Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 9

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Continuavano sempre a travagliarsi in Corsica le cose a piccole fazioni. In quasi tutte le parti dell'isola si guerreggiava, ma principalmente in Furiani, assaltato da Matra e validamente difeso da' Paolisti. Finalmente Matra, conoscendo di non potere far frutto, tornò a Genova col commissario Sauli, che aveva ceduto il luogo al vicereggente Speroni.

La repubblica ormai disperava della sottomessione de' Corsi. Nè le forze, nè le lusinghe, nè i maneggi erano valsi. Paoli sormontava d'ardire e di potenza, e quello che Genova non aveva potuto ottenere su' principii del prode e provvido tenente corso, da Napoli venuto con non altro che col suo nome e coll'ardente desiderio di servire la patria, assai meno poteva sperar di conseguire presentemente che il capitano generale dei sollevati aveva assuefatto al suo freno i suoi paesani insofferenti di ogni altro, che aveva dato tante prove di perizia di guerra e di prudenza di Stato, e che già per parecchi anni aveva resistito contro le insidie de' partigiani e contro le forze dell'antica signoria. Alla sua voce, la Corsica quasi tutta concorde ed unanime si muoveva, e le armi minacciosa e fiera contro Genova brandiva: di bocche da fuoco, di ferree punte erano tutti quei lidi orridi ed ispidi.

Non potendo da sè, Genova pensò di usare soldati forastieri. Sperava con tale mezzo di venire ad un aggiustamento che discreto e ragionevole fosse. Questo era un ultimo sperimento ch'essa voleva fare, il quale, se, secondo l'aspettazione, non succedesse, aveva in animo poi di abbracciare un partito, per cui i Corsi, se non sarebbero più stati di lei, di loro medesimi non sarebbero nemmeno. Amava meglio vedere la Corsica in balia altrui, che signora di sè medesima.

A dì 7 di agosto fu sottoscritto in Compiegne tra la Francia e la repubblica un trattato per cui si concluse che approderebbero in Corsica sette battaglioni franzesi, e prenderebbero le stanze loro in Bastia, Aiaccio, Calvi e San Fiorenzo. Non già verrebbero per far guerra ai Corsi, che anzi da amici li tratterebbero, ma solamente per difendere quelle piazze, ed impedire che di esse non s'insignorissero. Verrebbero anche come portatori di pace, avendo il conte di Marbeuf, che guidare li doveva, ordine di persuadere un accomodamento, e facoltà di concluderlo. Arrivarono in fatti, e nelle destinate piazze si posarono. Da quel momento in poi la Corsica non fu più di Genova che di nome.

Gravissima carestia percosse in questo anno la parte meridionale dell'Italia. Napoli si trovò più volte in necessità di combattere sedizioni popolari dal caro del pane prodotte; Roma, più povvidente, mandò suoi commessi in più parti, e quindi fe' sì che il popolo se non abbondantemente, almeno sufficientemente fosse provveduto.

Anno di CRISTO MDCCLXV. Indizione XIII.

CLEMENTE XIII papa 8. FRANCESCO I imperadore 21. GIUSEPPE II imperadore 1.

Genova, che sola per molti anni sentiva in Italia il peso della guerra, mentre il rimanente della penisola godeva d'una calma invidiabile, Genova fu debitrice alla geografica sua situazione di vedersi scelta ad accogliere nel suo seno due gran principesse, cioè la infante Maria Luigia figliuola del re di Spagna, destinata sposa all'arciduca Leopoldo d'Austria e l'infante Luigia di Parma, contemporaneamente destinata al talamo del reale principe d'Austria, figlio dello stesso re di Spagna. Ma la gioia di queste accoglienze fu presto conversa in lutto per la morte in quel mentre accaduta in Alessandria dell'infante don Filippo di Parma, padre dell'una e zio dell'altra delle dette principesse, rapito dal vaiuolo nel suo quarantacinquesimo anno. A lui succedette l'infante don Ferdinando, suo figliuolo, allora in età di quattordici anni.

Dopo il tristo caso, la principessa spagnuola procedette ad Innspruck, dove fu accolta dall'imperial corte, e quindi congiunta al suo sposo colla nuzial benedizione loro impartita dal principe di Sassonia, vescovo di Frisinga e Ratisbona. Ma anche colà la attendeva nuova scena di dolore. In mezzo alle feste, agli spettacoli, alle luminarie, ai plausi popolari, che per ogni canto annunziavano il giubilo comune per sì lieto avvenimento, morte rapì nel suo cinquantesimosettimo anno l'imperatore Francesco I. Era il 18 di agosto.

Tutti i paesi da Francesco governati piansero la sua morte, perchè dotato di bontà, di affabilità, di clemenza, ebbe sempre in vista come oggetto primario la felicità degli Stati suoi, la tranquillità de' suoi popoli, la prosperità delle scienze, delle lettere, delle arti e del traffico, ed a sua lode si disse altresì che in mezzo alle gravissime cure dell'impero in tempi sovente turbati ed in mezzo alle politiche agitazioni, degnossi talvolta egli stesso di occuparsi delle scienze più utili, e particolarmente d'incoraggiare i progressi delle scienze fisiche.

Già nel giorno 27 di marzo del precedente anno era stato eletto re dei Romani il suo primogenito Giuseppe; questi adunque succedette al padre nel trono germanico e negli Stati austriaci ereditarii, e nominato fu tosto dalla madre correggente degli Stati austriaci. Di là a pochi giorni, granduca di Toscana fu dichiarato il di lui fratello, il quale dalla funesta Innspruck si pose, colla gran duchessa sua novella consorte, in viaggio per Firenze, accompagnato sino a Sterginau dal fratello, nuovo imperadore.

Così ambe le perdite sofferte dall'Italia venivano ad essere riparate; ma Clemente XIII non trovava compenso alle sue, che specialmente riguardavano ai Gesuiti.

Non appartiensi a questi Annali un minuto ragguaglio delle querele e delle contestazioni che verso l'anno 1760 suscitaronsi in Francia relativamente ai religiosi di questa compagnia. Promosse si erano varie lagnanze contra que' regolari, che determinato avevano il parlamento ad esaminare le loro costituzioni, non meno che i titoli del loro stabilimento in Francia, disamina che il re stesso erasi riserbata. Proposta s'era intanto da que' magistrati l'appellazione, detta _come di abuso_, da molte bolle, molti brevi e molte costituzioni riguardanti i Gesuiti, e condannati eransi ad essere abbruciati: vietato erasi parimente all'ordine di ricevere alcun membro, ed anche di continuare nel pubblico insegnamento. Il clero di Francia, chiamato ad esporre il suo sentimento sull'utilità relativa di detti regolari, sul loro insegnamento, sulla loro interna condotta, suggerito aveva di modificare i suoi regolamenti. Il re Luigi XV, che amante mostravasi della concordia, aveva quindi proposto un modello di riforma, che presentato erasi al pontefice ed al generale de' Gesuiti medesimi. Ma questi rispose che esistere doveano essi quali erano, o piuttosto non esistere, _aut sint ut sunt, aut non sint_. Il pontefice prestossi alle viste medesime di quel superiore; ed il re lasciò il corso libero alle contestazioni, e cominciò egli stesso dall'ordinare che chiuse fossero le scuole gesuitiche. Il parlamento quindi, rinnovando l'appellazione dalle bolle, da' brevi e da qualunque regolamento concernente quella società, vietò da prima ai Gesuiti di portare l'abito dell'ordine e di vivere sotto l'obbedienza de' loro superiori, e poscia, nel 1764, ordinò che dentro otto giorni i Gesuiti uscissero del regno, qualora non giurassero di rinunziare all'istituto loro. Sulla fine di quell'anno stesso, il re, aderendo al voto di tutti i parlamenti del regno, pronunciò l'abolizione totale de' Gesuiti in Francia.

A tal colpo Clemente XIII, che aveva a sè medesimo persuaso la conservazione de' Gesuiti toccare la coscienza, perchè li teneva utili alla religione ed alla Chiesa, rotto il silenzio, pubblicò, il 7 gennaio di quest'anno, la bolla _Apostolicum_, che confermava i Gesuiti in tutti i loro privilegii, giustificandoli su tutte le accuse, e per capacità, zelo e servigio con somme lodi innalzandoli.

Se mai altra bolla si sparse rapidamente nel mondo, questa fu presto in mano di tutti, specialmente in Francia, dove levò altissimo rumore. Denunziata quindi al parlamento, verso la metà di febbraio, il parlamento stesso emanò un decreto, con cui rimase la bolla soppressa e proibita, con espressa inibizione di accettarne per l'avvenire verun'altra, se non fosse accompagnata del regio beneplacito. Ed in Portogallo, fatta la bolla soggetto di molte discussioni, uscì finalmente fuori un rescritto o decreto del re, col quale veniva dichiarata di niun effetto rispetto a' suoi dominii e regni, proibendone qualunque esemplare non solo riguardo al non poterne fare uso alcuno, ma ordinando eziandio che tutte le copie si dovessero consegnare al così detto tribunale dell'inconfidenza. Dichiarò inoltre il re eguale intenzione e volontà riguardo a tutti gli altri brevi e scritture della medesima natura che non avessero ottenuto prima la reale approvazione; ordine sovrano che fu registrato in forma di legge nella segreteria, indi pubblicato nella gran cancelleria della corte e del regno.

In Corsica, Marbeuf cominciò ad usare il ministero di pace, promettendo da parte del re Luigi fermezza e sicurtà ai patti di concordia che con Genova fossero stipulati. Varii negoziati s'intavolarono tanto in Corsica con Paoli e col colonnello Buttafuoco da parte del Marbeuf, e dal conte della Tour du Pin, che per la Francia e per Genova trattavano, quanto a Versaglies, dove per questo fine della Tour du Pin e Buttafuoco si condussero. L'affare si maneggiò, come già altre volte, senza effetto, perchè si diede in quel perpetuo intoppo, che i Corsi volevano la loro independenza, e Genova non la voleva consentire. In fatti gl'isolani domandavano lo Stato libero e sovrano, e la possessione di tutte le piazze, che i Genovesi ancora tenevano. Chiedevano inoltre che la Capraia e Bonifazio fossero loro dati in feudo, obbligandosi di pagare a Genova, per ricognizione della feudalità, un tributo annuale di quaranta mila lire, che era quanto i Genovesi, siccome essi stessi affermavano, ricavavano ogni anno dalla Corsica. Per maggior dimostrazione della dipendenza feudataria di que' due luoghi, i Corsi offerivano di mandare ogni dieci anni uno de' loro primarii personaggi a chiedere l'investitura. Promettevano altresì di consentire ai Genovesi il libero commercio e senza pagamento di dazii in tutte le terre e mari di Corsica.

Anno di CRISTO MDCCLXVI. Indiz. XIV.

CLEMENTE XIII papa 9. GIUSEPPE II imperadore 2.

L'Italia, fatta dalla natura delizia dell'Europa, godea pur essa delle delizie della pace, nè il rimbombo de' suoi bronzi guerrieri interruppe in quest'anno i giulivi spettacoli che ne contrassegnarono quasi tutti i giorni, se non fosse in sul mare presso le lontane coste dell'antica Libia.

In questo silenzio di avvenimenti maggiori, crediamo di dover consegnare in queste carte la memoria delle circostanze che accompagnavano il pagamento dell'annuo tributo solito a contribuirsi alla santa Sede dai sovrani delle Due Sicilie, e consistente in un cavallo bardato, detto chinea, ed in sette mila ducati del regno. Ogni anno, la vigilia de' Santi Apostoli, portavasi il ministro plenipotenziario del re al portico della basilica vaticana, e colà, presentando al pontefice la chinea, e pagando il denaro al tesoriere della camera apostolica, proferiva in latino una formola già stabilita, e che in lingua italiana così sonava: «N. (il nome del re), mio clementissimo signore, manda a vostra santità questo cavallo decentemente ornato, ch'io presento in nome di lui, e sette mila ducati, per solito tributo del regno di Napoli, pregando Dio Ottimo Massimo che vostra santità possa per molti anni riceverlo pel bene e vantaggio della cristianità e per l'accrescimento della santa nostra cattolica fede. Sono questi i voti di sua maestà ed i miei proprii umili e ferventissimi.» Al che il papa rispondeva: «Riceviamo e volontieri accettiamo questo censo dovuto a noi ed alla Sede apostolica pel diretto dominio del nostro regno delle Due Sicilie di qua e di là del Faro. Al nostro carissimo figlio nel Signore N. preghiamo da Dio salute, ed a lui, ai popoli e vassalli diamo l'apostolica benedizione, in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.»

La Toscana, che per quasi trenta anni era stata governata da un privato delegatovi dal granduca Francesco, che faceva la sua residenza a Vienna come imperator di Germania, prestò questo anno, nel dì ultimo di marzo, con vera espansione d'animo, il giuramento di fedeltà ad un sovrano proprio, all'arciduca Leopoldo, di cui presagiva il beato reggimento. Ed in fatti il novello granduca tutte volse le sue cure a render florido il proprio Stato, e fin da questi primordii die' opera al miglioramento delle maremme di Siena, a quello della moneta, a far prosperare la marineria, a sistemare le regole della giustizia. A Livorno, dove fu splendidamente e giulivamente accolto, visitò tutto, animò tutto, e pose la prima pietra alla fabbrica d'un gran quartiere per la marineria. Finalmente fece aprire una strada che da Pistoia arrivasse sino a' confini del Modonese, strada tante volte indarno disegnata e che tornava a reciproco vantaggio degli abitanti de' due Stati.

Nè men sollecito del nuovo sovrano di Toscana nel promuovere la circolazione e libertà del commercio fu il giovinetto monarca delle Due Sicilie. L'audacia dei corsari barbareschi infestava continuamente le spiaggie della Calabria e delta Sicilia, non che il rimanente dell'Italia. Per porre una volta freno alla loro insolenza, e provvedere ad un tempo e tutelare la tranquillità del commercio, stimò il re opportuno di conchiudere sull'importante oggetto un trattato con la Francia, e fare che intanto rimanessero interrotte e sospese ne' porti di quel regno le visite de' bastimenti napoletani e siciliani, e lo stesso si osservasse nei porti delle Due Sicilie riguardo alle navi franzesi. E scopo essendo della negoziazione il francare ed assicurare il commercio in quelle parti principalmente dove sarebbe stato più esposto agl'insulti dei Barbareschi, così, attendendo che si concludesse, fece il re di Napoli gettare in acqua sei nuovi sciabecchi, due galere e quattro galeotte, affinchè, mettendosi a corseggiare, coprissero, e difendessero le costiere dei proprii Stati, ed inseguissero i legni dei pirati, ordinando nel tempo stesso che nel porto di Napoli stessero sempre parate una galera ed una galeotta, quella a difesa del porto stesso, questa per recarsi ovunque la chiamasse il bisogno.

Già la Francia aveva anch'essa nel Mediterraneo una squadra di vascelli comandati dal principe Beauffremont. Con questa fece egli una visita alle piazze di Barbaria, e prima a quella d'Algeri, che da alquanti mesi avea perduto il vecchio suo beì, ed il cui successore, Mahomet Effendi, ostinatissimamente ricusava qualsiasi componimento colla Spagna e coi Napoletani. Ma ben lo persuase la comparsa della squadra franzese, come si persuasero ancora gli altri beì di Tunisi e di Tripoli; a tal che il principe Beauffremont ottenne quanto desiderava ed avuta promessa solenne che sarebbero rispettati i legni delle due nazioni, oltre a quelli che spiegavano bandiera franzese, se ne tornò a Tolone, lieto della sua corsa e della felice riuscita.

Dopo la vista della squadra franzese, il beì di Tripoli n'ebbe un'altra per parte de' Veneziani. Erano seguiti a danno di varii legni mercantili di questa repubblica gravi e frequenti insulti in onta alla fede dei trattati da circa due anni fermati tra la repubblica stessa e le reggenze africane. Ora, risoluto il senato a non più sofferirne la mala fede, ed a trarne solenne vendetta, fu messa alla vela una squadra sotto gli ordini del cavaliere Giacomo Nani, il quale, non sì tosto schierò nel porto di Tripoli le sue navi e fece sonare i cannoni, vide a bordo della propria nave il beì, presto a dargli tutte le convenevoli soddisfazioni ed a pattuirvi quelle condizioni che fossero state di aggradimento del veneziano senato. Furono dunque dalla reggenza sborsate rilevanti somme per salvarsi dal giusto risentimento della repubblica, e, restituiti tutti i bastimenti stati predati, volle in oltre il beì che fossero severamente gastigati i rais o capitani che aveano insultata la bandiera di Venezia; e se non era il console della repubblica che caldamente s'interpose per mitigare l'asprezza ed il rigore dei minacciati gastighi, avrebbero avuta mozza la testa. Fra' patti convenuti fu principalmente questo: che i limiti oltre i quali passare non potessero i legni corsari si dovessero estendere per l'avvenire dal capo di Santa Maria sino a quello della Sapienza; dal che ne derivò un doppio vantaggio, perchè, rimovendosi dalle foci dell'Adriatico le corse di que' Barbari, rimanevano nel tempo stesso difese le coste del regno di Napoli, e meglio protetto il commercio delle altre nazioni.

Anno di CRISTO MDCCLXVII. Indiz. XV.

CLEMENTE XIII papa 10. GIUSEPPE II imperadore 3.

Essendosi rotte le pratiche a ragione di quello scoglio insuperabile dell'indipendenza, i Corsi, condotti da Achille Murati, fecero una fazione improvvisa sopra l'isola Capraia, antico membro del loro regno, e se ne impadronirono, successo, che siccome molto afflisse i Genovesi, così diede non poca allegrezza ai Corsi, che concepirono migliore speranza, e più sicuramente augurarono dello stabilimento della loro libertà.

L'incomoda ed oggimai troppo lunga tenzone ora pende al suo fine. Era manifesto ad ognuno che Genova si trovava inabile a ritornare i suoi antichi sudditi all'obbedienza. Quarant'anni di sforzi inutili, oltre le antiche perturbazioni, che tanto travaglio le avevano dato, bene dimostravano che la ribellante isola ero per lei perduta. Non erano valse le tregue, non le paci, non le armi; Genovesi e Corsi non potevano vivere insieme se non come esteri gli uni verso gli altri e non più come nel medesimo ordine misti ed associati. Il valor guerriero dei Corsi, il valore e la prudenza di Paoli si dimostravano insuperabili ed invincibili dalla potenza genovese. E in ciò recava eziandio un gran momento l'avere Paoli riunito in concordia tanti animi discordi, cosa che sin allora non si era veduta. Oltre a questo, quell'uomo aveva saputo ordinare una libertà più ancora fondata sulle leggi che sulle forti inclinazioni d'una gente rozza e quasi ancora selvaggia; e colla libertà introduceva la civiltà. Le quali cose tutte, mentre somministravano più efficaci mezzi di resistenza, rendevano agli uomini più cara la causa corsa. Il secolo stesso la favoriva, e Genova vinta diveniva anche odiosa. Già i popoli cominciavano a maravigliarsi che quella Genova stessa che nel 1746 con sì generoso e forte animo si era rivendicata in libertà, ora tanto odio esercitasse contro una nazione del pari forte e generosa, ed ostinatissimamente affettasse l'assoluto dominio. L'opinione dava favore alla Corsica; ciò non era nascosto a coloro che reggevano la repubblica, e già entravano nei supremi magistrati nuovi pensieri.

Col medesimo passo nascevano le voglie forestiere. Vi era chi voltava a suo profitto I'impotenza di Genova. La Corsica, piena di abitatori forti e guerrieri, situata in opportuno luogo tra la Francia e l'Italia, copiosa di generi preziosi, felice per foreste stupende, sicura per porti spaziosi e comodi, molto piaceva a chi coll'Inghilterra gareggiava di possanza marittima nel Mediterraneo. Vecchio pensiero era questo: i soldati a parecchie fiate mandati nell'isola, tante diligenze, tanti amorevoli consigli, il tante volte interporsi a dolcezza tra i Corsi vinti e gli sdegnati signori, ciò era per allettare i popoli, per assuefarli ai volti, alla favella, all'imperio di Francia. Brevemente, la Francia agognava la Corsica.

Ciò non ostante, pareva poco generoso procedere il divenire da ausiliario padrone, ma confidava nella necessità, che avrebbe sforzato i Genovesi ad offerirsi. E un accidente impensato, mettendoli in maggiore travaglio ed in qualche disgusto colla Francia, fece piegare il contrasto a quel segno dov'ella mirava. Il re di Spagna aveva in aprile di quest'anno espulsi i gesuiti da' suoi regni: e il papa, a cui parevano in troppo grande numero, perciocchè sommavano a parecchie migliaia, non avea permesso che si ricovrassero nello Stato pontificio. La Spagna ricercò ed ottenne da Genova che avessero ricetto in Corsica, e quivi furono destinate per loro seggio le piazze dove i Franzesi tenevano presidii.

I Genovesi, in ciò compiacendo alla Spagna, avevano dispiaciuto alla Francia, che anch'essa aveva pochi anni innanzi espulsi gl'Ignaziani da' suoi dominii, sì che poco mancò che per questa cagione non si partisse dall'amicizia di Genova. Con acerbissime parole se ne lagnò col senato, protestando che ne avrebbe fatto giusti risentimenti; ed in fatti il re mandò ordine a Marbeuf che tosto sgombrasse dalle piazze dove entrati fossero i Gesuiti.

Non così tosto vide Marbeuf a comparire in Algaiola, Calvi ed Aiaccio gli ospiti che la Spagna espelleva, che, uniformandosi alla volontà del re, le lasciò, ritirando i passi verso Bastia e San Fiorenzo. Subitamente Algaiola venne in potere dei nazionali; per poco anzi stette che Calvi non vi venisse, come vennevi la città di Aiaccio, e la cittadella stessa, la quale, battuta aspramente dai Corsi e ridotta in grandissima necessità di viveri, già stava in sul punto di darsi. Così i Genovesi, per aver dato ricovero agli esuli di Spagna, sdegnarono la Francia, e perdettero parecchi forti ed importanti luoghi; chè i soldati franzesi cessero il luogo ai monaci spagnuoli. Esuli erano questi religiosi, e per tale titolo meritavano che alcuno cura ne prendesse; ma quivi portavano un fatale pregiudizio. Veramente i Corsi se ne prevalevano, nè mai furono così vicini al conseguimento totale dei loro pensieri e di arrivare a quella franchigia che, fin allora stata sanguinosa e torbida, speravano finalmente di vedere felice, lieta e sicura.

Mentre la fortezza di Aiaccio stava in grave pericolo, e nelle altre terre ancor tenute da' Genovesi si trepidava, pervenne avviso che tra Marbeuf e Paoli era stata conchiusa una sospensione di offese da durare insino a che, compiti i quattro anni di soggiorno stati stipulati, i Franzesi dovessero fare la loro partenza dall'isola, il qual termine era di pochi mesi lontano. La Francia minacciosamente affermava di non voler acconsentire ad alcuna prolungazione: assai, diceva, essersi travagliata per quella disordinata Corsica; facessero i Genovesi da sè, e come potevano e come l'intendevano colle loro proprie forze terminassero l'antica lite.

I Gesuiti intanto instavano perchè fosse loro permesso d'introdursi nell'interno del regno per fabbricarvi a loro spese chiese e collegi e adoperarsi allo ammaestramento della gioventù. Paoli ed il supremo consiglio inclinavano a contentarli; ma i professori dell'università con molta costanza si opposero, onde furono loro proibite non solamente le fabbriche, ma ancora l'internarsi nella isola senza un passaporto di Paoli.

Se non che, acconciatesi frattanto le cose tra Spagna e Roma, i Gesuiti tornarono nello Stato pontificio, dove ebbero pur ricetto quelli del regno delle Due Sicilie e dell'isola di Malta, in questo medesimo anno espulsi, quivi alimentati della pensione dai rispettivi sovrani loro assicurata.

Anno di CRISTO MDCCLXVIII. Indizione I.

CLEMENTE XIII papa 11. GIUSEPPE II imperadore 4.

Genova si accorse finalmente che bisognava veder la fine di un tormento che la teneva impedita e dolorosa già quasi da un mezzo secolo: soggiogare quei forti e pertinaci isolani da sè non poteva, e colla Francia più non lo sperava. Il mondo aspettava di vedere un'Olanda nel mezzo del Mediterraneo; sorse in quella vece una nuova provincia di Francia.