Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 99

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Discorreva Napoleone di volere visitar Roma sua. Se, di fatto, non voleva andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le parve acconcio per la campagna, il Quirinale per la città, il Quirinale grande e magnifico per sè, sano per sito e con bella apparenza da parte di strada Pia: ogni cosa all'imperiale costume si accomodava. Nè la bellezza o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar alberi all'intorno, di aprir passeggiate, specialmente alla piazza del Popolo da riuscire a Trinità del monte, di trasportare i sepolcri fuori delle mura, di prosciugar le paludi. Le pontine massimamente pressavano nei consigli imperiali. Prony Franzese, Fossombroni Italiano, idraulici di gran nome e di scienza pari al nome, le visitavano e fra loro consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrarii; e, se le pontine non peggiorarono sotto il dominio franzese, certo non migliorarono.

Così vivevasi a Roma; con un sovrano prigioniero a Savona, con un sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze avvenire, diventata provincia di Francia, non poteva nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in contrarie parti, lagrimava e si doleva; nè poteva la consulta, quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e racconfortarla.

Anno di CRISTO MDCCCX. Indizione XIII.

PIO VII papa 11. FRANCESCO I imp. d'Austria 5.

Era venuto a noia a Carolina di Sicilia, che voleva a giusta ragione comandare da sè, il dominio degl'Inglesi; nè sperando di riconquistare il regno di terraferma, desiderava almeno di essere padrona di quello che le restava. Napoleone aveva penetrato il suo desiderio, e per mezzo di pratiche le persuase ch'era pronto a secondare le sue intenzioni. Vennesi ad un negoziato tra l'imperatore e la regina, il fine del quale era che il re aprisse i porti di Sicilia ai soldati di Napoleone, e permettesse che gli occupassero, sì veramente che l'imperatore aiutasse il re a cacciar gl'Inglesi dalla Sicilia. Mentre questi negoziati pendevano, entrò in Murat il desiderio di conquistar la Sicilia, sperando che la durezza di quel governo, procurandogli aderenze negli scontenti, gli aprirebbe la occasione di far frutto con le spalle loro. Già le troppe franzesi si erano condotte nella Calabria Ulteriore: al che aveva consentito Napoleone per dar gelosia agli Inglesi, acciocchè non potessero correre contro Corfù. Ad esse si erano accostati i Napolitani; la costa di Calabria da Scilla a Reggio piena di soldati. Vi concorrevano altresì le forze navali del regno, non senza aver prima combattuto onorevolmente contro le navi d'Inghilterra, che, per vietar loro il passo, le avevano assaltate nel golfo di Pizzo, al capo Vaticano e sulle spiaggie di Bagnara. Si ingiungeva a tutti i comuni posti pel litorale del Mediterraneo che somministrassero legni armati in guerra per l'impresa di Sicilia. Murat spesso imbarcava e spesso anche sbarcava le genti per addestrarle. Ognuno credeva che la spedizione si tenterebbe. Ma siccome il nerbo principale della spedizione consisteva nei Franzesi, così aveva anche Murat pregato l'imperatore, affinchè ordinasse che eglino cooperassero co' suoi Napolitani alla fazione. Napoleone, che a questo tempo negoziava con la regina, rispose nè approvando nè disdicendo, contento al moto, o che riuscisse o che solo spaventasse. Nessun ordine mandò a' suoi, acciocchè si congiungessero con quei del re. Ma Gioacchino, acceso per sè stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Sicilia, e persuadendosi di trovarvi gran seguito e facile mutazione, volle tentar la fazione da sè e con le sole sue forze. Cinque mila Napolitani, fra i quali era il reggimento reale corso, partivano di nottetempo dalle vicinanze di Reggio e di Pentimela, e si avviavano alla volta di Sicilia con intento di approdare tra Scaletta e Messina. Al tempo stesso Murat, standosene sulla reale scialuppa riccamente addobbata, dava opera ad imbarcare le genti franzesi, come se anch'elleno dovessero andare alla conquista, ancorchè sapesse, ed esse meglio di lui, che non si attenterebbero. Ma avevano consentito ad aiutar l'impresa con un poco di romore e con quelle vane dimostrazioni. Sbarcarono nel destinato luogo i Napolitani condotti dal generale Cavagnac; ma non così tosto posero piede sulle terre siciliane, che invece di correre uniti a qualche fatto importante, si sbandarono per vivere di sacco. La qual cosa veduta dai paesani e dalle milizie, accorsero con le armi ed in folla, ed oppressero facilmente quegli uomini sfrenati e dispersi: chi non fu morto fu preso; alcuni dei presi, uccisi per la rabbia civile. Accorrevano gl'Inglesi al romore dalle stanze di Messina, ma arrivarono quando già la vittoria era compita. Dopo questo fatto, che non fu senza diminuzione della riputazione del re, deposta, non senza querela contro Napoleone, la speranza concepita, ritirava Gioacchino i soldati verso Napoli, e con pubblico scritto annunziava essere terminata la spedizione di Sicilia, il che era verissimo. Ma rimasero nell'Ulteriore Calabria miserabili vestigia del furore delle soldatesche. Tra il guasto fatto per accampare e quello degli scorazzamenti per le campagne, ne furono guastate vaste tenute di ulivi e di viti, sole ricchezze che il paese si avesse. Così il regno di là dal Faro non fu conquistato, quello di qua desolato.

Intanto i negoziati tra Napoleone e Carolina non poterono tanto restar segreti che non venissero a cognizione degl'Inglesi: ne intrapresero anche le lettere certissime. Ciò fu cagione che Carolina a loro, e principalmente a lord Bentinck, mandato in Sicilia a confermarvi il dominio della gran Bretagna, tanto venisse in odio, che, per allontanarla del tutto dalle faccende, la confinarono in una villa lontana a qualche miglio da Palermo, e poco dopo la obbligarono anche a partir di Sicilia, accidente molto singolare e strano che sarà raccontato a suo luogo.

Partito l'esercito, i facinorosi della Calabria, di nuovo uscendo dai loro ripostigli, ripullulavano, ed ogni cosa mettevano a ruba ed a sangue. Niuna strada, non che maestra, rimota, niun casale sparso, niun casale riposto erano più sicuri. Divisi in bande, e sottomessi a capi, si erano spartite le provincie. Carmine Antonio e Mescio infestavano coi loro seguaci Mormanno e Castrovillari; Benincasa, Nievello, Parafanti e Gosia il distretto di Nicastro ed i casali Cosenza; Boia, Giacinto Antonio ed il Ticiolo, la Serra stretta ed i borghi Catanzaro; Pannese, Massotta e il Bizzarro le rive dei due mari e l'estremità dell'Ulteriore Calabria. Spaventò il Bizzaro specialmente e lungo tempo la selva di Golano e le strade di Seminara a Scilla. Questi erano gli effetti delle antiche consuetudini e delle guerre civili presenti. Si temeva che alle prima occasione i capi politici contrarii al governo, i carbonari massimamente ed i loro aderenti, di nuovo prorompessero a moti pericolosi. Si sapeva che i carbonari, sempre nemici dei Franzesi, quantunque se ne stessero quieti, fomentavano non le ruberie e gli assassinii, che anzi cercavano di frenarli, ma la incitazione e l'empito, per voltarlo, quando che fosse, contro quella nazione che tanto odiavano. Si rendeva adunque per ogni parte necessario a Murat l'estirpar del tutto quella parte dei facinorosi di Calabria, e lo spegnere, se possibile fosse, la setta tanto importuna dei carbonari. Varii per questo fine erano stati i tentativi ai tempi di Giuseppe, varii altresì ai tempi di Murat, ma sempre infruttuosi, non tanto per la forza della parte contraria e per la difficoltà dei luoghi, quanto pei consigli spartiti e la mollezza delle risoluzioni. A ciò fare era richiesto un uomo inesorabile contro i malvagi, ed un'autorità piena per punirli. Un Manhes generale, aiutante di campo di Murat, che già aveva con singolare energia pacificati gli Abbruzzi, parve al re uomo capace di condurre a buon fine l'opera più difficile delle Calabrie. Il vi mandò con potestà di fare come e quanto volesse. Era Manhes di aspetto grazioso, di tratto cortese, non senza spirito, ma di natura rigida ed inflessibile, nè strumento più conveniente di lui poteva scegliere Gioacchino per conseguire il fine che si proponeva. Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto, che le Calabrie pacificasse; del modo, qualunque ei fosse, non si curava: ciò si pose in pensiero di fare e fece, ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà, invidia ad invidia opponendo. Primieramente considerò Manhes che l'operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perocchè i facinorosi fuggivano dal luogo in cui si usava più rigore, in quello in cui si procedeva più rimessamente: così, cacciati e tornati a vicenda da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente, andò pensando che i proprietarii, anche i più ricchi, ed i baroni stessi, che vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e morti, questi uomini barbari. Dal che ne nasceva, che se non si trovava modo di torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato per ispegnerli. Si aggiungeva, che la gente sparsa per le campagne, per non essere manomessa da loro, dava ad essi, non che ricovero, vettovaglie, e così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare, era impossibile il sopraggiugnerli. Vide Manhes convenirsi, che con qualche mezzo straordinario, giacchè gli ordinarii erano stati indarno, si assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s'isolassero. Da ciò ne cavava quest'altro frutto, che i giudizii sarebbero stati severi, operando contro i delinquenti l'antica paura ed i danni sopportati. Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta peste, e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al suo fine, quattro mezzi mise in opera, notizia esatta del numero dei facinorosi comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni, armamento dei buoni, giudizii inflessibili.

Chi si diletta di considerare le faccende di Stato ed i mezzi che riescono, e quelli che non riescono, vedrà nelle operazioni di questo prudente e rigido Franzese, quanto i mezzi suoi quadrassero col fine, e ch'ei non andò per le chimere e le astrazioni, come fu l'uso dell'età. Ordinò che ciascun comune desse il novero de' suoi facinorosi, pose le armi in mano ai terrazzani, partendogli in ischiere, fe' ritirare i bestiami e i contadini a borghi più grossi, che erano guardati da truppe regolari, fe' sospendere tutti i lavori di agricoltura, dichiarò caso di morte a chiunque che ai corpi armati, da lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò fuori a correrla i corpi dei proprietarii armati da lui, comune per comune, intimando loro fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei campi, che truppe urbane, che andavano a caccia di briganti, e briganti che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato, rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano, e forse non con quella retta inflessibilità ch'egli usava, ma con crudeltà fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre, che ignara, degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava lavorando sui campi, fu impiccata. Fu crudelmente tormentata una fanciulla, alla quale furono trovate lettere indiritte ad uomini sospetti. Nè il sangue dei carboneri si risparmiava. Capobianco loro capo, tratto per insidia, e sotto colore di amicizia nella forza, fu ucciso. Un curato ed un suo nipote, entrati nella setta, furono dati a morte, l'uno veggente l'altro, il nipote il primo, lo zio il secondo. Rifugge l'animo a chi già tante orrende cose raccontò, dal raccontare i modi barbari che contro di loro si usavano. I carbonari, spaventati dalle uccisioni, perocchè molti di loro perirono nella persecuzione, si ritirarono alla più aspra montagna.

I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e privo di vettovaglie, perirono, o nei combattimenti, che contro gli urbani ferocemente sostenevano, morivano, o, preferendo una morte pronta alle lunghe angosce, o da sè medesimi si uccidevano, o si davano volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi, condotti innanzi a tribunali straordinarii composti d'intendenti delle provincie, e di procuratori regi, erano partiti in varie classi, quindi mandati a giudicare dai consigli militari creati a posta da Manhes. Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà. Nè solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi li favoriva, o poveri, o ricchi, o quali fossero o con qual nome si chiamassero; perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure, per opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a giuste pene fatti iniqui. Succedevano vendette che fanno raccapriccio a raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di Cartopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del nuovo governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Parafanti donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro all'ultimo supplizio, perì. Posti in fila del destinato giorno, l'infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boia alla coda, marciavano in una processione, che non si saprebbe con qual nome chiamare. Eransi poste in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme, indosso vesti a guisa di San-Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a bisdosso. A questo modo si accostavano al patibolo: quivi una morte crudele pose fine ad una commedia fantastica ed orribile. Nè davano solamente supplizii coloro che a ciò fare erano comandati, ma ancora i paesani, spinti da rabbia e da desiderio di vendetta, infierivano contra i malfattori; insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie i vivi, dalle mani togliendoli dei carnefici per ucciderli. Furono i Calabri facinorosi sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei supplizii, morì per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o negli abbandonati casali, ed anche sugli aperti campi si vedevano spiranti ancor minaccie, ferocia e furore; la fame gli aveva morti. Dei presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di Castrovillari angusta e malsana videne perire nell'insopportabile tanfo gran moltitudine.

La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi; i cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si brancolavano per isfinimento o per angoscia sui morti, i sani sui moribondi; e sè stessi, come cani, con le unghie e coi denti laceravano. Infame pozza di putrefatti cadaveri diventò la costrovillarese torre; sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra degl'impiccati appese sui pali di luogo in luogo rendettero lungo tempo orrenda la strada da Reggi a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati a mucchi; biancheggiarono e forse biancheggiano ancora le sue sponde di abbominevoli ossa. Così un terrore maggiore sopravanzò un terror grande. Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli abitatori che ai viandanti; si apersero le strade al commercio, tornarono i lavori all'agricoltura, vestì il paese sembianza di civile, da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le Calabrie; Manhes la fece; il suo nome saravvi e maledetto e benedetto per sempre.

Anno di CRISTO MDCCCXI. Indizione XIV.

PIO VII papa 12. FRANCESCO I imp. d'Austria 6.

Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza, sì soddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo con l'imperio degli ecclesiastici in freno la parte contraria alla quale non piaceva quella sua immoderata cupidigia di dominare. Restava che la religione romana stessa domasse con la depressione dell'autorità pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona, retribuzione certamente indegna di tanti benefizii.

Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì 15 agosto del 1809, se per caso o pensatamente, perchè quello era giorno festivo di Napoleone, ognuno giudicherà. Gli furono date sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni sindaco della città. Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli agenti imperiali osservavano che, o fosse timore o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore il fanatismo, così il chiamavano, mostravasi verso il sovrano pontefice, che in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la obbedienza verso il governo.

Sino a che si comandasse altrimenti, erano vietate le udienze al papa, ed a nessuno si permetteva che gli favellasse, se non presenti le guardie; su quanto facesse nelle interiori stanze, diligentemente si vigilava e sopravvigilava; le lettere che scriveva e quelle che a lui si scrivevano, copiavansi e si mandavano a Parigi. Se ne viveva il pontefice nel suo savonese carcere con molta semplicità, nè mai si mostrava sdegnato, quantunque avesse tante cagioni di sdegnarsi.

Desiderava Napoleone che il senatoconsulto dell'unione dello Stato romano al suo impero sortisse il suo effetto anche per consentimento del papa. Per la qual cosa gli agenti imperiali continuamente e con esortazioni vivissime cercavano di muoverlo, acciocchè rinunziasse al dominio temporale, accettasse i milioni, abitasse il palazzo arcivescovile di Parigi. Certamente pareva a que' tempi la potenza di Napoleone inconquassabile; le paci di Tilsit e di Vienna, il nuovo matrimonio, l'esercito invitto, vincitore, innumerabile la fondavano. Niuna speranza rimaneva al pontefice di risorgere, il sapeva, il credeva, il diceva; ma vinse la coscienza: ricusò Pio le imperiali proposte.

Ma ecco oggimai avvicinarsi il tempo in cui la sua virtù doveva essere messa a più duri cimenti. Posciachè si era tentato di spaventarlo coi soldati, di osservarlo con le spie, di sgomentarlo con la segregazione, di scuoterlo con le minaccie, si faceva passaggio ad assalirlo con le dottrine e con le persuasioni di coloro che, o per antica amicizia o pel carattere di cui erano vestiti, si credeva potessero avere molta autorità nelle sue deliberazioni. In questo mezzo tempo, per intimorire il papa e farlo consentire a quanto si desiderava con dargli sospetto che, se non consentisse, tuttavia si farebbe, erasi convocato un concilio ecclesiastico a Parigi, a cui furono proposti certi quesiti, acciocchè li dichiarasse.

Intanto Napoleone, costretto dalla necessità, perchè la vacanza delle sedi episcopali turbava la coscienza dei fedeli, essendo a ciò consigliato da coloro che appresso a lui trattavano delle faccende ecclesiastiche, si deliberava ad usare un rimedio che poteva dargli, secondo che credeva, tempo ad aspettar tempo e conclusione definitiva delle differenze nate con la santa Sede. Voleva dunque che i capitoli delegassero l'autorità vescovile ai nominati dall'imperatore; ma per questo era d'uopo che i vicarii, già eletti dai capitoli stessi all'atto della vacanza, rinunziassero: però che non vi potessero essere due delegati. A questo fine indirizzava i pensieri il governo; dal che nacquero accidenti di non poca importanza, come quelli del cardinale Maury nominato alla Sede di Parigi, e quello del vescovo Osmond eletto a quello di Firenze.

Dalle opposizioni del papa provennero nuove minaccie, e alle minaccie seguitavano i fatti, poichè dall'abitazione pontificia fu sbandito ogni apparato esteriore, tolte le carrozze, tolti i servitori, soppresso ogni segno di rispetto, interdetti penna ed inchiostro; usate tutte le cautele per mutare il papa, e per fare che nissuno sapesse o dicesse o facesse altro che quello che piaceva al governo.

L'imperatore, veduto che le persuasioni, nè le minaccie, nè gli spaventi, nè le strettezze non avevano potuto piegare l'animo del pontefice, e credendo, per le opinioni dei popoli, di non potere da sè e senza che gli estremi mezzi prima si fossero tentati, fare questa gravissima mutazione che i vescovi di Francia e di tutti i paesi sudditi a lui più non ricevessero la instituzione canonica dalla Sede apostolica, si era risoluto ad usare più efficacemente il sussidio del concilio ecclesiastico adunato in Parigi. Inoltre, a ciò consigliato e stimolato principalmente dal concilio stesso, si era deliberato a convocare un concilio nazionale a Parigi, acciocchè considerasse la necessità presente, e proponesse i mezzi di rimediarvi. Il concilio decideva i quesiti secondo le mire del governo, i romani teologi contraddicevano a quelle decisioni, e le discussioni erano infinite.

Già il disegno ordito contro un papa carcerato era pronto a colorirsi: i soldati e le spie facevano l'opera loro in Savona, i prelati si accingevano a farla da Parigi. Erano quindici o cardinali o arcivescovi o vescovi. Comandava il governo che mandassero una deputazione a muovere il papa a Savona. Il concilio nazionale convocato a Parigi pel dì 9 giugno del presente anno, parte ancor egli della macchina per intimorire il papa, stava pronto a proporgli i termini d'accordo voluti dal governo.

Il papa, assalito e conquiso da ogni parte, ritirandosi dalla sua risoluzione di non voler trattare se prima non fosse libero, incominciò a manifestare le sue intenzioni; ed insomma, tentato in tutte le guise, e separato dal consorzio del mondo, promise di venire ad un accordo, il cui importare fosse questo: che sua santità, considerati i bisogni ed i voti delle chiese di Francia e l'Italia a lui rappresentati dai deputati, e deliberatosi a mostrare con un nuovo atto la sua paterna affezione verso le chiese medesime; darebbe l'instituzione canonica ai soggetti nominati da sua maestà con le forme convenute nei concordati di Francia e del regno d'Italia; che si piegherebbe ad estendere con un nuovo concordato le medesime disposizioni colle chiese di Toscana, di Parma e di Piacenza; che consentirebbe che s'inserisse nei concordati una clausola, per la quale prometterebbe di spedir le bolle d'instituzione ai vescovi nominati da sua maestà in un certo determinato tempo, che egli stimava non poter esser minore di sei mesi; e caso ch'ella differisse più di sei mesi per altri motivi che per quelli dell'indegnità personale dei soggetti, investirebbe, spirati i sei mesi, della facoltà di dare in suo nome le bolle il metropolitano della chiesa vacante, o, mancando lui, il vescovo più anziano delle provincie ecclesiastiche. Aggiunse, che sua santità a queste concessioni aveva inclinato l'animo per la speranza concetta nei colloqui avuti coi vescovi deputati, che elleno fossero per appianar la strada ad accordi, che ristorerebbero l'ordine e la pace della Chiesa, e restituirebbe alla santa Sede la libertà, la independenza e la dignità che le si convenivano. Fu aggiunto allo scritto contenente queste promesse del pontefice, i deputati affermarono per consenso di lui, il papa per sorpresa, un capitolo concepito in questi termini: Che i diversi aggiustamenti relativi al governo della Chiesa ed all'esercizio dell'autorità pontificia, sarebbe materia di un trattato particolare che sua santità era disposta a negoziare tostochè a lei fossero restituiti i suoi consiglieri e la sua libertà. Ma il pontefice protestò il giorno appresso contro questa giunta, che i vescovi deputati consentirono facilmente a cassarla dallo scritto che da Torino mandarono al ministro.