Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 92
Dai discorsi civili si venne alla rappresentazione dell'armi. Volle Napoleone vedere i gloriosi campi di Marengo, e quivi simulare una sembianza di battaglia. Rizzossi un arco trionfale sulla porta d'Alessandria per Marengo con gli emblemi delle italiche, germaniche, egiziache vittorie. Sul campo stesso del combattuto Marengo l'imperial trono si innalzava. Compariva Napoleone in una carrozza molto splendida, e tirata da otto cavalli. Stavano i soldati schierati, molti memori delle portate fatiche in questi stessi marenghiani campi: Franzesi, Italiani, Mamelucchi, sì fanti che cavalli; s'accostavano le guardie nazionali, tutte in abito ed in bellissimo ordine disposte; magnifica comparsa poi facevano le guardie d'onore milanesi venute a Marengo per onoranza del nuovo signore. Stavano appresso gli uffiziali di corte, i ciamberlani, le dame, i paggi e molti generali in abiti ricchissimi. Splendeva il sole a ciel sereno: i raggi, ripercossi e rimandati in mille differenti guise da tanti ori, argenti e ferri forbiti, facevano una vista mirabile. Una moltitudine innumerevole di popolo era concorsa; l'alessandrina pianura risuonava di grida festive, di nitriti guerrieri, di musica incitatrice. Napoleone glorioso, venuto sul trono e postovi l'imperatrice a sedere, scendeva dall'imperiale cocchio e, montato a cavallo, s'aggirava per le file degli ordinati soldati. Le grida, gli applausi, i suoni d'ogni sorta più vivi e più spessi sorgevano ed assordavano l'aria. Terminate la rassegna e la mostra, iva a sedersi sull'imperiale seggio ancor egli, essendo in lui conversi gli occhi della moltitudine, tutti imperadore o vincitore di Marengo con altissime voci salutandolo. Seguitava la battaglia simulata fra due opposte schiere, moderando le mosse e gli armeggiamenti Lannes, che dopo i nuovi ordini imperiali era stato creato maresciallo. Durò dalle dieci della mattina sino alle sei della sera con diletto grandissimo di Napoleone; la quale terminata, dispensò a parecchi soldati o magistrati le insegne della legione d'onore, creata da lui novellamente. Sceso poscia dal trono, gettava le fondamenta d'una colonna per testimonianza alle future genti della marenghiana vittoria: ivi si fermarono le gloriose ricordanze.
Arrivava Napoleone con tutti i grandi della corona, il dì 6 di maggio, a Mezzana Corte sulla sponda del Po, dove, passato il fiume sopra estemporaneo bucintoro fra le innumerevoli acclamazioni dei popoli, che sulle opposte rive tripudiavano, sulle terre del suo italico regno entrava. L'aspettavano in solenne pompa, il ricevettero, il lodarono il prefetto dell'Olona, il guardasigilli Melzi, il maresciallo Jourdan, che stava al governo dei soldati franzesi alloggiati nel regno italico.
Giunto a Pavia, fece sua stanza nel palazzo del marchese Bolla, ad uso di palazzo imperiale destinandolo. Guardie d'onore, studenti addobbati, folle di popolo, arazzi spiegati, fiori sparsi, lumi accesi, applausi infiniti testificavano l'allegrezza dei Pavesi. Vide volontieri l'università, che l'ebbe con discorso limpido e puro di parole e di stile non isconveniente al soggetto, per voce del rettore e dei professori decani, lodato.
Fu magnifico l'ingresso di Napoleone in Milano. Entrava per la porta ticinese, a cui fu dato il nome di Marengo. Gli appresentarono i municipali le chiavi posate sopra un bacile d'oro. Dissero esser le chiavi della fedel Milano; i cuori averseli già da lungo tempo acquistati. Rispose, servassero le chiavi; credere amarlo i Milanesi, credessero lui amarli. Pervenuto, traendo e gridando lietissimamente una foltissima calca di popolo, al duomo, il cardinal Caprara arcivescovo, fattosegli incontro sulla soglia, giurava rispetto, fedeltà, obbedienza e sommessione, augurava conservazione di sì gran sovrano, invocava gl'incliti protettori della magnifica città Ambrogio e Carlo, acciocchè a lui ed a tutta la sua famiglia salute piena e contentezza perenne dessero. Terminate le cerimonie del tempio, il palazzo dei duchi ornato a festa e tutto esultante per l'acquistata grandezza accoglieva il novello re.
Ed ecco che, saputo ch'era andato a Milano per la corona, il venivano a trovare i deputati dell'italiche e dell'estere città. Vennevi Lucchesini portatore dei prussiani onori: recava da parte del re Federico l'aquila nera e l'aquila rossa a Napoleone; fregiatosene il sire, compariva con esse al cospetto de' suoi schierati soldati. Vennevi Cetto, inviato di Baviera; Beust, inviato dell'arcicancelliere dell'impero germanico; Alberg mandato da Baden, Benvenuti balì mandato dall'ordine di Malta: mandovvi il montagnoso Vallese il landmanno Augustini; mandovvi l'adusta Spagna il principe di Masserano, Lucca un Contenna ed un Belluomini, Toscana un principe Corsini ed un Vittorio Fossombroni: tutti venivano ad onoranza ed a raccomandazione appresso al potente e temuto signore.
Maggior materia era sotto i deputati della ligure repubblica. Aveva mandato il senato genovese Durazzo doge, cardinale Spina arcivescovo, Carbonara, Roggieri, Maghella, Fravega, Balbi, Maglione, Delarue, Scassi, senatori. A loro maggiori carezze e più squisiti onori si facevano. Studiavansi il ministro Marescalchi ed il cardinale Caprara a soddisfar loro con mense, con udienze, con complimenti. Le medesime gentilezze usavano i ministri di Francia: ad ogni piè sospinto veniva dato dell'altezza serenissima al doge, e di ambasciatori straordinarii ai senatori. Il signore stesso sempre li guardava con viso benigno, e si allargava con loro in melliflue parole. Brevemente, fra tanto festeggiare non erano i liguri legati la minor parte della comune allegrezza. Ammessi all'udienza del signore, il videro sereno e lieto. Con esso lui dell'acquistato imperio si rallegrarono, il commercio della prediletta Liguria instaurasse supplicarono. Rispose umanamente, conoscere l'amore dei Liguri; sapere aver soccorso gli eserciti di Francia in tempi difficili; non isfuggirgli le angustie loro; prenderebbe la spada, e li difenderebbe; conoscere l'affezione del doge, vederlo volentieri, veder volentieri con lui i liguri senatori: andrebbe a Genova; senza guardie come fra amici v'andrebbe. Dopo l'udienza furono veduti ed accarezzati dall'imperatrice e da Elisa principessa, sorella di Napoleone, sposata ad un Bacciocchi, creato principe anch'egli. Tutti mostravano dolce viso ai liguri legati nella napoleonica corte.
Presa in Monza la ferrea corona, e non senza solenne pompa a Milano trasportata, si apriva l'adito all'incoronazione. La domenica 26 di maggio, essendo il tempo bello ed il sole lucidissimo, s'incoronava il re. Precedevano Giuseppina imperatrice, Elisa principessa in abiti ricchissimi: ambe risplendevano di diamanti. Seguitava Napoleone, portando la corona imperiale in capo, quella del regno, lo scettro e la mano di giustizia in pugno, il manto reale, di cui i due grandi scudieri sostenevano lo strascico, indosso. L'accompagnavano uscieri, araldi, paggi, aiutanti, mastri di cerimonie ordinarii, mastro grande di cerimonie, ciamberlani, scudieri pomposissimi. Sette dame ricchissimamente addobbate portavano le offerte; ad esse vicini con gli onori di Carlo Magno, di Italia e dell'impero procedevano i grandi ufficiali di Francia e d'Italia, ed i presidenti dei tre collegi elettorali del regno. Ministri, consiglieri, generali accrescevano la risplendente comitiva. Ed ecco Caprara cardinale affaccendatissimo e rispettoso in viso, col baldacchino e col clero accostarsi al signore, e sino al santuario accompagnarlo. Sedè Napoleone sul trono, il cardinale benediceva gli ornamenti regi. Saliva il re all'altare, e presasi la corona, ed in capo postalasi, disse queste parole: _Dio me la diede, guai a chi la tocca_. Le divote volte in quel mentre risuonavano di grida unanimi di allegrezza. Incoronato, givasi a sedere sopra un magnifico trono alzato all'altro capo della navata. I ministri, i cortigiani, i magistrati, i guerrieri l'attorniavano. Le dame specialmente, in acconce gallerie sedute, facevano bellissima mostra. Sedeva sopra uno scanno a destra Eugenio, vicerè, figliuolo adottivo. A lui, siccome a quello a cui doveva restare la suprema autorità, già guardavano graziosamente i circostanti. Onorato e speciale luogo ebbero nell'imperial tribuna il doge ed i senatori liguri: stavano con loro quaranta dame bellissime e pomposissime; Giuseppina ed Elisa in una particolar tribuna rispondevano. Le volle, le pareti, le colonne sotto ricchissimi drappi si celavano, e con cortine di velo, con frange d'oro, con festoni di seta s'adornavano. Grande, magnifica e maravigliosa scena fu questa, degna veramente della superba Milano. Cantossi la solenne messa; giurò Napoleone: ad alta voce gridossi dagli araldi: «Napoleone I, imperatore dei Franzesi e re d'Italia è incoronato, consecrato e intronizzato; viva l'imperatore e re.» Le ultime parole ripeterono gli astanti con vivissime acclamazioni tre volte. Terminata la incoronazione, andò il solenne corteggio a cantar l'inno ambrosiano nell'ambrosiana chiesa. La sera, Milano tutta festeggiava; fuochi copiosissimi s'accesero, razzi innumerevoli si trassero, un pallone areostatico andava al cielo: in ogni parte canti, suoni, balli, tripudii, allegrezze. A veder tante pompe, si facevano concetti d'eternità: già gli statuali si adagiavano giocondamente sui seggi loro.
Mentre con lusinghe e con onori s'intrattenevano in Milano il doge ed i liguri legati, per un concerto con gli aderenti più fidi, un gran fatto si tramava. Sollevavasi a cose nuove la travagliata Liguria. Vi si spargevano prima parole, poi aperti discorsi, intorno alla necessità dell'unione con Francia. Allegavasi da uomini prezzolati nelle liguri provincie, allora essere stata perduta l'independenza quando fu fatta la rivoluzione; d'allora in poi essere stata sotto diversi nomi e reggimenti diversi Genova serva; aver lo Stato più pesi che portar possa da sè; poterli portare facilmente congiunto con Francia; sperarsi invano che il potente non manomettesse il debole; di ciò manifeste testimonianze aver dato i forastieri venuti quali come amici, quali come alleati; ripugnare la natura umana, sempre superba, ai moderni desiderii, nè la giustizia regnare in chi troppo può; essere cangiate le sorti d'Europa; preponderare oltremodo la Francia; già abbracciare e stringere da ogni parte, pel Piemonte unito e per l'italico regno obbediente, l'esile Liguria: che starsi a fare; che non si domandava l'unione a Francia? Giacchè non si può più comandare da sè, savio consiglio essere il comandare con altrui; le umili genovesi insegne non rispettarsi sui mari dai barbari buttati fuori dalle caverne africane, rispettarsi le franzesi, i napoleonici segni avere a render sicuri i liguri navili: così una sola deliberazione politica esser per fare ciò che le antiche armi della repubblica più non potevano. A queste parole si aggiungevano le adulazioni sulla felice condizione di esser posti al freno di Napoleone eroe. Le giurisdizioni domandavano l'unione con Francia, supplicava il senato, Napoleone la decretasse.
Avendo le arti sortito l'effetto loro, comparivano al cospetto dell'imperatore in Milano, il dì 4 di giugno, i liguri legati. Girolamo Durazzo doge, tutto pallido e sgomentato, orava in umili parole; le quali dette, e porti i suffragii del ligure popolo al signore, rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo venuto a parte delle faccende dei Liguri; a buon fine sempre averle indirizzate; essersi accorto che per loro era impossibile che qualche cosa degna dei padri loro facessero; l'avara Inghilterra chiudere a piacer suo i porti, infestar i mari, visitar le navi; le africane rapine andare ognora più discendo; essere servitù nell'independenza ligure; essere necessità ai Liguri di unirsi a un popolo potente; adempirebbe i loro desiderii, gli unirebbe al suo gran popolo volontieri, memore dei servigii prestati; tornassero nella loro patria; visiterebbeli fra breve, suggellerebbe la felice unione in Genova.
Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente per mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono la repubblica, che chiuso è il mare dai barbari, la terra dalle dogane, supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo impero unisse. Seguitavano le condizioni; si soddisfacesse dallo Stato ai creditori liguri come a quei di Francia; si conservasse il porto franco di Genova; nell'accatastare, si avesse riguardo alla sterilità delle terre liguri ed al caro delle opere; si togliessero le dogane e le barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero i soldati solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazii sugl'introiti e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della Liguria ne sentissero beneficio; le cause sì civili che criminali si terminassero in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini dell'impero; gli acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e sicuri nel possesso e nella piena proprietà di loro.
Napoleone, desiderando mitigare la acerbità del fatto con un uomo di temperata e prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun, arcitesoriere dell'impero, perchè lo Stato nuovo ordinasse a seconda delle leggi franzesi.
Restava che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava Napoleone il dì 30 di giugno a Genova. Tutta la città si muoveva per vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavalleria a Campo Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano, le fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi traeva alle ambizioni, si componeva nei sembianti; le genovesi donne attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del popolo, chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Michel Angelo Cambiaso, creato sindaco da Lebrun, s'appresentava con le chiavi: Genova, superba per sito, essere ora superba per destino, disse: darsi ad un eroe; avere gelosamente e per molti secoli custodito la sua libertà; dì ciò pregiarsi; ma ora molto più pregiarsi, le chiavi della città regina in mano di colui rimettendo che, savio e potente più d'ogni altro, valeva a conservargliela intatta e salva. Rispose benignamente; restituì le chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla soglia della chiesa di San Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo l'incensava. Luigi Corvetto, presidente del consiglio generale, venuto alla presenza del signore, favellava, avere lui liberato il buon popolo di Genova, averlo in figliuolo adottato; essere quivi in mezzo a' suoi figliuoli; dimenticare il genovese popolo le passate calamità; ogni altro affetto in questo solo affetto comporsi dell'amore dell'imperadore e re; per questo essere i Genovesi sudditi deditissimi; per questo i doveri più sacri affortificarsi dalle affezioni più dolci; non isdegnasse, pregava, la semplicità delle parole loro; eroe, sovrano e padre, in buon grado accettasse il tributo dell'ammirazione, dell'amore e della fedeltà loro. Poscia a nome proprio e di Bartolammeo Boccardi, uomo di non mediocre ingegno e stato sempre dedito alla parte franzese, Luigi Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria, chiamando Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare l'antica cesarea divisa in quest'altra: _venni, vidi, felicitai_. Piacque la squisita lusinga: Luigi Corvetto fu creato consigliere di Stato. Bene ne occorse ai Liguri che, perduto l'antico nome, trovarono in Corvetto chi affettuosamente gli amava, chi prudentemente li consigliava, e chi utilmente presso il signore gli avvocava, non a sdegni e ad antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma solamente al benefizio de' suoi compatriotti riguardando.
Alloggiava Napoleone al palazzo Doria a quest'uopo diligentissimamente preparato. Terminati i complimenti, si veniva alle feste. Incominciossi dal mare. Faceva magnifica mostra un tempio che di Nettuno o Panteon marittimo chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però che ciò apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante suolo, se ne andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni galleggiando. Una gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine ionico il sostentavano, le immagini de' marini dei l'adornavano. Sulle due facce interna ed esterna della cupola si leggeva un'inscrizione, parto del pad. Solari, la quale significava, i Liguri augurare a Napoleone imperadore e re lo impero del mare, come già si aveva quello della terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio; sopra di lei, condotta che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone i circostanti festeggiamenti rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro giardini chinesi adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, rinfrescati da zampilli d'acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più colori ed ornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in moto dal continuo aggirarsi della macchina, con dolce concerto tintinnavano continuamente, giravano con morbide giravolte, ora qua ora là a galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti, schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche e di vele si aggiungesse, e mille variati aspetti ad ogni momento agli occhi dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o vogliam dire gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte di mare, due da ciascuna con velocità meravigliosa contesero della vittoria; vinse la bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le grida festose montavano al cielo. Fecesi notte intanto: diventò più bello lo spettacolo. Lumiere di cristallo, che fra le colonne del galleggiante tempio stavano sospese, subitamente accese, gittavano sulle incostanti acque, che con lampi di vario colore li rimandavano, raggi di abbondante e rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini, anch'esse illuminate, consentivano con la sopravanzante luce del tempio. Fuochi in aria a forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio, si volteggiavano intorno al tempio ed ai quattro giardini chinesi. Le agili barchette, posti fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire giri, guizzi e baleni, che con la piena luce del tempio e delle isolette da un canto si confondevano, dall'altro a chi d'in sulle spiaggie di lontano mirava, l'oscurità della notte con l'immagine d'innumerevoli e vaganti stelle temperavano. Alla dolce vista consuonava un soave ascoltare: imperciocchè dalle chinesi isolette uscivano suoni e concerti giocondissimi, mandati fuori dai petti e dagli appositi strumenti di musici vestiti alla chinese. Al tempo stesso le mura della città risplendevano per un'immensa luminaria; i palazzi e le case quasi tutte avevano anch'esse i lumi a festa: tutto l'anfiteatro della superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva ai marini splendori. La torre della lanterna, accesasi ad un tratto da innumerevoli lumi con bel disegno ordinati, trasse a sè gli occhi dei festeggianti spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe la maraviglia, che ben tosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa di vulcano, come se veramente vulcano fosse. Nè i fuochi artificiati furono la parte meno notabile del magnifico rallegramento; poichè due bellissimi templi di fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte dei moli, ed altri fuochi, con mirabile artifizio apprestati, ora si tuffavano nelle acque, ed ora, più vivi che prima fossero, ne uscivano. Così fra il molle ondeggiare, il vago risplendere, il giocondo suonare nasceva una scena, a cui niuna può essere pari in dolcezza ed in grandezza.
Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi, sceso dal marino tempio, se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel palazzo pubblico. Intervennero Giuseppina di Francia, Elisa di Piombino. Fu allegra la festa. Cantossi l'inno ambrosiano nella cattedrale di San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della Legion d'onore, più eccelse a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo Spina: presentò con dorate gioie Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile. Comandò che si restituisse la statua di Andrea Do- ria, atterrata dai giacobini. Contento indi se ne tornava Napoleone al suo imperiale Parigi.
Rimase al governo di Genova il principe Lebrun, il quale, temperatamente, secondo la natura sua procedendo, diede norma allo Stato nuovo riducendolo alla forma di Francia. Ordinò con prediletto pensiero l'università degli studii; vedeva i professori volontieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare cresceva lo zelo in chi ammaestrava ed in chi era ammaestrato; l'università genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra l'introduzione degli ordini franzesi e l'unione alla Francia: finalmente, orando Regnault di San Giovanni di Angely, decretava, il dì 4 ottobre, il senato che i territorii genovesi fossero uniti al territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi Stati, nonchè d'Italia, d'Europa. Gl'inorpellamenti non mancarono nella bocca di Regnault; fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia distruggeva l'indipendenza di Genova (questo appunto significavano le sue parole), perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il principio: per la potenza di Napoleone, tornarono in patria i Genovesi schiavi della crudele Africa.
La repubblica di Lucca anch'essa periva. Die' primieramente Piombino ad Elisa sorella; poi Lucca e Piombino a Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nessuno vi si pagasse, se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero Bacciocchi ed Elisa. Andavano al possesso il dì 8 luglio.
Avviava Napoleone Parma all'unione con Francia: le leggi franzesi vi promulgava; già le ambizioni parmigiane si voltavano alla fonte parigina; Moreau di Saint-Mery secondava l'imperadore piuttosto per piacere a lui che a sè, perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il comandare.