Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 97

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Ma era in Europa rimasta accesa la materia di nuove calamità, e già l'Austria, non abborrendo dall'entrare in nuovi travagli, e dall'abbracciar sola la guerra, si mise in sull'armare. Si doleva Napoleone dei romorosi apparecchi, affermando non pretendere coll'imperatore d'Austria alcuna differenza: rispondeva Francesco essere a difesa, non ad offesa. Accusava il primo gli austriaci ministri, e non so quale viennese setta, bramosa di guerra, come la chiamava, e prezzolata dall'Inghilterra. Rinfacciava superbamente a Francesco l'avere conservato la monarchia austriaca quando la poteva distruggere; gli protestava amicizia; lo esortava a desistere dalle armi. Ma l'Austria non voleva riposarsi inerme sulla fede di colui che aveva incarcerato i reali di Spagna. La confederazione renana, la distruzione dell'impero germanico, Vienna senza propugnacolo per la servitù della Baviera, Ferdinando cacciato di Napoli, il suo trono dato ad un Napoleonide, l'Olanda data ad un Napoleonide, Parma aggiunta, la Toscana congiunta, la pontificia Roma occupata, davano giustificata cagione all'Austria di correre all'armi, non potendole in modo alcuno esser capace che a lei altro partito restasse che armi o servitù. Solo le mancava l'occasione: la offerse la guerra di Spagna, all'impresa della quale era allora Napoleone occupato, e la usò. Ma prevedendo che quello era l'ultimo cimento, faceva apparati potentissimi.

Un esercito grossissimo militava sotto la condotta dell'arciduca Carlo in Germania. Destinavasi all'invasione della Baviera, la quale perseverava nell'amicizia di Napoleone. Se poi la fortuna si mostrasse favorevole a questo primo conato, si aveva in animo di attraversare la Selva Nera e di andar a tentare le renane cose. Per aiutare questo sforzo, ch'era il principale, Bellegarde, capitano sperimentatissimo, stanziava con un corpo assai grosso in Boemia, pronto a sboccar nella Franconia, tostochè i casi di guerra il richiedessero. Grandissima speranza poi aveva collocato l'imperatore Francesco nel moto dei Tirolesi, sempre affezionati al suo nome e desiderosi di riscuotersi dalla signoria dei Bavari. Sollecita cura ebbero gli ordinatori di questo vasto disegno delle cose d'Italia; perciocchè vi mandarono con un'oste assai numerosa, massimamente di cavalli, l'arciduca Giovanni, giovane di natura temperata e di buon nome presso agl'Italiani.

A questi sforzi, se Napoleone era pari, non era certamente superiore. Fece opera di temporeggiarsi, offerendo la Russia per sicurtà della quiete. Ma, da quell'uomo astuto e pratico ch'egli era, non ingannandosi punto sulle intenzioni della potenza emola, e certificato della mala disposizione di lei, che gli parve irrevocabile, si preparava alla guerra, con mandar in Germania ed in Italia quanti soldati poteva risparmiare per la necessità d'oltre i Pirenei. Ciò nondimeno Francesco, che con disegno da lungo tempo ordito si muoveva, stava meglio armato e più pronto a cimentarsi. Pensò Napoleone ad andar egli medesimo alla guerra germanica, perchè vedeva che sulle sponde del Danubio erano per volgersi le difinitive sorti, e che nessun altro nome, fuorichè il suo, poteva pareggiare quello del principe Carlo. Quanto all'Italia, diede il governo della guerra in questa parte importante al principe Eugenio, mandandogli per moderatore Macdonald.

L'Italia e la Germania commosse aspettavano nuovo destino. L'arciduca Carlo mandò dicendo al generalissimo di Francia, andrebbe avanti, e chi resistesse, combatterebbe. L'arciduca Giovanni, correndo il dì 9 aprile del presente anno al medesimo modo intimò la guerra Broussier che colle prime guardie custodiva i passi della valle di Fella. Preparate le armi, pubblicavansi i discorsi.

Addì 10 di aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca, varcata la sommità dei monti al passo di Tarvasio, e superato, non però senza qualche difficoltà per la resistenza dei Franzesi, quello della Chiusa, si avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante corredo di artiglierie e di cavalleria passava l'Isonzo, e minacciava con tutto lo sforzo de' suoi la fronte dei napoleoniani. Fuvvi un feroce incontro ai ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè molto valorosamente. Ma, ingrossando vieppiù nelle parti più basse gli Austriaci che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò, per ordine del vicerè, sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò il principe a piantare il suo alloggiamento a Sacile sulla Livenza, attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere, sì quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano dal Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le fortezze di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi, eccetto quelli che venivano dalle parti superiori del regno Italico e dalla Toscana, si deliberava ad assaltar l'inimico innanzi ch'egli avesse col grosso della sua mole congiunto le altre parti che a lui si avvicinavano.

Erano i Franzesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo, Broussier a sinistra: le fanterie e le cavallerie del regno Italico formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i Tedeschi; correva il dì 16 aprile: destossi una gravissima contesa nel villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie volte cacciati e rincacciati: i soldati italiani combatterono egregiamente. Pure restò Palsi in potere dell'arciduca: e già i Tedeschi minacciosi colla loro sinistra fornitissima di cavalleria insistevano; la destra de' Franzesi molto pativa; Seras e Severoli si trovavano pressati con urto grandissimo ed in grave pericolo. Sarebbero anche stati condotti a mal partito, se Barbon dal mezzo non avesse mandato gente fresca in loro aiuto. Avuti Seras questi soldati di soccorso, preso nuovo animo, spinse avanti con tanta gagliarda, che, pigliando del campo, scacciò il nemico non solamente da Palsi, ma ancora da Porcia, dove aveva il suo principale alloggiamento. L'arciduca, veduto che il mezzo delle fronte franzese era stato debilitato pel soccorso mandato a Seras, vi dava dentro per guisa che per poco stette non lo rompesse intieramente. Ma entrava in questo punto opportunamente nella battaglia Broussier, e riconfortava i suoi che già manifestamente declinavano. Barbou eziandio si difendeva con molto spirito. Spinse allora l'arciduca tutti i suoi battaglioni avanti: la battaglia divenne generale su tutta la fronte. Fu la zuffa lunga, grave e sanguinosa, superando i Tedeschi di numero e di costanza, i Franzesi d'impeto e di ardire. Intento sommo degli Austriaci era di ricuperar Porcia; ma, contuttochè molto vi si sforzassero, non poterono mai venirne a capo.

Durava la battaglia già da più di sei ore, nè la fortuna inclinava. Pure finalmente rinfrescando sempre più l'arciduca con nuovi aiuti la fronte, costrinse i napoleoniani a piegare, non senza aver disordinato in parte le loro schiere e ucciso loro di molta gente. E se la notte, che sopraggiunse, non avesse posto fine al perseguitare del nemico, avrebbero i Franzesi e gl'Italiani provato qualche pregiudizio molto notabile.

Dopo l'infelice fatto, non erano più le stanze di Sacile sicure al principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato debolmente dai Tedeschi, sulle sponde dell'Adige. Quivi vennero a congiungersi con lui i soldati di Lamarque, che già stanziavano nelle terre veronesi, e quelli che sotto Durante dalla Toscana erano venuti. Nè piccola cagione di dare novelli spiriti ai napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu egli veduto con allegra fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che stimava aver a passare in lui la riputazione di ogni impresa segnalata.

Passò l'arciduca la Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano, il Padovano e parte del Vicentino inondando. Assaltava in questo mentre Palmanova, ma con poco frutto; tentò con un grosso sforzo il sito fortificato di Malghera per aprirsi la strada alle lagune di Venezia, ma non sortì effetto. Si apprestava non ostante ad andar a trovare il nemico sulle rive dell'Adige, sperando di riuscire nella superiore Lombardia, dominio antico de' suoi maggiori. Non trovò nelle regioni conquistate quel seguito che aspettava. Vi fu qualche moto in Padova, ma di poca importanza: si levarono anche in arme gli abitatori di Crespino, terra del Polesine, e fu per loro in mal punto, perchè Napoleone, tornato superiore per le vittorie di Germania, fortemente sdegnatosi, li suggellò all'imperio militare ed alla pena del bastone per le trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose, perdonare, ma a prezzo di sangue: dessero, per esser immolati, quattro di loro. Per intercessione del vicerè, che tentò di mollificare l'animo dell'imperadore, fu ridotto il numero a due; questi comprarono coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.

Intanto l'arciduca Carlo aveva occupato la Baviera, e col suo grosso esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa pareva su quei primi principii dar favore allo sforzo dell'imperatore Francesco. Ma parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi.

Il giorno stesso in cui l'arciduca Carlo aveva passato l'Inn, e l'arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i Tirolesi, mossi da una sola mente e da un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in armi, e diedero addosso alle truppe bavare e franzesi che nelle terre loro erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer, albergatore a Sand nella valle di Passeira. Non aveva Andrea alcuna qualità eminente, di quelle, cioè, alle quali il secolo va preso: bensì era uomo di retta mente e d'incorrotta virtù. Vissuto sempre nelle solitudini dei tirolesi monti, ignorava il vizio ed i suoi allettamenti. Allignano d'ordinario in questa sorte di uomini due doti molto notabili: l'amore di Dio e l'amore della patria: l'uno e l'altro rispondevano in Andrea. Per questo la tirolese gente aveva in lui posto singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui ambizione; comandò richiesto, non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai veduto nè nella guerra sdegnato, nè nella pace increscioso, contentò al servire od al principe od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide incendii di pacifici tugurii, vide lo strazio e la strage de' suoi; nè per questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nelle battaglie, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere sorti avevano dato in sua podestà, fosse messo a morte; anzi i feriti dava in cura alle tirolesi donne, che e per sè e per rispetto di Hofer gli accomodavano d'ogni più ospitale sentimento.

Adunque la nazione tirolese, al suo antico signore badando, ed avendo a schifo la signoria nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli da Andrea Hofer ordinati e condotti, insorsero, e dalle più profonde valli e dai più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso contro i Bavari ed i Franzesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i Bavari in più luoghi, non poterono resistere, e perduti molti soldati tra morti e cattivi, deposero le armi, erano circa dieci mila, in potestà del vincitore rimettendosi. Nè miglior fortuna incontrò un corpo di tre mila napoleoniani, franzesi e bavari, che in soccorso degli altri arrivava sotto le mura di Vildavia. Quindi quante squadre comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano sottomesse dai sollevati. Nè luogo alcuno sicuro nè ora vi erano per gli assalitori; perchè da ogni parte, e così di notte come di giorno i Tirolesi, uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando per sentieri incogniti, siccome quelli che ottimamente sapevano il paese, opprimevano all'improvviso gl'incauti napoleoniani. Fu questa una guerra singolare e spaventosa; conciossiachè al romore dell'armi si mescolava il rimbombo delle campane che continuamente suonavano a martello, e le grida dei paesani sclamanti senza posa: In nome di Dio! In nome della santissima Trinità! Tutti questi strepiti uniti insieme, e dall'eco delle montagne ripercossi facevano un misto pieno d'orrore, di terrore e di religione. Camminavano i vinti, erano una moltitudine considerabile, per la strada di Salisburgo verso il cuore dell'Austria.

I Tirolesi vincitori sulle terre germaniche, passate le altezze del Breuver, vennero nelle italiane, e mossero a rumore le regioni superiori a Trento. Propagavasi il rumore da valle in valle, da monte in monte, e la trentina città stessa era in pericolo. Certo era che quando l'arciduca Giovanni fosse comparso sulle rive dell'Adige, la massa tirolese sarebbe calata a fargli spalla, il che avrebbe partorito un caso di grandissima importanza per tutta Italia: questo era il disegno dei generali austriaci. L'imperatore Francesco, sì per aiutare la caldezza di questo moto, e sì per dimostrare che non aveva mandato in dimenticanza quelle popolazioni tanto affezionate, mandava in Tirolo Chasteler, un generale per arte e per valore fra' primi dell'età nostra, acciocchè nelle cose di guerra consigliasse Hofer. Mandava altresì, come s'è notato, un capo di regolari, usi alle guerre di montagna, sotto la condotta di Jellacich, capitano esperto e conoscitore del paese. — Come prima le insegne ed i soldati dell'Austria comparvero, sentirono i Tirolesi una contentezza incredibile. Entrarono gli imperiali a guisa di trionfo; tante erano le dimostrazioni di allegrezza che i popoli facevano loro intorno. Le campane suonavano a gloria le artiglierie e le archibuserie tiravano a festa; i vincitori popoli applaudivano, abbracciavano, si abbracciavano, erano pronti a ristorare i soldati d'Austria con le più gradite vivande di quei monti: giorni felicissimi per l'eroico Tirolo.

Ma qui finirono le prosperità dell'Austria; poichè nel colmo più alto delle sue maggiori speranze, Napoleone fatale, giunto sulle terre germaniche, recatosi in mano il governo della guerra, vinse in pochi giorni tre grandissime battaglie a Taun, ad Abensberga, ad Eckmül. Per questi accidenti, fu costretto l'arciduca Carlo a ritirarsi sulla sinistra del Danubio, e restò aperta la strada sulla destra ai napoleoniani per Vienna.

Quando pervennero all'arciduca Giovanni le novelle delle perdite del fratello, si accorse, e vi ebbe anche comandamento da Vienna, che quello non era più tempo da starsene a badare in Italia, e che gli era mestiero accorrere in aiuto della parte più vitale della monarchia. Ordinava dunque il suo esercito, che già era trascorso oltre Vicenza, alla ritirata, solo proponendosi di fare qualche resistenza ai luoghi forti per poter condurre in salvo le artiglierie, le munizioni e le bagaglie, opera difficile in vero, e pericolosa con un nemico tanto svegliato e precipitoso. Ritiravasi l'arciduca, perseguitavalo Eugenio. Fuvvi qualche indugio alla Brenta per la rottura dei ponti. Fermaronsi gli Austriaci sulle sponde della Piave, e si deliberarono a contendere il passo. Erano alloggiati in sito forte. Si apprestavano i Franzesi al passo, sforzandosi di varcare a quello di Lovadina, che è il principale. Nonostante che i Tedeschi furiosamente tempestassero con le artiglierie poste nei luoghi eminenti, Dessaix venne a capo dell'intento. Poi passò il vicerè sopra e sotto a Lovadina con la maggior parte dell'esercito. Ordinò tostamente i soldati sotto il bersaglio stesso dei nemici, che con palle e cariche continue di cavalleria l'infestavano. Pareggiossi la battaglia che continuava con grandissimo furore da ambe le parti, perchè i Franzesi volevano sloggiare gli Austriaci dalle alture, gli Austriaci volevano rituffar i Franzesi nel fiume. Non risparmiavano nè il principe nè l'arciduca in questa terribile mischia a fatica od a pericolo, ora come capitani comandando, ed ora come soldati combattendo. Era il conflitto tra la Piave e Conegliano; fossi profondi munivano la fronte tedesca. Diedero dentro i Franzesi. Dopo ostinato affronto i soldati dell'arciduca furono costretti a piegare: la fortuna si scopriva in favore del principe. Si ritirarono gli Austriaci non senza disordine nelle ordinanze, a Conegliano. Poi, pressando vieppiù il nemico, cercavano salvamento in Sacile. Fu molto grossa questa battaglia, e molto vi patirono i Tedeschi; dei napoleoniani mancarono tra morti e feriti circa tre mila.

Continuava l'arciduca a ritirarsi, il principe a seguitarlo. Passò il Franzese facilmente la Livenza, difficilmente il Tagliamento. Inondando i napoleoniani con la cavalleria il piano e le valli, scioglievano l'assedio di Osopo e di Palmanova. Divise il vicerè i suoi in due parti, mandando la prima alla volta dei passi di Tarvisio verso la Carintia, la seconda sotto la condotta di Macdonald verso la Carniola. L'uno e l'altro disegno riuscirono a quel fine che il capitano di Francia si era con ciò proposto, imperocchè alla sinistra Serras si congiungeva con le prime scolte dell'esercito germanico, e Macdonald sulla destra aveva occupato, passando per Monfalcone e Duino, Trieste. Da questo luogo si era incamminato verso la Carniola per impadronirsi di Lubiana, città capitale, cooperare con Marmont, che a gran passi veniva dalla Dalmazia, e quindi, per la strada maestra che da Lubiana porta a Gratz, condursi in quest'ultima città col fine di essere in grado di menar nuovi soldati a Napoleone. L'arciduca Carlo teneva ancora il campo grosso e minaccioso. Trovava Macdonald un duro intoppo in Prevaldo, ma parte di fronte assaltandolo, e parte girando ai fianchi, l'acquistava. Colla medesima arte d'accennare ai fianchi ed alle spalle constringeva alla dedizione quattro mila Austriaci che difendevano Lubiana, e vi entrava trionfando. Acquistata tale vittoria, se ne giva, lasciati in Carniola presidii sufficienti, a Gratz. Quivi fermossi aspettando che Marmont lo venisse a trovare dalla Dalmazia. Questi, vinta una fiera battaglia a Gospitz, si aprì con tale vittoria facile le strade, perchè, da un incontro in fuori ch'egli ebbe col retroguardo nemico ad Octopsch non gli fu più oltre contrastato il passo. Occupò successivamente Segna e Fiume, e trovati i compagni in Istria, si incamminava a gran giornate a Gratz. A questo modo tutto l'antico Illirio venne in potestà di Francia. Il vicerè, raccolte tutte le squadre, e solo lasciate le guernigioni necessarie nei luoghi più opportuni, passava i monti di Somering, e per la valle della Raab verso il Danubio calandosi, andava a farsi partecipe delle imprese del padre.

Il giorno 14 di giugno, anniversario della vittoria di Marengo, vinceva il principe Eugenio sotto le mura di Raab una grandissima battaglia contro l'arciduca Giovanni, che saliva per le sponde del Danubio in aiuto del suo fratello Carlo. Il dì 7 di luglio periva la mole austriaca nei campi di Vagram. Quivi fu poi prostrato l'arciduca Carlo, e Napoleone divenne padrone di quell'antica e grande monarchia. Si trovò facilmente forma di concordia per la situazione d'una delle parti: consentì l'imperadore Francesco a condizioni durissime di pace. Il dì 14 ottobre si stipulava in Vienna, per lo stabilimento delle cose comuni, dal signor di Champagny per parte di Napoleone, e dal principe di Lichtenstein per parte di Francesco, il trattato di pace. Cedeva lo imperadore Francesco all'imperadore franzese, oltre molti altri paesi in Germania ed in Polonia, la contea di Gorizia, il territorio di Monfalcone, la contea e la città di Trieste, il ducato di Carniola con le sue dipendenze nel golfo di Trieste, il circolo di Villaco nella Carintia con tutti i paesi situati sulla riva destra della Sava dal punto in cui questo fiume esce dalla Croazia fin dove tocca le frontiere della Bosnia, nominatamente una parte della Croazia provinciale, sei distretti della Croazia militare, Fiume ed il litorale ungherese, l'Istria austriaca col distretto di Casina, Piccino, Buccari, Buccarizza, Porto re, Segna e le isole dipendenti dai paesi ceduti, e tutti gli altri territorii qualsivogliano situati sulla destra del fiume, il filo delle acque del quale avesse a servire di limite fra i due Stati: perdonasse Napoleone ai Tirolesi, Francesco ai Polacchi: l'Austria cessasse ogni relazione con l'Inghilterra. Napoleone fece inserire nel trattato un capitolo, per cui l'Austria si obbligava a cedere all'imperadore Alessandro di Russia nella parte più orientale dell'antica Galizia un territorio che contenesse quattrocento mila anime, non inclusa però la città di Brodi.

L'Austria, percossa da tanto infortunio, quietava por la pace, ma era dolorosa la sua quiete. Oltre la scaduta potenza, l'infestava l'insolenza del vincitore, e la aggravavano le grossissime imposizioni. Soli i Tirolesi non cedevano al terrore comune, e con l'armi in mano continuavano a difendere quel sovrano, che già deposte per forza le sue, aveva per forza dato molte nobili parti del suo dominio e loro stessi in potestà del vincitore. Il principe Eugenio dalle sue stanze di Villaco gli esortava a posare, ma invano. Più volte combattuti dai Franzesi, dai Sassoni e dai Baveri, più volte batterono, e più volte anco battuti, più volte risorsero. Vinti, si ritiravano alle selve impenetrabili, ai monti inaccessibili; vincitori, inondavano le valli, e furiosamente cacciavano il nemico. Vinti, erano trattati crudelmente dai napoleoniani: vincitori, trattavano i napoleoniani umanamente; e siccome gente religiosa, vinti, con grandissima divozione pregavano dal cielo miglior fortuna alla patria; vincitori, coi medesimi segni il ringraziavano. E' furono visti, dopo di avere superato con incredibile valore i soldati di Lefevre, e restituito a libertà coloro che si erano arresi, scorrente ancora il sangue e presenti i cadaveri dei compatriotti e dei nemici, gettarsi tutti al punto stesso, dato il segnale di Hofer, coi ginocchi a terra ed in tale pietosa attitudine tra lacrimosi e lieti rendere grazie a Dio dell'acquistata vittoria. Eccheggiavano i monti intorno dei divoti e allegri suoni mandati fuori dai religiosi e santi petti. Infine, sottentrando continuamente genti fresche a genti uccise, abbandonati da tutto il mondo, anzi quasi tutto il mondo combattendo contro di loro, cessarono i Tirolesi, non dal volere, ma dal potere, e nei montuosi ricetti loro ricovratisi, aspettavano occasione in cui più potesse la virtù che la forza. Il bavaro dominio si restituiva nel Tirolo tedesco: cedè l'italiano in possessione del regno italico.

Sul finire del presente anno 1809 Andrea Hofer si ritirava con tutta la sua famiglia ad un povero casale fra montagne e nevi altissime, dolente per la patria, tranquillo per sè. Ma i Franzesi erano sitibondi del suo sangue. Perciò, fattolo con tutta diligenza cercare e ricercare, riuscì di trovarlo nel suo recondito recesso. Batterono alla porta i soldati; era la notte del 27 gennaio del 1810. L'aperse Hofer: veduto ch'era venuto in forza altrui, con semplicità e serenità mirabile: «Son io, disse, Andrea Hofer; sono in poter di Francia: fate di me ciò che vi aggrada: ma vi piaccia risparmiare la mia donna ed i miei figliuoli; sono eglino innocenti, nè dei fatti miei obbligati.» Così dicendo, diessi in potestà loro. Condotto a Bolzano, ultimo destino gli soprastava. Le palle soldatesche ruppero in Mantova il patrio petto di Andrea, lui, non che intrepido, quieto in quell'estrema fine.