Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750
Part 88
Nè mediocre impedimento alla definizione del trattato recava il capitolo della celebrazione dei riti cattolici; perciocchè, essendo i medesimi andati in disuso da sì lungo tempo, non era senza pericolo di scandalo, in mezzo a popolazioni infette di usi e di opinioni contrarie, il volere che tutto ad un tratto pubblicamente e secondo tutti gli usi della Chiesa si celebrassero: si temeva che nascessero enormità, dalle quali i fedeli ricevessero maggiore offensione che edificazione. Ripugnava adunque il consolo, malgrado che il papa insistesse per ogni larghezza di culto pubblico, a questa condizione, volendo indugiare a tempo più propizio i desiderii di Roma.
Nonostante tutte queste malagevolezze in un negozio di tanta importanza, essendo nelle due parti grandissimo desiderio di convenire, mandava Pio VII a Parigi il cardinale Ercole Consalvi, suo segretario di Stato, Giuseppe Spina, arcivescovo di Corinto, ed il padre Caselli, teologo consultore della santa Sede. Dal canto suo dava il consolo facoltà di trattare e di concludere a Giuseppe Buonaparte, a Cretet, consigliere di Stato, ed a Bernier, curato di San-Lodo d'Angeri. Da questi si venne, il dì 15 luglio, al trattato definitivo tra la santa Sede e la repubblica di Francia, atto piuttosto di unica che di molta importanza, poichè per lui si restituiva alla Chiesa cattolica una parte nobilissima d'Europa, e si ridava la pace a tanti uomini di coscienza timorata e pia.
Confessatosi dal governo franzese che la religione cattolica, apostolica e romana era professata dalla maggior parte dei Franzesi, e confessatosi altresì da Sua Beatitudine che dalla sua reintegrazione in Francia era per derivarle un grande benefizio ed un grande splendore, convennero e stipularono le due parti, che la religione cattolica apostolica e romana avrebbe libero e pubblico esercizio in Francia, a quelle regole conformandosi che il governo giudicherebbe necessarie per la quiete dello Stato; s'accorderebbero la santa Sede ed il governo ad ordinare una nuova circoscrizione delle diocesi; esorterebbe il pontefice i vescovi titolari a rinunziare alle sedi loro, e, se nol facessero, con la elezione di nuove titolari provvederebbe, nominerebbe il consolo tre mesi dopo la pubblicazione della bolla di sua Santità, gli arcivescovi ed i vescovi secondo la nuova circoscrizione, e conferirebbe il papa l'instituzione canonica secondo le regole costituite per la Francia innanzi che il governo vi si cambiasse; le sedi vescovili, che in progresso vacassero, ugualmente con nominazioni fatte dal consolo si riempissero, e l'instituzione canonica, conforme al capitolo precedente, dal papa si conferisse; giurassero i vescovi e gli altri ecclesiastici, prima dell'ingresso loro, fedeltà alla repubblica, e promettessero di svelare qualunque trama contraria allo Stato; pregassero nelle chiese per la repubblica e pei consoli; i vescovi non potessero fare nuove circoscrizioni di parrocchie nè nominare parochi se non a beneplacito del governo; le chiese non vendute si restituissero ai vescovi. Dichiarava inoltre il papa, avuto riguardo alla pace ed alla reintegrazione della religione in Francia, che nè egli, nè i suoi successori non sarebbero mai per molestare gli acquisitori dei beni ecclesiastici alienati, e che, per conseguente, la proprietà di essi beni, i diritti e le rendite annessivi, fossero e restassero incomutabilmente in loro, nei loro eredi e negli aventi causa da essi. Obbligossi il governo di Francia a dare congrui assegnamenti ai vescovi ed ai parrochi, e provvedere che i fedeli di Francia potessero legare alle chiese per benefizio della religione. Confessò e riconobbe il papa, essere nel consolo gli stessi diritti e prerogative, di cui appresso alla sedia apostolica godevano gli antichi sovrani di Francia. Se accadesse che un consolo cattolico arrivasse al seggio supremo in Francia, i suoi diritti e prerogative, e così ancora la forma delle elezione dei vescovi si regolassero per un nuovo accordo.
Concluso il concordato, dissolveva tostamente il consolo, non avendone più bisogno, il concilio nazionale di Parigi. Così gli sforzi dei vescovi e preti giurati, per astuzia del consolo servirono alla reintegrazione dell'autorità papale piena in Francia.
Questa convenzione mandata a Roma per la ratifica del papa, vi destò gravi e pertinaci controversie. I teologi più stretti e più dediti alle massime della curia romana apertamente biasimavano i plenipotenziari dello avere troppo largheggiato nelle concessioni e grandemente offeso i diritti e le prerogative della Chiesa cattolica. Il papa medesimo, siccome quegli che molto timorato era e delle prerogative della santa Sede zelantissimo, se ne stava in forse non sapendo risolversi al ratificare. Deliberò, prima di risolversi, di consigliarsi coi teologi più dotti di Roma: richiese del parer loro il cardinal Albani e frate Angelo Maria Merenda dei predicatori, commissario del sant'Officio. S'accordarono ambidue che il papa, salva coscienza, potesse ratificare.
Stante adunque le dilucidazioni date dal cardinale e dal commissario, non soprastette più lungamente Pio VII a dare il suo assenso e ratificò il concordato. Scrisse al tempo stesso brevi ai vescovi titolari, acciocchè alle sedi loro rinunziassero. Alcuni rinunziarono; la maggior parte, massimamente quelli che si erano riparati in Inghilterra, ricusarono. Dei giurati, Primat, le Blanc di Beaulieu, Perrier, Lecoz, Saurin, supplicato al papa che loro perdonasse e nelle sedi destinate dal consolo gl'instituisse, impetrarono.
Anno di CRISTO MDCCCII. Indizione V.
PIO VII papa 3. FRANCESCO II imperadore 11.
Rimossi tutti gl'impedimenti, pubblicava il consolo il giorno di Pasqua del presente anno il concordato. Scriveva ai vescovi una circolare in cui con parole asprissime ingiuriava i filosofi: poi rivolgendosi ai Franzesi col solito stile discorreva che da una rivoluzione prodotta dall'amor della patria erano sorte le discordie religiose, e per esse il flagello delle famiglie, gli sdegni delle fazioni, le speranze dei nemici; uomini insensati aver atterrato gli altari, spento la religione; per loro avere cessato quelle divote solennità, in cui l'un l'altro aveva per fratello, in cui tutti sotto la mano di Dio creatore di tutti, si stimavano fra di loro uguali; per loro non udire più i moribondi quella voce consolatrice che chiama i cristiani a miglior vita; per loro Dio stesso parere sbandito dalla natura; dipartimenti distrutti dall'ire religiose, forastieri chiamati a danni della patria, passioni senza freno, costumi senz'appoggio, sciagure senza speranza, dissoluzione di società: sola religione avere potuto portarvi rimedio; averlo lui voluto, averlo nella sapienza sua voluto il pontefice, averlo i legislatori della repubblica approvato: così essere sorto il concordato, così spenti i semi delle discordie, così svanire gli scrupoli delle coscienze, così superarsi gli ostacoli della pace. Dimenticassero, esortava, i ministri della religione le dissensioni, le disgrazie, gli errori; con la patria la religione li riconciliasse; con la patria li ricongiungesse; i giovani cittadini all'amore delle leggi, all'obbedienza dei magistrati informassero: consigliassero, predicassero, inculcassero che il Dio della pace era peranco il Dio degli eserciti, e che, impugnate l'armi sue insuperabili, combatteva a favor di coloro che la libertà della Francia difendevano.
Grande allegrezza ricevettero i fedeli in Francia per la reintegrata religione; gioinne anche maravigliosamente Roma: ma non fu il contento del pontefice senza amarezze; conciossiachè il consolo aveva accompagnato la pubblicazione del concordato con certe regole di disciplina ecclesiastica sotto forma di decreto che, secondo taluni, offendevano le prerogative della santa Sede, o ristringevano l'autorità dei vescovi, o difficoltavano l'ingresso allo Stato ecclesiastico. Le quali regole, quantunque potessero parer giuste e necessarie sì per la sicurezza della potestà temporale come pel buon ordine dello Stato, ed usate già dai tempi antichi non solamente in Francia, ma ancora in altri paesi d'Europa, e massimamente in Italia, rendevano mal suono; ma il consolo ne aggiunse un'altra veramente intollerabile, perchè toccava la giurisdizione, e questa fu, che i vicarii generali delle diocesi vacanti continuassero ad usare l'autorità vescovile anche dopo la morte del vescovo, e fino a tanto che successore non avesse.
Se ne dolse il papa, e non punto calse al consolo ch'ei se ne dolesse. Orava in concistoro Pio VII, descrivendo con singolare facondia i negoziati introdotti, le stipulazioni fatte, lo stato della Francia. Quindi instò perchè gli articoli si riformassero; ma il consolo che, ottenuto il concordato, voleva essere padrone della Chiesa, non che la Chiesa fosse di lui, rispondeva ora con sotterfugi, ora con minaccie, nè mai il pontefice potè venire a capo del suo intendimento. In tale conformità continuarono le faccende religiose in Francia, finchè nuove condiscendenze del pontefice e nuove ambizioni del consolo mandarono ogni cosa in ruina ed in conquasso. A questo modo travagliava Roma con Francia; nè noi abbiam creduto d'interrompere il filo della narrazione per riferire altri fatti, de' quali ora riprenderemo il discorso.
Intanto cambiamenti notabili fin dal varcato anno erano accaduti in Piemonte. Aveva il consolo voglia di serbar questo paese per sè, ma indugiava al risolversi, ed occultava cautamente le sue intenzioni. Aveva anzi veduto volentieri il marchese di San Marsano mandato a Parigi per negoziare della restituzione del Piemonte. Le incertezze e le ambagi del consolo, le offerte palesi fatte al re dopo la battaglia di Marengo e la presenza del marchese a Parigi tenevano in pendente l'opinione dei popoli in Piemonte, e toglievano ogni modo di buon governo. Ognuno guardava verso Firenze, Roma o Napoli, dove abitava, ora in questa, ora in quella, il re Carlo Emmanuele. Sorsero le sorti fatte più certe della Cisalpina e della Liguria, mentre si tacquero quelle del Piemonte, onde chi sperava pel re ebbe cagione di più sperare, chi temeva, di più temere. In tali intricate occorrenze avvenne di verso Borea un caso di grandissima importanza, perchè nella notte del 13 marzo 1801 morì di morte violenta Paolo, imperadore di Russia; della quale non così tosto fu avvisato il consolo, che trovandosi libero dalle instanze di lui, e volendo preoccupare il passo alle intenzioni di Alessandro suo figliuolo e successore, fece un decreto, mettendovi una data anteriore, il quale, sebbene ancora non importasse la unione definitiva del Piemonte alla Francia, accennava però manifestamente che sua volontà fosse che l'unione si effettuasse: costituiva il decreto il Piemonte secondo gli ordini di Francia. Sperava che Alessandro, trovata all'assunzione sua la cosa fatta, non difficilmente sarebbe per consentirvi. Importava il decreto dato ai 2 d'aprile del 1801, che il Piemonte formerebbe una divisione militare della Francia, che fosse partito in sei dipartimenti, che le leggi della repubblica, rispetto agli ordini amministrativi e giudiziali, vi si pubblicassero ed eseguissero, che le casse al primo giugno fossero comuni, che un amministrator generale con un consiglio di sei reggesse; che Jourdan restasse eletto amministrator generale. Si crearono sei dipartimenti, dell'Eridano, poi detto del Po, con Torino, di Marengo con Alessandria, del Tanaro con Asti, della Sesia con Vercelli, della Dora con Ivrea, della Stura con Cuneo. Mandava Jourdan a Parigi per ringraziare e promettere obbedienza deputati. Furono veduti molto volontieri, massime i nobili, perchè il consolo li voleva allettare.
Intanto il consolo si studiava a conciliarsi l'animo di Alessandro ed a congiungerselo in amicizia; e, siccome astutissimo ch'egli era e sprofondato in tutte le arti di Francia, d'Italia e d'Egitto, avendo udito che il novello imperadore era di natura generosa, e tendente al governare gli uomini piuttosto con dolcezza che con severità, se gli mise intorno da tutte le parti tentandolo. E ai dolci suoni, alla magnificenza e giocondità delle parole, come benevolo, si calava Alessandro. Quindi il consolo, fatto sicuro dell'amicizia di Russia, insorgeva, e mentre Alessandro si pasceva di speranze lusinghiere, ei dava mano alla realtà, incamminandosi al dominio del mondo. Cominciando dal Piemonte, che stimava essere necessario congiungersi per avere senza impedimenti di mezzo la signoria d'Italia, comandava che il decreto dei 2 d'aprile fosse in ogni sua parte mandato ad effetto. L'Austria pei patiti danni, la Inghilterra per la lontananza, nè consentirono, nè contrastarono. Arrivarono a Torino i commissarii parigini ad ordinar lo Stato, chi per le finanze, chi pel fisco, chi pel lotto, chi per le poste, chi per gli studii, chi pei giudizii. Voleva il consolo ridurre lo Stato alla forma di monarchia; i repubblicani in Francia, eccettuati i più furibondi che aveva confinati in carcere o banditi in lidi lontani, il secondavano. Quanto ai repubblicani italiani, due mezzi gli si paravano davanti, o di vezzeggiarli come quei di Francia, o di spegnerli, non già coll'ammazzarli, perciocchè sapeva che l'età non comportava sangue, ma col torre loro l'autorità e la riputazione. Elesse quest'ultimo; al che diede anche favore la ricchezza degli avversarii, che mandavano doni, presenti e denari nelle corrotte Tuilerie, il che era cagione che a quello, a che di propria volontà inclinava, fosse anche stimolato da altri.
Buon procedere sarebbe stato questo quanto all'utile se mai non avessero potuto arrivare i tempi grossi, ma non al contrario, perchè per esso si perdevano gli amici e non si acquistavano i nemici; ma il consolo sempre aspettava prosperità. Restava Jourdan ch'era stimato repubblicano. Deliberossi a torre anche questo capo ai repubblicani, quantunque ei si fosse portato molto rimessamente con loro; partì Jourdan lodato dal consolo, desiderato dai Piemontesi. Arrivava Menou in Torino, in luogo di Jourdan. Raccontare le lepidezze e gli arbitrii che vi fece questo Menou, sarebbe troppo lunga bisogna, e forse troppo più piacevole che la gravità della storia comporti. A questa guisa passarono i tempi fra i Subalpini infino alla unione definitiva: partigiani di Francia perseguitati, partigiani di Sardegna accarezzati, partigiani d'Italia usati come stromenti di calunnie e di vendette, il giardino del re difformato da una sucida baracca ad uso d'una Turca. A questo modo incominciava il promesso legale dominio del generoso e sfortunato Piemonte.
Il consolo teneva il Piemonte per Menou, la Toscana per Murat. Voleva, come a suo cognato, aprire a Murat l'adito alle grandezze; nè Murat era di cattiva natura, solo aveva poco cervello e l'animo molto vanaglorioso: per questo, quantunque fosse buono, si piegava volontieri alle voglie del consolo, quali elle si fossero. La parte dell'esercito che egli governava, mandata primieramente in Italia per rinforzare l'ala destra di Brune e per alloggiare in Toscana, fu, dopo la pace di Luneville, mandata nello Stato romano, con star pronta ad assaltare il regno di Napoli. Conclusa poi la pace, entrava nel regno fino a Taranto, in nome dal re, per isforzare il governo ad osservar il trattato ed i perdoni verso i novatori, in fatto per minacciar gl'Inglesi e per vivere a spese del regno. Quanto allo Stato romano, concluso il concordato, Murat ritirava le genti che vi aveva, in Ancona, per tener quel freno in bocca al pontefice; si coloriva il fatto col pretesto degl'Inglesi. Così gl'Inglesi occupavano quanto potevano in Italia e nelle sue isole per impedire, come dicevano, il predominio e la tirannide dei Franzesi, questi facevano lo stesso per impedire, come protestavano, ii predominio e la tirannide degl'inglesi; fra entrambi intanto l'Italia non aveva nè posa nè speranza. Murat girando per Toscana e stando in Firenze, ed ora andando a Pisa, ed ora a Livorno ed ora a Lucca, riceveva in ogni luogo come cognato del consolo, onorevoli accoglienze; cagione per lui d'incredibile contentezza. Si mostrava cortese ed affabile con tutti, nè amava le rapine, manco il sangue; purchè il lodassero, se ne veniva contento. Pure trascorse ad un atto, nel quale non si sa se sia o maggior barbarie, o maggior ingratitudine, o maggiore insolenza. Comandava con bando pubblico che tutti gl'Italiani, erano la maggior parte Napolitani, esuli dalle patrie loro per opinioni politiche, dovessero sgombrare dalla Toscana, e ritornare ne' proprii paesi, in cui, secondochè affermava, potevano, in virtù dei trattati, vivere vita sicura e tranquilla: chi fosse contumace a questo comandamento, fosse per forza condotto ai confini ed espulso.
Murat contento di comandar in Toscana, fu contentissimo d'instituirvi un re. Era l'infante principe di Parma arrivato in Parma, dove stava aspettando i deputati del novello regno. Vennervi a complimentarlo e riconoscerlo come re di Etruria, quest'era il titolo che gli si dava, Murat, Ippolito Venturi, Ubaldo Feroni. Assunse il nome di Lodovico I; nominò suo legato a ricever il regno Cesare Ventura. Murat annunziando l'assunzione di Lodovico, parlava di civiltà e di dottrina ai Toscani, lodava i Medici ed i Leopoldi, esortava i regnicoli ad avere i Franzesi in luogo di un popolo amico. Cesare Ventura prendeva possesso del regno. Favellarono nella solennità Francesco Gonella, Tommaso Magnani, Orlando del Benino. Vidervisi due donne complimentate da Gian Batista Grisoni, l'una sorella del consolo, l'altra vedova del ministro di Spagna. Venne Lodovico a Firenze, resse con dolcezza, le leopoldiane vestigia calcando.
Era tempo di costituzioni transitorie, fatte non perchè durassero, ma perchè servissero di scala ad altre. Mandava il consolo, qual suo legato, Salicetti a riformar Lucca, oppressa dall'impero dei forastieri e straziata dalle discordie civili. Parve bello ed acconcio trovato per ritrarre i paesi, a satisfazione delle potenze, verso i loro ordini antichi, l'introdurre nei nuovi nomi i vecchi. Cominciavasi a parlar di aristocrazia per far passo alla monarchia. Costituiva Salicetti la repubblica di Lucca con un Collegio o Gran Consiglio di duecento proprietarii più ricchi e di cento principali negozianti, artisti e letterati: avesse questo consiglio la facoltà di eleggere i primi magistrati. Fossevi un corpo d'anziani con la potestà esecutiva; presiedesselo un gonfaloniere eletto a volta dai colleghi, una volta ogni due mesi: un consiglio amministrativo, nel quale gli anziani entrassero, e quattro magistrati di tre membri ciascuno, esercesse le veci di ministri: proponessero gli anziani le leggi e le eseguissero; una congregazione di venti eletti dal collegio le discutessero e le statuissero; rappresentasse il gonfaloniere la repubblica, le leggi promulgasse, gli atti degli anziani sottoscrivesse. I cantoni del Serchio con Lucca, del Littorale con Viareggio, degli Apennini con borgo a Mozzano componessero la repubblica. Per la prima volta trasse Salicetti i magistrati supremi. Ordini buoni erano questi, ma il tempo li guastava.
Le sorti della Toscana erano congiunte con quelle di Parma. Essendo il duca padre mancato di vita, cesse la sovranità del ducato nella repubblica di Francia. Mandava il consolo il consiglier di Stato Moreau di Saint-Mery ad amministrarlo. Resse Saint-Mery, che buona e leale persona era, con benigno e giusto freno. Era egli, se non letterato, non senza lettere ed amatore sì di letterati che d'opere letterarie: ogni generoso pensiero gli piaceva. Solo procedeva con qualche vanità, e siccome le vanità particolari sono intollerabili alle ambizioni generali, venne in disgrazia del consolo, nè potè costituire in Parma ordini stabili.
Due qualità contrarie erano nel consolo, pazienza maravigliosa nel proseguire cautamente anche pel corso di molti anni, i suoi disegni, impazienza di conseguire precipitosamente il fine quando ad esso approssimava. Riconciliatosi col papa, quieta l'Austria, ingannato Alessandro, confidente della pace coll'Inghilterra, si apparecchiava a mandar ad effetto ciò che nella mente aveva da sì luogo tempo concetto e con tanta pertinacia procurato. Voleva che le prime mosse venissero dall'Italia, perchè temeva che certi residui di opinioni e di desiderii repubblicani in Francia non fossero per fargli qualche malgiuoco sotto, se la faccenda non si spianasse con qualche precedente esempio. Deliberossi adunque prima di scoprirsi in Francia di fare sue sperienze italiane, confidando che gli Italiani, siccome vinti, avrebbero l'animo più pieghevole. Così con le armi franzesi aveva conquistato Italia, con le condiscendenze italiane voleva conquistar Francia. Sapeva che le cose insolite allettano tutti, spezialmente i Franzesi nati con fantasia potente. Perciò volle alle sue italiane arti dare pomposo cominciamento.
Spargevansi ad arte dai più fidi in Cisalpina voci che la repubblica pericolava con quei governi temporanei; che era oggimai tempo di costituirla stabilmente e come a potenza independente si conveniva; che ordini forti erano necessarii perchè diventasse quieta dentro, rispettata fuori; che niuno era più capace di darle questi necessari ordini di colui che prima l'aveva creata, poi riscattata; non potersi più lei costituire con gli ordini dati dall'eroe Buonaparte del 1797, perchè avviliti dalla invasione, ricordatori di discordie, sospetti per democrazia ai potentati vicini. Aver pace Europa, averla Italia: non doversi più la felice concordia turbare con ordini incomposti; volersi vivere in repubblica, ma non troppo disforme dai governi antichi conservati in Europa; sola potenza essere la Cisalpina in Italia che a favor di Francia stando, fosse in grado di tener in equilibrio l'Austria tanto potente per l'acquisto de' dominii veneziani, nè essere la repubblica per acquistare la forza necessaria, se non con leggi conducenti a stabilità: varii essere gli umori, gl'interessi, le opinioni, le abitudini delle cisalpine popolazioni, nè Veneziani, Milanesi, Modanesi, Novaresi, Bolognesi nel medesimo desiderio concorrere, nè la medesima cosa volere; rimanere i vestigii dell'antiche emolazioni: parti separate e non consenzienti non poter comporre un corpo unito e forte, se un governo stretto, se una mano gagliarda in uno e medesimo volere non le costringessero: richiedere adunque un reggimento nuovo, concorde e virile la pace d'Europa, richiederlo la quiete della Cisalpina, richiederlo le condizioni felici alle quali era chiamata.