Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 93
Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone e gl'italiani Stati rovinavano, tornava nella sua romana sede il pontefice Pio. Parlò agli adunati cardinali, il 16 di giugno, delle cose fatte e delle cose sperate, molto benefizio per la religione e per la romana Chiesa dal suo parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in Francia, aveva desiderato di compor quelle che più vicino a lui avevano romoreggiato, e gettato anzi lunghe radici in tutte le parti d'Italia: quest'erano le differenze tra la santa Sede e Ricci, vescovo di Pistoia. Dopo varie lettere e dichiarazioni, che Roma non soddisfecero, nuove protestazioni di obbedienza e di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando, passando per Firenze, se ne andava in Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a Ricci che l'abbraccierebbe volontieri, se prima volesse sottoscrivere una dichiarazione. Ricci, stretto dai tempi, e temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse. L'aspettavano il papa e la regina nel palazzo Pitti; il pontefice gittossegli al collo, l'abbracciava, e fattoselo sedere accanto a lui, molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle mani del pontefice un altro scritto; approvò Pio la seconda dichiarazione, affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci; e ne farebbe fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere; il lodò nelle allocuzioni del concistoro. A questo modo Pio, vittorioso di Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversarii potenti, uno per la forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni.
Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa. L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia aveva sollevato gli animi di tutti i potentati, e dato loro giusta cagione di temere nuovi sovvertimenti e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava e se ne rallegrava, perchè credeva che più stabile fondamento all'ingrandimento de' suoi Stati fosse la nuova potenza di Napoleone, che l'antica dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente si scorgevano nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone: era la prima che per loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti i Borboni; l'altra, che, avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva ridotto in mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia dovunque egli volesse; nè che fosse per usarne moderatamente da nissuno si confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo, si pensava che non fosse prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul suo imperio. Si portava opinione che i repubblicani di Francia e gli amatori del nome borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone si fossero risentiti e divenuti meno inclinati ad aiutarlo, quando si venisse ad una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo da non usare efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e che se gli desse tempo sarebbe stato, non che difficile, impossibile a frenarlo. Nè egli pel desiderio ardentissimo del comandare, troppo s'infingeva. Il suo procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo voler significare, argomentavano, quegli onori di Carlo Magno offerti il giorno dell'incoronazione tanto a Parigi quanto a Milano, questo la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già fin d'allora, che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevasi nella mente dell'imperator Alessandro alcune ragioni particolari di tenersi mal soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la principale consisteva nell'uccisione del duca d'Enghien, giovane di sua età, e da lui specialmente conosciuto ed amato. Da questi motivi era sorto nelle principali potenze d'Europa il desiderio di una nuova collegazione a difensione comune ed a conservazione degli antichi Stati contro la Francia, il cui fine era o di accordarsi con Napoleone, se qualche termine di buona composizione a benefizio dell'indipendenza dei consueti sovrani con lui si potesse trovare, o di venire con esso lui al cimento dell'armi, quando ancora era tenero su quel suo sovrano seggio. Nè l'Inghilterra mancava a sè stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma ancora pel pericolo che pareva sovrastare al cuore stesso del suo Stato; conciossiachè avesse Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle coste della Picardia e della Normandia, minacciando d'invasione i tre regni. Nè era privo di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre alle grosse navi da guerra, una quantità considerabile di legni minori. Secondavano le intenzioni dell'imperatore con celere grandissimo i popoli di Francia con profferte di danari e di navi. Guglielmo Pitt, che a questo tempo reggeva i consigli del re Giorgio, aveva questo moto in poco concetto, conoscendo che pel prepotente navilio d'Inghilterra difficile era l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile nell'isola prima che le sorti fossero definite. Ciò non ostante l'apparato di Francia travagliava la nazione ed interrompeva i traffici. Per la qual cosa intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi nemici e ad ordinare una nuova lega contro Francia. A questo fine, e già fin dal mese di aprile, era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia e l'Inghilterra un accordo, col quale si erano obbligate ad usare i mezzi più pronti ed efficaci per formare una lega generale, e che, per conseguire questo intento, adunassero cinquecentomila soldati, non compresi i sussidii d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre o costringere il governo di Francia alla pace e ad una condizione in Europa, in cui nissuno Stato preponderasse sopra gli altri: evacuasse Napoleone l'Annoverese e la settentrionale Germania, rendesse independenti l'Olanda e la Svizzera, restituisse il re di Sardegna con qualche accrescimento il territorio, desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse da tutta Italia, compresa l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria erano entrate in questa lega. Prima però che all'aperta rottura si venisse, sì per vedere se ancora qualche modo di questa composizione vi fosse, e sì per aver comodità di fare i necessarii apprestamenti e di dar tempo agli aiuti di Russia di arrivare, si deliberarono gli alleati a mandare a Parigi il barone di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi recasse, e di un accordo conforme l'imperator Napoleone sollecitasse.
Già era l'inviato dei confederati giunto a Berlino, quando sopraggiunsero le novelle dell'unione di Genova all'imperio di Francia, accidente contrario alle dichiarazioni di Napoleone ed agl'interessi dell'Austria in Italia. Arrestossi a tale improvvisa notizia Novosiltzoff, donde, fatto sapere all'imperadore Alessandro il fatto, era tostamente richiamato a Pietroburgo. Per questo medesimo accidente, e pel caso di Lucca, che poco dopo si seppe, l'Austria più strettamente si congiungeva con la Russia.
Incominciarono i discorsi politici soliti a precedere le guerre, e dai discorsi si vedeva che poca speranza restava di pace: nè Napoleone era uomo capace di disfare per minaccie ciò che aveva fatto, nè l'Austria si voleva tirar indietro dalle sue risoluzioni, sapendo che Alessandro già aveva avviato verso i suoi confini due eserciti, ciascuno di cinquanta mila soldati. Insorgeva adunque più vivamente ed a Napoleone rappresentava il suo desiderio d'amicizia con Francia, di pace con tutta Europa; ma essersi violato per gli ultimi accidenti d'Italia il trattato di Luneville, promettitore d'indipendenza per l'italiana repubblica; essersi con nuove rovine di stati independenti spaventata l'Italia: non dovere una sola potenza arrogarsi il diritto di regolare da sè gli interessi delle nazioni con esclusione delle altre; richiedere la Francia dell'osservazion dei patti; richiederla della dignità e dei diritti dell'altre potenze; offerire a norma delle condizioni stipulate alla concordia, offerirla ora che con le armi ancora non si contendeva, offerirla quando già si combattesse, e sempre essere parata a convenire, salvi i trattati conclusi e l'independenza delle nazioni.
Seguitarono queste protestazioni altri discorsi da ambe le parti. Intanto le armi si apprestavano. L'imperadore di Francia, che con la celerità aveva sempre vinto, vedendo la nuova lega ordita contro di lui e la guerra inevitabile, stando coll'animo riposato dal canto della Prussia, ordinò incontanente all'esercito raccolto sulle coste di Francia verso l'Inghilterra marciasse in Alemagna, soccorresse alla Baviera minacciata dalla Austria, ributtasse la forza colla forza. Poco dopo, descritti nuovi soldati, si avviava egli medesimo verso i campi d'Alemagna, sapendo quanto mole della guerra fossero il suo nome ed il suo valore. Dal canto suo l'Austria commetteva all'arciduca Ferdinando, giovane animosissimo, l'esercito germanico, dandogli per moderatore della sua gioventù il generale Mack.
Dalla parte d'Italia, le condizioni delle cose militari erano le seguenti. L'Austria, considerato quanta efficacia fosse per avere il nome dell'arciduca Carlo, lo aveva preposto all'esercito italico, schierato sulle rive dell'Adige. I forti passi del Tirolo erano dati in guardia all'arciduca Giovanni con una grossa schiera, congiungitrice de' due eserciti germanico ed italico. Si era fatto disegno che a queste forze si accostasse, sbarcando in qualche parte d'Italia, un grosso aiuto di Russi e d'Inglesi, che allora erano raccolti nelle isole di Corfù e di Malta. Ma Napoleone, contuttochè principal cura avesse delle cose di Germania, non pretermise quelle d'Italia; e poichè seppe che l'arciduca Carlo era stato posto al governo della guerra, avendo più fede nella fortuna di Massena che in quella di Jourdan, surrogava il capitano italico al capitano germanico. Mandava intanto nuovi soldati, per modo che tra Franzesi ed Italiani Massena aveva un esercito fiorito ed uguale pel numero all'alemanno, che sommava circa ad ottanta mila soldati. Stavasi Massena alloggiato sulla destra dell'Adige, pronto a tentare il passo, come prima fosse dato il segno delle battaglie. L'imperadore di Francia, che in tutte le sue guerre, poco curandosi delle estremità, ed amando le guerre grosse piuttosto che le sparse, badava sempre al cuore, perchè sapeva che a chi n'andava il cuore ne andavano anche le estremità, fece, disegno d'ingrossare sull'Adige con mandarvi quella parte che sotto Gouvion di Saint-Cyr alloggiava nel regno di Napoli. Il che, perchè con sicurtà potesse eseguire, aveva con sue pratiche e per mezzo del marchese del Gallo, ambasciatore del re a Parigi, indotto Ferdinando a sottoscrivere un trattato di neutralità. S'obbligava per questo trattato il re a starsene neutrale durante la presente guerra, a respingere colla forza ogni tentativo fatto contro la sua neutralità, a non permettere che alcuna truppa nemica sbarcasse, o ne' suoi regni entrasse, a non ricettare ne' suoi porti alcuna nave nemica, a non commettere i suoi soldati o le piazze ad alcun ufficiale o russo od austriaco o di altra potenza nemica, ed in questo capitolo s'intendessero anche compresi i fuorusciti franzesi: il che particolarmente accennava al conte Ruggiero di Damas. Dalla parte sua Napoleone, fidandosi, come si spiegava, nelle obbligazioni e promesse del re, consentiva a sgomberare il regno dei suoi soldati, ed a consegnare i luoghi occupati agli ufficiali napolitani. Si obbligava, oltre a ciò, e prometteva di conoscere ed avere per neutrale nella guerra presente il regno delle Due Sicilie. Saint-Cyr marciava verso l'Adige.
I discorsi, secondo il solito, procedevano le armi; moderati dal canto dell'arciduca, più vivi da quello del capitano napoleonico. Quando poi già le armi suonavano in Alemagna, e già la Baviera era invasa dagli Austriaci, il principe Eugenio, vicerè d'Italia, pubblicava con parole molto aspre contro l'Austria la guerra.
Già si combatteva aspramente in Germania, quando ancora si riposava dalle armi in Italia, imperciocchè, a petizione dell'arciduca, che desiderava, prima di combattere, sapere a qual via s'incamminassero gli accidenti della guerra germanica, si era fatto tra lui e Massena un accordo, perchè le offese non si potessero cominciare prima del 18 ottobre.
Ma già vincevano le napoleoniche stelle. L'imperatore dei Franzesi arrivando in Alemagna innanzi che gli Austriaci avessero avuto tempo di riuscir oltre i passi della Selva Nera e di fortificarli, ed innanzi che i Russi giungessero in aiuto loro, si avventava, in ciò mostrando, oltre la celerità, una grandezza di militari concetti straordinaria, contro il nemico tante volte vinto. Trovossi Mack in pochi giorni cinto da ogni parte, segregato da Vienna, ridotto dentro le mura di Ulma. Aveva vinto Napoleone una prima battaglia a Vertinga, una seconda a Gunsborgo. Per tal guisa non solamente furono serrati gli Austriaci, ma fu ancora Mack separato dall'arciduca Giovanni.
Spuntava appena il giorno 18 ottobre, termine della tregua, che sapendo già Massena essersi venuto alle mani in Germania con prospero successo de' suoi compagni, si deliberava a cominciar la guerra. Alle quattro della mattina, dando due assalti uno sotto l'altro sopra Verona, si accingeva a sforzare sul mezzo il passo.
Imponeva a questo fine a Duhesme ed a Gardanne che assaltassero il ponte: era murato e rotto; ma Lacombe Saint-Michel, generale d'artiglieria, con un petardo, esponendosi a grave pericolo, perchè i Tedeschi fulminavano dalla riva sinistra, rompeva il muro, ed il generale Chasseloup con pari valore riattava il ponte. Passarono i soldati annali alla leggiera; ma fortemente pressati dai Tedeschi, correvano grandissimo pericolo. Non tardò Gardanne a venire in soccorso loro col grosso delle sue compagnie, e rinfrescò la battaglia. Si combattè con molto valore e con vario successo da ambe le parti. L'arciduca, che aveva il suo campo a San Martino, mandò tostamente nuovi soldati in soccorso de' suoi, donde nasceva un più vivo e più generale combattere; Duhesme ancor egli era passato con tutta la sua schiera. Per quel giorno non fu compiuta pei Franzesi, ancorchè avessero il vantaggio, la vittoria, e fu loro forza tornarsene ad alloggiare sulla destra del fiume, conservando però in poter loro la signoria del ponte.
Massena, o che il ritenesse il forte sito dell'arciduca, o che volesse aspettare che Saint-Cyr l'avesse raggiunto, o che desiderasse, prima di cacciarsi avanti, udire i fatti ulteriori della Germania, se ne stette più giorni senza fare alcun movimento d'importanza. In questo gli sopraggiungono desideratissime novelle: avere tutto l'esercito di Mack, salvo una piccola squadra fuggita sotto la condotta dell'arciduca Ferdinando, deposto le armi, ed essersi dato, il dì 17 ottobre, vinto e cattivo in mano di Napoleone: il che importava l'annichilazione quasi intiera delle forze austriache in Alemagna. Cambiavansi le sorti dell'italica guerra. Fu l'arciduca obbligato a debilitarsi con mandar parte de' suoi in aiuto dell'imperio pericolante. Sgomentaronsene i Tedeschi, presero animo i Franzesi. Massena, udito il maraviglioso caso d'Ulma, si risolveva, senza frappor tempo in mezzo, ad assaltare l'avversario nel suo forte alloggiamento di Caldiero. Il giorno 29 ordinava il passo del fiume. Duhesme e Gardanne, passato il ponte, si erano allargati a destra; Seras, passato più sopra, seguitava ad altro disegno le falde dei monti, ed occupando le alture di val Pontena, che signoreggiavano il costello di San Felice, che con le artiglierie aveva molto noiato i Franzesi al passo del ponte, aveva obbligato i Tedeschi a sgombrare da Veronetta. Ciò diede abilità ad altre squadre di passare, massimamente ai cavalli, per modo che gli Austriaci, cacciati da tutti i siti, e perfino da San Michele, si ritirarono con grave perdita, sempre però animosamente combattendo, oltre San Martino. I Franzesi pernottarono in Vago. Si risolveva l'arciduca a far fronte a Caldiero. Si ordinava la mattina del giorno 30 alla battaglia, distendendosi in siti diligentemente fortificati, e tenendo in serbo la cavalleria ed un grosso corpo di ventiquattro battaglioni di granatieri.
Il generale di Francia aveva partito i suoi in tre schiere, con un grosso ordinato alle riscosse, e che stava accampato in poca distanza alle spalle. Massena, avendo inteso che le fazioni ordinate di Seras e di Verdier avevano avuto il fine ch'egli si era proposto, si deliberava ad attaccare la battaglia. Non immoreremo a descrivere questo fatto, che fu egregiamente combattuto da ambe le parti, ma il fine fu che i Tedeschi, lasciando la vittoria in potestà di chi poteva più di loro, cedettero, del campo e si ritirarono alle batterie che l'arciduca aveva piantato sopra le eminenze che torreggiano oltre Caldiero.
Mentre si combatteva a Caldiero, aveva l'arciduca mandato a sua destra verso i monti una colonna di cinque mila soldati sotto la condotta d'Hillinger col proposito di circuire e di combattere i Franzesi alle spalle. Ne nacque un grave accidente a danno delle forze austriache, poichè Seras, che assai forte marciava su quelle medesime terre, oltre procedendo ed intromettendosi tra Hillinger e l'arciduca, tagliò fuori la squadra segregata, e la ridusse alla necessità di arrendersi.
Il fatto di Caldiero, la calamità d'Hillinger, gli ordini dell'imperatore suo fratello non lasciarono più luogo ad elezione nell'arciduca. Per la qual cosa la notte del primo novembre principiò a tirarsi indietro per la strada di Vicenza; poi, continuando con arte a cedere del campo, conduceva le sue genti, più intere che le perdite prime e la presta ritirata potessero permettere, sulle sponde della Sava, ponendosi alle stanze di Lubiana. Il seguitarono velocemente i Franzesi: raccolsero alcuni corpi, ma piccoli, di sbrancati e grossi magazzini di viveri, principalmente in Udine e Palmanova. A questo modo i fertili paesi della terra ferma veneta, conquistati di nuovo dalle armi vincitrici di Napoleone, furono tolti all'Austria. Solo la città di Venezia restava in poter dei Tedeschi.
Era in questo mezzo tempo arrivato da Napoli Saint-Cyr. Massena, trovandosi in necessità di seguitare a seconda l'arciduca nelle montagne della Carniola e della Carintia, non voleva, per timore di qualche sbarco di Russi e d'Inglesi, lasciare senza difesa i lidi veneziani. Ordinava pertanto a Saint-Cyr che si allargasse e custodisse le spiaggie dalle bocche dell'Adige sino a Venezia. Questa provvidenza ebbe felice successo, non contro i tentativi di mare, che nessuno fu fatto, ma contro uno di terra. Occupato Ney il Tirolo tedesco, e insignoritosi del Tirolo italiano; costretto Augereau il generale Yellacich alla dedizione; un grosso di sette mila fanti e mille cavalli, sotto la condotta del principe di Roano, forzato a calarsi per le sponde della Brenta verso i piani bagnati da questo fiume, incontratosi a Castelfranco con Saint-Cyr, dopo un furioso conflitto, fu obbligato ad arrendersi. Dopo questo fatto Massena, sicuro alle spalle, vieppiù inoltrava la sua fronte, e fermava gli alloggiamenti in Lubiana, ritiratosene l'arciduca per internarsi nella Croazia, e di là nel principato di Sirmio in Ischiavonia, tra la Drava e la Sava. I soldati di Massena e di Ney si congiunsero a Villaco ed a Clagenfurt: i due eserciti di Francia, germanico ed italico, si congregarono alle future imprese sul Danubio.
Aveva Ferdinando di Napoli, siccome si è narrato, stipulato la neutralità; ma quando appunto la guerra si definiva in favor di Francia in Germania e nell'Italia superiore, essendo già corso oltre il suo mezzo il mese di novembre, arrivavano nel golfo di Napoli due navi inglesi con molte onerarie, sopra le quali erano quindici mila soldati, dodici mila Russi venuti da Corfù, tre mila Inglesi venuti da Malta. Sbarcarono soldati, armi e munizioni tra Napoli e Portici, annunziando, venire non solo per proteggere il regno, ma ancora per correre verso Italia superiore in aiuto degli Austriaci. Non fece il re, non bene considerando quel che potesse portare seco il tempo futuro, alcuna dimostrazione nè protesta per impedire lo sbarco di queste genti nemiche a Francia. L'ambasciator di Napoleone, viste le insegne del nemico, molto acerbamente si risentiva, e, calati gl'imperiali stemmi dalla fronte del suo palazzo, richiedeva il re dei passaporti, e l'infedele terra (come diceva) abbandonando, se ne partiva alla volta di Roma. Per mitigarlo, mandava fuori il governo un editto, per cui prometteva ai Franzesi, Italiani, Liguri e ad altre nazioni unite all'impero franzese, che sarebbero le proprietà loro ed i traffici sicuri e salvi. Fu la dimostrazione indarno, perchè non solo nissuna protestazione conteneva contro il moto dei confederati, ma nemmeno mostrava alcun dispiacere di quello che la Francia avea sentito sì acremente. Gli effetti che ne seguitarono, e che per molti anni tolsero al re la possessione del regno di qua dal Faro, saranno fra breve raccontati.
Vinceva Napoleone nei campi d'Austerlitz una campale battaglia. Vinti i Russi ausiliarii, fu l'Austria costretta a consentire ai patti. Si fermarono a Presborgo in Ungheria il dì 26 dicembre. Consentiva l'imperatore di Alemagna e d'Austria a tutte le unioni dei territorii italiani; riconosceva le risoluzioni prese dall'imperator di Francia rispetto a Lucca ed a Piombino; riconosceva l'imperator di Francia come re d'Italia con ciò però che, seguita la pace generale, le due corone, a seconda delle promesse fatte dall'imperator Napoleone, l'una dall'altra fossero separate, nè mai in perpetuo potessero esser riunite; dava in potestà dell'imperatore medesimo di Francia tutti gli Stati dell'antica repubblica di Venezia a lui ceduti pel trattato di Campo Formio, e consentiva che fossero uniti al regno d'Italia; riconosceva ancora nei duchi di Vittemberga e di Baviera la qualità ed il titolo di re; cedeva a quest'ultimo, oltre parecchi paesi, i principati di Brissio e di Bolzano, le sette signorie di Voralberga e parecchi altri paesi sulle rive del lago di Costanza; dal canto suo l'imperator Napoleone guarentiva l'interezza dell'impero d'Austria, consentiva che Salisborgo, già dato all'arciduca Ferdinando di Toscana, al medesimo imperio si unisse, e si obbligava ad intromettersi appresso al re di Baviera, perchè cedesse Visborgo all'arciduca in compenso di Salisborgo.
Anno di CRISTO MDCCCVI. Indizione IX.
PIO VII papa 7. FRANCESCO II imperadore 15.
Si mandava ad effetto il trattato del 26 dicembre. Venezia e gli antichi suoi territorii, dopo otto anni di dominio austriaco, tornavano sotto quello di Francia. Venne Law Lauriston a prenderne possesso da parte del re d'Italia. Il dì 19 gennaio arrivarono in Venezia i soldati di Napoleone; li comandava Miollis. Arrivava il dì 5 di febbraio in Venezia Eugenio vicerè, testè sposato ad Amelia di Baviera. Fecersi i soliti rallegramenti.
A questo tempo rinfrescavansi le napolitane ruine. Napoleone vittorioso pensava a soddisfare all'ambizione ed alla vendetta. Già sull'uscire del precedente anno aveva pubblicato, parlando a' suoi soldati, queste parole: