Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750

Part 87

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Da un'altra parte sortiva esito felice il passo della Priga. Traversato, non senza gravi difficoltà e pericoli, quell'aspro monte, vedevano i repubblicani le acque dell'Oglio, e, passato Breno, si raccoglievano a Pisogna, terra posta sulla settentrional punta del lago d'Iseo, cui l'Oglio con le sue acque forma e nudrisce. Vi trovavano la legione italiana di Lecchi e vettovaglie fresche, provvidenza di Brune, che ve le aveva mandate a ristoro di quelle stanche ed eroiche genti.

Erasi sul fine di novembre disdetta la tregua e denunziate le ostilità da una parte e dall'altra; ma non si venne tosto alle mani in Italia, perchè Brune non voleva principiar la guerra innanzi che Macdonald, occupato allora nel passo dei monti, fosse venuto a congiungersi con lui. Nè stava senza timore che il suo fianco destro pericolasse, stantechè Dupont, dopo la conquista della Toscana, era ritornato con la maggior parte delle truppe al campo principale, lasciato solamente in quel paese Miollis con tre o quattro mila soldati. Oltre a ciò il re di Napoli, stimolato dagl'Inglesi, e volendo cooperare con l'Austria, aveva radunato un esercito campale sotto la condotta del conte Ruggiero di Damas; il quale, traversato lo Stato pontificio, già si avvicinava alla Toscana. Perciò il generale di Francia stava aspettando che Macdonald si accostasse, e che i soldati novelli, che già erano arrivati in Piemonte, gli pervenissero. Nè meno desiderava indugiar la guerra Bellegarde, volendo aspettare che Laudon e Wukassowich fossero scesi dal Tirolo. Inoltre, trovandosi alloggiato in sito forte per natura e per arte, amava meglio essere assaltato che assaltare.

Avvicinandosi oggimai la fine dell'anno, ed essendo giunto Macdonald sui campi donde poteva cooperare con Brune, e volendo il generalissimo secondare i movimenti di Moreau in Germania, che con armi prospere minacciava il cuore dell'Austria, si deliberava a dar principio alle ostilità: assaltati impetuosamente i corpi che Bellegarde aveva posto alle stanze sulla destra del Mincio, gli sforzava a rivarcare il fiume. Restava ch'egli medesimo il passasse, difficil opera, perchè gli Austriaci, forti di numero e di sito, si erano risoluti a difendere gagliardamente il fiume. Erano i Franzesi partiti in tre schiere. Fece Brune pensiero di varcare al passo di Mozambano, perchè quivi le rive essendo meno paludose, facilitavano l'accostarsi ed il combattere più fermamente ne' luoghi occupati. Perchè poi il passo gli riuscisse più facile, avvisò d'ingannar il nemico col fargli credere ch'ei lo volesse passare più sotto tra la Volta e Pozzuolo. Correva il giorno 25 dicembre, cui il generalissimo di Francia aveva destinato al passaggio del Mincio. Fu il primo Dupont a mandar ad effetto la fazione che gli era commessa, d'ingannare, cioè, il generale tedesco, però contentandosi di una dimostrazione sulla riva sinistra, senza prendervi alloggiamento stabile, senza ingaggiare battaglia giusta. Passava primieramente coi soldati leggieri sulle barche trovate a caso, poi, accomodate le piatte, costruiva il ponte e varcava con la maggior parte delle genti. S'impadroniva, dopo breve contrasto, della terra di Pozzuolo, e, senza aver rispetto alle condizioni delle cose, vi fermava le sue stanze; felice ad un tratto ed infelice pensiero. Ne sorse un gravissimo pericolo; perchè Brune, avendo trovato le strade molto sinistre, non potè mettersi all'impresa il giorno 25: il che fu cagione che Bellegarde, che alloggiava col grosso a Villafranca, terra poco lontana, corse subitamente con tutto il pondo de' suoi contro Dupont. Si difese virilmente il Franzese, ancorchè Bellegarde si fosse scoperto con quasi tutto il suo esercito in battaglia; fecero i suoi soldati quanto in accidente sì pericoloso per uomini valorosi si poteva fare. Ma tanto preponderava il nemico, che già Dupont, non essendo potente a resistere col suo corpo solo, cedeva e si vedeva vicino ad essere rituffato nel fiume, portando in tal modo la pena dell'aver preso animo, contro gli ordini del capitano generale, di fermarsi a far grossa battaglia sulla riva opposta del fiume. Sarebbe adunque stata l'ala destra dei Franzesi conquisa intieramente e rotta, se non fosse giunto improvvisamente un non pensato soccorso. Suchet, che dall'eminenza della Volta scopriva quanto Dupont fosse pressato dal nemico, consigliandosi piuttosto con la necessità dell'accidente che con gli ordini di Brune, perciocchè il generalissimo gli aveva ordinato che andasse ad aiutare il passo di Mozambano, frettolosamente marciava al mal auguroso Pozzuolo. L'arrivo di Suchet, ristorava la fortuna della giornata oramai perduta. Tuttavia gli Austriaci, grossi e sicuri sul destro fianco, facevano una battaglia forte e molto ostinata. Tre volte s'impadronirono di Pozzuolo, e tre volte ne furono risospinti. Infine fu costretto Bellegarde a tirarsi indietro a Villafranca, lasciando i repubblicani in possessione di Pozzuolo. Patì molto in questa battaglia, nè però senza strage fu la vittoria dei Franzesi. Il seguente giorno, come aveva destinato, passava Brune il fiume a Mozambano per guisa tale che tutto l'esercito di Francia si trovava condotto sulla sinistra del Mincio.

Bellegarde, considerato il successo della fazione di Pozzuolo, nè volendo avventurarsi a battaglie campali in quelle facile largura tra il Mincio e l'Adige, ancorchè molto prevalesse di cavalleria, accomodava le sue deliberazioni agli esiti delle cose, e ritirava le genti sulla sinistra dell'Adige, solo lasciando sulla destra alcuni corpi, non per signoreggiare il paese, ma soltanto per meglio difendere il passo del fiume. Brune, fatto più ardito dalla vittoria, applicava l'animo a cacciare l'avversario oltre Verona, ed a far sentire l'impressione dell'armi franzesi nel Vicentino, nel Padovano e nel Trivigiano. Per la qual cosa, avvicinandosi col grosso all'Adige, mandava Moncey con un corpo sufficiente verso Corona e Rivoli, affinchè serrasse la strada a Laudon ed a Wukassovich, che già scendevano dal Tirolo, e nel caso in cui eleggessero di rivoltarsi là dond'erano venuti, li perseguitasse anche all'insù. Sapeva che Macdonald, procedendo pei monti superiori, ed entrando dalla valle dell'Oglio in quella del Mela, da questa in quella della Chiesa, e pervenendo alla superior coda del lago di Garda, si proponeva di riuscire per montagne scoscese e rotte sopra a Trento. La quale mossa, se avesse avuto il suo effetto, Laudon e Wukassovich, combattuti sopra da Macdonald, sotto da Moncey, non avrebbero più avuto scampo. Succedeva felicemente il pensiero di Brune, rispetto al passo del fiume, perchè facilmente gli veniva fatto di varcarlo a Bussolengo, luogo già tanto famoso pei successivi passaggi, ora dei Franzesi, ora di Tedeschi. Bellegarde, informato del viaggio di Macdonald, aveva fatto debole dimostrazione per impedire il transito ai repubblicani, e si ritirava, lasciato solamente nel castello di San Felice di Verona un presidio, che poco dopo si arrese sulle rive del Brenta. Al tempo stesso accortosi quanto la guerra fosse pericolosa a Laudon ed a Wukassovich, aveva loro comandato che risalissero più presto che potessero l'Adige, e per la valle della Brenta con frettolosi passi venissero a congiungersi con lui nei contorni di Bassano.

In questo punto pervennero le novelle che dopo la vittoria di Hohenlinden, guadagnata da Moreau contro l'arciduca Giovanni, era stata conclusa a Steyer il giorno 25 dicembre una tregua tra il generale franzese e l'arciduca Carlo. Propose Bellegarde a Brune un trattato simile di sospensione di offese; ma, esigendo, conforme alle istruzioni, che gli si cedesse, oltre Peschiera, Ferrara, Ancona e porto Legnago, anche Mantova, il trattato non potè aver effetto, e si continuò la guerra.

Anno di CRISTO MDCCCI. Indizione IV.

PIO VII papa 2. FRANCESCO II imperadore 10.

Le cose pressavano molto nel Tirolo. Moncey e Macdonald intendevano a serrare da ogni parte Wukassovich e Laudon, per impedir loro la facoltà del ritirarsi. Ma il primo, alloggiato superiormente al secondo, e prestamente obbedendo a Bellegarde, entrato per Pergine nella valle del Brenta, schivava il pericolo, e sicuramente per la sponda di questo fiume camminava alla volta del suo generalissimo; il secondo, pel contrario, si trovava in molto ardua condizione, imperciocchè già si era condotto tanto innanzi, che era disceso fin sotto a Roveredo, e non poteva più tornare indietro per Trento innanzi che Macdonald vi arrivasse. Era, oltre a ciò, aspramente combattuto da Moncey dalla parte inferiore, per modo, che cacciato all'insù da un sito all'altro, aveva anche abbandonato al vincitore la possessione di Roveredo. Al tempo stesso Macdonald, superata la resistenza che Davidowich con un po' di retroguardo di Wukassovich aveva fatto a Trento, s'impadroniva di questa ultima capitale del Tirolo italiano. Era dunque tolto ogni scampo a Laudon per la strada maestra, nè altra speranza gli restava che quella di condursi, per le strette ripide e malagevoli di Cadonazzo, a Levico. Ma illuso Moncey colla notizia d'una tregua, frettolosamente marciando per approfittar dell'inganno, a Levico arrivava a salvamento, donde calando con viaggio prospero, si avvicinava a Bellegarde. Diede Moncey all'insù di Roveredo, Macdonald all'ingiù da Trento: incontraronsi fra le due città i due generali della repubblica, dolenti ambidue dell'essere stati ingannati. Restava a Macdonald che compisse un'altra parte del suo disegno, piacendogli le imprese grandi ed audaci: quest'era di montar l'Adige sino a Bolzano ed a Brissio, poi di entrare nella valle della Drava per uscire alle spalle di Bellegarde, e tagliargli la strada al suo ricetto d'Austria. Infatti, già era arrivato col suo antiguardo a Bolzano, combattendovi gagliardamente il generale Auffenberg, che vi stava a difesa con quattro mila soldati; non la guerra, ma la pace impedì a Macdonald l'esecuzione del suo animoso disegno.

Eransi Wukassovich e Laudon ricongiunti con Bellegarde, che ancora poteva tener in pendente la fortuna, ma non volle più avventurare le sorti, avendogli interrotto la speranza le novelle allora pervenute della sospensione di Steyer. Per la qual cosa si ritirava dal Brenta, riducendosi sulle sponde del Piave. Il perseguitava Brune: era il fine della guerra. A petizione del generale d'Austria, si concluse, il dì 16 gennaio, a Treviso un trattato di tregua coi capitoli seguenti: si sospendessero le offese; le due parti non potessero rompere il trattato se non dopo quindici giorni di disdetta; le piazze di Peschiera e di Sermione, i castelli di Verona e di Legnago, la città e la cittadella di Ferrara, la città e il forte d'Ancona si consegnassero ai Franzesi; Mantova restasse bloccata dai repubblicani ad ottocento braccia dallo spalto, con facoltà al presidio di procacciarsi viveri di dieci in dieci giorni; i magistrati austriaci si rispettassero; la tregua durasse trentatrè dì, compresi i quindici; nissuno per fatti od opinioni politiche potesse essere molestato. Non piacque al consolo l'accordo di Treviso, perchè non giudicava a suo proposito che l'Austria possedesse Mantova. Fu forza cedere, e, per un nuovo accordo fatto a Luneville, fu quella principalissima fortezza data in mano dei Franzesi.

La sospensione di Treviso ridusse alle strette il re di Napoli, perchè per lei potevano i Franzesi più espeditamente attendere alla ricuperazione dei paesi perduti. Il conte Ruggiero, volendo cooperare con Bellegarde, si era mosso coi Napolitani, e, traversato lo Stato romano era, andato in Toscana, alloggiandosi in Siena. Dall'altro lato il marchese Sommariva con qualche squadrone di Tedeschi e coi fuorusciti aretini s'era ancor egli fatto avanti, ed aveva levato a rumore le parti superiori del granducato. Al quale moto sollevati gli Aretini, siccome quelli che mal volentieri sopportavano il nuovo dominio, di nuovo erano corsi all'armi, ed avevano condotto in grave pericolo Miollis, che con poche genti custodiva la Toscana. Messi in confusione e sconquasso i confini, si incamminavano Sommariva da una parte, il conte Ruggiero dall'altra all'acquisto di Firenze, dove il generale franzese aveva la sua principale stanza. Queste cose accadevano sul principiare del presente anno. Disperando Miollis, perchè si sentiva più debole pel poco numero de' suoi soldati, misti di Franzesi, Cisalpini e Piemontesi, di far fronte ad un tratto ai due nemici, s'appigliò prudentemente al partito di combatterli separati, usando celerità. Marciavano primieramente contro i Napolitani, condotti dal conte. Guidava il generale Pino l'antiguardo di fanti cisalpini e di cavalli piemontesi. Affrontava tra Poggibonzi e Siena una grossa colonna di cinque o sei mila fanti napolitani, e valorosamente urtando con le baionette, li voltava in fuga. Volle il conte far testa in Siena; ma Pino, guidato dal proprio valore, da quello de' suoi, dal fervore della vittoria, dava dentro incontanente, e, fracassate coi cannoni le porte, vittoriosamente vi entrava. Ritirossene il conte; poi fece opera di rannodarsi sui poggi vicini; ma pressando viemmaggiormente i Cisalpini ed i Piemontesi, fu costretto ad abbandonar tostamente i territorii toscani, ritirandosi in quei di Roma per l'oscurità della notte.

Il marchese, udito il sinistro caso del conte, ritraeva prestamente i passi, e giva a ricoverarsi in Ancona. In tal modo Miollis per valore de' suoi e per la provvidenza propria riduceva di nuovo in arbitrio di Francia le cose di Toscana, e teneva in timore il sinistro fianco di Bellegarde.

Queste erano le condizioni di Toscana quando, conclusa la sospensione di Treviso, nella quale non fu compreso il re di Napoli, le cose del regno restarono esposte a grandissimo pericolo; perchè Murat, siccome gli era stato comandato dal consolo, già venuto con le nuove reclute in Italia, s'incamminava a gran passi contro la Toscana e la Romagna per invadere il regno. Ai soldati di Murat s'accostava al medesimo fine una forte squadra dell'esercito vittorioso di Brune: ogni cosa cedeva alla riputazione della vittoria. Il resistere pel re era impossibile, la sua ruina certa. La salute, caso da non essere presentito, gli venne dal settentrione.

Carolina regina, donna di mente forte, e che non dava molta fede alle matte credenze ed alle parole gonfie, si era risoluta, voltando tutto l'animo alle speranze russe, e non isperando in altro modo congiunzione con Francia, di andar a Pietroburgo per pregare l'imperatore Paolo ad intromettersi, come mediatore, tra il consolo e Ferdinando. Piacque la fede a Paolo: già rappattumato col consolo, mandava in Italia il generale Lewashew, affinchè s'intromettesse a concordia fra le due potenze. Si soddisfece Buonaparte del procedere di Paolo, perchè secondava i suoi fini. Venne per parte del re il cavaliere Micheroux a trovare Murat a Foligno: non istettero a negoziar lungo tempo, essendo le due parti sommamente desiderose di convenire, una per piacere a Paolo, l'altra per paura di Buonaparte. Fu dunque il dì 18 febbraio accordata tra Francia e Napoli, con corroborazione dell'autorità della Russia, una tregua, principali capitoli della quale furono che i soldati regi sgombrassero dallo Stato romano; che i repubblicani occupassero Terni, ma che la Nera non oltrepassassero; che tutti i porti di Napoli e di Sicilia si serrassero contro gl'Inglesi e contro i Turchi; che ogni comunicazione cessasse tra Porto-ferraio e Porto-longone nell'isola d'Elba fintantochè gl'Inglesi non avessero sgombrato da Porto-ferraio; che Dolomieu si liberasse dalle carceri di Messina; che si restituissero gli ufficiali ed i generali franzesi; che si obbligasse il re ad udire favorevolmente le raccomandazioni di Francia per coloro che fossero o banditi o carcerati per opinioni politiche.

Ebbe questo trattato subito effetto: vuotò il conte Ruggiero il territorio della Chiesa; prevenendo le istanze del consolo, aboliva tribunali straordinarii, e condonava ogni pena pel crimenlese. Murat, tra per vanagloria d'entrar qual liberatore in Roma e per adescare ai futuri disegni, venutovi dentro e concorrendo a lui il popolo, si condusse a far riverenza al pontefice.

Ogni cosa si componeva a concordia. Negoziavasi a Luneville per l'Austria dal conte Luigi Cobentzel, per la Francia da Giuseppe Buonaparte, l'uno e l'altro avendo mandato e possanza di concludere. Dopo qualche contenzione, pigliarono forma che il trattato definitivo di pace fosse sottoscritto il dì 9 di febbraio. I capitoli principali quanto all'Italia furono quelli stessi del trattato di Campoformio, solo variossi pei confini: l'Adige, principiando dove sbocca dal Tirolo infino alla sua foce, fosse confine tra la Cisalpina e gli Stati d'Austria; la destra parte di Verona, e così quella di Portolegnago spettassero alla Cisalpina, la sinistra all'Austria; si obbligava l'imperatore a dare la Brisgovia al duca di Modena in ricompensa dal perduto ducato; rinunziasse il granduca alla Toscana ed all'isola d'Elba, e la Toscana e l'isola si dessero all'infante duca di Parma: il granduca si ricompensasse con Stati competenti in Germania; conoscesse e riconoscesse l'imperatore le repubbliche cisalpina e ligure, e rinunziasse ad ogni titolo, sovranità e diritto sopra i territori della Cisalpina; consentisse all'unione dei feudi imperiali colla repubblica ligure. Del Piemonte nulla si stipulava.

Il re di Napoli, ridotto alla necessità di obbedire alla forza lontana di Paolo ed alla vicina di Buonaparte, si quietava anche col consolo, convenendo in un trattato di pace a Firenze, il dì 28 di marzo, sottoscritto per parte di lui da Micheroux, per parte della Francia da Alquier. Convenissi come nella tregua, e di vantaggio che il re rinunziasse primieramente e per sempre a Porto-longone ed a quanto possedesse nell'isola d'Elba; secondamente cedesse alla Francia, come cosa propria e da farne ogni voler suo, gli Stati dei Presidii ed il principato di Piombino; ancora perdonasse ogni delitto politico commesso fino a quel giorno; restituisse i beni confiscati, liberasse i detenuti, potessero gli esuli tornare nel regno sicuramente, e fosse loro restituita ogni proprietà; da ambe le parte si dimenticassero le offese.

Le cose si fermarono anche con nuova composizione con la Spagna, essendosi stipulato un trattato a Madrid, il dì 21 marzo, da Luciano Buonaparte per parte di Francia, e dal principe della Pace per parte di Spagna. S'accordarono le due parti che il duca di Parma rinunzierebbe al ducato in favore della repubblica di Francia; che la Toscana si darebbe al figliuolo del duca col titolo di re; che il duca padre si compenserebbe con rendite e con altri Stati; che la parte dell'isola d'Elba che apparteneva alla Toscana spetterebbe alla Francia, e che la Francia ne ricompenserebbe il re di Etruria collo Stato di Piombino; che la Toscana s'intendesse unita per sempre alla corona di Spagna; che se il re d'Etruria morisse senza prole, succedessero i figliuoli del re di Spagna.

Così, in men che non fa un anno, ogni ostacolo cedette ai buonapartiani fatti. Poscia, essendo in tutti, parte pei medesimi, parte per diversi rispetti la medesima intenzione alla pace, composte tutte le controversie, il consolo contrasse amicizia coll'imperatore Paolo, s'accordò coll'imperatore Francesco, e rialzò la Francia da bassa ad eminente fortuna.

Le cose della religione cattolica erano in gran disordine in Francia. L'assemblea costituente aveva interrotto la unione con la sedia apostolica, rispetto alla instituzione pontificia dei vescovi, qual era stata accordata tra Leone X e Francesco I, e tolto i beni alla Chiesa, con appropriargli alla nazione. I governi che vennero dopo, massimamente il consesso nazionale, non solamente distrussero gli ordini statuiti dall'assemblea, ma spensero ancora ogni ordine religioso, perseguitarono i ministri della religione, ed alcuni anche sforzarono, cosa nefanda, a rinegare il proprio stato e le proprie opinioni. Il direttorio continuò a perseguitare i preti, ora confinandoli nell'esilio, ora serrandoli nelle prigioni, e sempre impedendo loro, massime ai non giurati, che liberamente e pubblicamente celebrassero i riti divini. Era quindi nato un desiderio in Francia di veder ristorati i riti della religione cattolica, e molti Franzesi in questo desiderio tanto più s'infiammavano, quanto più difficile sembrava la reintegrazione. Buonaparte non era uomo da non vedersi queste cose, meno ancora da non usarle per edificare la sua potenza e per arrivare a' suoi fini smisurati. Adunque, divenuto libero dai pensieri, che più nella mente sua pressavano, della guerra, applicava viemaggiormente l'animo al negoziare col papa, col fine di venirne con lui ad un aggiustamento in materia religiosa. Alcuni accidenti aiutavano queste pratiche, altri le disaiutavano. Dava favore al consolo un concilio nazionale di vescovi giurati che, dipendentemente da un altro tenuto nel 1797 con suo consentimento espresso era per adunarsi in Parigi il dì di San Pietro. Non solamente ei non impediva che questi vescovi parlassero, ma gl'incitava anche a parlare, quantunque fossero giurati e contrarii a quella pienezza di potestà che i papi sostengono spettarsi alla Sedia apostolica. Da un'altra parte la romana curia ardentemente impugnava le loro dottrine. Le disputazioni, come accade, s'inasprivano.

Queste contese teologiche molto piacevano al consolo, e gli dimostravano una grande opportunità, perchè non dubitava che il papa, temendo ch'ei non fosse per gettarsi in grembo agl'impugnatori della santa Sede, avrebbe mostrato più docilità nel concedere ciò che desiderava; perciò questi umori non solo favoriva, ma incitava. Questi erano gli accidenti favorevoli al consolo; ma per natura e per uso e per massima amava egli molto più il governo stretto e monarcale del papa che il governo largo e popolare degli avversarii, e gli pareva che gli ordini papali, rispetto alla potestà unica ed universale, fossero un grande, utile e maraviglioso pensamento. Chiamava i giansenisti gente di molta fede e di ristretti pensieri; nè gli pareva che la costituzione del clero, siccome cosa antiquata e cagione di molte disgrazie, si potesse utilmente rinfrescare. Un nuovo e vivace pensiero, e più conforme ai desiderii dei popoli, gli pareva che abbisognasse.

Da un'altra parte cadevano in questa materia molte e gravi difficoltà. La principale forza del consolo era posta ne' suoi soldati, e non istava senza timore che quell'apparato religioso, al quale da sì lungo tempo erano disavvezzi, e quel comparir di preti, che avevano e con fatti perseguitato e con motteggi lacerato, non paresse avere agli occhi loro qualche parte di ridicolo, cosa di somma importanza in Francia. Temeva altresì in quei primi principii la setta filosofica, nemica al papa, assai più potente di quella che impugnava la larghezza dell'autorità pontificia. Egli aspettava dalla prima gran favore e gran sussidio. Ma più di tutto questo travagliava l'animo suo la faccenda dei beni della Chiesa venduti dai precedenti governi; perchè l'ottenere dal papa la confermazione di queste vendite era di sommo momento, e sapeva che il pontefice ripugnava al fare in questo proposito alcuna espressa dichiarazione. Pure la tranquillità dei possessori era fondamento indispensabile della sua potenza. Non pochi dei giurati erano di gran nome e di qualche autorità, e il consolo li voleva vezzeggiare; ma l'impetrare dal papa che non solamente gli assolvesse e nel grembo suo li riaccettasse, ma ancora, come desiderava, che ai primi seggi della gallicana Chiesa li sollevasse, appariva intricato e malagevole argomento. La medesima difficoltà sorgeva per gli ecclesiastici della parte contraria che avevano conservato i seggi loro anche ai tempi dell'esilio, ed ai quali non avrebbero forse voluto rinunziare, parte per insistenza nelle antiche opinioni, parte per affezione alla famiglia reale di Francia.