle preghiere fatte da lei a Dio per la salute dell’ill.mo Signor Duca, del voto fatto di andare in pellegrinaggio a Loreto, quando l’ill.mo Signor Duca fosse pienamente guarito. (_Lettere di cortigiane del secolo XVI_, lettera XXXIV, pp. 81-5). Nella commedia del CONTILE intitolata _La Pescara_ (Milano, 1550), dice la Martinella cortigiana a Marcello servo (atto I, sc. 5): «sai pur che non sono di quelle sfacciate. Odo la messa una volta il mese, dico la corona, e perchè sono anch’io di buon sangue voglio diece scudi di chi si vuol meco impacciare».

[466] FORTINI, _Novelle_, 2. Della Bice da Prato si dice nei _Germini_:

è d’ogni peccato netta e monda Sempre il suo ufiziuol la porta allato.

[467] Vedi la già citata lettera di Beatrice da Ferrara a Lorenzo de’ Medici, duca di Urbino, _Lettere di cortigiane_, ecc., p. 81. Di una di tali monache novelle narra un lepido casetto il BRANTÔME, _Op. cit._, vol. II, p. 190. A una signora Imperia scriveva il CALMO per dissuaderla dal farsi monaca (_Le lettere_, l. IV, lett. 28, p. 314). La cortigiana Lucrezia lascia la mala vita in uno dei Colloquii di ERASMO DA ROTTERDAM (_Colloquium adolescenti et scorti_). Spesso la conversione era solo apparente: vedi GIRALDI CINZIO, _Ecatommiti_, nov. 1 dell’Introduzione. Nella _Tariffa_ è ricordata una certa Filomena, che fattasi monaca, tornò poi a fare la cortigiana. La Nanna dei _Ragionamenti_ dell’Aretino era stata monaca, e di una Paolina, _monaca smantata_, è ricordo nel citato _Trionfo della lussuria_. Il dare ad intendere di volersi far monaca, e l’assoggettarsi ad alcuna pratica devota erano, alle volte, astuzie e spedienti del mestiere. La cortigiana del Du Bellay dice, parlando degli amanti suoi:

Conclusion, j’avois mille receptes, Pour leur tirer les quatrins de la main: Ores faignant de me faire nonnain, _Etc._

Anzi, un bel giorno, presa da subito pentimento, entrò nelle Convertite; ma di lì a poco, pentita d’essersi pentita, tornò alla usanza di prima. Il poeta francese Gillebert compose due carmi latini, l’uno in nome di una cortigiana romana che lasciava il vizio e si faceva monaca, l’altro in nome della stessa cortigiana, che disertava il chiostro e tornava all’antica vita. La Nanna dell’Aretino, per meglio pelare i suoi amici, diede voce d’essersi convertita, e si fece murare in camposanto, e così pure adoperò l’Ordega, spagnuola (ARETINO, _Cortegiana_, atto IV, sc. 2).

[468] Un _Avviso_ di Roma, spedito ai 28 di marzo del 1556, anno secondo del pontificato di Paolo IV, contiene la seguente curiosa notizia: «Predica a S. Apostolo maestro Franceschino da Ferrara, il quale ha una grandissima audienza, e giovedì, correndo l’Evangelio che correva, furono comandate tutte le cortigiane a voler andare a udir la predica, nella quale per il mezo suo il Sig. Dio operò tanto che 82, parte volontariamente e con molte lagrime, e parte per esortazione si presentarono dopo la predica al predicatore, e si feciono scrivere per pentite della vita loro, e di voler andare chi in un monastero, e chi voler maritarsi e viver da donne da bene. E fu bel vedere la carità delle gentildonne Romane in riceverle in chiesa presso di loro, accarezzarle, persuaderle, condurle dal predicatore, e menarsele a casa per levarle dall’occasione del male. Il Sig. Dio doni lor grazia di perseverare e confirmarsi in così buono proposito. Un altro giorno se ne convertirono altrettante». (Pubblicato nel _Zibaldone: Notizie, aneddoti, curiosità e documenti inediti o rari_, anno I, 1888, num. 1, pp. 4-5). Ma le signore cortigiane non sempre si mostrarono così docili. In un altro Avviso di Roma, del 30 novembre 1566, si legge: «Domenica passata furono intimate tutte le cortigiane che alle 20 ore andassero alla predica in Santo Ambrogio. Lì predicò un trentino, che salito in pulpito, cominciorono a romeggiare (_romoreggiare_?) fra loro, ed a far ridere, di modo che ’l buon padre rise anch’egli un pezzo: pur alla fine disse la buona mente di Sua Santità, solicitò alla salute delle anime loro, e le esortava a lasciar il pecato, e se si volevano maritare, e quelle non avevano il modo, le averia agiutate a darli la dote. Li birri stetero alla porta della chiesa, acciò non entrassero alcuno omo, ma ve n’erano da fuori da due mila». Il 15 marzo 1567, accennando ad altra predica, Giacomo Frangipane scriveva al Duca di Mantova: «Mentre il predicatore che predicò in sant’Ambrogio alle cortigiane, riprendeva la vita loro e le esortava al ben fare, una, chiamata Nina da Prato, levatasi in piedi, cominciò a ribuffarlo, con dire che l’uffizio suo era di declarare lo evangelio, e non biasimar la vita loro: onde subito fu presa, e questa mattina è stata frustata». (BERTOLOTTI, _Art. cit_., p. 513, docum. IX e X).

[469] FRANCO, _Le pístole vulgari_, Venezia, 1542, ff. 187 v. a 188 r.; LANDO, _Sette libri de cataloghi_, ecc., Venezia, 1552, p. 23.

[470] _Commentario delle più notabili e mostruose cose d’Italia e di altri luoghi_, Venezia, 1550, f. 76 r. Nel _Trionfo della lussuria_ maestro Andrea dice all’autore, additandogli una schiera di cortigiane:

Vedi quelle che fur dette signore, Tanto superbe in la romana corte Che a pena a Dio se dava tanto onore.

[471] RAINALDI, _Annales ecclesiastici_, t. XXX, p. 152. L’usanza non ebbe a cessar così presto, e non doveva essere molto lungi dal vero AGRIPPA DI NETTESHEIM, quando affermava che i prelati in Roma avevano tra gli altri benefizii, anche i redditi che traevano dai postriboli (_De incert. et van. omn. scient._, cap. LXIV).

[472] Ap. ECCARD, _Corpus historicorum medii aevi_, t. II, p. 1997.

[473] Si trova nelle varie stampe del _Terzo libro dell’opere burlesche di_ M. FRANCESCO BERNI _e di altri_. Sembra che le cortigiane di Roma non lasciassero di far gazzarra nemmeno negli anni santi. Ai 7 di febbrajo del 1525, anno di Giubileo, Francesco Gonzaga, ambasciatore del Duca di Mantova a Roma, scriveva a Jacopo Calandra, segretario del medesimo Duca: «Noi stemo qui menando vita veramente religiosa, però che par un convento di frati, che vivesi in un’osservanzia mirabile; eccetto che le cortigiane non mancano de l’officio loro, ancor che parà che mal si convenga in questo anno santo; ma tanto seria possibile a dar rimedio a questo, quanto ad levar la proprietà a le cose produtte da la natura; sicchè è forza che il mondo vaddi in questa parte secondo il solito». (A. BASCHET, _Documenti inediti su Pietro Aretino_, in _Arch. stor. ital_., serie III, t. III, parte 2ª, p. 121). Se dunque mancavano alla corte di Roma le nobili e colte dame, come lamentava il BIBBIENA in una sua lettera a Giuliano de’ Medici (_Lettere di principi_, Venezia, 1581, lib. I, f. 16 v.) tale mancamento non era in tutto senza compenso.

[474] La Via dei Banchi era allora la principale di Roma, e perciò la più frequentata dalle cortigiane. Delle cortigiane più famose che vissero in Roma nella prima e nella seconda metà del Cinquecento, si han notizie parecchie, e si potrebbe, volendo, farne l’elenco. Di quelle che fiorirono ai tempi di Leone X reca i nomi il già citato _Censimento_. Per gli anni che seguono ne ricordano molte il _Ragionamento fra il Zoppino fatto frate_, ecc., il _Trionfo della lussuria di maestro Pasquino_, dove assai terzine sono spese in farne la enumerazione; l’introvabile libro intitolato _Angitia cortigiana, De la natura del cortigiano_, Roma, 1540. (Alcuni estratti in _Œuvres choisies de_ P. ARÉTIN, _traduites de l’italien pour la première fois avec des notes par_ P. L. JACOB _bibliophile_, Parigi, 1845). Per la seconda metà del secolo si hanno alcuni nomi in una lettera del CALMO, _Alla Signora Romana, Le lettere_, I, IV, lett. 13, p. 279.

[475] _Diarii_, t. VIII, col. 414.

[476] _Pasquillorum tomi duo_, Basilea, 1544, t. I, p. 23. Più altri tolsero da quei due nomi di Venezia e di Venere occasione di bisticcio. Delle donne veneziane disse il francese GERMANO AUDEBERT, nel suo poema _Venetiae_, l. I (ediz. di Venezia, 1583, p. 15):

Veneres discrimine parvo Et Venetae distant.

Un altro francese, STEFANO PASQUIER, dice nel l. II delle sue _Icones_, parlando _De Venetiarum urbe_:

Hanc Venus at lepidam se transformavit in urbem; Viveret ut mediis fluctibus, orta salo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . Hinc Venus est omnem late diffusa per urbem, . . . . . . . . . . . . . . . . . . Sic Veneres Venetas licet appellare puellas.

Dello strabocchevole numero delle cortigiane veneziane molti fanno ricordo. Parlando di Venezia appunto, dice il Gentiluomo nella Tariffa,

Che quante rane ha in sè palustre fondo E la terra formiche, o fiori i prati, Quando l’Aprile è più vago e giocondo, Tante sono puttane in tutti i lati, De quai veggiam talor più folta schiera, Che di vacche e di buoi per li mercati.

Ciò che conferma il BANDELLO, dicendo essere in Venezia _un infinito numero di puttane_ (_Novelle_, parte III, nov. 31), e conferma il GIRALDI CINZIO, notando Venezia essere _abbondevole di quella sorte di donne che cortigiane son dette_ (_Ecatommiti_, deca VI, nov. 7). Le carampane erano case abitate da meretrici di bassa mano, a Rialto. Per l’ordinamento che ci si osservava vedi GIROLAMO BARDI, _Delle cose notabili di Venetia, libri II_, Venezia, 1587, p. 24. Vedi anche GALLICCIOLLI, _Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche_, Venezia, 1795, vol. VI, pp. 148-50; TASSINI, _Curiosità veneziane_, 4ª edizione, Venezia, 1887, pp. 145-6, e _Cenni storici e leggi circa il libertinaggio in Venezia, Venezia_, 1886, pp. 15-6, 25-8. Le cortigiane si mantennero assai numerose nella città delle lagune anche nel secolo XVII. In sul principio di esso il viaggiatore inglese Tommaso Coryate riferiva una voce che faceva ascendere a 30000 il numero di quelle che dimoravano nella città e luoghi circonvicini, e diceva che da tutte le parti della cristianità accorrevano i forestieri desiderosi di vederle e di praticarle. Senza dubbio in quel numero, dato pure che non sia esagerato, erano comprese tutte le meretrici, d’ogni grado e condizione. Sul finire del secolo, il francese Alessandro Toussaint Limojon de Sainct-Didier affermava nessuna città poter gareggiare con Venezia quanto a cortigiane. A mezzo il secolo XVIII Carlo De Brosses trovava ancora in Venezia due volte più cortigiane che in Parigi, e notava espressamente: _elles sont fori employées_.

[477] _Il Candelajo_, atto V, sc. 18. Non era così altrove. In Firenze, per esempio, dovevano pagar la tassa ogni mese, puntualmente (CECCHI, _Il Martello_, atto II, sc. 2). Nè in Venezia stessa andarono sempre immuni da tasse. Nel 1514 fu loro imposto un balzello per riparare all’interramento dell’Arsenale, e se ne ricavò grande quantità di denari.

[478] CALMO, _Le lettere_, l. IV, lett. 13, p. 278.

[479] _La Ruffiana_, Venezia, 1568 (la prima stampa è del 1542), atto I, scena 1.

[480] _Le lettere_, l. IV, lett. 13, p. 279.

[481] Fu vietato l’abuso il 14 luglio 1578, poi di nuovo il 16 marzo 1582 (_Leggi e memorie venete_, ecc., pp. 121-2, 125).

[482] _Novelle_, parte III, nov. 31. Un’usanza simile pare, per altro, non fosse sconosciuta a Roma, secondo si ha da un luogo della _Vieille courtisane_ del DU BELLAY.

[483] _Op. cit._, vol. II, pag. 31.

[484] _Leggi e memorie venete_, ecc., 268. Non mi fu possibile aver notizia di un libro di N. GUTTERY, intitolato _La Priapeja, al magn. sig. L. D. M. M. D. C._, s. l., ma probabilmente Parigi, 1586. Il BRUNET, che lo registra (_Manuel du libraire_, ed. 5ª, vol. II, col. 1832), dice che esso contiene _une conversation entre quatre courtisanes vénitiennes, dans le goût des_ Ragionamenti _de l’Arétin_. Ci si dovrebbero trovare notizie curiose e importanti sulla vita delle cortigiane in Venezia. Dice AGRIPPA DI NETTHESHEIM nel già citato suo libro _De incert. et vanit. omn. scient._, c. LXIII: «Vidi ego nuper atque legi sub titulo _Cortesanae_ italica lingua editum et Venetiis typis excusum de arte meretricia dialogum utriusque Veneris omnium flagitiosissimum dignissimumque qui ipse cum autore ardeat». Non so a quale composizione egli possa alludere, essendo stato stampato il suo libro nel 1530.

[485] Parte I, nov. 4.

[486] Notizie copiose della Veronica diedero: il CICOGNA nei vol. V e VI delle _Inscrizioni veneziane_, Venezia, 1824-53, e G. TASSINI,_ Veronica Franco celebre poetessa e cortigiana del secolo XVI_, Venezia, 2ª edizione, 1888. Il Tassini corresse parecchi errori in cui erano incorsi i biografi prima di lui; ma il suo lavoro è, per altri rispetti, assai manchevole. Nè dalle pagine sue, del resto, nè da quelle del Cicogna, si vede venir fuori la figura della cortigiana letterata. Parlarono inoltre della Franco, ma assai fugacemente ed inesattamente, il DELLA CHIESA, nel _Teatro delle donne letterate_; GIOVANNI DEGLI AGOSTINI, nelle _Notizie istorico-critiche intorno la vita e le opere degli scrittori viniziani_; il GAMBA, nei _Ritratti di dodici illustri donne veneziane_; ENRICO LEVI CATTELANI, in uno scritto intitolato _Venezia e le sue letterate nei secoli XV e XVI_, Rivista europea, nuova serie, volume XV, e alcun altro che non giova ricordare. Non ha valore di sorta un articoletto dal titolo _Véronique Franco, Henri III et Montaigne_, nel _Bulletin du bibliophile et du bibliothécaire_, 1886.

[487] Scudo con figurate in una fascia quattro stelle e tre monticelli sotto.

[488] Vedi questo primo testamento della Veronica pubblicato dal TASSINI, _Op. cit._, pp. 66-71.

[489] _Lettere familiari a diversi della S_. VERONICA FRANCA, senza alcuna nota tipografica, lett. XXIX, pag. 58. Il padre è menzionato anche in un secondo testamento, del 1570, pubblicato pure dal TASSINI, _Op. cit._, pp. 72-80.

[490] Dal secondo testamento si ha che la madre era già morta nel 1570; perciò è da porre prima di quell’anno la compilazione del _Catalogo_.

[491] Lettera VII, p. 12.

[492] Questo ritratto fu riprodotto dal GAMBA in _Alcuni ritratti di donne illustri delle provincie veneziane_, dal MUTINELLI negli _Annali urbani di Venezia nel secolo XVI_, e ultimamente dal TASSINI, _Op. cit._

[493] _Terze rime di_ VERONICA FRANCA, s. l. ed a., ma in Venezia, circa il 1575, come si rileva dall’epistola dedicatoria, di cui avrò a dire più là. Capitolo XVI.

[494] Capitolo VII.

[495] Capitolo I.

[496] Capitolo VII.

[497] Lettera XLVIII, pp. 83-4.

[498] Capitolo XVI.

[499] Lettera XIII, p. 21; XIV, p. 21.

[500] Lettera XLIX, pp. 84-5.

[501] Capitolo XX.

[502] BALDESSAR CASTIGLIONE, _Il Cortegiano_, l. I, ediz. di Firenze, 1854, p. 64.

[503] Lo scritto di PIETRO SELVATICO, _Veronica Franco e il Tintoretto_, nel volume _L’arte nella vita degli artisti_, Firenze, 1870, è tutto un romanzetto assai scipito.

[504] _Capitolo alla Franca_, nel cod. Marc. Ital. IX, 173, già citato, f. 410 r.

[505] Capitolo XX.

[506] Lettera VII, p. 11.

[507] Lettere XXXV, pp. 63-4; XLVII, pp. 80-1; LI, pp. 86-7.

[508] Ultimamente il signor A. BORZELLI in un articoletto intitolato _Per Veronica Franco_, e inserito nella _Polemica_ di Napoli, anno I, numero 4, sostenne che la Veronica Franco del Catalogo non può essere quella stessa delle terze rime e delle lettere; ma in sostener ciò prese alcuni solennissimi granchi. Egli continua ad assegnare la nascita della Veronica all’anno 1553 o 1554, mentre son degli anni parecchi che fa dal Tassini provato che la Veronica nacque nel 1546. Confondendo il _Catalogo_ con la _Tariffa_ in versi, egli assegna a quello la data del 1535, che è la data della prima stampa di questa. Trovando nel _Catalogo_ scritto Veronica Franca e non Franco, insiste su questa diversità, mostrando di non sapere che si usava nel Cinquecento dar desinenza femminile ai cognomi quando si parlava di donna, dicendosi la Trivulzia, la Orsina, ecc. Finalmente egli sostiene che cortigiane come Veronica Franco e Tullia d’Aragona _non venivano messe in lista con la relativa tariffa per certi favori_: ora, a farlo apposta, la Tullia è messa in lista nella _Tariffa_ col prezzo di scudi sette. Del resto, prima del signor Borzelli altri cadde, in parte, nei medesimi errori, e per ciò vedi ROSSI, _Le lettere del Calmo_, Introduzione, p. CVI.

[509] Nel già citato codice Marciano si leggono (ff. 253 v. a 254 r.) una nota e un sonetto che possono forse avvalorare la congettura di un disgusto sopravvenuto tra il Veniero e la Veronica, senza però lasciarne intendere le ragioni. Trascrivo. _Sonetto dicesi del Venier. Sopra el retratto e l’impresa de Veronica Franca, fatto l’anno del giubileo in Roma. Vi era il ritratto in stampa di rame, e la sua impresa che era una favella accesa col motto_: AGITATAQUE CRESCIT; _e intorno al retratto vi era scritto_: ANNO AETATIS SUAE XXV.

SONETTO.

El retratto e la impresa è bona e bella: L’un perchè el le somegia in quanto brutto; L’altro che in le puttane Amor fa lutto Per Amor, e fa fuogo in la facella; Che l’arde solamente quanto ch’ella Dal moto e dal scorlar riceve agiuto; Così chi vuol da vaca aver construtto Diè strapazzarla in questa parte e in quella. Mi trovo in tel retratto un sol error, Ch’è de importanza assae, tanto pi quanto Non puol gnianche conzar el depentor. Ch’el tempo è, se no pi, do volte tanto: Pur ghe è via de salvarlo, e con so onor, De dir che l’è stampà l’altro anno santo.

La nota non dice per altro che quel Veniero fosse Marco, e se a Domenico non è da pensare, potrebbe anche essere stato quel Maffeo ch’ebbe a padre Lorenzo, autore della _Zaffetta_, e che fu poi vescovo di Corfù. Molte poesie di lui, o a lui attribuite, contiene il codice in discorso. L’ultima parte del sonetto ha qualche parte di vero insieme con molta e maligna esagerazione. Nel 1575, anno di giubileo, la Veronica non aveva più venticinque anni, ma non aveva ancora oltrepassati i trenta. Il ritratto di cui qui si parla non può essere tutt’uno con quello di cui dà una breve descrizione il DEGLI AGOSTINI (_Op. cit._, vol. II, p. 616), e che recava, insieme con la fiaccola e il motto, la scritta: VERONICA FRANCO ANN. XXIII. MDLXXVI; o se pure è tutt’uno con esso, e se la diversità, solo apparente, nasce da errore in quella indicazione di numeri, tale errore non può essere che dello storico, mentre l’accenno al giubileo toglie che si possa imputare al poeta. Del resto, nella nota che accompagna il sonetto, non s’intende bene se quelle parole _fatto l’anno del giubileo in Roma_ vogliano dire che il ritratto fu fatto in quell’anno in Roma, o che in Roma fu fatto il sonetto, o che il ritratto o il sonetto fu fatto nell’anno che in Roma si festeggiava il giubileo.

[510] Capitolo II.

[511] Capitolo VIII.

[512] Capitolo XV.

[513] Capitolo XX.

[514] Capitoli XXI e XXII.

[515] Capitolo XIX.

[516] Lettera XIX, pp. 35-6.

[517] Capitolo VIII.

[518] Lettera XX, pp. 37-8.

[519] Capitoli IX, X, XI, XII.

[520] Lettera XXXVI, p. 67.

[521] Capitolo XVII.

[522] Lettera XLIX, pp. 84-5.

[523] Capitoli XIII e XIV.

[524] Nel testamento del 1564 la Veronica diceva ingenuamente: «Lasso a m. Jac.mo de’ Baballi el figliuolo, over figliuola che nasceranno de mi come a suo padre; sia o non sia, Signor Dio scià il tutto». Nel secondo testamento, fatto, come s’è veduto, sei anni dopo, il 1º novembre 1570, ella dice: «Achille mio fiol e di m. Jacomo Baballi Raguseo, il qual, quanto a me, credo sii suo fiolo». Il dubbio ch’ella aveva potevano avere anche altri, e in esso forse è da cercare la ragione di certe disposizioni contenute nel testamento che nell’aprile di quel medesimo anno aveva dettato Lodovico Ramberti, famoso nelle storie veneziane per aver sottratto a morte atroce e infamante il proprio fratello mediante un veleno somministratogli in carcere. Costui legava ad Achilletto, _fio de mª Veronica Franco_ (senz’altro) parte della sua sostanza, lasciandone usufruttuaria la madre sino a che il figlio avesse raggiunto l’età maggiore, e provvedendo a che Achilletto potesse avere un compenso, nel caso che la madre, testando, favorisse un altro figliuolo più di lui. La Veronica poi indicava il Ramberti quale uno de’ suoi esecutori testamentarii.

[525] Di questo secondo figliuolo, chiamato Enea, è ricordo nel secondo testamento, ed è da notare che circa la paternità di Andrea Tron la Veronica non mostra il dubbio che mostra per quella di Jacopo de’ Baballi.

[526] Non è peraltro da tacere che tra le male usanze delle cortigiane c’era anche quella di simulare gravidanze e parti, e a qual fine s’intende facilmente. La Nanna dell’Aretino poi così parla dell’uso loro di prendere bambine negli ospedali: «e scelta la più bella bambina, che ivi venga, se la allevano per figliuola; e la tolgono di una età che appunto fiorisce ne lo sfiorire de la loro, e gli pongono uno de’ più belli nomi che si trovino, il quale mutano tutto dì, nè mai un forastiere può sapere qual sia il suo nome dritto: ora si fanno chiamare Giulie, ora Laure, ora Lucrezie, or Cassandre, or Porzie, or Virginie, or Pantaselee, or Prudenzie, e ora Cornelie; e per una che abbia madre, come sono io de la Pippa, un migliajo sono tolte da gli spedali». (_Ragionamenti_, parte I, giornata III, p. 151). La cortigiana del Du Bellay, enumerando gl’inganni che usava agli amanti, dice:

Aucunefois je me faisois enceinte.

[527] Capitolo VIII.

[528] Lettera XXI, pp. 38-40, al Tintoretto.

[529] Lettere XXVIII, pp. 54-7; XXIX, pp. 57-9.

[530] Lettere XXXIII, pp. 63-4; VII bis, pp. 13-4.

[531] Lettere X, p. 17; XXIII, pp. 47-8; XXVI, pp. 50-2; XXXIV, pag. 65.

[532] Lettera XLVI, p. 79.

[533] Lettera XXIV, pp. 48-9.

[534] Lettere VII, p. 11; XLIX, p. 84.

[535] Lettera XXV, pp. 49-50.

[536] Lettere XXXVII, pp. 67-9; XXXVIII, pp. 69-70.

[537] Nell’Archivio Gonzaga, per altro, non si conserva documento alcuno concernente la Veronica. Così mi assicura Alessandro Luzio.

[538] Lettera XLII, p. 75.

[539] Vedi SERASSI, _La Vita di Domenico Veniero_, preposta alla edizione delle _Rime_, Bergamo, 1751, p. XIII.

[540] Vedi il capitolo XVIII, e le lettere XL, p. 73; XIX, p. 84.

[541] _Lettere brevissime di_ MUTIO MANFREDI, _il Fermo Academico Olimpico_, ecc., _scritte tutte in un anno_, ecc., Venezia, 1606, p. 249. Il sonetto della Veronica si legge nella edizione che della _Semiramide_ fa fatta in Bergamo per Comin Ventura nel 1593.

[542] _Rime di diversi eccellentissimi auttori nella morte dell’Illustre Sign. Estor Martinengo Conte di Malpaga. Raccolte, et mandate all’illustre, et valoroso Colonnello il S. Francesco Martinengo suo fratello, Conte di Malpaga. Dalla Signora_ VERONICA FRANCO. Senza nessuna nota tipografica.

[543] _De antiquitate et viris illustribus Veronae_, Padova, 1647, l. I, c. 20.

[544] È il XXV, cioè l’ultimo, e conta non meno di 565 versi.

[545] Molti altri amici nobili e illustri ebbe certamente la Veronica. Nel secondo testamento ella designa quale uno de’ suoi esecutori testamentarii il magnifico messer Lorenzo Morosini, e raccomanda i figliuoli al chiarissimo messer Giambattista Bernardo.

[546] Capitolo XXII. Anche nel capitolo III deplora la Veronica d’essersi allontanata da Venezia:

E l’ora piango, e ’l dì ch’io fui rimossa Da la mia patria.

[547] Capitolo XII.

[548] Parlando, nel capitolo XV, del colonnello, fratello di Estor Martinengo, diceva:

E come donna in questa patria nata, Vorrei, ch’ov’ha di lui bisogno andasse, E ch’opra a lei prestasse utile e grata.

[549] Lettera V, pag. 6. Gerolamo Fenaruolo, volendo dissuadere Adriano Willaert dal partirsi di Venezia, scriveva in un suo capitolo:

Questa Venezia è una città d’assai, È un novo mondo, un novo Paradiso, E sarà così fatta sempre mai. Se voi guardate gli uomini nel viso, Qui vedrete più vecchi che non sono E stelle in cielo e gamberi a Treviso. E questo nasce perchè l’aere è buono, Perchè sempre si vive in allegrezza, Perchè quel che si mangia ci sa buono. L’infinita abbondanza e la ricchezza, I comodi, i diletti, ed i piaceri Fan veder vita eterna a la vecchiezza. E senza tante pinole e cristeri Tiran dal corpo al fondo del crivello La soma d’ogni sorte di pensieri.

SANSOVINO, _Sette libri di satire_, f. 193 r.

[550] Di trattenimenti musioali è pur cenno nella lettera XLVI, pag. 79.

[551] Parlando di certa canzone della Ghirometta, dice Scipione Ammirato in un luogo de’ suoi _Opuscoli_: «Era uscita allor per Venezia questa canzone in campagna, e cantavasi da piccoli, e da grandi di giorno, e di notte per le piazze, e per le vie sì fattamente, che ciascuno avea del continuo gli orecchi intronati dal tuono di questa canzone». Cito da un opuscoletto per nozze, intitolato _Novelle_ di SCIPIONE AMMIRATO, Bologna, 1856, p. 10.

[552] V. le lettere del Calmo ad Angiola Sara e alla signora Frondosa, ediz. cit. l. III, lett. 39, l. IV, lett. 42, pp. 245, 346-7.

[553] Lettera XIII, p. 21.

[554] Nell’opera di GIACOMO FRANCO, _Habiti d’huomini et donne venetiane_ ecc., sono due stampe che qui vogliono essere ricordate. La prima rappresenta molte gondole con persone che vanno a diporto. In una è una tavola imbandita con uomini e donne che mangiano; in altra una donna che suona il clavicembalo, con altre donne e nomini che suonano varii strumenti. Sotto vi è scritto: _In questa maniera la state ne’ grandi caldi si va ai freschi per li canali della Città la sera fino a mezza notte, con musiche di voci e diversi istromenti con grandissimo diletto, con le signore Cortigiane, e spesso anco si cena in barca con mirabil piacere._ La seconda stampa mostra come si andasse l’inverno a uccellare in barca sulla laguna.

[555] Lettera XLIV, pp. 76-8.

[556] Vedi per tali notizie TASSINI, _Op. cit._, p. 40.

[557] Nel testamento del 1570 è cenno di beni mobili e stabili, di _un filo di perle nº 51 ballotte_, di piatti d’argento e di altra argenteria con lo stemma della Veronica.

[558] Capitolo XXIII.

[559] Capitolo XVI.

[560] Lettera VIII, pp. 14-6.

[561] Vedi CICOGNA, _Op. cit._, t. VI, pp. 884-5 e TASSINI, _Op. cit._, pp. 89-97. Il vero testamento del Ramberti è del 19 aprile 1570; CICOGNA, _ibid._, p. 957; TASSINI, _ibid._, pp. 89-97.

[562] Lettera XLVIII, pp. 82-4.

[563] Lettera XXX, pp. 58-9. Il detrattore cui questa lettera è scritta aveva commesso in casa della Veronica, a quanto costei afferma, un _vilissimo mancamento_, non sappiam quale.

[564] Vedi TASSINI, _Op. cit._ pp. 23-5.

[565] SANDONNINI, _Alessandro Tassoni ed il Sant’Uffizio_, in _Giornale storico della letteratura italiana_, vol. IX, pp. 345 sgg.

[566] Una delle più semplici consisteva in tracciar certi cuori nella cenere calda, e in recitarvi su questi versi:

Prima che ’l fuoco spenghi Fa che a mia porta venghi. Tal ti punga il mio amore Quale io fo questo cuore.

Vedi pp. 425-6. Cfr. _Ragionamenti_, parte II, giornata III, pp. 406-10. Delle malie che usavano le meretrici per trattenere gli amanti è cenno in una poesia di VINCENZO BELANDO, intitolata _Scudo d’amanti dove si scuopre gli assassinamenti, inganni, astutie, forfanterie e truffarie che usano le puttane per ingannare i simplici giovani_, ecc., stampata insieme con le _Lettere facete e chiribizzose_, ecc. dello stesso autore, Parigi, 1588. Uno stuolo di maliarde faceva comparire il VENIERO nel trionfo di Elena Ballerina in Roma, _La Puttana errante_,