Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 95

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Corsa trionfalmente la Lombardia, nuovi italici pensieri gli venivano in mente e li mandava ad esecuzione. Aveva, a cagione che il principe reggente di Portogallo si era ritirato dal voler fare contro gl'Inglesi, per un trattato sottoscritto a Fontanablò ai 27 di ottobre con un ministro di Spagna, tolto il Portogallo a' suoi antichi signori, che vi erano ancora presenti, e dato in potestà di nuovi. Per esso si accordarono la Francia e la Spagna, che la provincia del Portogallo tra Mino e Duero colla città di Porto cedessero in proprietà e sovranità del re d'Etruria, ed egli assumesse il nome di re della Lusitania settentrionale; che l'Algarve si desse al principe della Pace con titolo di principe dell'Algarve; che il Beira ed il Tramonti e l'Estremadura di Portogallo si serbassero sequestrate sino alla pace; che il re d'Etruria cedesse il suo reame all'imperator dei Franzesi; che un esercito napoleonico entrasse in Ispagna, e congiunto con lo spagnuolo occupasse il Portogallo. I Braganzesi, avuto notizia del fatto, e non aspettata la tempesta, s'imbarcarono per Brasile sopra navi proprie ed inglesi.

Il dì 22 novembre i ministri di Francia e di Spagna, nelle stanze di Maria Luisa regina reggente di Toscana entrando, le intimarono essere finito e ceduto a Napoleone il suo toscano regno, e che in compenso le erano assegnati altri Stati da goderseli col suo figliuolo Carlo Lodovico. Significava la regina ai suoi popoli essere la Toscana ceduta all'imperator Napoleone; ad altri regni andarsene: ricorderebbesi con diletto del toscano amore, rammaricherebbesi della separazione, consolerebbesi pensando, passare una nazione sì docile sotto il fausto dominio di un monarca dotato di tutte le più eroiche virtù, fra le quali, per usare le stesse parole che usò la regina, dette così com'erano alla segreteriesca, fra le quali campeggiava singolarmente la premura la più costante di promuovere ed assicurare la prosperità dei popoli ad esso soggetti. Non seguitò la regina in Toscana le vestigie leopoldiane, anzi era andata riducendo lo Stato a governo più stretto. Arrivò il generale Reille, il dì 11 dicembre, a pigliar possesso in nome dell'imperatore e re; i magistrati giurarono obbedienza; cassaronsi gli stemmi di Toscana; rizzaronsi i napoleonici: arrivava Menou egiziaco a scuotere le toscane genti; Napoleone trionfatore, tornando a Parigi, tirava dietro le sue carrozze quelle di Maria Luisa e di Carlo Lodovico.

La natura rotta e precipitosa di Menon mitigava in Toscana una giunta creata dal nuovo sovrano e composta di uomini giusti e buoni, fra i quali era Degerando, solito sempre a sperare, a supporre e a voler bene. Avevano il difficile carico di ridurre la Toscana a forma franzese. Erano in questa bisogna alcune cose inflessibili, alcune pieghevoli. Si noveravano fra le prime gli ordini giudiziali, amministrativi e soldateschi: furono introdotti nella nuova provincia senza modificazione; degli ultimi non potevano i Toscani darsi pace, parendo loro cosa enorme che dovessero andare alle guerre dell'estrema Europa per gl'interessi di Francia, o piuttosto del suo signore. Si adoperava la giunta, non senza frutto, a fare che la nuova signoria meno grave riuscisse. Primieramente la tassa fondiaria, opinando in ciò molto moderatamente Degerando, fu ordinata per modo che non gettasse più del quinto nè meno del sesto della rendita. Non trascurava la giunta le commerciali faccende. Pel cielo propizio, volle tirarvi la coltivazione del cotone, e per migliorar le lane, diede favore al far venire pecore di vello fino nelle parti montuose della provincia sienese. Delle berrette di Prato, dei cappelli di paglia, degli alabastri e dei coralli di Firenze e di Livorno, parti essenziali del toscano commercio, con iscuole apposite, con carezze e con premii particolar cura aveva. Domandò a Napoleone che permettesse le tratte delle sete per Livorno, provvedimento utilissimo, anzi indispensabile, per tener in fiore le manifature dei drappi e la coltivazione dei gelsi nella nuova provincia. Richiese anche dal signore che concedesse una camera di commercio a Livorno a guisa di quella di Marsiglia, acciocchè i Livornesi potessero regolare da sè, e non per mezzo dei Marsigliesi, le proprie faccende commerciali: non solo buona, ma sincera e disinteressata supplica fu questa della giunta, perchè dava contro Marsiglia. Per queste deliberazioni si mirava a conservar salvo il commercio del Levante con Livorno.

I comodi di terra pressavano nei consigli della giunta come quei di mare. Supplicava all'imperadore aprisse una strada da Arezzo a Rimini, brevissima fra tutte dal Mediterraneo all'Adriatico, ristorasse quella da Firenze a Roma per l'antica via Appia, dirizzasse quella da Firenze a Bologna pei Bisenzio e pel Reno, terminasse finalmente quella che insistendo sull'antica via Laontana, da Siena porta a Cortona, Arezzo e Perugia. Nè gli studii si ommettevano; consiglio degno del dotto e dabbene Degerando. Ebbero quei di Pisa e di Firenze con tutti i sussidii loro ogni debito favore: ebberlo le accademie del Cimento, della Crusca, del Disegno, dei Georgofili: feconda terra coltivava Degerando, e la feconda terra ancora a lui degnamente rispondeva.

Quando poi arrivava gennaio, cessava la giunta l'ufficio, dato da Napoleone il governo di Toscana ad Elisa principessa, granduchessa nominandola. La qual Elisa, o per natura o per vezzo, simile piuttosto al fratello che a donna, si dilettava di soldati, gli studii e la toscana fama assai freddamente risguardando. A questo modo finì la toscana patria.

Similmente ed al tempo stesso Napoleone univa all'imperio il ducato di Parma e Piacenza dipartimento del Taro chiamandolo. Restavano ai Borboni di Parma le speranze del Mino e del Duero.

La servitù si abbelliva. In questo Napoleone fu singolarissimo. Opere magnifiche, opere utilissime sorgevano. Milano massimamente di tutto splendore splendeva. La mole dell'ambrosiano tempio cresceva; il foro Buonaparte ogni giorno più grandeggiava; Eugenio vicerè fomentava i parti più belli dei pittori, degli scultori, degli architettori; la corte promuovitrice di servitù era anche pruomovitrice di bellezza. Nuovi canali si cavavano nuovi ponti s'innalzano nuove strade si aprivano. Nè le rocche nè i dirupi ostavano; l'umana arte stimolata da Napoleone, ogni più difficile impedimento vinceva. Sorsero sotto il suo dominio e per sua volontà due opere piuttosto da anteporsi che da pareggiarsi alle più belle ed utili degli antichi Romani; queste sono le due strade del Sempione e del Cenisio, le quali, aprendo un facile adito tra le più inospite ed alte roccie dall'Italia alla Francia, attesteranno perpetuamente all'età future, in un colla perizia ed attività dei Franzesi, la potenza di chi sul principiare del secolo decimonono le umane sorti volgeva.

Anno di CRISTO MDCCCVIII. Indizione XI.

PIO VII papa 9. FRANCESCO I imp. d'Austria 3.

Era arrivato il tempo in cui i disegni napoleonici dovevano colorirsi a danno del re di Spagna. Il mettere discordia nella famiglia reale, il far sorgere sospetto nel padre del figliuolo, dispetto nel figliuolo verso il padre, il seminar sospetti sopra la coniugal fede della regina, e al tempo stesso accarezzare chi era soggetto dei sospetti, e farne strumento alle macchinazioni, il contaminar la fama di una principessa morta, accusar un principe di Spagna d'insidie, perchè più amava la Francia che la Spagna, fare che a Madrid e ad Aranjuez ogni cosa fosse sospetto di fraudi e di tradimenti, e la quiete e confidente vita del tutto sbandirne, queste arti produssero il mal frutto. La subitezza spagnuola le ruppe, col far re Ferdinando e dimetter Carlo; ma Napoleone ravviava le fila: l'accidente stesso d'Aranjuez, che parea dovere scompigliar ogni trama, gli diede occasione a mandarla ad effetto. Trasse con le lusinghe il re Carlo in suo potere a Baiona; restava che vi tirasse il re Ferdinando, ed il vi tirò. Rallegrossi allora dell'opera compita. Costrinse il padre ed il figliuolo a rinunziare al regno in suo favore, mandò il padre poco libero a Marsiglia, il figliuolo prigione a Valenzay: nominò, ribollendo in lui la cupidità dell'esaltazione de' suoi, Giuseppe re di Spagna, Murat re di Napoli. Sorsero sdegnosamente gli Spagnuoli contro le ordite cose, e combatterono i napoleoniani.

Napoleone, obbligato a mandar soldati contro Spagna, ed a scemargli in Germania, temeva di qualche moto sinistro. Una nuova dimostrazione dell'amicizia di Russia gli parve necessaria. Fatte le sue osservazioni, otteneva che Alessandro il venisse a trovare ad Erfurt. Quivi furono splendide le accoglienze pubbliche, intimi i parlari segreti: stava il mondo in aspettazione e timore nel vedere i due monarchi, allora potenti sopra tutti favellare insieme delle supreme sorti. Chi detestava l'imperio dispotico di Napoleone, disperava della libertà d'Europa, perchè, essendo le due volontà preponderanti ridotte in una sola, non restava più nè appello, nè ricorso, nè speranza. Chi temeva dell'insorgere progressivo della potente Russia, abborriva ch'ella fosse chiamata ad aver parte in modo tanto attivo nelle faccende di Europa; conciossiachè le abitudini più facilmente si contraggono che si dismettano, ed anche l'ambizione del dominare non si rallenta mai, anzi cresce sempre ed è insanabile. Rotto era e capriccioso il procedere di Napoleone, e però da non durare, mentre l'andare considerato e metodico della Russia dava più fondata cagione di temere. Le scene di Erfurt erano per Napoleone più di apparato che di arte, per Alessandro più di arte che di apparato.

Giovacchino Murat, nuovo re di Napoli, annunziava la sua assunzione ai popoli del regno: avergli Napoleone Augusto dato il regno delle Due Sicilie, due primi e supremi pensieri nodrire, esser grato al donatore, utile ai sudditi; volere conservar la costituzione data dall'antecessore; venire con Carolina, sua sposa augusta, venire col principe Achille, suo reale figliuolo, venire co' figliuoli ancor bambini, commettergli alla fede, all'amore loro; sperare farebbero i magistrati il debito loro; in esso consistere la contentezza dei popoli, in esso la sua benevolenza.

Principiarono le napolitane adulazioni. Il consiglio di Stato, il clero, la nobiltà mandarono deputati a far riverenza ed omaggio a Giovacchino re. Il trovarono a Gaeta; in nome suo giurarono. Napoli intanto esultava. Inscrizioni, trofei, statue, archi trionfali, ogni cosa in pompa. Una statua equestre, rizzata sulla piazza del mercatello, rappresentava Napoleone augusto. Un'altra sulla piazza del palazzo raffigurava, sotto forma di Giunone, Carolina regina. Perignon, maresciallo di Francia, lodato guerriero, appresentava, il dì 6 di settembre, a Giovacchino le chiavi di Napoli. Generali, ciamberlani, scudieri, ufficiali, soldati, chi con le spade al fianco, chi con le chiavi al tergo, ed un popolo numeroso e moltiforme, chi portando rami d'alloro e chi di ulivo. Firrao cardinale col baldacchino e con gli arredi sacri riceveva Giovacchino sulla porta della chiesa dello Spirito Santo: condottolo sul trono, a tal uopo molto ornatamente alzato, cantava la messa e l'inno ambrosiano. Terminata la ceremonia, per la contrada di Toledo piena di popolo, a cui piaceva la gioventù e la bellezza del nuovo re, andava Giovacchino a prender sede nel real palazzo. Pochi giorni dopo, incontrata dal re a San Leucio, faceva lieto e magnifico ingresso Carolina regina; risplendeva, come lo sposo, di tutta gioventù e bellezza. Guardavano la venustà delle forme, miravano il portamento dolce ed altero, cercavano le fattezze di Napoleone fratello: gridavanla felice, virtuosa, augusta.

Furono felici i primi tempi di Murat. Occupavano tuttavia gl'Inglesi l'isola di Capri, la quale, come posta alla bocche del golfo, è freno e chiave di Napoli dalla parte del mare. La presenza loro era stimolo a coloro che non si contentavano del nuovo stato, cagione di timore agli aderenti, e ad ogni modo impediva il libero adito con manifesto pregiudizio dei traffici commerciali. Pareva anche vergognoso che un Napoleonide avesse continuamente quel fuscello negli occhi, da parte massimamente degl'Inglesi, tanto disprezzati. Aveva Giuseppe, per la sua indolenza, pazientemente tollerato quella vergogna: ma Giovacchino, soldato vivo, se ne risentiva, e gli pareva necessario cominciar il dominio con qualche fatto d'importanza: andava contro Capri. Vi stava a presidio Hudson Lowe con due reggimenti accogliticci d'ogni nazione, e che si chiamavano col nome di reale Corso e di reale Malta. Erano nell'isola parecchi siti sicuri, le eminenze di Anacarpi, ed il forte maggiore con quelli di San Michele e di San Costanzo. Partiti da Napoli e da Salerno, e governati dal generale Lamarque, andavano Franzesi e Napolitani alla fazione dell'isola. Posto piede a terra per mezzo di scale uncinate, non senza grave difficoltà perchè gl'Inglesi si difendevano risolutamente, s'impadronirono d'Anacarpi: vi fecero prigioni circa ottocento solduti del reale Malta. Conquistato Anacarpi, ch'è la parte superiore dell'isola, restava che si ricuperasse l'inferiore. Dava ostacolo la difficoltà della discesa per una strada molto angusta a guisa di scala scavata nel macigno, dentro la quale traevano a palla ed a scaglia i forti, specialmente quello di San Michele. Fu forza alzar batterie sulle sommità per battere i forti: l'espugnazione andava in lungo. Arrivavano agli assediati soccorsi di uomini e di munizioni dalla Sicilia. Ma la fortuna si mostrava prospera al Napoleonide, perciocchè i venti di terra allontanavano gl'Inglesi dal lido. Il re che stava sopravvedendo dalla marina di Massa, fermatosi sopra la punta di Campanella, e veduto il tempo propizio, spingeva in aiuto di Lamarque nuovi squadroni. Gl'Inglesi, rotti già in gran parte e smantellati i forti, si diedero, il dì 2 di ottobre, al vincitore. L'acquisto di Capri piacque ai Napolitani, e ne presero buon augurio del nuovo governo.

Erano nel regno baroni, repubblicani e popolo. I baroni al nuovo re volontieri si accostavano, perchè si contentavano degli onori, nè stavano senza speranza di avere od a ricuperare gli antichi privilegi, perciocchè, malgrado delle dimostrazioni contrarie, i Napoleonidi tendevano a questo fine, od almeno ad acquistarne di nuovi. I repubblicani erano avversi a Giovacchino, non perchè fosse re, che di ciò facilmente si accomodavano, ma perchè si ricordavano che gli aveva cacciati e fatti legare come malfattori in Toscana. Dava anche loro fastidio la vanità incredibile di lui, siccome quegli che indirizzava ogni suo studio e diligenza a vezzeggiare chi portasse un nome feudatario. Per questo temevano che ad un bel bisogno li desse in preda a chi desiderava il sangue loro; ma egli con qualche vezzo se li conciliava, perchè avevano gli animi domi dalle disgrazie. Il popolo non meglio di Giovacchino si curava che di Giuseppe; si sarebbe facilmente contentato del nuovo dominio, purchè restasse tutelato dalle violenze dei magnati ed avesse facile e quieto vivere. Ma Giovacchino, tutto intento a vezzeggiare i baroni, trascurava il popolo, il quale, vessato dai baroni e dai soldati, si alienava da lui. Era anche segno che volesse governare con assoluto imperio il tacere della costituzione che si credeva aver voluto dare Giuseppe in sul partire. Inoltre ordinò che si scrivessero i soldati alla foggia di Francia. Ciò fe' sorgere mali umori negli antichi possessori dei privilegi; nè meglio se ne contentava il popolo, perchè gli pareva troppo insolito. Siccome poi le province non quietavano, e che massimamente le Calabrie, secondo il solito, imperversavano, scrisse le legioni provinciali, una per provincia, ordine già statuito da Giuseppe, ma da lui rimessamente eseguito. Così tutto in armi; chi non le portava come soldato pagato, era obbligato a portarle come guardia non pagata.

Narra un storico famoso che Giovacchino, come soldato, comportava ogni cosa ai soldati, e ne nasceva una licenza militare insopportabile. «Seguitava anche questo effetto, che il solo puntello che avesse alla sua potenza, erano i soldati e che nessuna radice aveva nell'opinione dei popoli. Le insolenze soldatesche moltiplicavano. Non solo ogni volontà, ma ogni capriccio d'un capo di reggimento, anzi di un ufficiale qualunque, dovevano essere obbediti come se fossero leggi: chi anzi si lamentava era mal concio, e per poco dichiarato nemico del re. Molto e con ragione si erano doluti i popoli delle insolenze dei baroni, ma quelle dei capitani di Giovacchino erano maggiori. Rappresentavano i popoli i loro gravami, domandando proiezione ed ammenda. Ma le soldatesche erano più forti delle querele, e si notava come gran caso che chi si era lagnato non fosse mandato per la peggiore. Nascevano nelle provincie un tacere sdegnoso ed una sopportazione desiderosa di vendetta. Nè in miglior condizione si trovava Napoli capitale. La guardia reale stessa, che attendeva alla persona di Giovacchino, oltre ogni termine trascorreva. Nessuna quiete, nessun ordine poteva essere pei cittadini, nè nel silenzio della notte nè nelle feste del giorno, perchè, solo che un ufficiale della guardia il volesse, tosto turbava con importuni romori, minaccie ed insolenze i sonni ed i piaceri altrui. Il re comportava loro ogni cosa. I mandatarii dei magistrati civili, che si attentavano di frenare sì biasimevoli eccessi, erano dai soldati svillaneggiati, scherniti e battuti; e sonsene veduti di quelli che arrestati, per aver fatto il debito loro, dalle sfrenate soldatesche, e condotti sotto le finestre del palazzo reale, furono, veggente il re, fatti segno d'ogni vituperio.» Niega un annalista che la scontentezza dei popoli dalla licenza, che Giovacchino accordava ai soldati, sorgesse.» Una severa disciplina, dice egli, una cieca subordinazione trionfava nei reggimenti napolitani, ai quali non devesi addebitare un qualche eccesso commesso nella guerra, che civile ardeva nella Calabrie.» Ma noi, che in quel torno di tempo avemmo a visitare quelle contrade possiamo asserire che, tollerante o no il re, la licenza della soldatesca era molta, e molto se ne risentivano le popolazioni.

Comunque di ciò sia, i mali umori prodotti da tutte queste cause davano speranza alla corte di Palermo che le sue sorti potessero risorgere nel regno di qua del Faro. Infuriava tuttavia la guerra civile nelle Calabrie, nè gli Abbruzzi quietavano. Erano in questi moti varie parti e varii fini: alcuni di coloro che combattevano contro Giovacchino e che avevan combattuto contro Giuseppe, erano aderenti al re Ferdinando; altri amatori della repubblica. Tacciasi di coloro, e non erano pochi, che solo per amor del sacco e del sangue avevano l'armi in mano.

Non sarà forse narrazione incresciosa a chi leggerà questi annali, se si racconterà come e per qual cagione la setta dei Carbonari a questi tempi nascesse; quella setta che negli anni più a noi vicini tanti scompigli cagionò nell'italiana penisola ed a sì gran repentaglio pose la sicurezza degl'individui, l'ordine e la quiete degli stati. Alcuni dei repubblicani più vivi, ritiratisi, durante le procedure usate contro di loro, nelle montagne più aspre e nei più reconditi recessi dell'Abruzzo e delle Calabrie, avevano portato con sè un odio estremo contro il re, non solamente perchè loro avverso era stato, ma ancora perchè era re. Nè di minore odio erano infiammati contro i Franzesi, sì perchè avevano disfatto la repubblica propria e quelle d'altrui, sì perchè gli avevano anche perseguitati. Non potevano costoro pazientemente tollerare che in cospetto loro, nonchè di Ferdinando, di Giovacchino, nonchè di Giovacchino, di regno si favellasse. Così tra aspri dirupi e nascoste valli vivendosi, gli odii loro contro i re tutti e contro i Franzesi fra immense solitudini continuamente infiammavano. Ma sulle prime isolati ed alla spartita vivendo, nessun comune vincolo li congiungeva, intenti piuttosto ad arrabbiarsi che a vendicarsi. Gl'Inglesi, che custodivano la Sicilia, ebbero notizia di quest'umore, ed avvisarono che fosse buono per turbare il regno contro i Franzesi. Pertanto gli animarono a collegarsi fra di loro, affinchè con menti unite concorressero ai medesimi disegni e creassero nuovi seguaci. Per accenderli promettevano gl'Inglesi qualche forma di costituzione. Sorse allora la setta dei carbonari, la quale acquistò questo nome, perchè ebbe la sua origine e si mostrò la prima volta nelle montagne dell'Abruzzo e delle Calabrie dove si fa una grande quantità di carbone. Molti ancora fra questi settarii sapevano ed esercevano veramente l'arte del carbonaio. Siccome poi non ignoravano che, a voler tirar gli uomini, niuna cosa è più efficace che le apparenze astruse e mirabili, così statuirono pratiche e riti maravigliosi. Principal capo ed instigatore era un uomo dotato di sorprendente facoltà persuasiva che per nome si chiamava Capobianco. Avevano i carbonari quest'ordine comune coi liberi Muratori, che gli ammessi passavano successivamente per varii gradi fino al quarto; che celavano i riti loro con grande segretezza; che a certi statuiti segni si conoscevano fra di loro; ma in altri particolari assai diversi erano i carbonari dai liberi muratori: conciossiachè siccome il fine che questi ostentano è di beneficare altrui, di banchettare sè stessi, così il fine di quelli era tutto politico. Avevano i carbonari nel loro procedere assai maggiore severità dei liberi muratori, poichè non mai facevano banchetti, nè mai fra canti e suoni si rallegravano. Il loro principal rito in ciò consisteva: che facessero vendetta, come dicevano, dell'agnello stato ucciso dal lupo, e per agnello intendevano Gesù Cristo, e pel lupo i re che con niun altro nome chiamavano se non con quello di tiranni. Sè stessi poi nel gergo loro chiamavano col vocabolo di pecore, ed il lupo credevano essere il monarca sotto il quale vivevano. Opinavano altresì costoro che Gesù Cristo sia stato la prima e la più illustre vittima della tirannide, e protestavano volerlo vendicare con la morte dei tiranni. Così come adunque i Liberi muratori intendono a vendicar la morte del loro Iramo, i carbonari intendevano a vendicare la morte di Cristo. In questa setta entravano principalmente uomini del volgo, sulla immaginazione dei quali gagliardissimamente operavano, con vivi colori rappresentando la passione e la morte di Cristo; e quando nelle loro congreghe i riti loro adempivano, avevano presente un cadavere tutto sanguinoso, che dicevano essere il corpo di Gesù Cristo. Quale effetto in quelle napolitane fantasie sì terribili forme partorissero, ciascuno sel può considerare. Erano i segni loro per conoscersi vicendevolmente, quando s'incontravano, oltre alcuni altri, il toccarsi la mano, ed in tale atto col pollice segnavano una croce nella palma della mano l'uno dell'altro. Quello che i liberi muratori chiamavano loggia, essi baracca chiamavano, e le assemblee loro col nume di vendite distinguevano, ai carbonari alludendo, i quali, scendendo dalle montagne, andavano a vendere il carbone loro pei mercati in pianura. Sentivano, come abbiamo detto, molto fortemente di repubblica: niun altro modo di reggimento volevano che il repubblicano, ed in repubblica già si erano ordinati apertamente nelle parti di Catanzaro sotto la condotta di quel Capobianco che abbiamo sopra nominato. Odiavano acerbamente i Franzesi, acerbissimamente Murat per esser Franzese e re, ma non per questo erano amici di Ferdinando; perchè piuttosto non volevano re. Nata prima nell'Abruzzo e nelle Calabrie, questa peste propagata si era nelle altre parti del regno; e perfino nella Romagna avevano introdotto le pratiche loro e creato consettarii. In Napoli stessa pullulavano: non pochi fra i lazzaroni della segreta lega micidiale erano consapevoli e partecipi.