Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 89
Mentre questi semi si spargevano nel pubblico, Petiet coi capi della Cisalpina negoziava affinchè i comandamenti imperativi del consolo avessero a parere desiderii e supplicazioni spontanee dei popoli. Maturati i consigli, a Parigi pel disegno, a Milano per l'esecuzione, usciva un decreto della consulta legislativa del governo: ordinava che una consulta straordinaria si adunerebbe a Lione in Francia, e suo ufficio sarebbe ordinare le leggi fondamentali dello Stato ed informare il consolo intorno alle persone che nei tre collegi elettorali dovessero entrare: sarebbe l'assemblea composta dei membri attuali della consulta legislativa, da quei della commissione, eccettuati tre per restare al governo del paese, da una deputazione di vescovi e di curati, e dalle deputazioni dei tribunali, delle accademie, della università degli studii, della guardia nazionale, dei reggimenti della truppa soldata, dei notabili dei dipartimenti, delle camere di commercio. Sommò il numero a quattrocento cinquanta. Risplendeanvi un Visconti, arcivescovo di Milano, un Castiglioni, un Montecuccoli, un Opizzoni, un Rangoni, un Melzi, un Paradisi, un Caprara, un Serbelloni, un Aldrovandi, un Giovio, un Pallavicini, un Moscati, un Gambara, un Lecchi, un Borromeo, un Triulzi, un Fantoni, un Belgiojoso, un Mangili, un Cagnoli, un Oriani, un Codronchi, arcivescovo di Ravenna, un Belissomi, vescovo di Cesena, un Dolfino, vescovo di Bergamo. Andarono a Lione, chi per amore, chi per forza, chi per ambizione: grande aspettazione era in Cisalpina; in Francia le menti attentissime. Pareva un fallo mirabile che una nazione italiana si conducesse in Francia per regolare le sue sorti. Il governo cisalpino esortava con pubblico manifesto i deputati; gissero a fondare gli ordini salutari della repubblica in mezzo alla maggior nazione, in cospetto dell'autore e del restitutore della Cisalpina; nissuno l'ufficio ricusasse; mostrassero con le egregie qualità loro, quanto la cisalpina nazione valesse: a lei amore e rispetto conciliassero; ogni pretesto di calunnia togliessero; nel lionese congresso livor nissuno, parzialità nissuna recassero; al mondo disvelassero, buonamente, nobilmente, affettuosamente verso la patria procedendo, esser loro quei medesimi Cisalpini che nell'inevitabile tumulto di tante passioni, nell'avviluppamento di tante vicende, nell'alternativa di politici eventi tanto contrarii, mai non attesero a vendette, a discordie, a fazioni, a persecuzioni, a sangue: pruovassero che non invano aveva il cisalpino popolo nome di leale e di buono; pruovassero che se a sublime grado fra le nazioni erano destinati, a sublime grado ancora meritavano d'essere innalzati; dovere a sè stessa dei propri ordini restare la Cisalpina obbligata; solo sè medesima potrebbe accagionare, se tanti lieti augurii, se tante concepite speranze fossero indarno.
Questi nobili sentimenti verso la cisalpina patria e questa rinunziazione di ogni affetto parziale ed interessato predicava un Sommariva, presidente del governo. Trovarono in Lione il ministro Talleyrand, che aveva in sè raccolti tutti i pensieri del consolo; trovarono Marescalchi che riconosciuto da Francia per ministro degli affari esteri della Cisalpina, guardava dove accennasse in viso Taleyrand, e il seguitava. L'importanza era che vi fosse sembianza di discutere liberamente quello che già il consolo aveva ordinato imperiosamente. Già aveva sparso sue ambagi: volere la felicità della Cisalpina, volere consigliarsi con gli uomini savi di lei; niuna cosa più desiderare che la independenza e la salute sua; amarla come sua figliuola prediletta, stimarla principal parte della sua gloria; l'arte allignava, bene si disponeva la materia. Partivansi i deputati in cinque congregazioni che rappresentavano i cinque popoli, esaminassero la costituzione già data dal consolo per Petiel a Milano, e come per leggi organiche si potesse mandar ad esecuzione.
Discutevasi a Lione dai mandatarii; la licenza soldatesca straziava intanto i mandatori, un inesorabile governo con le tasse li conquideva. Dolevansi e delle perdute sostanze e degli innumerevoli oltraggi e della durissima servitù: le grida degli straziati a Milano furono soffocate dalle grida dei festeggianti a Lione. A Lione si discorreva e si obbediva. Allungato il farne pubblica dimostrazione quanto potesse parere dignità e sufficienza di discussione, arrivava il consolo: era l'11 gennaio. Lionesi e Cisalpini a gara accorrevano. Era spettacolo grande a chi mirava la scorza, compassionevole a chi dentro, perchè là si macchinava di spegnere per legge la libertà che già innanzi era perita per abuso. Ognuno maravigliava la dolcezza e la semplicità del consolo: pareva loro che fossero parte di grandezza; le adulazioni sorgevano. I repubblicani, se alcuno ve n'era, si rodevano, ma s'infingevano non tanto per non esser tenuti faziosi, quanto per non esser tenuti pazzi o sciocchi; che già con questi nomi cominciava a chiamarli l'età. Buonaparte metteva mano all'opera; chiamava i presidenti delle congregazioni e con loro discorreva intorno alla costituzione: ora approvava, ora emendava, ora domandava consiglio. Contradditor benigno e docile alle risposte, pareva che da altri ricevesse quello che loro dava. Chi conosceva l'intrinseco, ammirava l'arte; chi l'ignorava, la modestia. Infine dai discorsi permessi si venne alla conclusione comandata: fu approvata la costituzione; parve buono e fondamentale ordine quello dei collegi elettorali: nominolli per la prima volta il consolo su liste doppie presentate dalle congregazioni.
Ma non s'era ancor toccato il principal tasto, per cui mezza Italia era stata fatta venire in Francia. Meno una costituzione che un esempio si aspettava dagl'Italiani. Trattavasi di nominare un presidente della Cisalpina. Importava la persona, importava la durata del magistrato: a Buonaparte non piacevano i magistrati a tempo. Fu data l'intesa ai cisalpini perchè il chiamassero capo della repubblica e gli dessero il magistrato supremo di presidente per dieci anni, e potesse essere rieletto quante volte si volesse. Avevano queste due deliberazioni qualche malagevolezza, parte coi Cisalpini, parte colle potenze per la evidente dipendenza verso Francia, se il consolo fosse padrone della Cisalpina. Importava anche il confessare che niun cisalpino fosse atto a governare: alcuni andavano alla volta di Melzi. I ministri di Buonaparte fecero diligenze coi partigiani, ora lodando Melzi, ora asseverando che avrebbe grande autorità nei nuovi ordini. Ebbero le arti il fine desiderato. Appresentaronsi con la deliberazione fatta i Cisalpini al consolo, nella quale era tanta adulazione di lui e tanta depressione di loro medesimi, che non è da credere che nelle storie vi sia un atto più umile o più vergognoso di questo. Confessarono, e si forzarono anche di pruovare con loro ragioni, a tanto di viltà eran ridotti, che nissun Cisalpino era che idoneamente li potesse governare. Gradì il consolo nelle umili parole i proprii comandamenti; disse che domani fra i convocati cisalpini in pubblica adunanza sederebbe. Accompagnato dai ministri di Francia, dai consiglieri di Stato, dai generali, dai prefetti e dai magistrati municipali di Lione, fra le liete accoglienze ed i plausi festivi dei Cisalpini, in alto seggio recatosi, così loro favellava: «Hovvi in Lione, come principali cittadini della Cisalpina repubblica appresso a me adunati; voi mi avete bastanti lumi dato, perchè l'augusto carico a me imposto, come primo magistrato del popolo franzese e come primo creator vostro, riempire io potessi. Le elezioni dei magistrati io feci senza amore di parti o di luoghi; quanto al supremo grado di presidente, niuno ho trovato fra di voi che per servigi verso la patria, per autorità nel popolo, per sceveramento di parti abbia meritato ch'io un tal carico gli commettessi. Muovonmi i motivi da voi prudentemente addotti: ai vostri desiderii consento. Sosterrò io, finchè fia d'uopo, la gran mole delle faccende vostre. Dolce mi sarà fra tante mie cure l'udire la confermazione dello Stato vostro e la prosperità dei vostri popoli. Voi non avete leggi generali, non eserciti forti; ma Dio vi salva, poichè possedete quanto li può creare, dico popolazioni numerose, campagne fertili, esempio da Francia.» (Versione del Botta.)
Questo favellare superbo fu da altissimi plausi e di Franzesi e di Cisalpini seguitato. La servitù era dall'un de' lati mitigata dall'imperio sopra i forastieri, dall'altro amareggiata dal vilipendio; pure lietissimamente applaudivano i servi doppii, come se onorati e liberi fossero. Dimostrarono desiderio che la repubblica, non più cisalpina, ma italiana si chiamasse, cosa molto pregna, massimamente in mano di Buonaparte. Consentì facilmente il consolo. Riprese, adulando, le parole Prina Novarese, il quale, essendo di natura severa ed arbitraria, molto bene aveva subodorato il consolo, ed il consolo lui.
Chiamarono gl'Italici ad alla voce il consolo presidente per dieci anni, e rieleggere si potesse. Ebbe Melzi luogo di vicepresidente. Era Melzi uomo generoso, savio, molto amato dagl'Italiani: pendeva all'assoluto, ma piuttosto per grandezza che per vanità.
Restava che si ordinasse la costituzione: cominciossi dagli ordini ecclesiastici. Fosse la religione cattolica, apostolica e romana religione dello Stato: ciò non ostante, i riti acattolici liberamente si potessero celebrare in privato; nominasse il governo i vescovi, gl'instituisse la santa Sede; nominassero i vescovi ed instituissero i parrochi, il governo gli appruovasse: ciascuna diocesi avesse un capitolo metropolitano ed un seminario; i beni non alienati si restituissero al clero; si definissero le congrue in beni pei vescovi, pei capitoli, pei seminarii, per le fabbriche, fra tre mesi; si assegnassero pensioni convenienti ai religiosi soppressi; non s'innovassero i confini delle diocesi; per gl'innovati si domandasse la approvazione della santa Sede; gli ecclesiastici delinquenti con le pene canoniche fossero dai vescovi puniti; se gli ecclesiastici non si rassegnassero, i vescovi ricorressero al braccio secolare; se un ecclesiastico fosse condannato per delitto, si avvisasse il vescovo della condanna, acciocchè quanto dalle leggi canoniche fosse prescritto potesse fare: ogni atto pubblico che o i buoni costumi corrompesse, od il culto o i suoi ministri offendesse, fosse proibito; niun parroco potesse essere sforzato da nissun magistrato a ministrare il sacramento del matrimonio a chiunque fosse vincolato da impedimento canonico. A questo modo fu ordinata la Chiesa italiana nella lionese consulta. Alcuni capi, ancorchè forse laudabili e sani, toccavano la giurisdizione ecclesiastica, e sarebbe stato necessario, l'intervento del pontefice. Nondimeno con acconcio discorso a nome di tutto il clero italico assentiva lo arcivescovo di Ravenna, assentimento non necessario se l'autorità civile aveva dritto di fare quello che fece, non sufficiente, se l'intervento dell'autorità pontificia era necessario. Ma il consolo su quelle prime tenerezze di amicizia col papa non aveva timore.
Quanto agli ordini civili, i tre collegi dei possidenti, dei dotti e dei commercianti erano il fondamento principale della repubblica: in loro era investita la autorità sovrana. Ufficio dei collegi fosse nominare i membri della censura, della consulta di Stato, del corpo legislativo, dei tribunali di revisione e di cassazione, della camera dei conti. Ancora accusassero i magistrati per violata costituzione e per peculato; finalmente i dispareri nati tra la censura ed il governo per accuse di tal sorte definissero. Sedessero i possidenti in Milano, i dotti in Bologna, i commercianti in Brescia: ogni biennio si adunassero.
Magistrato supremo era la censura: componessesi da nove possidenti, di sei dotti, di sei commercianti: sedesse in Cremona: desse per sè e giudicasse le accuse date per violata costituzione e per peculato; cinque giorni dopo la fine delle adunanze dei collegi si adunasse; dieci giorni, e non più, sedesse. Ordine buono era questo, ma l'età servile il rendeva inutile.
Fosse il governo della repubblica commesso ad un presidente, ad un vicepresidente, ad una consulta di Stato, ai ministri, ad un consiglio legislativo. Avesse il presidente la potestà esecutiva, e il vicepresidente nominasse: fossero i ministri tenuti d'ogni loro atto verso lo Stato.
Uffizio della consulta fosse l'esaminare ed il concludere le instruzioni pei ministri presso le potenze e l'esaminare i trattati. Potesse nei casi gravi derogare alle leggi sulla libertà dei cittadini ed all'esercizio della costituzione: provvedesse in qualunque modo alla salute della repubblica. Se dopo tre anni qualche riforma giudicasse necessaria in uno o più ordini della costituzione, sì la proponesse ai collegi, ed i collegi definissero.
Avesse il consiglio legislativo facoltà di deliberare intorno ai progetti di legge proposti dal presidente, e di consigliarlo sopra quanti affari fosse da lui richiesto.
Il corpo legislativo statuisse le leggi proposte dal governo, ma non discutesse nè parlasse: solo squittinasse.
Tali furono i principali ordini della costituzione dell'Italiana repubblica, forse i migliori, massime i tre collegi ed il magistrato di censura, che Buonaparte abbia saputo immaginare.
Letta ed accettata la costituzione, se ne tornava il consolo, traendo a calca e con acclamazioni il popolo, nel suo palazzo. Poscia, ricevute le salutazioni degl'Italici e nominati i ministri, si avviava, contento del successo del suo italiano sperimento, al maraviglioso e maravigliato Parigi.
Fecersi molte allegrezze nell'italiana repubblica per la data costituzione e per l'acquistato presidente. Le adulazioni montarono al colmo. Presersi solennemente i magistrati secondo gli ordini nuovi; Melzi, prendendo il suo, parlò magnificamente del consolo, modestamente di sè, acerbamente dei predecessori: toccò principalmente delle corruttele. Intanto i soldati si descrivevano, ed i buoni reggimenti si ordinavano. Prina, ministro di finanza, talmente rendè prospera la rendita dello Stato, che, nonostante il tributo annuo che pagava alla Francia, erano le casse piene, i pagamenti agevoli. Le lettere e le scienze fiorivano, ma più le adulatorie che le libere. Buon modo avea trovato Buonaparte presidente perchè gli scrittori non facessero scarriere: questo fu di arricchirli e di chiamarli ai primi gradi. Pareva loro un gran fatto, ed accettando il lieto vivere, tacevano o adulavano. Tuttavia qualche volta il mal umore gli assaliva, e negl'intimi simposii loro si sfogavano e si divertivano a spese del presidente di Parigi. Il sapeva e ne rideva, perchè non li temeva. Insomma la letteratura servile, le finanze prospere, i soldati ordinati, l'independenza nulla.
Fra tutto questo sorgevano opere di singolare maguificenza: il foro Buonaparte, come il chiamavano, fondessi nel luogo dove prima s'innalzavano le mura del castello di Milano. Fu questo un maraviglioso disegno che molto ritraeva della romana grandezza. Diessi mano al finirsi il duomo di Milano da tanto tempo imperfetto, e tanto fu promossa l'opera, che in poco d'anni vi si fece più lavoro che in parecchi secoli. Da ogni parte si acquistava la bellezza. Tutte queste cose e quel nome di repubblica italiana singolarmente allettavano i popoli della penisola. Così vissesi qualche tempo in lei, finchè nuovi disegni di Buonaparte l'incamminarono a nuovi pericoli ed a nuovi destini.
A questo nome di repubblica Italiana ed all'esserne Buonaparte fatto capo, si insospettarono giustamente le potenze, massimamente l'Austria, alla quale stavano per le sue possessioni più a cura le italiane cose. L'imperadore Alessandro stesso, che già aveva concetto qualche sinistra impressione per la grande autorità che il consolo si era arrogata nella Svizzera, vieppiù si allontanava da lui pei risultamenti della lionese consulta, e le cose della Russia con la Francia già si scoprivano in manifesta contenzione. Il consolo, che non voleva essere arrestato a mezzo viaggio, tentò di mitigare questi mali umori col pubblicare una scrittura, con la quale si sforzava di mostrare che la Francia, conservando l'italiana repubblica, non aveva preso troppo per sè, nè tanto quanto avevano per sè stessi preso gli altri potentati.
Genova sentiva ancor troppo pel recente governo di democrazia: volle il consolo venirne alla solita scala dell'aristocrazia. Il supplicarono affinchè desse loro una costituzione: consentiva facilmente. I governatori di Genova lietamente annunziavano le felici novelle ai loro concittadini; nè lo scritto dei reggitori genovesi disteso in lingua e stile assai più purgato che le sucide scritture cisalpine, toscane e napolitane, era, quanto alla forma, senza dignità.
Importava la costituzione, che un senato reggesse con potestà esecutiva la repubblica; presiedesselo un doge; dividessesi in cinque magistrati, il magistrato supremo, quello di giustizia e legislazione, quello dell'interno, quello di guerra e mare, quello di finanza. Trenta membri il componessero. Ufficio suo fosse presentare ad una consulta nazionale le leggi da farsi, eseguire le fatte; eleggesse il doge sopra una lista triplice presentata dai collegi.
Il doge presiedesse il senato ed il magistrato supremo: stesse in carica sei anni; rappresentasse, quanto alla dignità ed agli onori, la repubblica; sedesse nel palazzo nazionale; la guardia del governo gli obbedisse; un delegato del magistrato supremo in ogni suo atto l'assistesse.
Fosse il magistrato supremo composto del doge, dei presidenti degli altri quattro magistrati e di quattro altri senatori; il senato gli eleggesse; gli si appartenesse specialmente l'esecuzione delle leggi e dei decreti; pubblicasse gli ordini e gli editti che credesse convenienti; tutti i magistrati amministrativi a lui subordinati s'intendessero; reggesse gli affari esteri; avesse facoltà di rivocare i magistrati da lui dipendenti, di sospendere per sei mesi i non dipendenti, anche i giudici dei tribunali; provvedesse alla salute sì interna che esterna dello Stato; vegliasse che la giustizia rettamente e secondo le leggi si ministrasse: sopravvegghiasse alle rendite pubbliche, agli affari ecclesiastici, agli archivii, alla pubblica instruzione; comandasse all'esercito. Questo ordine del magistrato supremo rappresentava nella nuova costituzione l'antico piccolo consiglio, che i Genovesi chiamavano consiglietto; in lui era tutto il nervo del governo. L'autorità del doge era, come negli antichi ordini, piuttosto onorifica che efficace.
Questo era il governo della repubblica ligure. Restava a dichiararsi in qual modo si attuasse. Stanziò il consolo che vi fossero i tre collegi dei possidenti, dei negozianti, dei dotti, dai quali ogni potestà suprema, o politica, o civile, o amministrativa, come da fonte comune derivasse. Eleggessero ogni due anni i collegi un sindacato di sette membri: in potestà del sindacato fosse censurare due membri del senato, due della consulta nazionale, due di ogni consulta giurisdizionale, due di ogni tribunale, e chi fosse censurato, immantinente perdesse la carica. Le giurisdizioni o distretti nominassero ciascuno una consulta giurisdizionale; le consulte giurisdizionali i membri della consulta nazionale eleggessero: sedesse in questa la potestà legislativa.
Il dì 29 giugno entrava in ufficio il nuovo governo in cospetto di Saliceti, ministro plenipotenziario di Francia. Orò Saliceti con parole acconce, ma in aria al solito e teoretiche.
Ringraziato dal senato, il consolo rispondeva: amare la Francia i Liguri, perchè in ogni fortuna avevano i Liguri amato la Francia; non temessero di niuna potenza, la Francia gli aveva in tutela; dimenticassero le passate disgrazie, spegnessero gli odii civili, amassero la costituzione, le leggi, la religione; allestissero un navilio potente, ristaurassero l'antica gloria del nome ligure; sarebbesi sempre delle prospere cose dei Liguri rallegrato, delle avverse contristato.
Decretava il senato che a Cristoforo Colombo, per avere scoperto un nuovo mondo, ed a Napoleone Buonaparte, per avere pacificato l'universo, due statue marmoree, una a ciascuno nell'atrio del palazzo nazionale s'innalzassero. Oltre a questo i Sarzanesi, supplicarono il governo fosse loro lecito fondare nella loro città un monumento a memoria della famiglia Buonaparte, che in lei, come affermavano, aveva avuto origine. Fu udito benignamente il supplicare dei Sarzanesi, e concessa loro volentieri la facoltà del monumento.
Mentre Menou trasordinava in Piemonte, i reali di Sardegna andavano esuli per l'Italia. Il re Carlo Emmanuele, deditissimo alla religione, perseguitato da fantasmi malinconici, ed avendo per le sofferte disgrazie in poco concetto le cose umane, si deliberò di rinunziare al regno, acciocchè, da ogni altra mondana sollecitudine rimoto, solamente ai divini servigi ed alla salute dell'anima vacare potesse; rinunziazione senza fasto, che dimostrò al mondo che se l'ambizione è tormento a sè stessa, la moderazione rende felice l'uomo così negli alti come negli ultimi seggi. Per la rinunziazione di Carlo Emmanuele venne il regno in potestà di Vittorio Emmanuele, suo fratello, che allora dimorava nel regno di Napoli.
Il consolo, che aveva indugiato ad unire formalmente il Piemonte alla Francia, venne finalmente a questa deliberazione, non perchè Alessandro consentisse, ma perchè le cose sue colla Russia già tendevano a manifesta discordia. Avvisava il consolo che fra quegli umori già tanto mossi il non unire il Piemonte non ristorerebbe l'amicizia, l'unirlo non accrescerebbe l'inimicizia. Per la qual cosa decretava, il dì 14 settembre, il suo senato, che i dipartimenti del Po, della Dora, di Marengo, della Sesia, della Stura e del Tanaro fossero e s'intendessero uniti al territorio della repubblica franzese. Principiò l'unione del Piemonte la sequela delle italiane aggiunte. Si fecero per la unione allegrezze in Piemonte, dai nobili volontieri, perchè per le carezze del consolo e di Menou vedevano che il dominio interrotto dalle intemperanze democratiche di nuovo veniva loro in mano, dal popolo non senza sincerità, perchè sperava che col reggimento legale fosse per cessare il dominio incomposto del capitano d'Egitto.
Anno di CRISTO MDCCCIII. Indizione VI.
PIO VII papa 4. FRANCESCO II imperadore 12.
Continuossi a vivere qualche tempo in Italia, eccettuata la parte veneta, dal Piemonte fino a Napoli con due governi, l'uno di nome, l'altro di fatto. In Piemonte piuttosto Menou che Buonaparte regnava, in Parma piuttosto Buonaparte che Saint-Mery, a Genova piuttosto il consolo che il senato, in Roma piuttosto il consolo che il papa, in Toscana piuttosto Murat che Lodovico, in Napoli piuttosto Napoleone che Ferdinando. Rotte e superbe erano spesso le intimazioni a tutti questi italiani governi. Solo Menou faceva quel che voleva, e dominava a suo arbitrio. Il consolo gli comportava ogni cosa, e solo che l'Egiziano gli toccasse ch'erano democrati coloro che si querelavano, tosto l'approvava ed il lodava. Pagava il Piemonte le tremende ambagi d'Egitto. Gli altri obbedivano, chi per paura, chi per le ambizioni.
A questo tempo (27 maggio) morì di febbre acuta il re Lodovico d'Etruria. Per la sua morte fu devoluto il trono nell'infante di Spagna Carlo Lodovico, del quale, per essere minore d'età, fu commessa la reggenza alla vedova regina, Maria Luisa.
Ma qual regno fosse devoluto all'infante bene dimostrarono i comandamenti pubblicati nel tempo della sua assunzione da Murat in Livorno, dando questa città, come dichiarata d'assedio, nel governo dei suoi soldati. Mandava inoltre il generale buonapartico truppe a Piombino ed in tutto il litorale toscano per impedire ogni pratica cogl'Inglesi, arrestava gl'Inglesi, prendeva le loro navi sorte nel porto, e molestava, co' suoi corsari che uscivano da Livorno, i traffici inglesi. Queste cose faceva, perchè, dopo breve pace, era sorta nuova guerra con la Gran Bretagna.